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I CAPULETI E I MONTECCHI, V. BELLINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, GIOVEDI’ 23 FEBBRAIO 2017

Ritorna al Filarmonico di Verona I Capuleti e i Montecchi di Bellini con lo spettacolo che il regista  Arnaud Bernard aveva elaborato quattro anni fa e che oggi viene affidato a Yamala Das-Irmici per questa ripresa. I tragici amanti dello scrittore Matteo Bandello sono concepiti nella loro immortalità di coppia che, pur se soltanto nell’aldilà, superano barriere di casta ed odio atavico in nome di un sentimento anch’esso eterno. Perciò una sede museale ove sono racchiusi simboli eterni d’ arte e bellezza è parsa la cornice ideale per raccontare la storia di Romeo Montecchi e Giulietta Capuleti, che quasi come in un sogno surreale, si materializzano lasciando le cornici dei capolavori in cui sono racchiusi per tornare a vivere negli ambienti creati da  Alessandro Camera. Viene da pensare a delle ombre che di notte si aggirano nella pinacoteca rivivendo le proprie emozioni e storie, in attesa che il giorno rinasca e tutto svanisca con la luce del sole. La coppia protagonista ha qui un carattere molto forte, i due si spintonano, cadono a terra, mostrano una grande energia nell’esprimersi, soprattutto Giulietta, la cui forza dei sentimenti è tanto grande con Romeo quanto nei confronti di papà Capuleti, a cui si oppone per le nozze combinate.  Tutto il resto però è alquanto statico come notammo già a suo tempo. Il coro si sposta principalmente da una parte all’altra del palcoscenico e in generale tutti i protagonisti sembrano avere una sorta di rabbia in corpo che però esprimono sempre con pochi gesti ripetuti. Molto invece fanno le luci dai toni foschi e sinistri che (si fa per dire) illuminano le pareti e le tele esposte. Sembra quasi si voglia accentuare l’aspetto onirico dell’ambientazione. I costumi creati da  Maria Carla Ricotti sono di forgia pregevole e molto adatti al contesto che risulta di fatto raffinato.

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KATIA KABANOVA, LEOS JANACEK - TEATRO REGIO DI TORINO , 21 FEBBRAIO 2017

Edizione in lingua originale ceca con sopratitoli in italiano

Prima esecuzione a Torino

 

Di Pierluigi Guadagni

Io vi voglio bene quanto a mia madre, ve lo assicuro....”

Janàcek, questo sconosciuto.

In Italia quando si discute della produzione musicale del musicista moravo, anche con addetti ai lavori, si viene guardati con sguardo interrogativo o curioso come se si stesse parlando di una marca di birra slovacca dal nome tipicamente slavo.

E' vero, l'approccio con Janàcek non è immediatamente tra i più facili, non tanto  per quel che riguarda la musica strumentale relegata ormai ad una nicchia di intenditori da circolo del bridge, ma soprattutto per la fruizione della sua produzione operistica che per le sue specificità timbriche e linguistiche legate al policonsonantico idioma ceco, spaventa al primo ascolto.

Janàcek è da considerare quindi un compositore che mal sopporta il paragone con altri, sicuramente un “alieno” della musica moderna a causa del suo radicalismo con cui ha forgiato  il suo originalissimo stile che non si è mai voluto confrontare con altre espressioni musicali del Novecento, e se la novità di un melodizzare nato dalla lingua parlata e dalle sottili intermittenze emotive dell'animo umano hanno spaventato musicisti a lui vicini, figuriamoci un ascoltatore medio che si trovi di fronte ad una musica virile, incalzante, estremamente concisa nella sua forza espressiva, personale e difficilmente imitabile.

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L'INCANTATRICE (ČARODEJKA), PYOTR I. TCHAIKOVSKY – TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI, SABATO 18 FEBBRAIO 2017

(libretto di Ippolit Vasil’yevich Shpazhinsky dalla sua tragedia omonima)

Accogliamo sempre con favore ed entusiasmo l'iniziativa di riportare in auge composizioni andate nel dimenticatoio per i più disparati motivi o semplicemente perché non ritenute capolavori. Questa volta il San Carlo di Napoli riscopre Čarodejka di Tchaikovsky e la riporta in scena in questa stagione operistica con un allestimento di stampo tradizionale. All'epoca non ebbe il successo sperato dal compositore poiché dopo il grande Onegin troppe forse erano le aspettative da parte dei contemporanei. Ma in questo lavoro riconosciamo comunque molti elementi cari al russo: passione e dramma nella vicenda, la presenza di elementi popolari, una implicita analisi della società contemporanea, che sappiamo quanto facesse soffrire il compositore pensando alla sua vita privata. Musicalmente parlando fa piacere ritrovare anche le danze e i balletti per cui l’ autore fu superlativo in altri contesti.

