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DON CARLO DI G. VERDI – TEATRO ALLA SCALA MILANO, MARTEDÌ 17 GENNAIO 2017

Di Simone De Angeli

Poter ascoltare Don Carlo nella versione “integrale” in 5 atti è ormai evento sempre più raro. Probabilmente i costi, la durata, l’impegno complessivo economico ed artistico, scoraggiano le Istituzioni e fanno più “semplicemente” propendere per la tradizionale versione “ridotta”.

Non ha scelto la strada facile il Teatro alla Scala che, con questa operazione di “recupero” si pone al centro della Scena Lirica Internazionale reclamando il posto che, per diritto, storia e prestigio, le spetta.

Un lavoro “ciclopico” per energia, costi artistici e gestione delle masse che, possiamo dire fin da subito, è stato vinto senza tema di smentita.

Lo spettacolo è stato molto affascinante.

Le scene di Ferdinand Woegerbauer erano semplici, lineari, prive di orpelli, asciutte ma non fuori luogo, non fastidiose e non ridondanti (e questo in un’opera così “carica” è già un grandissimo pregio!).

Il sapiente gioco di luci di Joachim Barth e i bellissimi costumi di Anna Maria Heinreich che giocavano tutti sui toni più o meno accesi e “fluorescenti” del verde, oro (stupendo il costume di Filippo II) e melanzana (altrettanto splendido il mantello con pelliccia di Elisabetta di Valois) facevano da contrasto ai toni più cupi e scuri del blu violaceo e nero di Rodrigo e Don Carlo.

Costumi e luci dunque hanno fatto da “riempimento” dell’essenzialità delle scene e la regia di Peter Stein era molto curata nella gestione delle interazioni tra i diversi protagonisti. Tanto le passioni animavano il loro canto quanto erano volutamente “trattenuti” come se ci fosse sempre un filo, più in alto di loro, che gestiva le loro azioni portandole inevitabilmente al destino tristissimo che li attendeva.

Una regia di gusto, sobria, precisa, attenta, senza inutili guizzi e senza mai scadere in facili tentazioni di grossolaneria o di volgarità.

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 15 GENNAIO 2017

Con il nuovo anno continuano gli appuntamenti concertistici organizzati dall’Associazione Verona lirica, che dobbiamo dire si prodiga molto affinché una così bella forma d’arte quale la musica classica, fiorisca e venga diffusa il più possibile, almeno nell’ambito della propria città. Con molto piacere questa volta, come già in altre felici occasioni, oltre a cantanti lirici quali Valeria Sepe, Walter Fraccaro, Romano dal Zovo e Devid Cecconi, per la parte squisitamente strumentale si è unito al gruppo il Quartetto d’ Archi dell' Arena di Verona, in compagnia di Stefano Conzatti al clarinetto, per un Quintetto d’eccezione. Patrizia Quarta come sempre ha accompagnato i cantanti al pianoforte.

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DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART, TEATRO VERDI DI TRIESTE – VENERDÌ 13 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Ormai ogni volta che assistiamo ad una nuova produzione de Il Flauto magico di Mozart è lecito aspettarsi qualcosa di particolare o per lo meno di diverso rispetto alla tradizione. Dobbiamo dire che ultimamente abbiamo assistito ad interpretazioni discutibili, talvolta assurde, ma comunque la si metta è un'opera talmente densa di contenuti e significati che un regista può davvero sbizzarrirsi e inserire spunti di ogni tipo. Il rischio è ovviamente di strafare oppure uscire dal seminato. Per la nuova produzione in scena al Verdi di Trieste è stata chiamata la sudamericana Valentina Carrasco
che ha collaborato in passato con il notissimo team de La Fura dels Baus. Secondo la regista forza motrice del mondo sono i bambini, esseri di purezza indiscutibile e che muovono inconsapevolmente nel bene e nel male eventi e persone per il semplice gusto di giocare.

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CONCERTO DI CAPODANNO AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 31 DICEMBRE 2016

Si è concluso uno degli anni più difficili per la Fondazione Arena di Verona, con l’annuncio dell’ ormai definitiva perdita del corpo di ballo e la consapevolezza che i problemi non sono finiti, ma con la fiducia nelle masse artistiche che ancora credono nella forza dell’arte e della bellezza, da sempre divulgati dalla Fondazione. Così vogliamo pensare al concerto del 31 dicembre come un momento di speranza e di festa, con l’augurio che presto si possano trovare soluzioni efficaci da chi di dovere, per andare avanti puntando sulla qualità che da sempre contraddistingue l’arte italiana.

Un concerto festoso dal programma variegato è quello che Andrea Battistoni ha condotto al Teatro Filarmonico per salutare l'arrivo del 2017, con la partecipazione di coro ed orchestra areniani.


