Cerca nel sito

L'ITALIANA IN ALGERI, G. ROSSINI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, GIOVEDI' 28 FEBBRAIO 2019

3rvlq1551101032

E' di scena alla Fenice di Venezia L'Italiana in Algeri di Rossini con il movimentato allestimento che l'evergreen Bepi Morassi ha ideato per questo periodo carnevalesco e quindi di grande affluenza nella città lagunare. Spiace per le agitazioni sindacali occorse in questi giorni per cui la prima del 24 febbraio è saltata (si prevedono altre cancellazioni nel mese in corso). Ciò ha di certo comportato un minor rodaggio dello spettacolo ed una conseguente intesa non sempre perfetta tra buca e palco avvertita in qualche passaggio. Questo anche perché con una incredibile dinamicità e successione di siparietti i protagonisti si muovono continuamente e non è facile star loro dietro mentre corrono, saltano, salgono e scendono scale, fanno in definitiva ginnastica. Una specie di simpatico circo ambulante che viaggia sulla nave di Mustafà arredata dalle simpatiche e colorate scene di Massimo Checchetto. La suddetta nave è ricca in ogni sua parte e perfino gli angolini o i corridoi nascondono dettagli utili all'azione scenica. Si disloca in più piani che però possono essere apprezzati esclusivamente per chi è posto di fronte. I dettagli volgono chiaramente al mondo arabo, mentre l'epoca a cui guarda il regista è la prima metà del secolo scorso, con qualche ispirazione cinematografica al primo Fellini. Un po' forzata forse l'idea di Isabella diva dello spettacolo, che una volta in salvo sulla nave viene costantemente paparazzata per uno scoop di fresca mano. Onestamente non sembra pregnante allo spettacolo né alla storia, ma è una aggiunta che comunque diverte il pubblico. Tra questo andirivieni in cui vi sono diversi cambi di costume, spiccano infatti gli abiti di Carlos Tieppo che si inseriscono pienamente nel brio generale.

Continua a leggere

DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 24 FEBBRAIO 2019

main.DonPasquale_FotoEnnevi_220219_176_20190222

Riprendere produzioni fortunate è certamente una mossa azzeccata in periodi turbolenti e di agitazioni sindacali, come quello che stanno attraversando in Italia diverse fondazioni liriche come l’Arena di Verona; il pubblico apprezza e riempie il teatro, l’atmosfera si fa più leggera ed in questo caso piena di brio.

Il Don Pasquale formato Antonio Albanese del 2013 riporta la scena nella provincia veronese e nei suoi vigneti. Roberto Maria Pizzuto ne riprende le fila riportandoci tra le pareti della fabbrica di vino ed i suoi schieramenti di bottiglie, opera di Leila Fteita, che prevedeva anche file di rigogliose viti ad addobbare il palco in profonditàGli attempati domestici vagano ubriachi per la casa del vecchio tirchione e una anziana governante si rivela forse l’unica  veramente affezionata al burbero padrone di casa. Il resto è storia nota: simpatici siparietti tra gli interpreti, giochi di mossette e sguardi furtivi e tanto spago alla spigliatezza o meno degli interpreti coinvolti. Leggeri e contestualizzati sono i costumi di Elisabetta Gabbioneta.

Su tutta la compagnia di canto spicca la Norina di Ruth Iniesta. Non solo sembra che il personaggio le sia stato cucito addosso, ma è incredibilmente sciolta vocalmente, la linea di canto uniforme ed è in grado di giocare quanto vuole sì da ottenere di volta in volta un connubio perfetto tra azione ed effetto sonoro. Meno spigliato ma in crescendo l’Ernesto di Marco Ciaponi. Parte un po’ trattenuto ma si lancia col procedere dello spettacolo, regalando anche momenti interessanti (ci riferiamo chiaramente a ‘com’ è gentil’) e partecipando convinto all’allegria della truppa, forte anche di una voce per l’appunto ‘gentil’. Il protagonista è un Carlo Lepore molto attoriale: sicuramente non gli manca la presenza scenica, la verve del mattatore e la capacità di tenere unito il gruppo in scena. Altresì  Federico Longhi è un Malatesta gagliardo, spigliato e fieramente guascone anche vocalmente. Il Notaro col ciuffo svolazzante è il simpatico Alessandro Busi

Alvise Casellati alla testa di una Orchestra corretta tende ad uniformare tanto i volumi quanto i colori dei suoni. Il coro preparato da Vito Lombardi è partecipe come sempre e lo ritroviamo come in precedenza anche tra il pubblico; forse però l’interazione con gli astanti distrae un pochino dall’attenzione ai tempi.

Pubblico contentissimo e plaudente per tutti: interpreti, ripresa della regia e direttore, con ovazioni per la Iniesta.

