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LA TRAVIATA, G. VERDI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, VENERDI’ 26 GENNAIO 2018

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Con la nuova produzione di Traviata il Mario del Monaco di Treviso ritorna a scommettere sul classico verdiano, affidando la regia ad Alessio Pizzech che affronta nuovamente in carriera il personaggio di Violetta, creando uno spettacolo particolarmente emotivo, molto realistico, a tratti angosciante. Non le feste, infatti, gli amici, lo sfarzo, i sogni e la leggerezza di una femme fatale che si gode la vita ‘folleggiando’, sono il centro della sua narrazione, ma solo ed esclusivamente la malattia, la difficoltà di deambulare,  lo sforzo di proferir persino parola, di trovare ancora un sorso di vitalità in una vita che velocemente la consuma, nonostante le premure di un amante passionale sì, ma impotente di fronte a tanto dolore. Violetta è costantemente in camicia da notte e vestaglia, non ha voglia di agghindarsi, nemmeno per la festa a casa sua o di Flora. La sua vita con Alfredo è quasi sempre a letto, ansimando a faticando ad ogni passo. Una sedia a rotelle la accompagna verso l’ultimo respiro nell’atto conclusivo. La povera Annina la segue ovunque, angosciata, piangente, sempre in scena a mostrare i fazzoletti macchiati di sangue che la padrona impregna ad ogni colpo di tosse. Solo dolore e morte, con pochissimi sprazzi di gioia, sono i compagni di questa donna fragile ed infelice. Tutto il resto è mero contorno: le scene di Davide Amadei utilizzano pochi arredi essenziali ed un tendaggio che accenni alle pareti degli ambienti, mentre nei costumi può sbizzarrirsi solo con il coro, mascherato in modo assai bizzarro. Le luci sono affidate a Roberto Gritti.

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DER FLIEGENDE HOLLAENDER, RICHARD WAGNER - TEATRO PETRUZZELLI BARI, 23 GENNAIO 2018

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Per la prima volta (!) dalla sua prima rappresentazione avvenuta a Dresda nel 1843, il Teatro Petruzzelli di Bari, accoglie la straordinaria partitura del “Der Fliegende Hollaender”di Richard Wagner colmando questo assurdo ritardo con un cast ed un allestimento di buon livello qualitativo.

Con “Der Fliegende Hollaender” Wagner imbocca la via maestra della propria estetica musicale, voltando le spalle alle convenzioni teatrali dell'epoca, compiendo per la prima volta quel salto in avanti che lo porterà, con il ciclo del Ring, a rompere definitivamente con una estetica musicale ormai obsoleta e superata per la sua visione di teatro in musica.

Il suo salto in avanti è dovuto all'incontro con qualcosa che sembra aderire di colpo al respiro musicale di Wagner identificandosi con esso.

Questo qualcosa è la ballata romantica, genere poetico riscoperto dallo Sturm und Drang, fatto di cupe leggende sullo sfondo di una natura sconvolta e fissato in una narrazione rappresa e in forme ritmiche scandite che emergono direttamente dalla voce anonima della tradizione popolare; fusa e ampliata nel genere “opera romantica”, la ballata ha già alimentato un capolavoro come “Il franco cacciatore” di Weber e uno spartito ai suoi tempi fortunato come “Il vampiro” di Marschner, entrambi da includere tra le fonti principali del lavoro wagneriano.

Ed è infatti la ballata in sol minore che Senta intona nel secondo atto, un allegro ma non troppo in 6/8, “Traft ihr das Schiff”, il fulcro centrale dell'opera, perno rotante sul quale si sviluppa l'intera partitura musicale in una progressione che va dalla scena introduttiva della filatura, prosegue appunto con la ballata di Senta e la narrazione del sogno di Erik, per culminare nel duetto conclusivo. Il Wagner maturo, dunque, teneva ad assegnare alla Ballata  ( e per estensione a tutta l'opera) la funzione di preannunciare la sua poetica più matura, basata sull'uso strutturale del Leitmotive e sulla rinuncia alla tradizione del pezzo chiuso.

L' allestimento di Yannis Kokkos, che cura in toto regia, scene e costumi, si inserisce alla perfezione in questo filone di “opera romantica” .

