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FRESCHE NOTE DVD: ADÈS, THE TEMPEST ADÈS/KEENLYSIDE/LUNA/MET (Deutsche Grammophon)

Rappresentare Shakespeare con un’opera lirica è sempre una grande sfida che comporta una profonda conoscenza dell’autore e la ricerca della musica che meglio possa rappresentare gli eventi narrati. È questo il caso della meravigliosa ‘The Tempest’, opera in tre atti su libretto di Meredith Oakes, scritta dal giovanissimo compositore Thomas Adès, nato a Londra nel 1971, che arriva finalmente in DVD. Ispirata proprio all’ultimo capolavoro di Shakespeare, questa composizione è targata 2004 e ha visto sin dal suo debutto alla Royal Opera House di Londra un immediato e grande successo generale. Costituisce soltanto il secondo lavoro operistico del compositore, dopo l’esordio con ‘Powder her face’ del 1995, ma ha saputo conquistare tutti per la ricchezza musicale e la varietà vocale offerta. Il Metropolitan House di New York lo ha messo in scena nel 2012 con una produzione sontuosa e favolistica ideata dal regista Robert Lepage, volta a cogliere lo spirito del racconto shakespeariano, sospeso tra la concretezza e la fantasia dei diversi personaggi.

La storia, in estrema sintesi, narra del modo in cui il mago Prospero, ex duca di Milano scacciato dal suo stesso fratello Antonio, grazie alla sua magia, riesca a minipolare gli eventi e le persone, in modo tale da riprendersi ciò che gli spetta, con la felice conclusione delle nozze tra sua figlia Miranda ed il principe di Napoli Ferdinando e la pace restaurata tra i due regni.

Il regista ha immaginato che l’isola di Prospero fosse ambientata in una spettacolare miniatura del teatro La Scala di Milano (riprodotta da Jasmine Catudal), vista da vari ambienti che cambiano, ma soprattutto dal palcoscenico guardando la sala di fronte e di lato, con i suoi palchetti illuminati, minuziosamente riprodotti sul palco del Met, al centro del quale si susseguono lampadari giganti usati come liane, lenzuola scosse che naturalmente richiamano alla tempesta, velieri in scala ridotta che attraversano il palcoscenico, fondali che si trasformano in giardini incantati, creature misteriose, e tutto ciò che può servire alla ‘magia scenica’. Gli abiti meravigliosi sono della costumista australiana Kym Barrett, anch’essi sospesi tra il sogno e la realtà.

Il cast veramente preparato sia vocalmente che dal punto di vista attoriale, vede nel ruolo di Ariel il soprano Audrey Luna, decisamente impervio per l’altezza di tessitura richiesta, il centrale personaggio del mago Prospero ricoperto dal baritono Simon Keenlyside, Isabel Leonard come sua figlia Miranda, il tenore Alek Shrader nei panni di Ferdinando, Toby Spence come Antonio, William Burden è il re di Napoli ed infine Alan Oke è lo schiavo Calibano.

Chi meglio dell’autore stesso poteva dirigere questo lavoro spettacolare? Thomas Adès conduce l’orchestra del Met accompagnando eventi, cantanti e coro in un’avvolgente armonia e contagioso entusiasmo, così come ricca di colore ed effetti emozionali è la sua partitura, dalla musica incalzante e quasi cinematografica, che unisce la modernità con le favole d’altri tempi, e che possiamo godere in questo DVD come e quando vogliamo a casa nostra!