Il regista David Pountney ha pensato ad uno spettacolo che definire semplice sarebbe riduttivo, poiché ciò che avviene tra gli ambienti creati da Robert Innes Hopkins risponde sì al libretto, ma con una chiave interpretativa molto moderna, che secondo il regista va cercata già nell’idea che il compositore aveva di tutta la vicenda. Egli sottolinea il lato umano di Nastas’ja, detta Kuma, una donna niente affatto volgare e con una dignità ben marcata, pur chiaramente sciolta nei confronti del sesso opposto. Il regista sottolinea come forse anche più corrotta e problematica può essere la vita di una famiglia all’apparenza rispettabile quale quella dei principi protagonisti, devastata dalla follia del capofamiglia, rispetto a quella comunque evidente ed alla luce del sole di Kuma e della sua locanda. Ecco che dunque lo scenografo ha utilizzato sempre lo stesso impianto scenico per le due diverse realtà, ossia una stanza dai toni neutri, che di volta in volta si trasforma nella locanda o nella sala dei principi, o nel boudoir della bella locandiera. Meno convincente l’adattamento scenico per l’atto conclusivo, ove due tronchi e qualche altro elemento aggiunto non ci danno molto l’idea del bosco dove Kuma viene avvelenata dalla principessa e poi gettata nel fiume Oka.  I ricchi e bei costumi di Tatiana Noginova vedono una prevalenza del colore rosso per Kuma e le sue amiche, in contrasto con il nero che impera tra i componenti della famiglia principesca cupa e a cui la morte strizza l’occhio lungo tutta la vicenda.

La locandiera soprannominata Kuma conquista ogni sorta di essere maschile che osi incontrare il suo sguardo ammaliatore, ed i guai cominciano quando sue prede diventano figlio e padre, costui vicario del Gran Principe a Nižnij-Novgorod. Si innesta a quel punto un meccanismo di odio e vendetta nei confronti della protagonista per cui bene o male tutti ce l’hanno con lei: il principe respinto, la moglie gelosa, il figlio in ambasce per la madre oltraggiata, e tutti i ben pensanti che ruotano attorno ai protagonisti principali, come il diacono Mamyrov, il vagabondo Paisij, e così via.

Il cast impegnato in questa coproduzione russo/portoghese è stato piuttosto omogeneo se pur con elementi di spicco. A cominciare da  Ljubov’ Sokolova che era secondo noi una spanna sopra tutti: traccia una principessa Evpraksija Romanovna dal piglio drammatico e vendicativo utilizzando le sue doti interpretative in ottimo connubio con la voce calda ed ambrata. Il marito, il principe Nikita illuso e respinto, è  Jaroslav Petrjanik, che ha sostituito il collega previsto per questa recita; il suo ruolo è altrettanto appassionato e tremendo, lacerato tra la vendetta e la passione per la bella locandiera, dalla voce solida e corposa. L’incantatrice, Nastas’ja o Kuma, è una passionale, quasi suo malgrado verrebbe da dire, Marija Bajankina, anch’essa in sostituzione della collega prevista. Identificata con termini ingiusti, incantatrice, strega, maliarda, insomma ciò che l’invidia della gente spinge a definire una bellezza in grado di colpire (come fosse artefice di malefici o chissà quali arti sconosciute), il soprano si muove con leggerezza e la necessaria drammaticità gestendo questo ruolo ambivalente con intelligenza e grazie ad una voce non esageratamente voluminosa, ma uniforme e melodiosa. Il principe Jurij è il vero destinatario delle attenzioni di Kuma, ma non tollera inizialmente le sofferenze della madre e si propone anch’egli come giustiziere della povera locandiera. Tanta passione è trasmessa anche vocalmente da Nikolaj Emcov. La lunghissima schiera di ruoli di contorno vede spiccare la figura del vagabondo vestito da monaco, l’ottimo Savva Hastaev, tenore dalla voce bellissima e melodiosa che interpreta il vagabondo con forza e determinazione. Timbro interessante ma poco udibile nella sua zona grave  Anna Barhatova nel ruolo di Polja, l’amica di Kuma. Aleksej Tanovickij ha dalla sua parte una voce molto corposa e pastosa, impegnato con energia nel ruolo del diacono Mamyrov e dello stregone Kud’ma. Ricordiamo più o meno allo stesso livello la sorella della principessa, Ljudmila Gradova, Grigor Werner come valletto del principe, lo zio di Kuma Denis Beganskij, e tutti gli ospiti della locanda: Balakin, Artëm Melihov, Potap, Lev El’gardt, Lukaš, Vitalij Dudkin, il non entusiasmante (anche per il costume a strisce) pugile Jurij Evčuk, un altro ospite, Rosario Natale e Masha,  Gloria Vardaci.  

Il Maestro Zaurbek Gugkaev, a nostro avviso più concentrato sull’ orchestra che sul palcoscenico, dirige senza bacchetta ottenendo un suono morbido ed equilibrato, senza esasperare il dramma nei momenti concitati e dosando il giusto lirismo nei lunghi duetti ricchi di pathos.

Molto partecipe il coro di Marco Faelli, talvolta impegnato dall’ alto di una balconata ottenuta aprendo il tetto della scena. Le coreografie dei balletti sono di Renato Zanella.

Applausi calorosi per tutti al termine da parte di un pubblico ricco di ospiti stranieri e studenti (un po’ rumorosi) .

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore                                                        Zaurbek Gugkaev

Regia                                                             David Pountney

Scene                                                              Robert Innes Hopkins

Costumi                                                         Tatiana Noginova

Coreografia                                                   Renato Zanella

Luci                                                                Giuseppe Di Iorio

Maestro del coro                                           Marco Faelli

GLI INTERPRETI

Principe Nikita Kurljatev,                          Jaroslav Petrjanik

vicario del Gran Principe a Nižnij-Novgorod

Principessa Evpraksija Romanovna,         Ljubov’ Sokolova

sua moglie
Il Principe Jurij, loro figlio                         Nikolaj Emcov
Mamyrov, un anziano diacono /                 Aleksej Tanovickij

Kud’ma, uno stregone                                

Nenila, sua sorella e                                     Ljudmila Gradova
dama di compagnia della principessa