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LA BOHÈME, PUCCINI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, VENERDI’ 19 GENNAIO 2018

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E’ di scena La Bohème di Puccini al Comunale di Bologna ad inaugurare la stagione lirica dell’anno appena iniziato. Protagonista assoluta della nuova produzione bolognese è la regia confezionata dall’ormai ampiamente riconosciuto come geniale regista Graham Vick. Riprendendo e sviluppando l’idea messa in scena per il teatro di Atene qualche anno fa, ci dimostra finalmente come modernità ed innovazione possano felicemente coniugarsi con il rispetto per il libretto, per il pubblico e per gli interpreti coinvolti. Moderna è l’ambientazione, volutamente vicina agli anni nostri, ma senza particolari specificatamente distinguibili; innovative sono le tecnologie utilizzate per creare scene (opera di Richard Hudson) facilmente smontabili e che non richiedano lunghi intervalli tra i quadri, in cui l’azione scenica è meravigliosamente vera, viva e coinvolgente.

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CARMEN, BIZET – TEATRO FRASCHINI DI PAVIA, VENERDI’ 12 GENNAIO 2018

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Nella sua penultima tappa del Circuito di Opera Lombardia, Carmen di G. Bizet, approda al Teatro Fraschini di Pavia.

Spettacolo non particolarmente bello tra quelli visti negli ultimi anni in questo pur meritevole circuito di Teatri di tradizione.

Il regista Frederic Roels non è capace di trasmettere alcuna delle passioni infuocate che pervadono la partitura, trasformandola in una sfilata di marionette che entrano ed escono dai differenti lati di una colonnata trasversale invero brutta.

Le scene sono poco curate con un evidente errore di prospettiva. L’intera scena infatti era sollevata di almeno un metro rispetto all’altezza del palcoscenico per cui le sorgenti d’acqua, in cui pure i diversi protagonisti cadono o immergono le mani, non si vedevano e lo spettatore usciva da teatro con un gran male al collo.

I costumi erano a dir poco imbarazzanti con Carmen che sembrava una contadina in gita ad un picnic e Micaela che pareva più una Heidi delle favelas vestita male.

Davvero il nulla. Nulla da dire, nulla da commentare, il nulla che è rimasto anche negli occhi di chi ha assistito.

Dal punto di vista musicale le cose sono andate decisamente meglio pur con i doverosi distinguo.

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RIGOLETTO, GIUSEPPE VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA, VENERDI’ 12 GENNAIO 2018

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Il Regio di Parma sceglie di aprire la stagione operistica con un’ opera vincente già di per sé per titolo ed autore, se poi si aggiunge il ritorno di un amatissimo protagonista maschile, difficilmente si può sbagliare il colpo: Rigoletto di Verdi e l’interpretazione di Leo Nucci. Ritorna ancora una volta il ricchissimo allestimento datato 1987 che fu ideato dal compianto Pier Luigi Samaritani, che come spesso accade per i grandi registi curò anche scene e costumi. Oggi lo spettacolo viene ripreso dalla sua ex allieva Elisabetta Brusa,  riproponendone fondamentalmente le direttive, coadiuvata dalle luci di Andrea Borelli. Le sale decorate, gli arredi, i costumi ricchi ed in verità un po’ ingombranti, secondo la moda del sedicesimo secolo, nonché la casa diroccata di Sparafucile, restano funzionali ancora oggi per rivivere a pieno i sogni ed i drammi di Gilda e del fin troppo protettivo padre.

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TOSCA, GIACOMO PUCCINI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDI’ 21 DICEMBRE 2017

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In chiusura di stagione il Comunale di Bologna punta sul sicuro con la produzione di Tosca che ha debuttato l’anno scorso a Torino con la regia di Daniele Abbado (ripresa da Boris Stetka), a scaldare gli animi nel mese più festoso dell’anno. Ed è proprio il fuoco che arde nel petto di Floria ad essere esaltato in questo spettacolo che vede nella figura accentratrice della cantante il fulcro dell’azione scenica, che ruota fisicamente sul palco girevole con i vari elementi che ne fanno parte. Abbado pensava ad un luogo neutrale, realizzato da Luigi Perego, che potesse ricordare tanto un altare quanto gli altri luoghi della vicenda, simboleggiando un sito in cui si sacrificano tutti gli ideali dei protagonisti, nonché l’ avversato sogno d’amore. Come due belve in libertà che si scontrano in arena, Tosca e Scarpia sconvolgono una sorta di status quo languido in cui il povero Cavaradossi non è che una pedina di passaggio dal destino segnato. Sono suggestive le immagini video in bianco e nero di Luca Scarzella di una Roma un po’ vintage proiettate sul fondo scenico, e i costumi dello stesso Perego, particolarmente ricercati per Floria, sono appropriati all’ambientazione raffinata. Ben architettate anche le luci di Valerio Alfieri.  