Maria Teresa Giovagnoli

 

LA   PRODUZIONE

Direttore d'orchestra                       Alvise Casellati

Regia                                                 Antonio Albanese

Regia ripresa da                               Roberto Maria Pizzuto

Scene                                                 Leila Fteita

Costumi                                             Elisabetta Gabbioneta

Lighting design                                 Paolo Mazzon

Maestro del Coro                             Vito Lombardi

Direttore Allestimenti scenici           Michele Olcese

GLI   INTERPRETI

Don Pasquale                                    Carlo Lepore 
Dottor Malatesta                              Federico Longhi 

Ernesto                                              Marco Ciaponi 
Norina                                               Ruth Iniesta 
Un Notaro                                         Alessandro Busi 

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA

Allestimento della Fondazione Arena di Verona

FOTO ENNEVI

Continua a leggere

SALOME, RICHARD STRAUSS, TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA - DOMENICA 17 FEBBRAIO 2019

lhqtjNsE

Dopo nove anni torna al Comunale di Bologna la Salome intimista del regista Gabriele Lavia ideata in collaborazione con il Teatro Verdi di Trieste, qui ripresa da Gianni Marras. Una Salome in cui è protagonista il contrasto tra il bene ed il male, tra gli opposti che inevitabilmente si attraggono, anche se unilateralmente in questo caso. Giovanni è il bene che in opposizione a ciò che dovrebbe essere si trova nel profondo abisso imprigionato sotto terra. Salome e la sua corte sono in superficie invece, ma la voce della saggezza e della purezza li opprime costantemente da dove si trova. E la principessa ne è attratta inverosimilmente, vuole vedere l’oggetto di tanto mistero che lo zio/ patrigno ha fatto rinchiudere, vuole possedere le sue labbra come per estirpare o far suo quel verbo tanto pesante nei confronti suoi e della sua stirpe. Il palco come lo aveva pensato Alessandro Camera è un enorme squarcio intorno al quale la protagonista si muove sinuosamente, respinge ma attrae il marito di sua madre, che a sua volta la ammira ma ne è allo stesso tempo invidiosa. Una storia biblica cui si ispirò lo scandaloso (per i suoi tempi) Oscar Wilde i cui libri sono sintesi di edonismo ed ammirazione per la bellezza come bene assoluto. Salome è bellissima mentre Giovanni è ridotto ad uno straccio e prigioniero, ma a suoi occhi è una apparizione meravigliosa, finché non ne è respinta con le conseguenze che sappiamo.

Continua a leggere

ANDREA CHÉNIER, UMBERTO GIORDANO - TEATRO COMUNALE PAVAROTTI DI MODENA, VENERDI’ 15 FEBBRAIO 2019

AndreaChenier_antepiano_ph-RolandoPaoloGuerzoni_05

Mettere in scena il  mastodontico Andrea Chénier di Giordano non è impresa facile, innanzitutto nel pensare ad una regia credibile che non sappia di muffa, ma soprattutto, fatto di grande importanza, trovare interpreti che non facciano rimpiangere ciò che molti hanno ancora nelle orecchie dai fasti dei decenni passati. Lo sforzo produttivo dei teatri dell’ Emilia Romagna in coproduzione con Opéra de Toulon è certo notevole e deve averci pensato anche il regista Nicola Berloffa quando si è trovato a dover affrontare un capolavoro del genere. Come fare sognare il pubblico senza farlo annoiare? Come portare su palcoscenici non chilometrici il dramma della Rivoluzione francese e muovere masse artistiche in modo sensato evitando l’effetto claustrofobia? Il regista ha cercato di rispondere a queste esigenze con un insieme di idee che volgono verso la tradizione ma riuscendoci solo in parte. Riprendendo lo schema geometrico molto in voga attualmente la struttura di Justin Arienti ove si svolge l’azione è angolare e si trasforma cambiando colori o svelando particolari di volta in volta. Il castello di Coigny vede troneggiare nella sala principale un arazzo che riprende il celebre dipinto di Maria Antonietta e prole di Élisabeth Vigée Le Brun posto alla Reggia di Versailles, una onnipresente ghigliottina simboleggia il dramma storico in atto con un ovvio sbandieramento di tricolori francesi da parte del popolo in rivolta; inoltre impalcature, dipinti rivoluzionari e una serie di elementi ‘arricchiscono’ di volta in volta le scene. Questa serie di proposte forniscono la cornice ad una regia abbastanza statica, che ruota principalmente intorno alla ghigliottina e dove la folla di comparse e mimi non ha sempre una collocazione agevole, proprio per mancanza di spazio che forse poteva essere studiato diversamente. In stile i costumi di Edoardo Russo.

Continua a leggere

MOSCOW STATE PHILHARMONIC SOCIETY, CONCERTO DELLA TCHAIKOVSKY SYMPHONY ORCHESTRA - TCHAIKOVSKY CONCERT HALL DI MOSCA, MARTEDI’ 12 FEBBRAIO 2019

IMG_5698

DIRETTORE VLADIMIR FEDOSEYEV

VIOLINISTA PAVEL MILYUKOV

Avere la fortuna di ascoltare una delle migliori orchestre del mondo, dirette da una icona della scuola direttoriale sovietica, assieme al vincitore del 15 premio Tchaikovsky, non è cosa che capita tutti i giorni.

E invece a Mosca, città dalla vita musicale e culturale intensissima, è evento di routine che in un piovoso martedì pomeriggio qualsiasi, fa muovere 1.623 persone ad accalcarsi ordinatamente agli ingressi della sala da concerto più grande e familiare di una città che definire culturalmente attiva è un eufemismo.

Ed ecco che appena entri in quell'immenso anfiteatro da concerti dove ogni santissimo giorno puoi ascoltare artisti eccelsi in programmi musicali che spaziano dal madrigale al contemporaneo, e getti un'occhiata sul pubblico, puoi trovare anziane matrone russe ingioiellate, ragazzi ricoperti di piercing, manager in grisaglia, bambini con i nonni e militari in divisa appena usciti dalla caserma.

E chi non trova posto o non può permetterselo, si accomoda con la seggiola pieghevole, nel foyer all'ingresso per assistere gratuitamente al concerto ripreso su di un mega schermo.