La prima parte è dedicata al repertorio operistico spaziando da Rossini a Verdi, Ponchielli, Leoncavallo, fino a Wagner, cui l’orchestra si accosta più che onorevolmente in occasioni concertistiche come queste. La Ouverture dal Guglielmo Tell vede bilanciati e morbidi tutti gli archi pronti poi per l’esplosione di suono insieme alle altre sezioni, che il Direttore sollecita ma controlla. Il coro preparato da Vito Lombardi si diverte ad interpretare le zingarelle ed i mattadori della Traviata, mentre la danza delle ore de La Gioconda offre un delizioso ponte verso il coro delle campane tratto da I pagliacci. Sembra sia ormai indispensabile inserire il coro del Nabucco nei concerti dedicati all’anno nuovo e così anche in questa occasione non è mancato, ormai fin nel midollo dei coristi che a sezioni unite offrono un suono ancor più omogeneo e coinvolgente. Da uno spumeggiante Fuoco di gioia si passa alla funambolica Cavalcata delle Walkirie, a conclusione della prima parte.

Fa piacere constatare con quanta compartecipazione ogni volta il maestro Battistoni conduca una orchestra che potremmo definire la sua grande famiglia. In una occasione come questa il beniamino di casa aggiunge ancor più brio e spontaneità ad una direzione comunque attenta e chiara. I musicisti si divertono e l’atmosfera si scalda, pronta per una seconda parte a nostro avviso più interessante per la presenza delle danze sinfoniche da West Side Story di Bernstein e l’Apprendista stregone di Paul Dukas. Il musical di Bernstein, anteposto a L’heure s’envole dal Roméo et Juliette di Gounod vista la sua attinenza con la trama, porta freschezza e diremmo ‘prepotenza’ melodica  al concerto, con i continui cambi di ritmo e di atmosfere, l’allegria e diremmo ‘nonchalance’ che si alterna a momenti di lirismo incredibile, è insomma una vera delizia, che ci piacerebbe fosse proposto in calendario anche qui. Niente male ascoltare l’apprendista stregone di Dukas, poema sinfonico dalle ambientazioni misteriose e un po’ sospese, che esemplificano esattamente il caos che il povero apprendista si suppone crei nel laboratorio del suo maestro. Naturalmente Battistoni ha divertito e si è divertito con l’orchestra della Fondazione Arena in bella forma chiudendo la parte ‘istituzionale’ con estratti dal quarto atto della Carmen. Non poteva davvero mancare però un doppio bis viennese: si sa che per quanto ci si sforzi di pensare a programmi variegati e coinvolgenti per festeggiare il nuovo anno, se mancano An der schönen blauen Donau (qui nella versione corale come in origine) e la Radetzky-Marsch non sembra davvero Capodanno, quindi anche l’orchestra dell’Arena di Verona ha fatto la sua parte e la serata si è conclusa con pizzico di spirito ed il Maestro Battistoni accomodato per qualche battuta tra i violoncelli.

Infine gli auguri di rito da parte di orchestra, direttore e presentatore e tutti a brindare con spumante e pandoro.

Applausi di felicità e vogliamo unirci agli auguri per un futuro meno incerto per la Fondazione Arena ed i suoi lavoratori.

Maria Teresa Giovagnoli

 

 

 

IL  PROGRAMMA DEL CONCERTO

 

Direttore         Andrea Battistoni

Maestro del Coro       Vito Lombardi

Orchestra e Coro dell’Arena di Verona

PRIMA PARTE

 

Gioachino Rossini
Guglielmo Tell: Ouverture

Giuseppe Verdi
La Traviata: Coro di zingarelle e mattadori

Amilcare Ponchielli
La Gioconda: La danza delle ore

Ruggero Leoncavallo
Pagliacci: Coro delle campane

Giuseppe Verdi
Nabucco: Va pensiero

Otello: Fuoco di gioia

Richard Wagner
Die Walküre: La Cavalcata delle Walkirie

 

SECONDA PARTE

 

Leonard Bernstein
West Side Story: Danze sinfoniche

Charles Gounod
Romeo e Giulietta: L’heure s’envole

Paul Dukas
L’apprendista stregone

Georges Bizet
Carmen (selezione Atto IV)

 

Presentazione a cura di Davide da Como

FOTO ENNEVI

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IL TROVATORE, G. VERDI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, MERCOLEDI’ 28 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Con molta curiosità siamo stati al Teatro Lirico di Cagliari dove è in scena in questi giorni lo spettacolo de Il Trovatore interamente concepito in ogni sua parte dalla mente visionaria del regista trentino Stefano Poda. In un ambiente lunare, dove gli spazi sono amplificati da fasci di luce ed ombra che esaltano le figure umane ed esaltano le espressioni dei loro volti, il destino degli uomini sembra dominato dalla vendetta e dai sotterfugi. Ora il buio ora la luce intensa si alternano a testimoniare come il fato decida in fretta e senza possibilità di scelta, ed anche i poteri dei forti vengano rovesciati all’improvviso. Tutti sconfitti: Leonora nel suo sogno d’amore e di vita, il Conte di Luna come crudele innamorato e fratello inconsapevole, la tremenda Azucena lacerata tra amore materno e vendetta di figlia, e naturalmente il trovatore Manrico, giustiziato senza appello. Poda sottolinea l’aspetto estremamente truculento del dramma verdiano con una semplicità forse spiazzante; tutto sommato sono pochi gli elementi presenti in scena, ma sono combinati efficacemente per dare ogni volta l'effetto desiderato, come in un quadro surrealista di fronte al quale si resta spiazzati ma anche attratti. La grande mano che troneggia tra i protagonisti pare afferrarli e spingere ognuno verso il suo destino oscuro, irto di acuminati pericoli..