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LA VEDOVA ALLEGRA, FRANZ LEHAR – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, DOMENICA 17 DICEMBRE 2017

Non c’è niente di meglio che puntare su un titolo di forte richiamo e con interpreti ben noti ed apprezzati dal pubblico per inaugurare una stagione operistica in concomitanza con le festività natalizie. Ecco dunque che la Fondazione Arena di Verona va sul sicuro riproponendo, e a ragione visto il successo di pubblico, lo spettacolo de La vedova allegra che dall’ormai lontano 2005 vede la firma di Gino Landi alla regia, ripresa qui da Federico Bertolani, artefice di uno spettacolo completo ove musica, danza e prosa si intrecciano per circa tre ore di spettacolo, con colpi di scena, risate, unitamente ad un tocco di commovente lirismo.

Questa deliziosa operetta cara anche ai non appassionati e ‘puristi’ dell’opera diciamo più ‘seria’, è uno squisito intreccio di storie d’amore e di malintesi, di scambi di persona, di problemi finanziari, farciti con musiche da walzer ottocenteschi e canti sensuali.  

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FAUST, CHARLES GOUNOD - TEATRO COMUNALE DI MODENA, 03 DICEMBRE 2017

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Faust.

“Un monumento nazionale”, “un capolavoro della letteratura”, “un'opera maledetta”, “la nascita di un mito”.

Sono questi alcuni degli epiteti che accompagnano il lavoro di Goethe, decretandone il suo successo e in parte la sua incomunicabilità ancora ai giorni nostri.

Lo stesso Charles Gounod non rimarrà insensibile al richiamo fascinoso di un capolavoro che lo porterà, per più di vent'anni, a torture intellettuali e mistiche tutte tese alla ricerca di una impossibile riduzione operistica del capolavoro di Goethe.

Arresosi ad un adattamento, quello preparato per lui da Jules Barbier, che limita ed esalta l'azione goethiana, principalmente alla storia amorosa tra Faust e Margherita, il “suo” Faust  rappresenta uno dei più rimarchevoli successi nella storia dell'opera.

Per più di tre quarti di secolo è stata l'opera più popolare dell'intero catalogo internazionale, ogni singolo teatro l'aveva in repertorio pronta ad essere rappresentata con adattamenti, tagli, rimaneggiamenti, aggiunte ad uso del singolo cantante o impresario.

Oggi, come se un'indigestione ne avesse decretato il bando, vedere rappresentato il Faust di Gounod è più impossibile che raro.

La Fondazione Teatro Comunale di Modena, in coproduzione con la Fondazione Teatri di Piacenza e Reggio Emilia, anche per onorare il bicentenario della nascita del compositore (2018) ne commissiona un nuovo allestimento, affidandone la parte creativa al collettivo Anagoor e a Simone Derai, entrambi alla prima esperienza in campo operistico ma già ben rodati e acclamati nel repertorio di prosa.

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DIE ANTILOPE / JOHANNES MARIA STAUD , TEATRO COMUNALE DI BOLZANO PER OPERA 20.21 – SABATO 2 DICEMBRE 2017