MTG



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DO RE MI…..PRESENTO – intervista a MANUELA CUSTER

L' Artista che incontriamo oggi è sicuramente una delle più eclettiche ed in continua evoluzione tra le interpreti dei nostri giorni. Conosciamo meglio Manuela Custer, apprezzato mezzosoprano di Novara, che può ascrivere a suo nome un repertorio incredibilmente vasto che l’ha vista debuttare in importanti teatri ed istituzioni culturali di mezzo mondo. Gli innumerevoli ruoli che interpreta la vedono spaziare in epoche e stili diversi, consentendole di mettersi sempre in gioco e rinnovarsi vocalmente. Ricordiamo personaggi come Romeo di Bellini (Capuleti e Montecchi), Mallika di Delibes (Lakmè), Smeton di Donizetti (Anna Bolena), Orfeo di Gluck (l' Orfeo), ed ancora Rosina di Rossini (Barbiere di Siviglia), Rinaldo di Haendel (Il Rinaldo), Suzuki di Puccini (Madama Butterfly), Sesto di Mozart (La clemenza di Tito), Lucrezia di Britten (The rape of Lucretia)... e la lista continua davvero lunghissima, tanto nell’Opera quanto nel repertorio sinfonico. Sempre ottenendo grandi successi, il pubblico la acclama per la sua incredibile capacità comunicativa, che assieme al suo punto di forza, una voce dalla tecnica affinata e sicura, ne fanno una Artista davvero completa.


Descriva la sua voce a chi non la conosce e cosa secondo lei la distingue da quella degli altri suoi colleghi.
Beh la distingue il fatto che...è la mia! E' molto difficile descrivere una cosa propria con oggettività... Naturalmente è bellissima! E' la mia compagna di parecchi anni di carriera, è molto colorata, è autonoma, ma ha imparato a fare quello che le chiedo con una certa collaborazione! Non mi tradisce se la tratto bene e mi ha assecondata e sostenuta in diverse avventure interessanti. Ci vogliamo bene!

Come descriverebbe gli inizi della Sua carriera e cosa l’ha portata a intraprenderla?
Ormai lo sanno tutti credo:  il caso! Ho iniziato per caso e continuato per necessità.

I ricordi più cari e i momenti che Le danno maggiore soddisfazione?
Quelli in cui si sente che si è fatto qualcosa di buono per e con la musica. Questo non è mai, specie per un cantante, un atto puramente singolo. Come minimo abbiamo un pianista e poi un’orchestra, colleghi, direttore, regista; ho più di un momento da ricordare, ma un concerto a cui non potrei rinunciare è quello al Festival di Edimburgo del 2003, Zelmira di Rossini con conseguente disco; poi certo “Il Diluvio Universale” di Donizetti al Drury Lane, la Petite Messe Solennelle di Rossini a Leipzig, ma anche una recente Liederabend con musiche di Schumann e Brahms e certamente la Butterfly nella recente produzione della Fenice, ma la lista è lunga!

Cosa avrebbe fatto se non avesse scelto questa carriera?
Credo... questa carriera! Mi piace molto il teatro in generale chissà, magari avrei recitato! O l'archeologa o la filosofa o la ballerina... ma Margot Fontaine è un mito irraggiungibile anche per superati limiti di peso, quindi sono molto felice di aver potuto e poter fare quello che faccio!
Quanto conta l’immagine oggi nel mondo del Teatro d’Opera?
Troppo rispetto a quello che sta scritto dentro una partitura.

Come studia una partitura nuova?
Leggendo le note e il libretto possibilmente, poi informandomi su tutte le fonti che han portato a scrivere quell'opera in particolare, da quelle storiche alle letterarie o di cronaca e insieme approfondendo chi sono compositore e librettista. Poi inizia lo studio sulla voce: cerco di avere un quadro preciso delle difficoltà, della distribuzione dell'onere vocale ed emotivo. E poi, soprattutto, immaginando!

Predilige i ruoli drammatici  oppure quelli per così dire più ‘leggeri’?
La mia voce porta naturalmente ai ruoli meno drammatici, parlo per esempio di Barbiere di Siviglia o Italiana in Algeri, ma l'indole, quella sarebbe da tragedia! Quando canto Suzuki, in Butterfly, ogni volta vivo un' esperienza catartica. D'altra parte Puccini serve la causa del dramma in modo superlativo. Ma è cantando “I Capuleti e Montecchi” di Bellini o il “Tancredi” di Rossini che tocco vertigini di profondità vera e propria. Due delle esperienze più significative come artista sono stati due spettacoli che ho realizzato con la regia di Davide Livermore a Torino; “Le Belle indifférent”, un atto unico su testo di Cocteau e musica di Marco Tutino e “I Canti dall'Inferno” su testo di Roberta Cortese e Luigi Chiarella e con la realizzazione musicale di Andrea Chenna; in entrambi i casi spettacoli durissimi e tragici che però mi hanno arricchito dal punto di vista professionale ed umano in modo straordinario.