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IL CAMPANELLO/GIOVEDI’ GRASSO, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE MARIO DAL MONACO DI TREVISO, LUNEDI’ 19 DICEMBRE 2016

Spesso i teatri di tradizione si fanno promotori di progetti atti al recupero di opere raramente eseguite oppure addirittura sepolte e dimenticate negli archivi di conservatori o case editrici. Così il teatro Comunale di Treviso insieme all’Opéra de Chambre di Ginevra ha riportato sulle scene due atti unici buffi del grande Donizetti poco eseguiti se non addirittura sconosciuti: Il campanello ed Il giovedì grasso. Il progetto nasce in collaborazione con l’Opera studio del Conservatorio di Venezia e con il Consorzio tra i Conservatori del Veneto. Inoltre l’Università di Ferrara ha fornito il suo apporto per la trascrizione dei testi.

Va da sé che un progetto di questo tipo risulta piuttosto ambizioso e va certamente apprezzato soprattutto per l’entusiasmo che i suoi partecipanti hanno mostrato sul palco. Detto questo dobbiamo anche sottolineare che trattandosi principalmente di un progetto realizzato con studenti del conservatorio, il giudizio globale va formulato considerando un cast composto da chi si trova tuttora in fase di studio, approfondimento interpretativo e in alcuni casi di maturazione vocale e tecnica. Stessa cosa dicasi per la volenterosa orchestra composta da musicisti di sicuro talento ma che provenienti da diversi istituti, non hanno certamente l’amalgama che possono vantare le orchestre, diciamo mature, i cui elementi lavorano insieme da tempo.  

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TRAVIATA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, DOMENICA 18 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Al Teatro Grande di Brescia arriva la Traviata che sta girando nel Circuito Lirico Lombardo da qualche mese con il curatissimo spettacolo di Alice Rohrwacher, regista nota al mondo cinematografico, che ha portato le suggestive atmosfere e la vivacità tipica dei lungometraggi anche sul palcoscenico operistico.   Succedono tantissime cose nell’ ambiente creato dalla scenografa Federica Parolini, un luogo che potrebbe essere non necessariamente Parigi, o in ogni caso un luogo di forti contrasti e grandi illusioni, laddove lo sfavillio delle luci e dei colori si contrappone alla desolante vita morale e sentimentale della protagonista, che come una diva del cinema è posta costantemente sotto i riflettori.

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TURANDOT, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, VENERDI’ 16 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Mai come questa volta siamo stati lieti testimoni di una apertura di stagione in un teatro, poiché le difficoltà che sta affrontando la Fondazione Arena da mesi sono note ormai a tutti e vedere come dopo uno stop forzato di tre mesi si sia riusciti ad aprire la stagione operistica con una produzione veramente interessante ci conforta e rinnoviamo il nostro in bocca al lupo per il futuro.

Lo spettacolo di Turandot cui abbiamo assistito proviene dalla Slovene National Opera And Ballet di Maribor ed è concepito dalla mente di Filippo Tonon, il quale riesce a portare in scena tanto il gusto fiabesco di un impero dorato quanto il dramma che lacera la protagonista, circondata di bellezza e potere ma anche e soprattutto di morte. Tutto è studiato per affrontare questo dramma in ogni suo aspetto, in modo da affascinare lo spettatore ma allo stesso tempo entrare nei personaggi e scavare nella loro psiche. Un viaggio soprattutto mentale che non ha bisogno di una ambientazione specifica: potremmo essere in Oriente ma ciò che vediamo è soprattutto quello che i protagonisti vivono e sentono. Ecco che dunque l’oscurità può avvolgere le scene tanto quanto la luce della speranza, secondo il perfetto disegno luminoso dello stesso Tonon. Menzione speciale va fatta agli abiti di Cristina Aceti che scolpisce letteralmente i ruoli sui corpi dei personaggi immediatamente identificabili. La principessa di gelo è meravigliosa nei suoi abiti lucenti ed impalpabili, ma Tonon la fa muovere quasi con circospezione, avvolta da un’aura di mistero, il suo sguardo è fugace, ella scruta e giudica eterea e sfuggente. Liù è tutta dolore e sofferenza nella sua composta miseria fisica e sociale; vi è contrasto estremo tra la brillantezza dei nobili e la semplicità quasi selvaggia dello stesso Calaf, suo padre e la povera Liù. Neanche a dirlo le tre maschere sono sgargianti e vistose quanto i loro caratteri bizzarri. Terribile e magnifico allo stesso tempo il look del Mandarino che risulta quasi inquietante.