Ma una cosa accomuna tutti gli spettatori presenti: la concentrazione impeccabile. Non un colpo di tosse, non una caramella scartata, non un uscita improvvisa disturbano il concerto per tutta la sua durata. Io stesso mi sono sentito in imbarazzo quando per necessità ho dovuto sgranchire la schiena, temendo che il mio movimento potesse essere interpretato come un elemento di disturbo.

Il programma in cartellone, interamente dedicato a Tchaikovsky, ha visto sul podio Vladimir Fedoseyev, direttore d'orchestra tra i più longevi e decorati della storia musicale russa contemporanea. L'ottantaseienne maestro, imbastisce un concerto che dura più di due ore e

mezza e lo porta a termine con l'esuberanza di un ragazzino, salutato dal pubblico adorante con ovazioni interminabili ad ogni sua apparizione sul podio, ricoperto di fiori quasi come un icona di San Nicola in un monastero ortodosso.

Per riscaldare l'atmosfera e la sala, si inizia con le danze dall'opera Evgenj Onegin ( introduzione, valzer e polacca) eseguiti con una baldanza ed una freschezza quanto più possibile lontano dalla routine e che mettono subito in chiaro quanto il suono prodotto dall'orchestra sia limpido e perfetto soprattutto nella cura degli accenti e del colore.

Ecco che terminate le danze, si prosegue con il concerto per violino e orchestra op.35 affidato al solista Pavel Milyukov.

Vincitore del terzo premio al concorso Tchaikovsky del 2015, Milyukov sta costruendo la sua carriera con una spregiudicatezza che gli deriva da una perfezione tecnica impressionante.

Il giovane violinista di Perm suona il suo Pietro Guarnieri con una spavalderia voluta che gli permette di affrontare il concerto di Tchaikovsky quasi in un’ estasi mistica.

I capricciosi disegni ritmici, le terzine incalzanti, le scale vertiginose, sono pane per i suoi denti uniti ad una musicalità che rasenta il trascendentale per aderenza al concerto, quello di Tchaikovsky appunto, che è tutto tranne che un concerto romantico.

Nessuna contrapposizione dialettica tra solista ed orchestra, nessuna intenzione epica, e nemmeno la ricerca di un dialogo che diventa principio architettonico.

In Tchaikovsky non c'è sviluppo, non c'è dinamica interna, non c'è elaborazione tematica: c'è al contrario un abbandono assoluto al canto, alla melodia riversata a piene mani senza particolari preoccupazioni formali, che Milyukov rende con una maestria assoluta fatta di un'atmosfera magicamente sospesa, virtuosismo travolgente e coinvolgente ( la cadenza che chiude il primo movimento è impressionante) ma mai di maniera.

Il tributo festoso che gli rende il pubblico al termine, ripaga tanta fatica in modo esaustivo.

Poter ascoltare la sinfonia Manfred op.58 di Tchaikovsky dal vivo è impresa quasi praticamente impossibile.

Vi sono artisti per i quali l'accusa di discontinuità assume toni di colpevolezza senza attenuanti. Tchaikovsky fu senz'altro un decadente: romantico quando la stagione del romanticismo era passata, di intenzioni cosmopolite quando la scuola russa cercava una sua strada nazionalista, sinfonista quando la sinfonia era già in declino, ma proprio per questo, ricco di tutta l'esperienza che la discontinuità comporta.

Opera indefinita, ermafrodita, considerata dal compositore stesso come una sinfonia ma mai onorata di un numero al pari delle altre 6, Manfred rimane oggi come un lavoro lasciato in disparte e isolato tra le composizioni tchaikovskiane, probabilmente per il suo posizionamento stilistico poco chiaro ma anche per la sua difficoltà di esecuzione legata anche alla presenza di un organo in partitura.

Vladimir Fedoseyev non se ne cura e forte di un'orchestra che rasenta i 100 elementi, ( solo i contrabbassi erano 16!) riversa tutta la sua esperienza in una esecuzione incredibile.

Il gesto è rarefatto, la bacchetta assente, tutto si gioca su sguardi e preparazione a monte fatta di prove serrate dove la ricerca della perfezione è un dogma assoluto, fino ad arrivare alla percezione che il suono stesso dell'orchestra nell'insieme della sala evochi il mondo oscuro e fantastico descritto dalla musica.

L'Orchestra Tchaikovsky, forte di una sonorità ricca e di una musicalità assolutamente impeccabile, conduce ad un'esperienza uditiva unica ed avvincente che fa esplodere in un boato liberatorio il pubblico al termine dell'esecuzione.

Quindici minuti di applausi salutano il Direttore Fedoseyev al termine di un concerto memorabile.

Pierluigi Guadagni

 

PROGRAMMA

P. I. Tchaikovsky 

Introduction, Waltz and Polonaise from the opera "Evgeny Onegin"

Suite No. 2 for Orchestra in C major, Op. 53

Manfred Symphony in B minor, Op. 58

 

Foto by Konstantin Rychkov

 

Continua a leggere

BORODIN, KNJAZ IGOR (IL PRINCIPE IGOR) - TEATRO VERDI DI TRIESTE, VENERDI’ 8 FEBBRAIO 2019

ba4gZEt

Il Principe Igor, elogio della lentezza.

Che ad Aleksandr Porfireviç Borodin interessasse poco o nulla di comporre musica, inteso come lavoro su commissione, è risaputo. La sua vera ed unica occupazione era la chimica, di cui fu valente ed intelligente ricercatore, amato e stimato in Russia ed anche in Europa; la musica era per lui un semplice diversivo del quale occuparsi nei ritagli di tempo o in vacanza d’estate.