                                                                                                           
  
Come si concilia un mestiere “frenetico” come il Suo con la vita familiare/privata?
Non so se chi lavora in banca o in ospedale alla fine sia più fortunato... O chi non lavora affatto... Il problema è cercare di spiegare a chi non conosce da dentro il nostro mestiere che non viviamo nel Paese dei Balocchi. Il mio lavoro è sicuramente fatto di assenze causate da viaggi continui, incontri e socialità. E poi richiede grande disciplina ed attenzione e studio. E' un esercizio costante. Io lavoro a tutte le ore per la mia voce. Insomma come qualsiasi altro lavoro ha le sue caratteristiche specifiche, i suoi limiti e i suoi vantaggi. La famiglia di nascita ci ama perché ne facciamo parte,  per il resto, come per un medico, un autista o un procuratore, è solo questione di fortuna e buona volontà!

Il rapporto con le Regie d’Opera tradizionali e quelle moderne?
Il problema non è che una regia debba essere tradizionale o moderna, ma che una regia sia una regia vera e propria. Intendo dire che ci sia un pensiero coerente e strutturato che serva a capire meglio l'opera in questione. Che si ponga interrogativi sulle ragioni profonde dei personaggi e della relazione tra musica ed azione. Spesso le regie, sia tradizionali che moderne, sono un esercizio di stile del regista in questione, belle o brutte che siano, non aiutano me ad essere un personaggio migliore, né il pubblico ad entrare emotivamente più in fondo alla storia. Le regie funzionano se, congiuntamente con la musica e con noi interpreti, aiutano a far luce sulle ragioni intime ed universali dell'animo umano.

Il rapporto con i direttori d’orchestra?
Cerco che sia il migliore possibile, dobbiamo andare tutti nella stessa direzione in fin dei conti e si spera sia per la buona riuscita dell'opera in questione.
Ha mai sofferto di invidia o è mai stata oggetto di invidie altrui?
Meglio non scagliare pietre in giro, credo tutti saremmo stupiti dai risultati.

Città del mondo preferita? Dove preferisce stare quando deve rilassarsi dopo tanto lavoro?
La città preferita NYC! Ma non so se sia il posto per rilassarsi! Per il relax mare, ovunque!


Dove si mangia meglio e/o peggio?
Nei ristoranti in giro per il mondo dove mangia la gente del posto. Basta appostarsi e veder dove vanno gli “indigeni”, lì si mangerà bene ovunque! Certo, a parte l'ovvia Italia, nel nord della Spagna, in un ristorante libanese memorabile ad Abu Dhabi, in una “bettola” malese a China Town, in un Indiano indimenticabile a Londra. 

Cibo preferito?
Accidenti è difficile! Pasta? Troppo facile! Pesce, in tutte le salse dal sushi alla zuppa! Pizza? Beh sarei anormale se lo negassi! Torta al cioccolato fondente? Irrinunciabile! Anche se la parmigiana di melanzane....ma anche la ribollita con le verdure dell'orto... o i funghi raccolti dal nonno...insomma a parte le botte mangio qualsiasi cosa!

Il  rapporto con la sua famiglia?
Ho un meraviglioso “vincolo” di riconoscenza per i miei genitori che mi hanno lasciato seguire la mia strada con la loro amorevole semplicità, nonostante non si fossero mai occupati di musica in vita loro. E' il dono d'amore più grande che possa essere fatto da una madre e un padre. Purtroppo ho perso mio padre 10 anni fa, con mia madre è un'amorevole lotta perenne, con mia sorella e la sua famiglia la sicurezza di sapere che ci siamo sempre e comunque, posso dire quindi sia un grande privilegio esser nata in quella casa.
Superstiziosa?
No, solo mai più in 13 a tavola!