Bellissime le scene di Tonon con ornamenti bronzei, argentati che accennano al palazzo e muovendosi o scomparendo disegnano un continuo gioco di prospettive e cambi di visuale. Gli interpreti hanno tutto ciò che serve in uno spazio essenziale e magnifico allo stesso tempo.

Buono il risultato anche sul fronte musicale ma con diverse perplessità suscitate dalla direzione del Maestro Jader Bignamini. I ritmi sono serrati e seguono la concitazione degli eventi, ma un’opera che vive costantemente in bilico tra speranza e dolore, tra vita e morte, i cui interpreti sono chiamati a mostrare tutto il loro mondo interiore, soprattutto in questo allestimento così intimistico, nulla di tutto ciò è emerso dall’orchestra sempre spinta al massimo; anche nei momenti più squisitamente lirici non abbiamo sentito pathos ma solo forza e potenza, in quella che ci è sembrata quasi una gara a chi fosse il più forte.

Perfettamente in ruolo la Turandot di Tiziana Caruso che fa suo il personaggio rispondendo con precisione ai dettami di Tonon: splendida e irraggiungibile, ghiaccio puro che però si scioglie al primo bacio, terribile ma timida nel nascondere il volto allo sguardo della passione. Vocalmente è Turandot: voce immensa, di un velluto singolarissimo che avvolge e stupisce tanto per potenza che per varietà di colori piegati ai sentimenti ed ai turbamenti dell’animo.

Così Calaf è Walter Fraccaro tutto cuore e passionalità quasi selvaggia nel suo incedere e nel canto, che non sarà raffinato ma arriva dove bisogna e sa tenere le note quanto basta per sovrastare l’orchestra e strappare gli applausi di rito.

Liù è una dignitosissima Rocio Ignacio che nella sua modestia e pur non dotata di una voce particolarmente duttile, riesce a portare a casa una Liù commuovente e delicata.

Meravigliosi Ping, Pong e Pang con un eccellente Federico Longhi e due ottimi compagni,  Massimiliano Chiarolla e Luca Casalin.

Timur è un Carlo Cigni non sempre particolarmente a fuoco, mentre l’Imperatore Altoum di Murat Can Güvem ha sofferto talvolta i volumi orchestrali. Chiudono il cast Un mandarino, Nicolò Ceriani che ripetiamo è stato magnificamente inquietante nel costume della Aceti, ed il Principe di Persia Salvatore Schiano di Cola .

Preparato molto bene, ma ormai quest’opera è nelle sue corde da tantissimi anni, il coro areniano preparato da Vito Lombardi.

Successo trionfale per tutti i protagonisti della produzione, cantanti, direttore e team registico, da parte di un teatro purtroppo non pienissimo.

Maria Teresa Giovagnoli

 

 

LA   PRODUZIONE

 

Direttore d'Orchestra           Jader Bignamini

Regia, scene e luci                  Filippo Tonon

Costumi                                  Cristina Aceti

Maestro del Coro                   Vito Lombardi

Direttore allestimenti             Giuseppe de Filippi Venezia

scenici

GLI INTERPRETI

 

Turandot                               Tiziana Caruso
Calaf                                      Walter Fraccaro
Liù                                          Rocio Ignacio

Timur                                     Carlo Cigni
Ping                                        Federico Longhi
Pong                                       Massimiliano Chiarolla
Pang
                                       Luca Casalin
Imperatore
Altoum              Murat Can Güvem
Un mandarino
                       Nicolò Ceriani
Il principe di Persia
              Salvatore Schiano di Cola

Allestimento della Slovene National Opera And Ballet di Maribor

Orchestra Coro e Tecnici dell'Arena di Verona

FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA 

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BOHEME DI G. PUCCINI – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, 16 DICEMBRE 2016

Di Rosy Simeone

Lo spettacolo andato in scena a Napoli è ancora quello di Francesco Saponaro di un anno fa e che riprendeva a sua volta quello del 2012.Già parlammo dell’estrema bellezza ed efficacia di questa produzione densa di momenti poetici e piena di antiche suggestioni; bellissimo il fondale di Parigi innevata in una atmosfera quasi rarefatta sullo sfondo del secondo atto. Le scene e i costumi di Lino Fiorito si inseriscono anch’essi nel solco di una tradizionale visione del capolavoro pucciniano, molto belle e curate le luci di Pasquale Mari

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LA TRAVIATA DI G. VERDI – TEATRO CARLO FELICE DI GENOVA, GIOVEDI’ 15 DICEMBRE 2016

Di Simone De Angeli

Da una Inaugurazione cancellata al debutto di un nuovo spettacolo di Traviata, forse la più eseguita tra le opere verdiane.

Lo spettacolo di Giorgio Gallione è bellissimo.

Le scene di Guido Fiorato sono curate nei dettagli e descrivono ambienti ricercati e “trasgressivi” senza mai cedere alla volgarità o all’esagerazione.

La regia degli Artisti in scena è molto curata, perfetta l’interazione tra i tre protagonisti principali e il foltissimo “stuolo” di comprimari.

