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A HAND OF BRIDGE , SAMUEL BARBER/ IL CASTELLO DEL PRINCIPE BARBABLÙ, BÉLA BARTÓK – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 17 GENNAIO 2020

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La Fenice di Venezia apre l'anno nuovo con un doppio appuntamento molto particolare che vede impegnato il regista Fabio Ceresa nel concepire due storie in cui la vita di coppia è tutt'altro che facile, tanto nel reale con Barber, per la prima parte, quanto nella favola truculenta con Bartók per la seconda parte. 'A hand of bridge' è uno scorcio di vita famigliare in cui nessuna delle due coppie protagoniste è realmente felice e nell'arco di questa mano di gioco i quattro giocatori si lasciano andare a fantasie che portano lontano la loro mente. La stanza da gioco è allestita con un tavolo lungo il quale sono disposte le coppie e davanti a cui si materializzano le rispettive fantasie. Per una composizione brevissima Ceresa non si è risparimato in costumi, opera di Giuseppe Palella, comparse e coreografie curate da Mattia Agatiello per un effetto visivo garbato ed attraente. I protagonisti hanno dato tutto il possibile nei brevissimi interventi a loro destinati. Annunciato  indisposto, Gidon Saks ha in un certo modo assecondato la sua voce per esprimere un personaggio estremamente sofferente; il suo David recita più che cantare e le sue visioni immerso nei soldi e nel desiderio di una vita diversa dall'attuale sono sottolineati da un canto nervoso se non nevrotico; così la consorte di mezza età interpretata da Ausrine Stundyte è una donna tormentata dai fantasmi del passato e dal suo rapporto difficile con la madre; chiaro che anche per lei esprimersi con foga e sofferenza, anche grazie al timbro robusto che possiede, è stata la cifra interpretativa del ruolo di Geraldine. Più particolare e magari affine al pubblico la coppia Sally/ Billy. Lui uomo gelosissimo dell'amante con allucinazioni rosate che esprimono un desiderio di dolcezza evidentemente inappagato, lei del tutto presa dal meraviglioso cappellino visto in una vetrina. Tanto la Sally di  Manuela Custer è esplicitamente civettuola e frivola, in certi vezzi vocali che si concede, tanto il 'suo' compagno Billy,  Christopher Lemmings, è visionario e quasi ridicolo nei desideri maschili piuttosto scontati, con una voce che ne sottolinea le intenzioni.  E come fossimo entrati in una stanza sbirciando dalla finestra ne usciamo all'improvviso con le luci che si estinguono pian piano, tutte calibrate su toni del grigio, come la vita delle due coppie, del rosa dei sogni e del bianco e nero.

Se si tratta di un sogno è certamente poco piacevole ciò che invece vive il principe Barbablù nella seconda parte dello spettacolo. Il regista rende protagonista vincente e potente la giovane Judit, che non solo come da libretto non teme l’avvicendarsi di visioni macabre stanza dopo stanza, ma possiede una forza misteriosa nel suo bacio capace di strappare la vita ai diversi alterego del padrone di casa, via via incontrati lungo il percorso. Il regista ha pensato infatti ad una sorta di viaggio dell’anima di Barbablù i cui diversi volti riflettano le fasi della vita evidentemente ormai al termine, che risiedono nelle stanze del suo castello. Qui Judit le attraversa impavida, ripercorre la vita del suo interlocutore e interagisce con i vari suoi doppi, tutti ovviamente dotati di barba blu, e li elimina man mano che, per così dire, queste fasi della vita sono archiviate. Così nell’ultima stanza, ormai coperta di lustrini e manto splendente, dopo aver incontrato le mogli del mattino, mezzogiorno e sera, ella diventa la moglie della notte, del declino, donando l’ultimo bacio al principe che si addormenta tra le sue braccia e non senza soffrire.

Il setting è molto azzeccato, anche in questo caso i colori delle luci di  Fabio Barettin e dei costumi di  che si intersecano con le scene di  Massimo Checchetto sono una esemplificazione degli stati d’animo che Ceresa pone nella mente di Barbablu; ogni colore ha un preciso significato. Persino un omaggio a Venezia con una gondola nella stanza del lutto, una sorta di barca di Caronte nel mare di lacrime in scena. Il tutto è contenuto in una testa gigante, la testa di Barbablù che svela dalle porte frontali le sette stanze del percorso psicologico e definitivo. Stupendi i costumi di Giuseppe Palella che rendono prezioso uno spettacolo cui sicuramente il regista ha dato una impronta personale.

Protagonista sono il Barbablù di Gidon Saks  e la Judit di Ausrine Stundyte, di nuovo in scena dopo la prima parte. Il soprano possiede senza dubbio una giusta presenza scenica per il personaggio. Anche in questo caso la voce piuttosto ruvida e robusta come detto le serve per sottolineare la forza espressiva del ruolo di donna giustiziera del suo stesso marito, non dimenticando comunque qualche vezzo femminile nelle movenze quando richiesto dalla scena. Saks dal canto suo spinge molto sul fiato per una emissione che deve esprimere una forza forse fin troppo esuberante, ma  che da’ comunque risalto all’aspetto drammatico del personaggio. Considerando anche l’indisposizione possiamo immaginare un canto più sciolto in condizioni ottimali.

Diego Matheuz torna a dirigere l’orchestra della Fenice con un repertorio che ci è parso particolarmente congeniale al suo braccio. Tanto 'Hand of bridge' quanto 'Il Castello' richiedono una certa duttilità nel gestire volumi e suoni come spesso accade per il repertorio più recente, sottolineano tanto i momenti concitati e drammatici, quanto quelli più leggeri per così dire, pensando alle sonorità jazz di Barber. Per Bartók la musica è un dialogo continuo tra i due protagonisti, in un continuo angoscioso di melodie che esplodono nel momento centrale della composizione. Anche qui Matheuz calibra gli elementi in causa con giudizio e segue letteralmente l’andamento degli eventi tenendo alta la concentrazione dell’orchestra che lo segue con attenzione.

Platea quasi esaurita, peccato per i diversi palchi lasciati vuoti, perché il pubblico presente ha gradito  tanto gli interpreti che lo spettacolo, con applausi copiosi per tutti,  nonché per regia ed il Direttore d’orchestra.

Maria Teresa Giovagnoli


Regia              Fabio Ceresa
movimenti

coreografici   Mattia Agatiello
Scene              Massimo Checchetto
Costumi         Giuseppe Palella
Luci                Fabio Barettin

INTERPRETI

A Hand of Bridge

David              Gidon Saks
Geraldine       Ausrine Stundyte
Bill                  Christopher Lemmings
Sally               Manuela Custer

  
Il castello del principe Barbablù

Judit               Ausrine Stundyte
Il principe

Barbablù       Gidon Saks
Il bardo           Karl-Heinz Macek

Le mogli di Barbablù
Pia Mazza
Francesca Penzo
Noemi Bresciani

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

Foto Michele Crosera

 

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