Ivan Žuran, valletto del Principe                Grigor Werner
Nastas’ja, detta "Kuma",                           Marija Bajankina

padrona di una locanda presso il fiume Oka, una giovane

Foka, suo zio                                                Denis Beganskij
Polja, amica di Kuma                                  Anna Barhatova
Balakin, un ospite da Nižnij-Novgorod     Artëm Melihov
Potap, un mercante ospite                           Lev El’gardt
Lukaš, un mercante ospite                          Vitalij Dudkin
Kičiga, un pugile                                          Jurij Evčuk
Paísij, un vagabondo vestito da monaco    Savva Hastaev

Un ospite                                                       Rosario Natale

Masha                                                                       Gloria Vardaci

                       

Produzione del Teatro Marinsky di San Pietroburgo e del São Carlos di Lisbona

Prima rappresentazione in Italia

Orchestra, Coro e Corpo di Ballo del Teatro di San Carlo

Foto L. Romano, Teatro San Carlo di Napoli

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA, TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 12 FEBBRAIO 2017

 

Protagonisti dell’appuntamento musicale di febbraio per l’Associazione Verona Lirica queta volta sono stati il soprano Irina Lungu,  il baritono Alessandro Luongo, il tenore  Matteo Falcier ed il mezzosoprano  Cristina Melis. Diretti inoltre dal Maestro Massimo Longhi per la prima volta i musicisti della Banda Musicale di San Martino Buon Albergo sono stati la vera sorpresa del concerto.

Questa formazione che ha ripreso solo di recente ad esibirsi  è costituita anche da elementi dell’orchestra dell’Arena di Verona e mostra una energia incoraggiante nell’ affrontare i brani proposti anche con professionalità e precisione. Molto orecchiabile la nota ouverture per banda dall’operetta ‘Cavalleria leggera’ di Franz Von Suppé. Il suono è ampio e rotondo e la coordinazione tra i musicisti è molto buona. Anche con il ‘Concerto per trombone e banda militare’ di Nikolaj Rimskij Korsakov l’atmosfera resta frizzante e dal tocco diremmo cerimonioso, appropriato per una composizione di questo genere. Il bravissimo solista Diego Gatti ha poi giocato anche col pubblico concedendo un bis ritmico. Atmosfere quasi cinematografiche con un’altra ouverture per banda, questa volta  ‘Ross Roy’ di Jacob de Haan. Bellissimo pezzo ricco di variazioni ritmiche e contrasti stilistici, che alternano allegrezza a momenti dal sapore addirittura drammatico. Un’altra chicca proposta dalla Banda è la Marcia di Rossini scritta nel 1852 nientemeno che per il sultano turco Abdul Medjid, che richiama i meravigliosi crescendo del pesarese in allegria e leggerezza.

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GINA, FRANCESCO CILEA – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, VENERDI’ 10 FEBBRAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

 

Continua l’attività dell’Atelier Accademia di Belle Arti di Venezia al Teatro Malibran, con la riscoperta di opere poco praticate o comunque adatte ad un pubblico frizzante e giovane come i ragazzi impegnati in questo tipo di produzioni. E’ la volta di Gina, opera del ventiduenne Cilea alle prese con l’esame finale al Conservatorio San Pietro a Majella di Napoli, di cui fu poi grande direttore. Ovviamente non si parla di capolavoro né si pretese all’epoca lo fosse: esso è di per sé uno scritto ludico, fresco e comunque interessante, poiché esprime in erba il futuro compositivo del grande Cilea della Lecouvreur. Opera di arie lievi, pervase di leggerezza, concepita in ogni caso da uno studente del conservatorio, e quindi giovane, che ne trasse anche un discreto successo. Il libretto di Enrico Golisciani è semplice e lineare: dalla commediola Catherine ou La croix d’or di Nicolas Brazier e Mélesville, ambientato in Francia al tempo di Napoleone, pochi personaggi ruotano attorno al destino del povero Uberto chiamato a  partir soldato e lasciare fidanzata e sorella in ambasce. La musica non diventa mai tragica o grave, pur nel dramma sfiorato già si preannuncia la felice soluzione, con lo scambio al fronte del volontario Giulio, pronto a sacrificarsi per la bella Gina e lasciarle il fratello a casa.

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ANNA BOLENA, G. DONIZETTI – TEATRO NACIONAL DE SAO CARLOS LISBONA – SABATO 4 FEBBRAIO 2017

di Simone de Angeli

Arrivare nella splendida capitale portoghese per turismo e riuscire ad ascoltare qui una splendida edizione di un’Opera del primo ottocento italiano è davvero una singolare coincidenza!

In particolare se pensiamo che “nei patri lidi” è opera funestata da recentissime e scadenti esecuzioni in Teatri forse ben più blasonati e che, a brevissimo, sarà messa in scena alla Scala.

Ebbene, venendo alla rappresentazione del Teatro Nacional de Sao Carlos dobbiamo dire che è stata una rappresentazione davvero notevolissima.

Lo spettacolo di Graham Vick è di taglio “moderno” ma con costumi d’epoca e stilisticamente molto appropriati.

La scena di Paul Brown, che ruota su se stessa in diversi e sincronici movimenti, è rappresentata da due pedane che formano spesso una croce, più o meno inclinata, ed incorniciano paesaggi e movimenti di volta in volta differenti.

La recitazione dei cantanti è curata e di qualità pur senza guizzi, forse inutili in un’opera tutto sommato “statica”.