Belli anche i costumi sempre di Guido Fiorato che contribuiscono, insieme al bellissimo gioco di luci curato da Luciano Novelli, a creare un’atmosfera a tratti “dark” a tratti gotica alla narrazione di Gallione.

L’inizio della narrazione è la stessa scenografia del seguito che, grazie appunto al gioco di luci e colori lascia intendere ad un flash back in un cimitero diroccato che alle prime note successive al preludio, si trasforma in un cortile esterno dove si svolge la prima festa di Violetta.

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ATTILA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 9 DICEMBRE 2016

A centosettanta anni dalla prima assoluta proprio alla Fenice di Venezia torna l’Attila di Giuseppe Verdi nell’allestimento che ha inaugurato la stagione al Comunale di Bologna con la regia di Daniele Abbado, che si avvale delle scene di Gianni Carluccio.

Torna dunque il clima cupo di questo spettacolo basato su una ambientazione sostanzialmente uniforme che può suggerire un grande veliero ma anche luoghi desolati e fatiscenti in cui lo spettatore è lasciato libero di vedere ciò che crede. Il periodo in cui ci troviamo è altrettanto indefinito e certo più vicino ai giorni nostri, con l’idea del viaggio come leitmotiv, non già degli antichi Romani o Unni, ma piuttosto di gente di ogni epoca costretta a spostarsi per sopravvivere. Un riferimento esplicito alle sfortunate popolazioni di profughi odierne. La regia è piuttosto lineare con gli interpreti quasi sempre in primo piano e a nostro avviso abbastanza liberi di esprimersi. Le luci dello stesso Carluccio sottolineano l’azione celando tutto il resto in una specie di penombra.  I  costumi realizzati in coppia con Daniela Cernigliaro sono adeguati al contesto.

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MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – TEATRO ALLA SCALA DI MILANO, 7 DICEMBRE 2016

Di Simone De Angeli

Inaugurazione della Stagione Lirica in Scala, Madama Butterfly di Giacomo Puccini in una versione che riprende l’edizione del 1904 data proprio alla Scala e che costò al musicista lucchese una amara delusione per l’accoglienza del pubblico.

Non faremo qui una disamina filologica e musicale delle differenze tra le versioni limitandoci, per parte nostra, a riscontrare che la versione che tutti conosciamo da tradizione ci sembra essere emotivamente più “immediata” e complessivamente vincente rispetto a questa “rivisitazione” di un insuccesso.

Detto questo però non si può non dire che la Scala ha fatto le cose davvero per bene e che sicuramente l’interesse dell’appassionato nell’ascoltare qualcosa di diverso e per certi versi “nuovo” è molto affascinante.

Lo spettacolo si è avvalso delle stupende scene di Alvis Hermanis e Leila Fteita che hanno ideato una struttura su tre livelli con pannelli semovibili che fungevano da separazione degli spazi e che davano, grazie anche alle video proiezioni curate da Ineta Sipunova, un senso di profondità e di spazio ma senza perdersi in particolari inutili o leziosi.


L’interno della casa “americana” dopo l’intervallo era riprodotta con un saloncino in stile tipicamente “borghese” e l’effetto di carta da parati color crema sui muri…. Il giappone si “intravede” solo nelle bellissime fronde di ciliegio sullo sfondo.

I costumi di Kristine Jurjane per gli Artisti coinvolti come quelli del Coro nel primo atto e delle danzatrici nel coro a bocca chiusa erano magnifici. Curati, fatti sulle tonalità del colore pastello in tutte le sue possibili declinazioni di rosa, arancio, verde, azzurro e porpora.

La regia, sempre di Alvis Hermanis è stata giocata tutta sulla sfera “intimistica” dell’opera.

Le movenze sono curate fin nel più piccolo dettaglio. Magnifica la circostanza in cui Suzuki si batte sul petto per esprimere il suo dolore mentre è CioCio San a cantare e le scelte di “caricatura” misurata delle credenze orientali nel primo atto sono molto efficaci.

E’ sottolineata la forte e profonda contrapposizione tra l’universo maschile e quello femminile oltre che l’arroganza e spregiudicatezza con cui l’occidentale vede le tradizioni orientali. Lo spettacolo è reso in modo elegante, sobrio, compito e molto bello a vedersi.

La parte musicale è stata ove non eccellente, davvero notevolissima.

Su tutto lo spettacolo dal punto di vista musicale e registico ha dominato Maria Josè Siri.

Cantante dotata di timbro perlaceo, argenteo ma con “polpa”. La voce suona in tutta la sala con facilità e svetta in zona medio acuta sostenendo i suoni con maestria.

E’ palpitante, dolcissima nella sua ingenuità nel primo atto, per poi divenire ferina, adulta, comprensiva, fiera e delusa nel secondo atto addivenendo ad una trasfigurazione quasi fisica nel momento della scelta di lasciarsi andare al proprio destino suicidandosi.

Una prova maiuscola salutata dal pubblico con un vero e proprio trionfo personale.

Bryan Hymel è un tenore americano dotato di voce dal colore bellissimo, timbrata, estesa e molto voluminosa.