Ecco quindi che attorno al 1870, sollecitato dagli amici compositori del“Gruppo dei cinque”, di cui faceva parte, inizia ad interessarsi svogliatamente alla composizione di un’ opera, che tra abbozzi e parziali strumentazioni, porterà avanti a comporre fino alla morte avvenuta nel 1887. Diciassette anni per comporre definitivamente qualche aria, alcuni cori, le danze Polovesiane e dare una tinta di definizione “russa” ad un lavoro che definire frammentario è un eufemismo. Elaborata con ponderata lentezza, libera dall’ansia di dover tenere fede a scadenze, l’unica opera di Borodin rimase quindi incompiuta, ma non un moncone a cui manca una parte terminale, bensì un canovaccio confuso e frammentario al quale i suoi più fidati amici Glazunov (che ultimò il terzo atto e stese l’ouverture a memoria ricordandosi di un concerto con Borodin al pianoforte che canticchiava i temi principali) e Rimsky Korsakov che affrontò quasi per intero l’orchestrazione, rimanendo fedele alle istruzioni ricevute da Borodin. Come tutta la musica di Borodin, anche quella del Knjaz Igor è semplice e limpida, ma piena di ispirazione e straordinariamente ricca di immagini e di colori, dove il contrasto tra il mondo primitivo ma eroico russo e quello più sensuale e barbarico dei popoli asiatici, genera una fusione dei due mondi musicali generando un conflitto stilistico e sonoro che ci mantiene in una fluttuazione costante.

Continua a leggere

LA GATTOMACHIA – ORAZIO SCIORTINO PER OPV FAMILIES & KIDS, SABATO 9 FEBBRAIO 2019, AUDITORIUM CENTRO CULTURALE ALTINATE/SAN GAETANO, PADOVA

IMG-20190209-WA0024

Orchestra di Padova e del Veneto

Compositore e Direttore: Orazio Sciortino

Violino concertante: Piercarlo Sacco

Narratore: Roberto Recchia

Una bellissima e fortunata iniziativa è quella dell’Orchestra di Padova e del Veneto di portare le famiglie con bambini a teatro e gustare, talvolta partecipando in prima linea, ciò che offre il panorama della musica classica in modo da renderla fruibile ad un pubblico di piccoli ascoltatori, e perché no di fare divertire anche gli adulti. Più che giusto dunque proporre le partiture più conosciute e da sempre inserite in programmi scolastici o collaborazioni tra scuole e conservatori. Dopo Il carnevale degli animali, il natalizio Schiaccianoci e The planets: un viaggio spaziale, è la volta di una gustosa novità: La gattomachia composta da Orazio Sciortino per il Teatro alla Scala di Milano che in prima assoluta nell’ottobre del 2017 ha visto un foltissimo pubblico di piccoli affollare il tempio milanese. E’ la volta di Padova, che con ben due appuntamenti pomeridiani ha proposto quello che in effetti è uno spettacolo vero e proprio in forma di concerto, con un eccellente attore, Roberto Recchia, che molto più di una semplice voce narrante, è l’anima della favola che mima, imita, improvvisa, intrattenendo l’audience per circa un’ora filata con una voce in grado di far visualizzare i protagonisti quasi in carne ed ossa lì sul palco ai nostri occhi.

Continua a leggere

DON GIOVANNI, W. A. MOZART – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 27 GENNAIO 2019

main.DonGiovanni_FotoEnnevi_704560_20190127

Con l’apertura ufficiale della stagione invernale la Fondazione Arena ritorna al Don Giovanni di Mozart dopo la produzione hollywoodiana che Zeffirelli ideò per l’anfiteatro romano, affidando questa volta ad Enrico Stinchelli  il compito di concepire uno spettacolo nuovo e credibile per il palcoscenico del Filarmonico. Il regista ne ha visti e sentiti a centinaia dalla sua grande esperienza di autore, conduttore ed esperto d’opera e vi è stata un’attenta ponderazione su come avvicinarsi al capolavoro mozartiano cercando di rispettare libretto e musica, interpreti, e naturalmente il pubblico. Ne nasce uno spettacolo garbato, dal gusto neoclassico che si avvale con intelligenza delle installazioni video curate da Ezio Antonelli che interagiscono ad hoc con le luci di Paolo Mazzon. Per un tocco di tradizione è stato chiamato ai costumi Maurizio Millenotti, che riprende proprio gli sfarzosi abiti della produzione zeffirelliana da lui ideati. Stinchelli non ha voluto strafare o creare qualcosa di scioccante e provocatorio, ma si è soffermato soprattutto sulla figura del protagonista come spesso avviene in quest’opera, sottolineando che da lui parte l’azione scenica degli altri personaggi, che vi ruotano attorno senza effettivamente essere padroni di sé. Solo in apertura si accenna ad una sorta di rappresentazione teatrale in cui il direttore di palcoscenico sistema interpreti in postazione e dispensa le ultime consegne a tecnici e collaboratori prima che si apra il sipario, di cui si occupano dei  fanciulli preposti al caso. 