Le luci di Giuseppe di Iorio sono suggestive e creano un bellissimo contesto di chiaro scuri molto adatto ad una vicenda dal sapore vagamente “gotico”.

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LA BELLA DORMENTE NEL BOSCO, O. RESPIGHI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, VENERDI’ 3 FEBBRAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Il Teatro lirico di Cagliari sceglie di inaugurare la stagione d'opera con un altro lavoro del compositore bolognese Ottorino Respighi, che l’anno scorso aveva riscosso un bel successo con La campana sommersa, proponendo quest’anno la delicata fiaba  La bella dormente nel bosco, tratta ovviamente dal celeberrimo racconto di Perrault e con adattamento testuale di Gian Bistolfi. Era all’apice del successo Respighi quando compose questa piccola opera nel 1922, che in origine fu pensata per il teatro di marionette di Podrecca a Roma e destinato prevalentemente ad un pubblico di fanciulli. Quella che il Lirico porta in scena è invece la versione successiva del ’34  che, consentitecelo, piace anche agli adulti che una volta tanto tornano indietro e pensano alle fiabe narrate da mamma e papà prima di andare a letto. Naturalmente ciò è possibile grazie alle mani sapienti del regista Leo Muscato, il quale ha a disposizione un team capace di realizzare esattamente quanto nei suoi intenti nel felice rispetto dell’autore, tanto della partitura, quanto del testo.  

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IL RATTO DAL SERRAGLIO (Die Entführung aus dem Serail), W. A. MOZART - TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, VENERDI’ 27 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Chiude la stagione operistica 2016/17 con il quarto titolo in programma il Teatro trevigiano intitolato a Mario del Monaco, affidando a Robert Driver la responsabilità di portare in scena Il ratto dal serraglio di Mozart e proprio il giorno del compleanno del compositore. È davvero interessante a nostro avviso poter testimoniare in quanti modi diversi si possa interpretare e rielaborare questo Singspiel a seconda della sensibilità del regista e del team che ruota attorno alla sua figura. In questo caso abbiamo assistito ad uno spettacolo giovane, fresco e delicato che, pur con gli aggiustamenti del caso, non tradisce lo spirito originario e scorre via piacevolmente.

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DIE ENTFÜHRUNG AUS DEM SERAIL , W. A. MOZART – TRATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDÌ 26 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Spinti da molta curiosità abbiamo voluto anche noi assistere allo spettacolo che ha inaugurato la stagione del  Teatro Comunale di Bologna e che tanto sta facendo discutere,  Die Entführung Aus Dem Serail di Mozart per la regia di Martin Kušej. Ci viene subito da pensare che l’idea su cui si basa questa messa in scena sia stata concepita con lo specifico scopo di far discutere, nel bene o nel male, purché se ne parli. A nostro avviso non è soltanto il fatto che sia stato completamente snaturato e alterato il contenuto delle vicende originarie a suscitare un certo clamore, ma soprattutto il constatare che lo spettacolo in se stesso non offra nulla di particolarmente significativo, tanto dal punto di vista drammaturgico quanto musicale. Ancora una volta le tristi vicende politiche internazionali e i fatti di cruda violenza cui assistiamo fin troppo spesso al giorno d’oggi, diventano fonte di ispirazione per mettere in scena un capolavoro che invece aveva già tutto quanto serviva per incantare e stupire. Nessun palazzo principesco per il pascià Selim, ma soltanto una landa desolata in cui si scorge una tenda beduina nella scenografia di Annette Murschetz. Siamo nel corso della prima Guerra Mondiale e l’unico interesse del Pascià e le sue guardie è guadagnare maggior autorità nei confronti delle grandi potenze tramite la cattura di alcuni ostaggi. Selim diventa dunque un terribile terrorista islamico, il cui capo delle guardie è un implacabile vendicatore, che non riuscendo ad ottenere i favori bramati dalla prigioniera Konstanze e dalla sua cameriera Blonde, decapita lei e tutti i suoi amici per vendetta, spacciando il gesto come prova di estremo rispetto per il suo signore. Certo anche nella versione originale questi non era uno stinco di santo, ma qui ci viene proposto davvero come un assassino sanguinario nei fatti e non solo nelle intenzioni. E via di corpi immersi nella sabbia in attesa del giudizio finale, guardie incappucciate che filmano i prigionieri minacciati da lame affilate.. Insomma uno spettacolo ben lontano da ciò che cerca chi si reca a teatro per evadere dalle brutture del mondo odierno.

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PAGLIACCI, RUGGERO LEONCAVALLO – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 22 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Secondo appuntamento operistico al Filarmonico di Verona con Pagliacci di Leoncavallo, nel ricchissimo e colorato allestimento ormai parte della storia registica italiana, firmato da Franco Zeffirelli e ripreso quest’anno per il teatro veronese da  Stefano Trespidi. Ambientato dal regista toscano a cavallo tra gli anni Sessanta ed il secolo successivo, in una periferia degradata i cui condomini fatiscenti nascondono segreti e tragedie, conserva il sapore del Sud d’Italia, con la gente che si accalca incuriosita in piazza o si affretta alla finestra per origliare il litigio tra Nedda ed il respinto Tonio, i motorini che si fanno largo tra la folla, i panni stesi al balcone e naturalmente la voglia di vivere con l’energia di chi ha sempre qualcosa da raccontare, nonostante le difficoltà. Potrà essere un allestimento ormai datato, ove, come spesso accade con le regie di Zeffirelli, i cantanti quasi non si scorgono tra le folle delle comparse e gli immancabili animali, ma ne registriamo la cura dei più piccoli dettagli, come ad esempio aver arredato anche gli scorci delle camere che si intravedono dalle balconate, e poi la ricchezza dei costumi estrosi di Raimonda Gaetani, che non stonano trattandosi di personaggi atti a divertire un pubblico in scena altrettanto folcloristico, e naturalmente la piena adesione al libretto, elementi che ne fanno ancora oggi uno spettacolo funzionale che piace al pubblico, intrattenuto dai figuranti anche a sipario chiuso.  