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Non poteva essere più esemplificativo lo slogan della nuova stagione operistica della Haydn di Bolzano e Trento: fuga dalla realtà! E’ esattamente quanto avviene al protagonista de Die Antilope di Johannes Staud che inaugura gli appuntamenti in cartellone, con la consueta formula che privilegia le composizioni scritte appunto tra ventesimo e ventunesimo secolo. Si narra ormai di tutto sulla disgraziata società che ci circonda, e dunque il librettista Durs Grunbein ha creato appositamente, per questo lavoro di  Staud, un testo che si sposa tanto con l’idea musicale nella mente del compositore, quanto con l’atmosfera surreale che essa evoca. Tra le immagini che più caratterizzano il mondo piatto e globalizzante di oggi vi è certamente l’azienda con i suoi dipendenti, un corpo unico ed omologato, privo di qualsiasi interesse agli occhi del giovane Victor, che evidentemente non ci si ritrova, non ci sta a conformarsi e perdere la propria identità tra discorsi senza senso e piattume totale. Il regista  Dominique Mentha veste infatti tutti uguali questi impiegati che indossano una testa animalesca, tanto ‘imbarbariti’ sono oramai, perché privi dell’elemento umano che invece ci distingue l’uno dall’altro. Così matura il gesto folle per il protagonista di lanciarsi dalla finestra di quell’ambiente certo freddo che è la sala delle riunioni in cui avviene un ennesimo party tra dipendenti. Ma, ispirandosi chiaramente a Kafka, da qui parte un viaggio attraverso diverse situazioni, sempre assurde, che gli permettono di constatare quanto bizzarri siano anche gli altri luoghi in cui si ritrova a vagare, privo addirittura del suo stesso linguaggio, ma ormai trasformato in un antilope, appunto, animale in fuga, dal linguaggio simil-Afrikaans con cui pare farneticare.

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GIUSEPPE VERDI, UN BALLO IN MASCHERA, TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 24 NOVEMBRE 2017

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Con il ’Ballo’ verdiano La Fenice di Venezia apre il sipario sulla stagione operistica  2017/18 affidando la regia dello spettacolo al giovane Gianmaria Aliverta che assieme a Massimo Checchetto per le scene ed a Carlos Tieppo per i costumi, confeziona un dramma molto particolare e chiaramente vicino alla sua sensibilità. Non volendo tradire completamente il libretto, Aliverta mantiene sostanzialmente quanto esso prescrive, aggiungendo però il suo tocco personalissimo. Siamo in una America generica, a giudicare da simboli abbastanza ovvi quali la Statua della Libertà ed il vessillo americano, e ci spostiamo avanti di due secoli rispetto al libretto, nel periodo seguente la guerra di Secessione che afflisse gli Stati Uniti fino al 1865, con una particolare attenzione al problema della schiavitù e alla sua risoluzione grazie al Tredicesimo Emendamento della costituzione americana. La storia d’amore tra Amelia e Riccardo passa decisamente in secondo piano rispetto al problema politico – sociale sottolineato dal regista. La stessa protagonista è soprattutto una donna di colore che ha sposato un uomo bianco di potere (ed è innamorata di un altro ancora più potente), e quindi riscatta  decisamente la posizione in società di tante sfortunate dell’epoca.  Ulrica è appunto un una santona nera in grado di liberare le anime dei tormentati e sempre di colore è la donna da lei ‘risanata’ in scena; non mancano neppure riferimenti al Ku Klux Klan con la terribile croce infuocata sul palco. Le scenografie di Checchetto sono semplici ma efficaci e riproducono gli ambienti necessari alla narrazione. I costumi di Tieppo sono coerenti con l’ambientazione, e naturalmente gli ospiti al ballo sono tutte statue della libertà con una vistosa maschera color oro..

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CONCERTO DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – DOMENICA 19 NOVEMBRE 2017

Gli ormai celebri pomeriggi musicali dell’Associazione Verona Lirica sono da tempo dei veri e propri recital lirici cui artisti di fama mondiale prendono parte sia per l’amicizia che li lega alla città di Verona, sia per la professionalità e cordialità di chi organizza i concerti in calendario, che spesso anticipano i cast che si esibiscono poi al festival estivo della Fondazione Arena, oppure alla sessione invernale proprio al Filarmonico.  

Ad accompagnare gli artisti anche questa volta Patrizia Quarta  al pianoforte, ed eccezionalmente anche il primo violoncello dell’orchestra areniana, Sara Airoldi, per la verità un magnifico ritorno per l’Associazione. Arie d’opera molto note o brani da riscoprire hanno visto impegnati Desirée Rancatore, soprano, Marina Comparato, mezzosoprano, Alessandro Viola, tenore, e Ivan Inverardi, baritono.