Ha tempo di dedicarsi a degli hobby, come il cinema, la lettura o qualcos’altro di particolare che la appassiona in modo specifico?
Mai a sufficienza! Sono pigrissima ma cerco di fare sempre qualcosa per non diventare paralitica! Non sono una sportiva, ma leggo moltissimo, sin da piccola, anche se non è mai abbastanza! Il cinema mi piace molto ma per quello davvero il tempo è poco. Mi appassionano l'archeologia e l'arte in generale. Se c'è una cosa vantaggiosa del tanto viaggiare è che ogni volta che arrivo in una città visito il maggior numero di musei possibile. Sono una straordinaria e costante fonte d'ispirazione.

Ama più il giorno o la notte?
Non si può scegliere tra un pomeriggio assolato che profuma di mare e l'odore dei gelsomini a mezzanotte sull'Alhambra di Granada! Luna e Sole sono splendidi e preziosi così come il sogno e la percezione della realtà quotidiana.

I Suoi colleghi preferiti del passato e del presente?
Maria Malibran.
Cosa fa poco prima di salire sul palcoscenico?
Normalmente mi concentro, cerco di trovare lo stato fisico e mentale che mi permetta di fare quello che “devo” il più consapevolmente possibile. Per il resto niente riti o manie, ascolto quello che mi sta intorno e cerco di farne parte.



Come vive il rapporto con il pubblico?
Il pubblico è diverso ogni sera quindi non c'è “un” modo, la sala si percepisce e cerco di reagire a quello che mi arriva. Non lo guardo, lo sento e cerco di volergli bene: sono usciti di casa, hanno pagato un biglietto e si sono scomodati per venire a sentire anche me! Hanno diritto a tutto il mio rispetto e amore. Cerco di condividere con loro quello che è il mio viaggio attraverso la musica, di portarli con me con la mia immaginazione, i miei sentimenti, le relazioni che costruisco in scena. Quando canto ho la chiara consapevolezza che con il pubblico condivido soprattutto l'appartenenza allo stesso genere, il genere umano le cui vicende sono rappresentare in quel luogo di tavole di legno e quinte nere da qualcuno, come me, che si traveste per dare voce a un patrimonio che appartiene a tutti, indistintamente.

Come vede questo momento di crisi che attraversa il settore della musica lirica?
In Italia siamo soliti gridare al lupo quindi anche nel nostro settore non smentiamo la nostra cittadinanza. L'opera è un capitolo di romanzo disperato ben più lungo e in continuo aggiornamento. Questo Paese ha responsabilità enormi nei riguardi di se stesso, ce ne stiamo accorgendo tutti amaramente, ma le campane a morto suonavano da tempo, le distrazioni sono state molto utili per non farci caso. Le somiglianze con periodi purtroppo drammatici come quelli dell'inizio del secolo scorso che ci hanno portato a due conflitti mondiali sono anche troppo evidenti, ma come allora esorcizziamo come possiamo la consapevolezza del disastro.

Quindi una crisi generale?
Il problema non è la crisi dell'opera, alla fine un piccolo mondo antico meraviglioso, sì,  ma non unico da salvare. La musica in generale, i musei, il nostro patrimonio artistico... perché non accorgerci che viviamo in Italia e che questo paese ha dato un contributo fondamentale  alla civiltà moderna? Come possiamo non ricordarci che nel '400 l'umanesimo ha creato dei capolavori che dovrebbero rafforzarci e renderci ricchi, nelle tasche e nello spirito?  Invece i nostri capolavori giacciono in musei semichiusi o in perenne ristrutturazione o peggio in cantine a rischio allagamento e sale illuminate a fatica.  Come possiamo non essere consapevoli che il Colosseo non sia una rotonda stradale o un cinema del centro, gli Uffizi il luogo dove si sbrigano pratiche burocratiche o Brera, quel bel quartiere dello shopping di Milano?