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TANNHÄUSER, RICHARD WAGNER – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 20 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

 

Fa veramente piacere trovare in cartellone un’opera non facile e soprattutto scenicamente impegnativa come il Tannhäuser di Wagner, ed il Teatro La Fenice di Venezia ha accettato la sfida di mettere in scena questa meraviglia con uno spettacolo intenso e ricco  proposto da Calixto Bieito. Dietro ogni azione, gesto ed immagine percepita si cela infatti un concetto o comunque un pensiero volto alla riflessione. In evidenza i sentimenti e i desideri dell’uomo perennemente e storicamente combattuto tra l’amore puro verso l’amore carnale, la fedeltà verso la tentazione, il sacro verso il profano. Nell’idea del regista la natura è come una Madre assoluta alla quale tutto si piega e persino gli eventi sono deviati dai suoi desideri. Come se inghiottisse cose e persone, anche la dea Venere sembra amoreggiare o combattere con essa e, come posseduta da una forza superiore, riesce ad avvincere Tannhäuser che quindi è vittima del desiderio e delle sue debolezze. Persino la pura Elisabeth non è qui in netta contrapposizione con la sua rivale in amore, lascia la sua aura quasi sacrale che la avvicinerebbe all’amore della Vergine, per porsi con un’immagine se vogliamo aggressiva, che non cede avvinta neanche quando il regista la vede molestata durante la gara dei cantori, conservando comunque dignità ma soprattutto carattere. Lo stesso protagonista lotta con forza contro se stesso,  nel cedere alle passioni sembra quasi divincolarsene energicamente.

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ANNA BOLENA, GAETANO DONIZETTI - TEATRO REGIO DI PARMA, MARTEDI’ 17 GENN AIO 2017

Di Pierluigi Guadagni

 

“Svenami tu, ma non espormi, o sire,

all'onta d'un giudizio: il regio nome,

fa che in me si rispetti.”

Anna Bolena è titolo di cesura nella produzione del compositore bergamasco.

L'elemento umano, il palpito della commozione cercato con ansia ovunque, porterà Donizetti ad abbattere barriere tra il genere serio ed il comico, riconquistando quella particolare unità di elementi che sarà la cartina di tornasole nella sua futura produzione musicale.

La protagonista del lavoro del Bergamasco, condannata innocente, è la tipica eroina dell'ideale melodrammatico; la pagina delle visioni allucinanti di Anna nel carcere di Londra, rompe ogni legame anche formale con gli schemi fin qui adottati da Rossini, Mayr ed altri compositori, aprendo la strada ad un nuovo declamato e ad un nuovo colorito strumentale dell'opera romantica.

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DON CARLO DI G. VERDI – TEATRO ALLA SCALA MILANO, MARTEDÌ 17 GENNAIO 2017

Di Simone De Angeli

Poter ascoltare Don Carlo nella versione “integrale” in 5 atti è ormai evento sempre più raro. Probabilmente i costi, la durata, l’impegno complessivo economico ed artistico, scoraggiano le Istituzioni e fanno più “semplicemente” propendere per la tradizionale versione “ridotta”.

Non ha scelto la strada facile il Teatro alla Scala che, con questa operazione di “recupero” si pone al centro della Scena Lirica Internazionale reclamando il posto che, per diritto, storia e prestigio, le spetta.

Un lavoro “ciclopico” per energia, costi artistici e gestione delle masse che, possiamo dire fin da subito, è stato vinto senza tema di smentita.

Lo spettacolo è stato molto affascinante.

Le scene di Ferdinand Woegerbauer erano semplici, lineari, prive di orpelli, asciutte ma non fuori luogo, non fastidiose e non ridondanti (e questo in un’opera così “carica” è già un grandissimo pregio!).

Il sapiente gioco di luci di Joachim Barth e i bellissimi costumi di Anna Maria Heinreich che giocavano tutti sui toni più o meno accesi e “fluorescenti” del verde, oro (stupendo il costume di Filippo II) e melanzana (altrettanto splendido il mantello con pelliccia di Elisabetta di Valois) facevano da contrasto ai toni più cupi e scuri del blu violaceo e nero di Rodrigo e Don Carlo.

Costumi e luci dunque hanno fatto da “riempimento” dell’essenzialità delle scene e la regia di Peter Stein era molto curata nella gestione delle interazioni tra i diversi protagonisti. Tanto le passioni animavano il loro canto quanto erano volutamente “trattenuti” come se ci fosse sempre un filo, più in alto di loro, che gestiva le loro azioni portandole inevitabilmente al destino tristissimo che li attendeva.

Una regia di gusto, sobria, precisa, attenta, senza inutili guizzi e senza mai scadere in facili tentazioni di grossolaneria o di volgarità.