Continua a leggere

WERTHER, JULES MASSENET – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 25 GENNAIO 2019

3efzk1548339063

Il Teatro La Fenice di Venezia accoglie sul suo palcoscenico la toccante produzione del Werther di Massenet concepita da Rosetta Cucchi nel 2016 per Comunale di Bologna. Ogni volta che ci si accosta a questo masterpiece del compositore francese non si può fare a meno che indagare nel proprio vissuto e ritrovare sensazioni forse dimenticate o sopite da qualche parte in noi stessi, e probabilmente deve aver pensato questo la regista nell’ideare uno spettacolo davvero intimo, introspettivo e che sicuramente avrebbe fatto piacere a chi viveva e soprattutto ‘sentiva’ ai tempi di Goethe. Le menti insaziabili non si accontentano di viver alla giornata ed ignorare le sconfitte, ma indagano, si chiedono il perché degli eventi e senza risposta consolatoria sprofondano in una inconsolabile tristezza, in uno ‘splin’ tragico che nel protagonista si acuisce fino all’epilogo drammatico. Werther ama la donna di un altro, in lui scorre una passione incontrollabile che non gli consente di concepire simili moti per un’altra qualsiasi. Ed allora scrive le sue lettere strazianti  sognando costantemente ciò che non può avere: una casa, una famiglia, un nido in cui coltivare e far crescere questo amore romantico ed infinito. E’ quasi come un’ ombra che da fuori assiste alla sua stessa vita entrandovi solo quando è con la sua Charlotte, per poi ritornare lontano e affranto testimone delle (presunte) gioie altrui.

Continua a leggere

LA FORZA DEL DESTINO, G. VERDI - TEATRO MUNICIPALE DI PIACENZA, DOMENICA 20 GENNAIO 2019

Screenshot-2019-01-22-19.56.14

Capolavoro discusso e popolare, romanzo d'appendice in cui tutto può apparire superfluo, gratuito o assurdo (a cominciare dall'accidentale colpo di pistola), costruito attraverso scene che non sembrano correlate tra loro e che tra loro tuttavia si saldano in una visione di insieme, come in un grande affresco dove il particolare appare insignificante in sé, ma è tuttavia essenziale al quadro generale.

La Forza del destino ripropone molti grandi temi del teatro verdiano: l'amore filiale, l'onore, l'amicizia, gli orrori della guerra, la vendetta, in un contesto drammaturgico tra i più complicati nel catalogo del musicista delle Roncole.

Mettere in scena un'opera come questa (indipendentemente dall'alone di iattura, danno e disgrazia che questo lavoro si porta dietro come un marchio infamante) è talmente un'impresa ardua e rischiosa che merita, ogni qual volta la si veda in cartellone, di accorrere senza indugio indipendentemente dal risultato artistico ottenuto.

Continua a leggere

CONCERTO DI CAPODANNO AL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, REPLICA DEL 30 DICEMBRE 2018

3ciyf1546334592

Il concerto di Capodanno alla Fenice di Venezia è diventato uno degli appuntamenti più attesi e mondani per festeggiare l’arrivo del nuovo anno in musica ed in bellezza e che come ormai da tradizione viene anche trasmesso in tv per chi non avesse la possibilità di raggiungere il teatro veneziano per nessuna delle repliche previste. Torna a dirigere questo evento l’ormai di casa Maestro Myung-Whun Chung,  che trova una particolare simbiosi con una orchestra a nostro avviso particolarmente in forma.

Come da copione una prima parte sinfonica ed una seconda con l’intervento di solisti e coro, sono il programma prescritto per il concerto.

Continua a leggere

LA CENERENTOLA, GIOACHINO ROSSINI – TEATRO VERDI DI PADOVA, SABATO 29 DICEMBRE 2018

unnamed

Un bel finale di stagione per il Teatro Verdi di Padova con la Cenerentola di Rossini a chiudere un periodo intenso di dediche e celebrazioni in Italia per il Maestro pesarese nei centocinquanta anni dalla sua scomparsa. Dopo le recite bassanesi di ottobre chiude anche l’anno solare (replica proprio il 31 per festeggiare l’arrivo del 2019) questa produzione targata interamente Paolo Giani, che nella favola per eccellenza di bontà e sogno d’amore vede i bambini protagonisti con i loro vezzi, piccoli dispettucci e voglia di evadere dai soliti giochi. Si divertono a ‘scimmiottare gli adulti’, ad imitare quanto forse vedono fare dai loro genitori e conoscenti, come sicuramente tanti di noi facevamo da piccini. Ed ecco che i piccoli si trasformano in grandi, grandissimi nel caso della matrigna, fantastica Linda Zaganiga che qui giganteggia come un falco in tutta la rappresentazione. I bimbi recitano la favola di Cenerentola per giocare e poi ritornano nei loro panni per ricordarci che in fondo le favole spettano alla magia dei piccoli.

Continua a leggere

BOHEME, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 23 DICEMBRE 2018

main.LaBoheme_FotoEnnevi_141218_MMF4113_20181214

Dopo le ormai ben note peripezie che purtroppo la Fondazione Arena sta affrontando da troppo tempo e le tre giornate di sciopero effettuate che includevano la cancellazione delle prime due recite, siamo riusciti ad assistere alla rappresentazione andata in scena domenica di questa storica Bohème che nel 1996 il Teatro Regio di Torino dedicò ai cento anni dalla prima rappresentazione e che come non mai interpreta fedelissimamante il gusto, lo stile, l’ ambientazione del libretto, facendo immergere totalmente il pubblico nelle vicende dei quattro amici sventurati. Sarebbe troppo scontato descrivere uno spettacolo visto mille volte in tv e nel web ed anche ripreso giustamente dal Regio stesso in loco ed in tournée, ma ci piace sottolineare la delicatezza che pervade nelle movenze e nella narrazione in scena voluta a suo tempo da Giuseppe Patroni Griffi, senza particolari innovazioni (eravamo nel 1996), ma con un gusto per il dettaglio, per il particolare gesto al momento giusto, e ricordare quanto eleganti restano le scene di Aldo Terlizzi Patroni Griffi, con la soffitta che contemporaneamente ci mostra sia il suo interno che l’esterno dei palazzi che compongono il quartiere parigino, il magnifico Momus con la massa di clienti chiassosi e la stupenda scena che ospita il terzo quadro con una realistica neve che strappa ogni volta gli applausi del pubblico. Ovviamente perfetti i costumi della Casa d’arte Fiore.