Le frasi ascendenti e il canto declamato del primo atto sono ottimamente sostenuti.

Si sarebbe forse desiderata una migliore pronuncia in alcuni punti in cui il gioco seduttivo della parola dovrebbe arrivare all’orecchio forte quanto la musica. In questo è stato forse il più “estraneo” al ruolo che ricopriva.

Annalisa Stroppa è stata una Suzuki esemplare.

Voce ampia e morbida, sostenuta con cura e attrice consumata.

Ha fatto suo il dolore della protagonista. E’ stata profonda e lacerata al contempo e sempre con una cura al fraseggio ed alla corretta emissione di ogni singolo suono.

Carlos Alvarez era Sharpless. Affrontato con la nobiltà che contraddistingue questo grande cantante spagnolo e con la sua solita vocalità timbrata e a fuoco. Attenta nel canto di “conversazione” e sempre misurato nei gesti ed in una recitazione asciutta e pertinente.

Magnifico il contorno dei ruoli di fianco in cui spicca il Goro di Carlo Bosi. Che dire? Semplicemente perfetto. Basta. Perfetto sotto ogni punto di vista.

Abramo Rosalen presta la sua voce grande e scura al ruolo dello Zio Bonzo, mentre Costantino Finucci è un ottimo Yamadori.

Leonardo Galeazzi è un efficace Yakusidè e Gabriele Sagona e Romano dal Zovo sono un ottimo Commissario Imperiale ed un sonoro ufficiale del registro.

Un gradino al di sotto il personaggio di Kate Pinkerton.

Bellissima in scena quanto difficilmente udibile in un ruolo meno esiguo di quanto si è abituati ad ascoltare.

Su tutti trionfa, insieme alla protagonista, il M° Riccardo Chailly.

L’intesa con l’Orchestra della Scala produce un piccolo capolavoro nella sensazione di un suono unico, compatto, morbido, che si allarga dolcemente e segue le esigenze del palcoscenico con suprema eleganza e sicurezza.

I legni suonano in modo eccellente e gli archi creano delle sfumature e delle onde di suono mirabili per qualità e precisione.

Al termine applausi per tutti con particolare affetto ed entusiasmo per la Siri e Chailly.

Simone De Angeli

LA  PRODUZIONE

Direttore                                Riccardo Chailly

Regia                                      Alvis Hermanis

Scene                                      Alvis Hermanis e Leila Fteita

Costumi                                 Kristine Jurjāne

Luci                                        Gleb Filshtinsky

Video                                     Ineta Sipunova

Coreografia                           Alla Sigalova

Drammaturgo                       Olivier Lexa

GLI   INTERPRETI

Madama Butterfly               Maria José Siri

(Cio-Cio-San)           

Suzuki                                               Annalisa Stroppa

Kate Pinkerton                     

F.B. Pinkerton                      Bryan Hymel

Sharpless                               Carlos Álvarez

Goro                                       Carlo Bosi

ll Principe Yamadori            Costantino Finucci

Lo zio bonzo                          Abramo Rosalen

Yakusidé                                Leonardo Galeazzi

Commissario imperiale        Gabriele Sagona

L'Ufficiale del registro         Romano Dal Zovo

La madre di Cio-Cio San    Marzia Castellini

La zia di Cio-Cio San           Maria Miccoli

La cugina di Cio-Cio San    Roberta Salvati

ORCHESTRA E CORO DEL TEATRO ALLA SCALA 

Foto TEATRO ALLA SCALA

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA IN ONORE DI DANIELA DESSI’, TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 4 DICEMBRE 2016

Di Pierluigi Guadagni

Bellissimo concerto quello al quale abbiamo assistito domenica scorsa al Teatro Filarmonico di Verona nell'ambito della stagione concertistica di Verona Lirica.

Bellissimo perché abbiamo innanzitutto ritrovato l'Orchestra della Fondazione Arena di Verona dopo lo stop di due mesi imposto dal piano di ristrutturazione economica approvato dal Commissario straordinario Fuortes, e abbiamo ritrovato un'orchestra più in forma che mai, desiderosa, quasi smaniosa di ripresentarsi al proprio pubblico che la aspettava come si aspetta una persona che non si veda da tanto tempo.

Bellissimo anche per la scelta degli interpreti e del programma, che ha visto oltre ai consueti brani di repertorio più classico, la proposta di pezzi di rara esecuzione soprattutto nella città veronese.

Bellissimo perché il concerto è stato dedicato alla memoria di una immensa Artista che ci ha lasciato prematuramente pochi mesi fa e che ha lasciato a Verona un ricordo indelebile delle sue numerose presenze: Daniela Dessì.