Cosa si potrebbe fare?
Non è nel momento di crisi che si ripristina un equilibrio sconnesso e maltrattato per troppo tempo. E' necessario un lavoro capillare quotidiano di non assuefazione o peggio vaccinazione alla Bellezza, ma di continuo stupore e fruizione, “manutenzione”, ripristino e amore. Manca l'amore in quello che facciamo; sovente la rabbia, la disperazione e l'opportunismo vincono su tutto. In un mondo in cui l”ego” è necessario, non si farebbe questo mestiere se non fossimo ambizioni ed egocentrici, e gli affari sono affari, da sempre, quindi non nascondiamoci dietro un dito! Ma prendersi le responsabilità è fuori moda, anzi fuori luogo in questo nostro paese, quindi i teatri chiuderanno quando non ci sarà più nessuno a potere sfruttare la situazione; quelli che possono stanno giù fuggendo al'estero dove le programmazioni sono ancora in piedi, le recite si fanno e chi lavora viene pagato.


Un quadro piuttosto triste.
Qui purtroppo noi guardiamo e basta, o al massimo ci sbracciamo e strilliamo un po' ma, alla fine, una mancanza endemica e secolare di attenzione al contenuto dell'Arte e al rispetto filosofico e etico del patrimonio artistico hanno perpetrato danni enormi. Non dobbiamo avere paura di dire che la catarsi è il segno che contraddistingue l'Arte dal guittismo e che se anche si tratta “solo” di intrattenimento è bene che la gente vada a teatro per pensare e non solo per svagarsi, per  vedere cose che facciano riflettere e non solo che divertano, quello possiamo farlo anche a casa senza nemmeno pagare un biglietto!

Un segno di speranza c’è secondo lei?
Beh, riprendendoci quello che è nostro, quello per cui qualcuno di recente in Francia mi ha detto “per noi siete l'esempio della cultura e di come rispettare l'Arte” e io ho dovuto smentire. Una volta sì, forse una volta lo siamo stati! Adesso siamo terzo mondo, siamo rovi in mezzo alle colonne di un tempio sacro! Riappropriamoci di quello che è nostro!  Ci fa cosi schifo? E' faticoso, certo, ma io ho fiducia, sia in quelle generazioni che hanno lavorato duramente e che ora si vedono messe da parte perché obsolete, sia in quei giovani che vogliono capire il Mistero di un lavoro meraviglioso, con curiosità sana. E' per loro e attraverso di noi che bisogna continuare a dire che l'Opera vale la pena di essere cantata, ascoltata, vissuta perché ci appartiene, e anche se un po' vetusta e museale, contiene molto di noi, di quello che siamo e di dove stiamo andando,  senza perdere la strada o ottenebrare orizzonti futuri.

                                Una foto da 'Il diluvio universale'

Pensa manchi ancora qualcosa nella Sua vita oggi?
Di essere vissuta. Che sia la benvenuta!

I suoi prossimi impegni?
Butterfly e ancora Butterfly, Rossini e Schumann e Schubert e molti.. non lo so! Musica in ogni caso, e spero tantissima!

Ringrazio sinceramente Manuela Custer: donna e artista di carattere, di cuore, e aggiungo veramente simpaticissima, che ha sviscerato con generosità tutti gli argomenti che le ho proposto e che si dimostra persona davvero straordinaria in tutti i campi. Che la musica la circondi sempre con gioia e che ci regali ancora tantissime e splendide performance come lei sa fare, in bocca al lupo!
MTG


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SESTO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, SABATO 12 APRILE 2014

Per questo sesto appuntamento concertistico della stagione sinfonica la Fondazione Arena ha scelto due pezzi di straordinario effetto e due interpreti di acclamata fama internazionale: il Maestro Boris Brott e la violista Anna Serova.
La prima parte del concerto infatti ha visto come protagonista un pezzo contemporaneo del compositore georgiano Gija Kantscheli:  Styx per viola, coro e orchestra
L’autore, nato nel 1935, raccoglie in questa composizione tanta parte del suo vissuto e della sua esperienza musicale. Siamo infatti nel 1999, anno in cui dedica questo suo lavoro orchestrale a due suoi amici musicisti scomparsi qualche anno prima: Terterian e Schnittke, il cui ricordo è evidentemente ancora molto vivo in lui ed il rimpianto per la loro scomparsa talmente profondo da ispirare una musica molto accorata, in un certo senso ‘spezzata’, come poteva essere dal punto di vista affettivo la vita dell’artista da quel momento.