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 15 GENNAIO 2017

Con il nuovo anno continuano gli appuntamenti concertistici organizzati dall’Associazione Verona lirica, che dobbiamo dire si prodiga molto affinché una così bella forma d’arte quale la musica classica, fiorisca e venga diffusa il più possibile, almeno nell’ambito della propria città. Con molto piacere questa volta, come già in altre felici occasioni, oltre a cantanti lirici quali Valeria Sepe, Walter Fraccaro, Romano dal Zovo e Devid Cecconi, per la parte squisitamente strumentale si è unito al gruppo il Quartetto d’ Archi dell' Arena di Verona, in compagnia di Stefano Conzatti al clarinetto, per un Quintetto d’eccezione. Patrizia Quarta come sempre ha accompagnato i cantanti al pianoforte.

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DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART, TEATRO VERDI DI TRIESTE – VENERDÌ 13 GENNAIO 2017

Di Maria Teresa Giovagnoli

Ormai ogni volta che assistiamo ad una nuova produzione de Il Flauto magico di Mozart è lecito aspettarsi qualcosa di particolare o per lo meno di diverso rispetto alla tradizione. Dobbiamo dire che ultimamente abbiamo assistito ad interpretazioni discutibili, talvolta assurde, ma comunque la si metta è un'opera talmente densa di contenuti e significati che un regista può davvero sbizzarrirsi e inserire spunti di ogni tipo. Il rischio è ovviamente di strafare oppure uscire dal seminato. Per la nuova produzione in scena al Verdi di Trieste è stata chiamata la sudamericana Valentina Carrasco
che ha collaborato in passato con il notissimo team de La Fura dels Baus. Secondo la regista forza motrice del mondo sono i bambini, esseri di purezza indiscutibile e che muovono inconsapevolmente nel bene e nel male eventi e persone per il semplice gusto di giocare.

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CONCERTO DI CAPODANNO AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 31 DICEMBRE 2016

Si è concluso uno degli anni più difficili per la Fondazione Arena di Verona, con l’annuncio dell’ ormai definitiva perdita del corpo di ballo e la consapevolezza che i problemi non sono finiti, ma con la fiducia nelle masse artistiche che ancora credono nella forza dell’arte e della bellezza, da sempre divulgati dalla Fondazione. Così vogliamo pensare al concerto del 31 dicembre come un momento di speranza e di festa, con l’augurio che presto si possano trovare soluzioni efficaci da chi di dovere, per andare avanti puntando sulla qualità che da sempre contraddistingue l’arte italiana.

Un concerto festoso dal programma variegato è quello che Andrea Battistoni ha condotto al Teatro Filarmonico per salutare l'arrivo del 2017, con la partecipazione di coro ed orchestra areniani.


La prima parte è dedicata al repertorio operistico spaziando da Rossini a Verdi, Ponchielli, Leoncavallo, fino a Wagner, cui l’orchestra si accosta più che onorevolmente in occasioni concertistiche come queste. La Ouverture dal Guglielmo Tell vede bilanciati e morbidi tutti gli archi pronti poi per l’esplosione di suono insieme alle altre sezioni, che il Direttore sollecita ma controlla. Il coro preparato da Vito Lombardi si diverte ad interpretare le zingarelle ed i mattadori della Traviata, mentre la danza delle ore de La Gioconda offre un delizioso ponte verso il coro delle campane tratto da I pagliacci. Sembra sia ormai indispensabile inserire il coro del Nabucco nei concerti dedicati all’anno nuovo e così anche in questa occasione non è mancato, ormai fin nel midollo dei coristi che a sezioni unite offrono un suono ancor più omogeneo e coinvolgente. Da uno spumeggiante Fuoco di gioia si passa alla funambolica Cavalcata delle Walkirie, a conclusione della prima parte.

Fa piacere constatare con quanta compartecipazione ogni volta il maestro Battistoni conduca una orchestra che potremmo definire la sua grande famiglia. In una occasione come questa il beniamino di casa aggiunge ancor più brio e spontaneità ad una direzione comunque attenta e chiara. I musicisti si divertono e l’atmosfera si scalda, pronta per una seconda parte a nostro avviso più interessante per la presenza delle danze sinfoniche da West Side Story di Bernstein e l’Apprendista stregone di Paul Dukas. Il musical di Bernstein, anteposto a L’heure s’envole dal Roméo et Juliette di Gounod vista la sua attinenza con la trama, porta freschezza e diremmo ‘prepotenza’ melodica  al concerto, con i continui cambi di ritmo e di atmosfere, l’allegria e diremmo ‘nonchalance’ che si alterna a momenti di lirismo incredibile, è insomma una vera delizia, che ci piacerebbe fosse proposto in calendario anche qui. Niente male ascoltare l’apprendista stregone di Dukas, poema sinfonico dalle ambientazioni misteriose e un po’ sospese, che esemplificano esattamente il caos che il povero apprendista si suppone crei nel laboratorio del suo maestro. Naturalmente Battistoni ha divertito e si è divertito con l’orchestra della Fondazione Arena in bella forma chiudendo la parte ‘istituzionale’ con estratti dal quarto atto della Carmen. Non poteva davvero mancare però un doppio bis viennese: si sa che per quanto ci si sforzi di pensare a programmi variegati e coinvolgenti per festeggiare il nuovo anno, se mancano An der schönen blauen Donau (qui nella versione corale come in origine) e la Radetzky-Marsch non sembra davvero Capodanno, quindi anche l’orchestra dell’Arena di Verona ha fatto la sua parte e la serata si è conclusa con pizzico di spirito ed il Maestro Battistoni accomodato per qualche battuta tra i violoncelli.

Infine gli auguri di rito da parte di orchestra, direttore e presentatore e tutti a brindare con spumante e pandoro.