Cast di giovani che globalmente regala qualche spunto interessante e momenti di buon lirismo. Non tutte le voci eccellono per volume e tenuta, ma gli interpreti fanno ciò che devono ed al meglio possibile. Oreste Cosimo è un Rodolfo un po’ leggerino se vogliamo, che in più situazioni soffre l’orchestra diretta da Ciampa, ma ha dalla sua un timbro acuto che lo aiuta ad arrivare dove occorre pur senza particolare mordente.  La Mimì di Maria Mudryak possiede invece un volume discreto che riesce ad emergere costantemente mostrando una donna certo malata ma con ancora tanto da esprimere in energie. La voce è uniforme, forse anche troppo dal punto di vista espressivo. Si difendono bene il Marcello di Davide Luciano per verve in scena e voce sempre sicura e lo Schaunard di Biagio Pizzuti dal colore interessantissimo per una voce rotonda e morbida. Ormai una garanzia la voce di  Romano Dal Zovo, buon Colline che con la sua ‘Vecchia zimarra’ convince ed emoziona.   Valentina Mastrangelo spicca per carattere e prontezza nel ruolo di Musetta, capricciosa al punto giusto, rompiscatole ma anche tanto buona con la sua amica morente, assecondando ogni momento scenico con una voce adatta e squillante. Completano dignitosamente il cast il simpatico Gregory Bonfatti come Parpignol, Roberto Accurso, splendido Benoit - Alcindoro, ed il Sergente dei Doganieri di Maurizio Pantò col Doganiere Nicolò Rigano.   

L’attenta orchestra dell’Arena di Verona è diretta nuovamente da Francesco Ivan Ciampa che pare spingere molto sui toni come a voler avvalorare la forza ed il carattere degli eventi, amplificando quanto esprime una partitura in verità di per sé ricca di piccoli sussulti, intimi lirismi e momenti di brio quasi nostalgico. Talvolta la voce degli interpreti soffre un po’ questa particolare energia.

Splendidi i piccoli del coro voci bianche A.LI.VE. preparati da Paolo Facincani, il coro della Fondazione è preparato naturalmente da Vito Lombardi.

Successo pieno da parte di un pubblico numeroso le cui suonerie di cellulare hanno fin troppe volte disturbato l'esecuzione.

Maria Teresa Giovagnoli

 

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra                       Francesco Ivan Ciampa

Regia                                                 Giuseppe Patroni Griffi

Scene                                                 Aldo Terlizzi  Patroni Griffi

Lighting Designer                            Paolo Mazzon

Maestro del Coro                             Vito Lombardi

Direttore Allestimenti scenici          Michele Olcese

 

GLI   INTERPRETI

 

Rodolfo                                             Oreste Cosimo 

Schaunard                                        Biagio Pizzuti 

Benoît / Alcindoro                            Roberto Accurso

Mimì                                                  Maria Mudryak 

Marcello                                            Davide Luciano 

Colline                                               Romano Dal Zovo 

Musetta                                             Valentina Mastrangelo 

Parpignol                                          Gregory Bonfatti

Sergente dei Doganieri                    Maurizio Pantò 

Doganiere                                         Nicolò Rigano 

 

Coro di Voci bianche A.LI.VE. Paolo Facincani

Allestimento del Teatro Regio di Torino e Costumi Casa d’arte Fiore

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA

 

FOTO ENNEVI

Continua a leggere

DON GIOVANNI, WOLFGANG AMADEUS MOZART  - TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 20 DICEMBRE 2018

Don_Giovanni_antepiano_Don-Giovanni-Simone-Alberghini_D4_6383

Con una produzione proveniente da Aix-en-Provence il Teatro Comunale di Bologna riporta sul suo palcoscenico il dissoluto mozartiano più discusso di sempre, con uno spettacolo particolarmente avulso dal contesto specifico ed in cui lo spettatore e gli interpreti in scena sono chiamati a fare la gran parte della fatica lavorando di immaginazione. Jean-François Sivadier è attore egli stesso e pertanto ciò che ha voluto mettere in risalto non è tanto il contenuto di quello che accade ma chi lo interpreta e come. Al Comunale la regia è ripresa da Rachid Zanouda e Milan Otal; Federico Vazzola è assistente alla regia. Poco ha dovuto lambiccarsi il cervello Alexandre de Dardel nel concepire il contenitore che avrebbe ospitato le gesta ed i movimenti di chi agisce, poiché il tutto avviene in una sorta di palcoscenico misto a sala prove in cui è facile intravvedere gente che si acconcia i capelli o si lima le unghie sullo sfondo, addetti alle attrezzerie e tecnici proposti al montaggio scene, e i personaggi stessi che indossano i costumi di Virginie Gervaise talvolta come in scena, oppure in ciò che a noi appare una semplice prova. Sivadier vede il protagonista come un uomo amante della libertà più che un semplice libertino con le donne, capace di abbattere (materialmente) le pareti che inibiscono la vita o creano schemi sociali. Tutto è molto reale e concreto, non vi sono apparizioni o sparizioni, lo stesso Commendatore torna in scena insanguinato per esporre le sue battute senza particolare atmosfera. Il buio del vuoto scenico, rischiarato solo da lampadine multicolore che scendono dall’altro, rende più palese lo status di precarietà tanto scenica, come se lo spettacolo fosse ancora da montare, quanto contenutistica, poiché poco accade di realmente pregnante a nostro avviso in scena.  