Immediatamente siamo posti di fronte ad un impatto emotivo dato da note ascendenti scandite da percussioni ed ottoni in evidenza, quasi come a richiamare l’attenzione dell’ascoltatore. Poi si cambia subito tono con una atmosfera di solennità e diremmo sospensione lirica, rappresentata dal fiume Stige che è chiaramente evocato nella sua funzione mitologica di rappresentare il confine tra la terra dei vivi e quella dei morti, con un sottofondo molto largo e dai toni sacri, grazie alla viola che interagisce con il coro a simboleggiare il cammino mesto e lento dei defunti nell’aldilà. La viola non cede a facili virtuosismi nella scrittura di Kantscheli, ma la sua funzione è quella di sottolineare la malinconia con suoni molto acuti e quasi stridenti, sì da straziare coloro che ascoltano, mentre il dolce canto dei coristi evoca i nomi dei musicisti defunti con frasi senza un significato specifico, ma dal giusto effetto sonoro. Spesso la melodia pacifica viene interrotta da momenti di concitazione, ma sono soltanto lampi che preludono a silenzi improvvisi, poi colmati dal suono pieno di tutta l’orchestra ed il coro insieme, alternati da altri silenzi ed ancora momenti di pace assoluta. Infine, come a dire che gli strumenti a disposizione neanche bastano ad esemplificare le sensazioni che Kantscheli  vuole esprimere, verso il termine del pezzo vi è l’aggiunta di alcuni suoni ottenuti strisciando semplicemente la bacchetta della viola solista e dei contrabbassi sullo strumento, senza emettere alcun suono, ma solo un fruscio, accompagnato e via via più accentuato dalle voci dei coristi che intonano addirittura una specie di ronzio, come se la mente non potesse liberarsi da un pensiero fisso che la tormenta. Davvero un lavoro impressionante.

Brott coglie soprattutto l’aspetto sofferente della composizione, accentuando molto i momenti maggiormente concitati e contrapponendoli nei volumi e nei tempi ai momenti più squisitamente lirici, ottenendo un effetto di forte impatto uditivo. Anna Serova si inserisce con sentimento in questo complesso manto di sensazioni, toccando con gentilezza le corde del suo strumento ed ottenendo un suono delicato e carico di pathos. Per accontentare il pubblico esegue poi un meraviglioso bis di Vieuxtemps: il Capriccio alla Paganini, ove le sue abilità tecniche sono esposte con maggiore evidenza.

La seconda parte guarda più indietro nel tempo, ma non  si discosta totalmente da quella precedente, con la Symphonie fantastique op. 14 di Hector Berlioz, datata 1830. È noto infatti che anche in questo poema sinfonico vi siano evocati episodi della vita del compositore stesso, qui favoleggiati e ricchi di ‘rêveries’. Il titolo completo della composizione in italiano è infatti ‘Sinfonia fantastica, episodi della vita di un artista’, scandita da cinque movimenti che evocano in modo specifico, con altrettanti sottotitoli, questi momenti. La sua storia con l’attrice Harriet Smithson finita male fu causa di molto dolore per il musicista, che in questo suo lavoro celeberrimo trasfigura oltre misura i suoi sentimenti, immaginando una storia precisa, in cui descrive inizialmente l’entusiasmo e la passione turbolenta di un immaginario artista (Rêverie – Passions), poi segue lo sviluppo dei sentimenti vorticosi verso questa donna amata che immagina di incontrare ad una festa (Un bal), seguita dalla quiete dei campi in una lunga e tranquilla contemplazione (Scène aux camps), interrotta dalla disillusione ed il conseguente sogno dell’assassinio dell’amante stessa, seguito dunque da inevitabile condanna al supplizio (Marche aux supplice). Infine nell’ultimo movimento (Songe d’une nuit du sabbat), il protagonista  si vede nel bel mezzo di una festa demoniaca, con esseri terrificanti e quant’altro popoli gli inferi e la campana ‘a morto’ che decreta la sua definitiva perdizione. Tutto questo Berlioz ce lo comunica in un programma scritto proprio per presentare la sua composizione, spiegando che questo fantomatico musicista si è riempito di oppio per lenire le sue sofferenze amorose e tutto ciò che segue non è altro che il frutto delle terribili visioni provocate dalla droga.