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AIDA, GIUSEPPE VERDI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, DOMENICA 12 DICEMBRE 2017

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Arriva dal Macerata Opera Festival e da un progetto del 2014 l’Aida firmata da Francesco Micheli in scena al Teatro Comunale di Bologna in questi ultimi scampoli di stagione 2017, con uno spettacolo che tenta di coniugare la maestosità dell’antico impero egizio con la grandiosità dei mezzi moderni, creando un ponte tra antico e futuro e tra i popoli di allora e d’oggi. Questo tipo di approccio non è una novità e non troviamo certo strano il parallelo tra storia passata e presente/futuro; vero è infatti che i temi trattati nell’opera sono da considerarsi universali ed applicabili ad ogni epoca, ma conoscendo Micheli ed il suo genio sicuramente ci saremmo aspettati qualcosa di più, potremmo dire, approfondito. Etiopi ed Egiziani si muovono su di un grande computer bianco senza tasti, creato da Edoardo Sanchi, il cui piano inclinato sembra poggiato su un leggio, e che si chiude sulle teste degli sfortunati protagonisti a simboleggiare la ‘fatal pietra’ tombale. Il coro a sua volta si tiene aggiornato (sull’avanzata nemica?) attraverso dei tablet che dovrebbero ricordare le antiche tavolette degli scribi. Del fasto egizio non c’è nulla di visibile concretamente in scena, ma mastodontiche sono le didascalie che enfatizzano espressioni del libretto oppure i nomi stessi degli interpreti quando cantano. Le proiezioni dei disegni di Francesca Ballarin servono ad esemplificare ed arricchire il narrato, ma spesso risultano semplici cornici sceniche a quello che di fatto appare un allestimento estremamente essenziale. Bianco anche tra i costumi del coro infagottato in tuniche austere; meglio gli abiti dei protagonisti tra cui impera nel vero senso della parola il Re con la sua mise, il tutto opera di Silvia Aymonino.  I balletti dalle coreografie particolarmente originali di Monica Casadei per la compagnia Artemis Danza si discostano anch’essi dalla tradizione, con i bravissimi ballerini fasciati in tute bianche come pronti a lasciare il pianeta alla volta spaziale.

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ORAZIO SCIORTINO: LA GATTOMACHIA, FIABA MUSICALE PER NARRATORE, VIOLINO CONCERTANTE E ARCHI. PRIMA ESECUZIONE ASSOLUTA - I CAMERISTI DELLA SCALA, 29.10.17

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Riempire un teatro di 2030 posti a sedere, tanti sono quelli del Teatro alla Scala, di bambini estasiati e concentratissimi  in un tiepido  pomeriggio di mezz'autunno, non è facile impresa. Ci sono riusciti i Cameristi della Scala diretti da un precisissimo Hakan Sensoy con i solisti Fabien Thouand (oboe), Valentino Zucchiatti (fagotto), Andrea Manco (flauto) e un pianista compositore che ben conosce il fatto suo, Orazio Sciortino.

I primi, confezionando e suonando (benissimo) un programma introduttivo fatto di brevi concerti per strumento solista ed orchestra d'archi che captano l'attenzione per la loro peculiarità timbriche e sonore (di B. Marcello il concerto in re min. per oboe ed archi, di A. Vivaldi il concerto RV493 per fagotto ed archi ed il concerto RV428 per flauto ed archi), il secondo, per aver composto una fiaba musicale a lieto fine  dove gatti e strumenti musicali dialogano senza sosta in una gara sonora spassosissima.

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LA FANCIULLA DEL WEST, GIACOMO PUCCINI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, SABATO 28 OTTOBRE 2017