Continua a leggere

RINALDO, GEORG FRIEDRICH HÄNDEL, TEATRO GRANDE DI BRESCIA, DOMENICA 2 DICEMBRE 2018

47277040_2426882034006293_7258758033210081280_n The spider Night club

Se i nostri compositori sono spesso stati affascinati dalla letteratura anglosassone, nel caso del Rinaldo fu il compositore naturalizzato inglese Händel a prendere liberamente in prestito dalla Gerusalemme liberata del nostro Tasso le vicende per il suo Rinaldo, modificate in alcuni punti nel libretto di Hill/Rossi. Questo capolavoro di sfarzo musicale e ricchezza barocca è andato in scena per la prima volta in questo fine settimana al Grande di Brescia con una ottima presenza di pubblico. Ma in una epoca all’avanguardia come la nostra, ove in teatro si sperimenta di tutto e di più, del suddetto sfarzo barocco non ce ne è stato neanche l’ombra nello spettacolo concepito da Jacopo Spirei che ha preso vita grazie alle scene di Mauro Tinti. Altro che Crociate, grandi condottieri, eserciti e sanguinose battaglie; Spirei ci porta direttamente ai giorni nostri in un viaggio onirico del protagonista che viene visto come un insignificante impiegatuccio timoroso del proprio capo, che perde la testa per la dolce Almirena entrata a colloquio in ufficio. Le grandi battaglie sono qui litigi fra le mura dell’ufficio da cui parte la scena, e ciò che avviene a seguire è tutto frutto della mente del povero Rinaldo. Dall’ufficio si passa ad una specie di night club, ‘The spider’, dalle forti luci fucsia, di proprietà di una succinta e spregiudicata Armida, una odierna Aracne nella visione di Rinaldo, con tanto di ragno gigante che imperversa al centro della scena. Delicato invece il sogno/giardino circolare in cui si svolgono i momenti lirici tra Rinaldo e la dolce Almirena. Il sogno termina di nuovo in ufficio dove dopo l’ultimo litigio feroce regna finalmente la pace tra i protagonisti/colleghi. Giustamente modernissimi i costumi di Silvia Aymonino. Fondamentali le luci di Marco Alba, soprattutto nell’alcova di Armida, dai toni accesi ed abbaglianti.

Continua a leggere

G. PUCCINI, LA BOHEME - NEW STAGE OF STATE ACADEMICAL BOLSHOI THEATRE, 30 NOVEMBRE 2018

La-Boheme3-by-damir-yusupov

La  Bohème di Giacomo Puccini, torna nell'acclamato allestimento di Jean Romain Vesperini che debuttò lo scorso luglio sulle tavole del nuovo teatro Bolshoi (un secondo teatro più piccolo giusto di lato alla sala storica che permette l'alternanza opera\balletto in una programmazione pressoché giornaliera)con un cast di voci affiatato e preparatissimo, come da tradizione in questo glorioso teatro.

Un cast coeso e amalgamato alla perfezione per un'opera sì di repertorio, ma che nasconde insidie musicali e sceniche ad ogni battuta e che quindi esige cantanti dotati di schietta musicalità ed una preparazione perfetta anche dal punto di vista scenico.

E Jean-Romain Vesperini, giovane regista di questa produzione ma che vanta un curriculum impressionante per esperienza, ha pensato ad un allestimento tradizionale nel senso più felice del termine, dove mestiere e innovazione si fondono in un amalgama preciso e dinamico.

Continua a leggere

GAETANO DONIZETTI, IL CASTELLO DI KENILWORTH – TEATRO SOCIALE DI BERGAMO PER IL FESTIVAL DONIZETTI, VENERDI’ 30 NOVEMBRE 2018

AVQXOiSQ

Continua con successo il Festival Donizetti di Bergamo con questa edizione de Il castello di Kenilworth che vanta una revisione dello spartito autografo napoletano a cura di Giovanni Schiavotti. Tra le opere dedicate alla imponente figura di Elisabetta I d’Inghilterra forse non possiede la pregnanza storica di un Devereux o della Stuarda, trattando principalmente dell’intreccio amoroso tra la sovrana ed il suo favorito, la segreta moglie di costui ed il perfido Warney, e semplificando così sia il più crudo romanzo di Walter Scott, che la vera storia d’Inghilterra. Musicalmente però ascoltiamo magnifici duetti ed intense arie intrecciate da un racconto musicale denso e carico di tensione crescente che segue e sostiene, scavalcando forse, gli eventi stessi. Le due voci femminili di Elisabetta ed Amelia a confronto, più incisiva l’una e più ‘docile’ l’altra, i due tenori parimenti in contrasto tra il più acuto e sinuoso Leicester ed il più ‘aggressivo’ Warney, sono elementi succulenti per un melange musicale ghiotto che fa ben presagire la fortuna dei componimenti a venire. A sostegno di uno studio filologico alla base di questa edizione abbiamo avuto anche il piacere di riascoltare la glassarmonica in orchestra, cosa ormai più unica che rara per le opere che ne prescrivevano l’utilizzo.