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A CHRISTMAS CAROL, IAIN BELL – TEATRO SOCIALE DI TRENTO PER OPERA 20.21, VENERDI’ 2 DICEMBRE 2016

Ancora una volta ci troviamo a ripetere quanta parte della letteratura inglese sia felicissima fonte di ispirazione per opere musicali per contenuto, linguaggio e soprattutto per certi personaggi davvero attualissimi, come nel caso della novella dickensiana A Christmas carol, raccontata in questo lavoro che il compositore londinese Iain Bell ha concepito due anni fa ed il cui famoso testo è stato rielaborato per il libretto da Simon Callow. La più celebre novella di Charles Dickens arriva a Trento grazie alla Fondazione Haydn per la seconda stagione di ‘Opera 20.21’, precisamente per la prima volta in Italia e nel periodo delle festività natalizie. Esattamente come nel floridissimo periodo vittoriano, al pubblico piace immedesimarsi nei protagonisti che vede in scena o di cui legge nei romanzi, ed il Racconto di Natale non ha bisogno di attualizzazioni né di rielaborazioni sofisticate per essere portato in scena ai giorni nostri. In un’epoca in cui sembra che i buoni sentimenti siano subordinati al business anche in momenti festosi e non ci sia tempo per fermarsi a godere delle piccole cose belle della vita, risulta quanto mai attuale la storia del burbero Scrooge che non possiede lo spirito festivo, così concentrato nella sua mission di far soldi, ed è perciò sottoposto ad un viaggio sentimental-fantastico accompagnato dallo spirito del Natale passato, presente e futuro alla riscoperta dei valori più belli dell'animo umano. L’anima giornalistica dello scrittore inglese traspare dallo spiccato senso di osservazione della vita cittadina con tutte le sfumature più pittoresche. Tanto spietato è il giudizio nei confronti dell’insensibile Scrooge, tanto è puntuale l’analisi dei problemi umani e delicata la descrizione di situazioni socialmente difficili. Tra l’ironico e la caricatura, questo spietato uomo d’affari rappresentava allora, come oggi, una classe sociale che il famoso romanziere condannava,  ma per il quale aveva previsto comunque una redenzione per accontentare l’animo speranzoso dei suoi lettori.  

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OTELLO, G. ROSSINI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, MERCOLEDI’ 30 NOVEMBRE 2016

Di Rosy Simeone

 

Inaugurazione di Stagione con un titolo del grande belcanto di primo Ottocento.

Otello di Rossini è opera molto particolare, con melodie splendide, fugati, rapinosi ritmi incalzanti, il brio rossiniano prestato alla tragedia della gelosia shakespeariana.

Un susseguirsi di gorgheggi, trilli, virtuosismi e scene corali che si “spengono” nell’ultimo quadro dove la sciagurata follia umana si consuma.

Lo spettacolo del Massimo napoletano è una sintesi imperfetta di tutto questo.

Le scene di Dante Ferretti sono bellissime, imponenti, importanti, degne di una Inaugurazione di Stagione. In particolare il secondo e terzo atto dove le schiere di colonne si “materializzano” in scorci orientali e particolari effetti di luci, curate da Vincenzo Raponi, che le rendono simili a finestre.

Magnifici i costumi di Gabriella Pescucci che riesce a rendere, anche con un sapiente gioco di colori, gli stati d’animo di Desdemona anche solo grazie agli abiti. In particolare quello rosa era davvero magnifico.

La regia di Amos Gitai è inesistente, nulla, priva di qualsiasi spunto di interesse.

I protagonisti rimangono distaccati dal contesto e l’interazione tra loro è artificiosa e priva di realtà e di mordente.

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SAMSON ET DALILA, CAMILLE SAINT-SAËNS – TEATRO REGIO DI TORINO, DOMENICA 20 NOVEMBRE 2016

Per il secondo titolo in cartellone il Regio di Torino mette in scena una spettacolare produzione di Samson et Dalila di Saint-Saens in collaborazione con il China National Centre for the Performing Arts curata da Hugo de Ana. É un allestimento completo e studiato fin nei particolari per rendere giustizia al testo ed ai singoli personaggi, creando una ambientazione astratta e simbolica, ma con spunti di estrema concretezza. Meravigliosi sono gli ambienti creati da de Ana, che richiamano tanto i fasti ampollosi dei Filistei che le umili condizioni degli schiavi Ebrei; osserviamo ambienti e scalinate rocciosi o stanze riccamente allestite di tendaggi e arredi preziosi. Le proiezioni ed i video di Sergio Metalli offrono un commento e completamento a quanto si assiste in scena, con richiami a corpi statuari che muovendosi creano geometrie avvolgenti, oppure con aggiunte scenografiche che arricchiscono e talvolta spiegano. Anche i costumi di de Ana sono concepiti per mettere in risalto l’omogeneità del popolo ebraico nella sua miseria grigia in opposizione alla ricchezza e caleidoscopica vivacità filistea. Quasi magico il disegno luminoso di Vinicio Cheli che arricchisce, esalta e crea sfumature o contrasti di colore magnifici affinché tutto sia avvolto da un clima fiabesco. Perfino il sipario anticipa o prosegue ciò che si vede sul palco, si pensi alle immagini del tempio di Dagon che in chiusura prosegue la sua inesorabile distruzione in blocchi a caduta libera.