Applausi di felicità e vogliamo unirci agli auguri per un futuro meno incerto per la Fondazione Arena ed i suoi lavoratori.

Maria Teresa Giovagnoli

 

 

 

IL  PROGRAMMA DEL CONCERTO

 

Direttore         Andrea Battistoni

Maestro del Coro       Vito Lombardi

Orchestra e Coro dell’Arena di Verona

PRIMA PARTE

 

Gioachino Rossini
Guglielmo Tell: Ouverture

Giuseppe Verdi
La Traviata: Coro di zingarelle e mattadori

Amilcare Ponchielli
La Gioconda: La danza delle ore

Ruggero Leoncavallo
Pagliacci: Coro delle campane

Giuseppe Verdi
Nabucco: Va pensiero

Otello: Fuoco di gioia

Richard Wagner
Die Walküre: La Cavalcata delle Walkirie

 

SECONDA PARTE

 

Leonard Bernstein
West Side Story: Danze sinfoniche

Charles Gounod
Romeo e Giulietta: L’heure s’envole

Paul Dukas
L’apprendista stregone

Georges Bizet
Carmen (selezione Atto IV)

 

Presentazione a cura di Davide da Como

FOTO ENNEVI

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IL TROVATORE, G. VERDI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, MERCOLEDI’ 28 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Con molta curiosità siamo stati al Teatro Lirico di Cagliari dove è in scena in questi giorni lo spettacolo de Il Trovatore interamente concepito in ogni sua parte dalla mente visionaria del regista trentino Stefano Poda. In un ambiente lunare, dove gli spazi sono amplificati da fasci di luce ed ombra che esaltano le figure umane ed esaltano le espressioni dei loro volti, il destino degli uomini sembra dominato dalla vendetta e dai sotterfugi. Ora il buio ora la luce intensa si alternano a testimoniare come il fato decida in fretta e senza possibilità di scelta, ed anche i poteri dei forti vengano rovesciati all’improvviso. Tutti sconfitti: Leonora nel suo sogno d’amore e di vita, il Conte di Luna come crudele innamorato e fratello inconsapevole, la tremenda Azucena lacerata tra amore materno e vendetta di figlia, e naturalmente il trovatore Manrico, giustiziato senza appello. Poda sottolinea l’aspetto estremamente truculento del dramma verdiano con una semplicità forse spiazzante; tutto sommato sono pochi gli elementi presenti in scena, ma sono combinati efficacemente per dare ogni volta l'effetto desiderato, come in un quadro surrealista di fronte al quale si resta spiazzati ma anche attratti. La grande mano che troneggia tra i protagonisti pare afferrarli e spingere ognuno verso il suo destino oscuro, irto di acuminati pericoli..

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IL CAMPANELLO/GIOVEDI’ GRASSO, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE MARIO DAL MONACO DI TREVISO, LUNEDI’ 19 DICEMBRE 2016

Spesso i teatri di tradizione si fanno promotori di progetti atti al recupero di opere raramente eseguite oppure addirittura sepolte e dimenticate negli archivi di conservatori o case editrici. Così il teatro Comunale di Treviso insieme all’Opéra de Chambre di Ginevra ha riportato sulle scene due atti unici buffi del grande Donizetti poco eseguiti se non addirittura sconosciuti: Il campanello ed Il giovedì grasso. Il progetto nasce in collaborazione con l’Opera studio del Conservatorio di Venezia e con il Consorzio tra i Conservatori del Veneto. Inoltre l’Università di Ferrara ha fornito il suo apporto per la trascrizione dei testi.

Va da sé che un progetto di questo tipo risulta piuttosto ambizioso e va certamente apprezzato soprattutto per l’entusiasmo che i suoi partecipanti hanno mostrato sul palco. Detto questo dobbiamo anche sottolineare che trattandosi principalmente di un progetto realizzato con studenti del conservatorio, il giudizio globale va formulato considerando un cast composto da chi si trova tuttora in fase di studio, approfondimento interpretativo e in alcuni casi di maturazione vocale e tecnica. Stessa cosa dicasi per la volenterosa orchestra composta da musicisti di sicuro talento ma che provenienti da diversi istituti, non hanno certamente l’amalgama che possono vantare le orchestre, diciamo mature, i cui elementi lavorano insieme da tempo.  

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TRAVIATA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, DOMENICA 18 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Al Teatro Grande di Brescia arriva la Traviata che sta girando nel Circuito Lirico Lombardo da qualche mese con il curatissimo spettacolo di Alice Rohrwacher, regista nota al mondo cinematografico, che ha portato le suggestive atmosfere e la vivacità tipica dei lungometraggi anche sul palcoscenico operistico.   Succedono tantissime cose nell’ ambiente creato dalla scenografa Federica Parolini, un luogo che potrebbe essere non necessariamente Parigi, o in ogni caso un luogo di forti contrasti e grandi illusioni, laddove lo sfavillio delle luci e dei colori si contrappone alla desolante vita morale e sentimentale della protagonista, che come una diva del cinema è posta costantemente sotto i riflettori.

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TURANDOT, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, VENERDI’ 16 DICEMBRE 2016

Di Maria Teresa Giovagnoli

Mai come questa volta siamo stati lieti testimoni di una apertura di stagione in un teatro, poiché le difficoltà che sta affrontando la Fondazione Arena da mesi sono note ormai a tutti e vedere come dopo uno stop forzato di tre mesi si sia riusciti ad aprire la stagione operistica con una produzione veramente interessante ci conforta e rinnoviamo il nostro in bocca al lupo per il futuro.