Continua a leggere

ENRICO DI BORGOGNA, GAETANO DONIZETTI – DOMENICA 25 NOVEMBRE 2018, TEATRO SOCIALE DI BERGAMO PER IL FESTIVAL DONIZETTI

GIAn4qMQ

Con entusiasmo la regista  Silvia Paoli ha accolto la sfida di mettere in scena la prima opera che il giovane Donizetti vide portata in scena e che come possiamo intuire ben presto scomparve dai calendari dei teatri lirici, sovrastata dal successo dei lavori successivi. Come fossimo alla prima rappresentazione del 1818 a Venezia la Paoli immagina di riportare la narrazione a quel giorno lontano in cui molto accadeva anche al di fuori dei muri teatrali, mostrando ciò che accade dietro le quinte di una produzione artistica, ma inserendo anche alcuni elementi della cronaca politica di allora. Un piccolo palcoscenico ideato da Andrea Belli si trova infatti al centro del palco vero, che roteando ci mostra di volta in volta anche ciò che accade dietro di esso. E la vicenda parte proprio dalle prove, con un sudatissimo Donizetti in ansia per questo debutto, e gli artisti che provano le rispettive parti, con tanto di prima donna capricciosa come ogni diva ama mostrarsi. Pare che la rappresentazione del 1818 ebbe diversi problemini dovuti al cast, che addirittura vide sostituita la prima donna Adelina Catalani per problemi di salute occorsi durante la rappresentazione. Qui viene quindi catapultata in scena la giovane sarta della compagnia per scongiurare il disastro e finalmente lo spettacolo può procedere. La storia è presto intesa: famiglie reali ed usurpatori, amori contrastati e matrimoni forzati, classiche agnizioni con conseguenti ascese sociali ed un bel lieto fine per fare contenti tutti. Interessante come la regista abbia chiesto di accentuare le mossette e le espressioni degli interpreti per richiamare un certo tipo di far spettacolo prescritto nell’Ottocento, il che porta anche a sorridere parecchio in certe situazioni. Inoltre gradevolissimi sono i disegni e gli abbellimenti del finto teatrino che creano una ambientazione sì delicata da accogliere tutto ciò che accade con leggerezza. I costumi inerenti l’epoca di Valeria Donata Bettella completano il quadretto d’insieme e la compagnia, oggi come allora, intrattiene con i suoi racconti il pubblico per circa tre ore di spettacolo che scorrono via piacevolmente.

Continua a leggere

MACBETH, GIUSEPPE VERDI, INAUGURAZIONE STAGIONE 2018/19 DEL TEATRO LA FENICE DI VENEZIA

3hnij1542893703

Partenza della stagione lirica 2018/19 per la Fenice di Venezia con la produzione di Macbeth targata Damiano Michieletto e la sua squadra d’assi Paolo Fantin e Carla Teti (scene e costumi). Il regista veneziano non vuole certo allinearsi a quanto visto e stravisto finora e così affronta questo capolavoro della letteratura inglese e della musica italiana ideando uno spettacolo carichissimo di significati ed in cui l’azione scenica è fluida, continua e mai lasciata al caso. C’è tantissimo in questo Macbeth, che andrebbe visto anche più di una volta per coglierne veramente tutti gli aspetti, ma già ad una prima visione si capisce quanto profondamente il regista ne sia rimasto colpito ed affascinato. Michieletto parte dall’assunto Shakespeariano per cui il male possa insinuarsi progressivamente nell’anima di un uomo fino a dominarla senza scampo. Seguendo fedelmente la vicenda originale assistiamo infatti a come la smania di potere si impossessi della coppia protagonista che compie in nome della corona una serie di delitti efferati, spinta dal vortice creato da essa stessa. Gli interpreti devono così esternare finanche il più piccolo moto interiore dando ad ogni gesto o movenza un significato preciso.  Qui il ‘villain’ della celebre tragedia ha ancora un barlume di umanità nel ricordo di una figlia scomparsa prematuramente, che lo accompagna suo malgrado verso la distruzione. E la vede continuamente, ascolta i suoi messaggi subliminari, sfrutta la presenza delle streghe per compiere un viaggio onirico ed allucinato verso il mondo dei morti che alla fine comunque lo chiama a sé, forse per ritrovare quella figlia, immagine di purezza ed innocenza, senza la quale era crollata ogni certezza.  L’impianto scenico è funzionale a questo viaggio nella mente, con una ambientazione asettica ove tra il bianco ed il nero dominanti le luci di Fabio Barettin sono fondamentali per creare pathos ed in alcuni casi sorpresa. Protagonista è soprattutto il bianco, in opposizione al solito rosso, che invade il dramma con una serie di elementi. Bianchi sono i teli in nylon che avvolgono i protagonisti e sigillano i morti, biancastre sono le streghe/anime dei defunti che circondano i protagonisti, bianco è il sangue denso, appiccicoso che ricopre gli assassini e nel finale scende dall’alto sulle teste di chi resta.  

Continua a leggere

CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA DEL 18 NOVEMBRE 2018 – TEATRO FILARMONICO DI VERONA

VERONA-LIRICA-2

Un concerto che vuole rendere omaggio alla bellezza del canto niente affatto scontato è stato il secondo della stagione 2018/19 dell' Associazione Verona Lirica.   

Avendo a disposizione il soprano Valentina Boi, il mezzosoprano Annunziata Vestri, il tenore Diego Cavazzin, il basso Giacomo Prestia ed il baritono Simone Piazzola si è potuto spaziare tra arie e duetti meno ‘praticati’ nei concerti con qualche concessione alla routine per gli spiriti più tradizionalisti. Tutti pezzi tratti da opere di Verdi per i cinque protagonisti, con l’aggiunta della Turandot pucciniana e la Gioconda di Ponchielli.

Continua a leggere

logo mtg footerTutti i diritti riservati