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RIGOLETTO, G. VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 17 NOVEMBRE 2016

Spettacolo controverso e dalle vicende alterne quello di Rigoletto proposto al Teatro Comunale di Bologna in questi giorni, in cui si è dovuto fare anche i conti con le malattie stagionali che hanno disturbato non poco il normale svolgimento delle recite. Nello spettacolo cui abbiamo assistito il baritono Vladimir Stoyanov, già annunciato indisposto, ha dovuto definitivamente lasciare il palco per problemi di salute al termine del primo atto, lasciando il posto al collega Devid Cecconi che aveva cantato anche la sera precedente. Anche l’annunciato Antonio di Matteo non ha partecipato alla recita in cui abbiamo visto invece Enrico Iori nel ruolo di Sparafucile.

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TURANDOT DI G. PUCCINI - TEATRO PETRUZZELLI – DOMENICA 13 NOVEMBRE 2016

Di Rosy Simeone

Penultimo titolo della stagione lirica 2016 l’incompiuta di Giacomo Puccini, qui nella sua versione originale, quindi priva della scena composta da Alfano su ispirazione degli appunti del grande genio.

Spettacolo del San Carlo di Napoli questa Turandot di Roberto De Simone lascia il segno.

Lo spettacolo, qui ripreso da Ivo Guerra, è invero magnifico. E’ la regia che tutti vorremmo poter vedere, tradizionale, ricca ma non opulenta, elegante ma non sfarzosa, intelligente ma non noiosa.

I movimenti sono essenziali, tutti scelti e studiati per non nuocere ai cantanti ed alla compattezza del suono del Coro e dei singoli solisti.

Le scene di Nicola Rubertelli come i costumi di Odette Nicoletti sono magnifici, come pure il gioco di luci ideato da Vincenzo Raponi e le coreografie delle comparse curate da Domenico Iannone.

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FALSTAFF, G. VERDI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, SABATO 12 NOVEMBRE 2016

L’amore incondizionato verso la psicologia dei caratteri Shakespeariani, al di là delle speculazioni che si fanno spesso sulla sua reale esistenza, ci porta inevitabilmente ad amare ancor più i suoi personaggi allorquando incontrino la genialità del Signor Giuseppe Verdi, come nel caso dell’immenso Falstaff che sta andando in scena in questi giorni al Lirico di Cagliari. Con uno spettacolo lineare e senza ricercare chissà quale significato nascosto nella drammaturgia, Boris Stetka realizza lodevolmente la regia ideata da Daniele Abbado esponendo esattamente quello che serve in scena, dando a ciascun personaggio ampio spazio per esprimersi e caratterizzandoli dal trucco fino ai costumi azzeccatissimi di  Carla Teti . L’impianto scenico di Graziano Gregori  si foggia fondamentalmente di una piattaforma che viene adibita di volta in volta a luogo in questione. Gli arredi piccoli scendono dall’alto ed un intreccio di fili consente quindi lo spostamento dei vari elementi durante la rappresentazione. Il tutto si svolge in modo aggraziato, lineare, con piccoli accorgimenti che mettano in risalto lo stato d’animo dei protagonisti in scena. Complice anche il gioco luci di Luigi Saccomandi. Fantastico pensare al paffuto Falstaff mentre indossa un completo bianco con ombrellino mignon pronto a pavoneggiarsi (e rendersi ridicolo) davanti alla bella Alice; il buio intorno e le luci puntate su Ford intensificano la sua rabbia nello scoprire l’appuntamento (finto) della moglie con Sir John, il continuo andirivieni delle comari di Windsor mentre interagiscono ne mette in risalto l’aspetto cicaleggiante, e così via tante piccole accortezze per ogni personaggio costruito in bell’accordo tra regia, luci e costumi, su una scena dunque essenziale ma estremamente funzionale. Insomma uno spettacolo ben costruito e garbato che lascia tutti a proprio agio, audience compresa.

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UN BALLO IN MASCHERA DI G. VERDI - TEATRO COMUNALE DI SASSARI – VENERDÌ 4 NOVEMBRE 2016

Di Rosy Simeone

Secondo titolo della Stagione dell’Ente Concerti De Carolis di Sassari, Il Ballo in Maschera di Giuseppe Verdi.

Sfida importante ed impegnativa per un Teatro blasonato, ancor più encomiabile se pensiamo che ad allestirlo è un Teatro di Tradizione che, per sua natura, non ha gli stessi mezzi di luoghi più “blasonati”.Possiamo dire in larga parte che la sfida ha sortito un effetto assolutamente positivo e che in gran parte è stata vinta.

Lo spettacolo è bello, di gusto, efficace, di impianto tradizionale con le belle scene ed i costumi curati di Alfredo Troisi ed una regia, quella di Pierfrancesco Maestrini, che, seppur asciutta e priva di orpelli, rende in modo efficace non solo il gioco psicologico tra i protagonisti ma carica di pathos e di attenzione crescente il fulcro del dramma che si consuma nella mente dei tre amanti. Sempre Maestrini cura anche un gioco di luci interessante anche se in alcuni momenti reso troppo cupo dalla profondità del palcoscenico.

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