Lo spettacolo di Turandot cui abbiamo assistito proviene dalla Slovene National Opera And Ballet di Maribor ed è concepito dalla mente di Filippo Tonon, il quale riesce a portare in scena tanto il gusto fiabesco di un impero dorato quanto il dramma che lacera la protagonista, circondata di bellezza e potere ma anche e soprattutto di morte. Tutto è studiato per affrontare questo dramma in ogni suo aspetto, in modo da affascinare lo spettatore ma allo stesso tempo entrare nei personaggi e scavare nella loro psiche. Un viaggio soprattutto mentale che non ha bisogno di una ambientazione specifica: potremmo essere in Oriente ma ciò che vediamo è soprattutto quello che i protagonisti vivono e sentono. Ecco che dunque l’oscurità può avvolgere le scene tanto quanto la luce della speranza, secondo il perfetto disegno luminoso dello stesso Tonon. Menzione speciale va fatta agli abiti di Cristina Aceti che scolpisce letteralmente i ruoli sui corpi dei personaggi immediatamente identificabili. La principessa di gelo è meravigliosa nei suoi abiti lucenti ed impalpabili, ma Tonon la fa muovere quasi con circospezione, avvolta da un’aura di mistero, il suo sguardo è fugace, ella scruta e giudica eterea e sfuggente. Liù è tutta dolore e sofferenza nella sua composta miseria fisica e sociale; vi è contrasto estremo tra la brillantezza dei nobili e la semplicità quasi selvaggia dello stesso Calaf, suo padre e la povera Liù. Neanche a dirlo le tre maschere sono sgargianti e vistose quanto i loro caratteri bizzarri. Terribile e magnifico allo stesso tempo il look del Mandarino che risulta quasi inquietante.


Bellissime le scene di Tonon con ornamenti bronzei, argentati che accennano al palazzo e muovendosi o scomparendo disegnano un continuo gioco di prospettive e cambi di visuale. Gli interpreti hanno tutto ciò che serve in uno spazio essenziale e magnifico allo stesso tempo.

Buono il risultato anche sul fronte musicale ma con diverse perplessità suscitate dalla direzione del Maestro Jader Bignamini. I ritmi sono serrati e seguono la concitazione degli eventi, ma un’opera che vive costantemente in bilico tra speranza e dolore, tra vita e morte, i cui interpreti sono chiamati a mostrare tutto il loro mondo interiore, soprattutto in questo allestimento così intimistico, nulla di tutto ciò è emerso dall’orchestra sempre spinta al massimo; anche nei momenti più squisitamente lirici non abbiamo sentito pathos ma solo forza e potenza, in quella che ci è sembrata quasi una gara a chi fosse il più forte.

Perfettamente in ruolo la Turandot di Tiziana Caruso che fa suo il personaggio rispondendo con precisione ai dettami di Tonon: splendida e irraggiungibile, ghiaccio puro che però si scioglie al primo bacio, terribile ma timida nel nascondere il volto allo sguardo della passione. Vocalmente è Turandot: voce immensa, di un velluto singolarissimo che avvolge e stupisce tanto per potenza che per varietà di colori piegati ai sentimenti ed ai turbamenti dell’animo.

Così Calaf è Walter Fraccaro tutto cuore e passionalità quasi selvaggia nel suo incedere e nel canto, che non sarà raffinato ma arriva dove bisogna e sa tenere le note quanto basta per sovrastare l’orchestra e strappare gli applausi di rito.

Liù è una dignitosissima Rocio Ignacio che nella sua modestia e pur non dotata di una voce particolarmente duttile, riesce a portare a casa una Liù commuovente e delicata.

Meravigliosi Ping, Pong e Pang con un eccellente Federico Longhi e due ottimi compagni,  Massimiliano Chiarolla e Luca Casalin.

Timur è un Carlo Cigni non sempre particolarmente a fuoco, mentre l’Imperatore Altoum di Murat Can Güvem ha sofferto talvolta i volumi orchestrali. Chiudono il cast Un mandarino, Nicolò Ceriani che ripetiamo è stato magnificamente inquietante nel costume della Aceti, ed il Principe di Persia Salvatore Schiano di Cola .

Preparato molto bene, ma ormai quest’opera è nelle sue corde da tantissimi anni, il coro areniano preparato da Vito Lombardi.

Successo trionfale per tutti i protagonisti della produzione, cantanti, direttore e team registico, da parte di un teatro purtroppo non pienissimo.

Maria Teresa Giovagnoli

 

 

LA   PRODUZIONE

 

Direttore d'Orchestra           Jader Bignamini

Regia, scene e luci                  Filippo Tonon

Costumi                                  Cristina Aceti

Maestro del Coro                   Vito Lombardi

Direttore allestimenti             Giuseppe de Filippi Venezia

scenici

GLI INTERPRETI

 

Turandot                               Tiziana Caruso
Calaf                                      Walter Fraccaro
Liù                                          Rocio Ignacio

Timur                                     Carlo Cigni
Ping                                        Federico Longhi
Pong                                       Massimiliano Chiarolla
Pang
                                       Luca Casalin
Imperatore
Altoum              Murat Can Güvem
Un mandarino
                       Nicolò Ceriani
Il principe di Persia
              Salvatore Schiano di Cola

Allestimento della Slovene National Opera And Ballet di Maribor

Orchestra Coro e Tecnici dell'Arena di Verona

FOTO ENNEVI - FONDAZIONE ARENA DI VERONA 

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