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Il Lirico di Cagliari si avvia alla conclusione della stagione operistica con un pezzo da novanta che mancava in città dal 1985 ed alla cui rappresentazione non potevamo mancare. La fanciulla del West è forse l’opera pucciniana più complicata da mettere in scena, vuoi per l’ambientazione particolare, vuoi per l’elevato numero di personaggi in azione e vuoi perché, essendo effettivamente meno rappresentata degli altri suoi capolavori, non è sempre facile trovare chi se ne prenda l’incarico. Ci ha pensato la New York City Opera (USA), in collaborazione col Lirico stesso, il Teatro del Giglio di Lucca, e l’Opera Carolina di Charlotte (USA). Il risultato è stato uno spettacolo ricco e con una regia che valorizza gli interpreti, a tratti nevrotica ma pertinente. Tradizionale è l’impianto di fondo pensato da Ivan Stefanutti che ci riporta fedelmente all’America dei ricercatori d’oro di metà Ottocento, con le immagini proiettate sullo sfondo atte ad immergere chi osserva tanto nel paesaggio americano quanto negli stati d’animo dei personaggi. Gli ambienti sono ricostruiti in maniera piuttosto schematica e semplice ma sufficiente a renderne l’idea. I costumi sono perfettamente American style, si veda quelli indiani di Wowkle e del suo uomo. Per rendere più realistici gli ‘scontri’ armati Kara Wooten ha istruito gli interpreti all’uso delle armi; infine sottolineamo l’efficacia degli effetti luminosi curati da Michael Baumgarten.

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JÉRUSALEM, GIUSEPPE VERDI - TEATRO REGIO DI PARMA , FESTIVAL VERDI , VENERDI’ 20 OTTOBRE 2017

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Con la Jérusalem che ha inaugurato il Festival Verdi di quest’anno, il Regio di Parma ha scelto un titolo ‘imponente’ che attira pubblico per rarità di esecuzione e richiede anche una produzione di alto livello per rispettare i crismi del genere Grand Opéra cui appartiene. E di fatti elevatissima è stata la presenza di pubblico internazionale, per lo meno alla recita cui abbiamo assistito, curioso e molto interessato. Il celebre riadattamento francese de I Lombardi alla prima crociata di Verdi non è opera lieve e se non realizzata con intelligenza rischia di risolversi in un carrozzone che avanza su un guado.

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FALSTAFF, GIUSEPPE VERDI – TEATRO REGIO DI PARMA PER IL FESTIVAL VERDI, DOMENICA 15 OTTOBRE 2017

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Per rappresentare un personaggio controcorrente come Sir John Falstaff per il quale è stato detto di tutto e di più, sia perché è protagonista di un capolavoro della storia della musica, sia perché è uno dei personaggi più noti del panorama letterario inglese grazie al genio di Shakespeare, il regista Jacopo Spirei ha fatto quanto di meglio si possa sperare per rendervi giustizia: seguire il libretto. Partendo da ciò che vi si narra, dal testo con tutte le sue sfumature, i personaggi e le loro caratteristiche, ha ideato uno spettacolo fresco, frizzante, in cui ogni personaggio ha un carattere ben definito e può esprimersi in un ambiente dal sapore tradizionale, ma niente affatto antiquato né banale. Il buon vecchio John forse in cuor suo percepisce il ‘pericolo’ burla, ma sta al gioco, è convinto o forse vuole convincersi di avere ancora qualche carta da giocare con le belle del paese, e scoprire di essere stato sonoramente canzonato lo pone forse quasi su di un piano di superiorità, ammettendo la sua colpa (‘ben mi sta’) e considerando di non essere certo l’unico burlato in tutta la vicenda (‘..lo scornato chi è?’).

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TRISTAN UND ISOLDE, RICHARD WAGNER - TEATRO REGIO TORINO, 10 OTTOBRE 2017

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Sul Tristan und Isolde, l'opera che ha più di altre sconvolto la storia della musica a partire da quel suo accordo iniziale che rinvia continuamente la risoluzione delle tensioni e ne caratterizza un'incessante elaborazione, si è scritto, detto e parlato fin troppo.

Premesso che il linguaggio di Wagner in Tristan und isolde, non è compatibile con le forme tradizionali di teatro musicale, la stupefacente novità  del capolavoro  del maestro di Lipsia, risiede in sostanza nell'invenzione di un continuo flusso dell'elaborazione sinfonica che ribalta il tradizionale rapporto tra voce e orchestra, dove la scrittura vocale non è semplicemente accompagnata da un supporto strumentale, ma scaturisce da una identica concezione armonico\contrappuntistica.

Il Tristan und Isolde è quindi principalmente un lavoro di rottura, dove la frattura ne permette una varietà di visioni musicali e registiche, infinite.

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EL CANTOR DEL MEXICO, FRANCIS LOPEZ - TEATRO DE LA ZARZUELA MADRID, SABATO 7 OTTOBRE 2017

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Francis Lopez può venire considerato come il più prolifico compositore di operette in lingua francese dal secondo dopoguerra fino alla sua morte avvenuta nel 1995 e il tenore Luis Mariano, per il quale scriverà i suoi maggiori successi,  il suo miglior interprete principale.

Ed è appunto con la composizione di Le chanteur de Mexico nel 1951 che la fama di entrambi  assume rilevanza europea grazie anche ad un film omonimo, girato nel 1956, che li consacrerà definitivamente come star indiscusse del genere.

Un genere di spettacolo fatto di melodie orecchiabili, ambientazioni esotiche, lieto fine obbligatorio e trama non eccessivamente complicata, il tutto condito da un corpo di ballo in gran spolvero con ballerine più “svestite” del solito, costumi e scenografie sgargianti e da una facilità di ascolto che rapiva un pubblico uscito da poco dagli orrori di una guerra cruenta, desideroso di dimenticare in fretta e riprendersi una vita serena.

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LA CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, DOMENICA 1 OTTOBRE 2017

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Il Grande di Brescia rende omaggio alla Cenerentola rossiniana, che debuttò nel gennaio di duecento anni fa a Roma, con uno spettacolo dai colori vivaci e dall’accento frizzante, non esageratamente tradizionale, ma ben lontano da certe stravaganze che talvolta vengono partorite con l’intento di stravolgere il libretto. Arturo Cirillo resta molto legato al racconto fiabesco, ma decide di ambientare la storia tra architetture barocche cui fanno da sfondo elementi di strutture industriali, opera di Dario Gessati, come a voler indicare che quanto accade in scena ha comunque un fondo molto chiaro di verità e concretezza. Molto fanno gli interpreti stessi, cui il regista ha evidentemente lasciato il compito di accentuare il carattere di ognuno; così don Magnifico e Dandini sono buffi quasi a livello di cabaret e gli altri personaggi sembrano ruotare intorno a questa scia di allegria che sovrasta tutti. Solo la povera Angelina offre un velo di tristezza, con l’insistere del suo canto ‘Una volta c’era un re..’, sempre espressa liberamente e senza particolari costrizioni registiche. Tanta parte hanno anche i mimi che interpretano una specie di danza della scarpetta sulla ouverture, e sono artefici di parecchi siparietti nel corso della rappresentazione. Ovviamente i costumi non potevano essere da meno, così Vanessa Sannino crea stravaganti fogge per i più ‘matti’, addirittura infiocchettando le due sorellastre in abiti fiorati (letteralmente con due enormi fiori in testa), lasciando invece nella semplicità e purezza  Angelina e nella discrezione Don Ramiro.

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FESTIVAL VERDI 2017: GIUSEPPE VERDI, STIFFELIO - TEATRO FARNESE PARMA, 30 SETTEMBRE 2017

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Tutti in piedi, c'è Stiffelio!

La prima volta di Grahm Vick a Parma, se la ricorderanno per molto tempo.

Sì perché dove passa  Graham Vick fa terra bruciata di tutto ciò che trova, rimane solo un prima ed un dopo.Il prima è il classico teatro di tradizione dove tu paghi un biglietto, entri in teatro, ti siedi, attendi l 'apertura del sipario e ti godi uno spettacolo che può piacere o meno  ma al quale assisti passivamente ascoltando cantanti e orchestra che ti paiono lontani su di un palcoscenico inarrivabile, con i suoi cliché fatti di applausi, ingressi in scena, calate di sipario.

Quello a cui abbiamo assistito a Parma al Teatro Farnese è il dopo.

Non sei più all'opera, sei dentro l'opera, parte attiva di essa e del suo divenire.

Vick ha pensato che tutta l'azione si debba svolgere in platea dove su 4 piattaforme mobili con il pubblico libero di girarci attorno, commentare a bassa voce e fotografare, fa svolgere l'intera azione. E non lo fa solo per ragioni artistiche, giacché​ il Teatro Farnese è in parte impraticabile a causa delle sue ripidissime scalinate e per la totale assenza di un palcoscenico tradizionale, ma meglio così!

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