Con molta disinvoltura l’orchestra della Fondazione Arena guidata da Boris Brott appare molto coinvolta dalla partitura, grazie anche alla conduzione del Maestro, e se si escludono alcune sonorità eccessive provenienti dal settore tube, il programma è portato a termine con puntualità e destrezza. In evidenza come c’era da aspettarsi il ballo, ossia il secondo movimento, in cui anche il Maestro si è lasciato coinvolgere al punto di danzare quasi sul podio.
Anche se non pieno, il teatro ha registrato una discreta affluenza di appassionati che ha mostrato di gradire, e questo dispiace molto, soprattutto Berlioz e meno Kantscheli. Applausi comunque prolungati e generosi per entrambi i protagonisti del concerto.
MTG







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MARIA STUARDA, G. DONIZETTI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 6 aprile 2014

La storia dei monarchi britannici ha sempre suscitato un indiscusso interesse internazionale sin dai tempi più remoti. In particolare le vicissitudini dei nobili d’Inghilterra hanno riempito pagine e pagine dei libri di storia ed ancora oggi sono spesso all’attenzione delle cronache, sia per faccende pubbliche che private. La ‘Maria Stuarda’ di Gaetano Donizetti pone al centro delle sue vicende il rapporto tra due grandi regine britanniche, imparentate tra di loro ma rivali in politica: la cattolica regina di Scozia che da' il titolo all'opera e sua cugina Elisabetta Prima d’Inghilterra, la figlia protestante di Enrico VIII e della discussa Anna Bolena. Poiché erano ancora tanti i sostenitori della Chiesa di Roma e quindi della legittimità del trono della Stuarda, per mantenere saldo il suo regno la sovrana inglese fece processare e condannare la rivale accusandola di tradimento e la sentenza di morte fu eseguita presso il castello di Fotheringhay l’8 febbraio 1587.

Il compositore si sofferma proprio sulla connotazione negativa di Elisabetta: col librettista Giuseppe Bardari immagina una regina forte e volitiva che mischia la politica con i moti del cuore, essendo accecata soprattutto dalla gelosia nei confronti del conte di Leicester, da lei amato ma che ha occhi solo per la sua odiata rivale. Non vuole rinunciare al trono e vi si attacca con tutte le sue forze, eliminando tutto ciò che potrebbe ostacolare il suo cammino ed il progetto di creare una ‘Grande Inghilterra’, inclusa la cugina cattolica. Le due leonesse compaiono inizialmente separate in scena: è Elisabetta la prima, esibendo già il suo carattere, la sua forza. Poi è la volta del suo opposto: la regina buona, la cattolica consacrata da Dio, nell’atto di ricordare il suo passato come moglie del re francese e la nostalgia dei tempi che furono. Finalmente le due ‘belve’ si incontrano/scontrano: l’una contro l’altra, nessuna speranza di riconciliazione; le invettive di Maria contro Elisabetta in merito alla sua nascita illegittima sono la svolta decisiva verso una sua condanna ineluttabile: Maria Stuarda non può più sperare nella grazia

La produzione in scena al Teatro Filarmonico di Verona è targata Bergamo Musica Festival Gaetano Donizetti ed ha registrato già un bel successo la passata stagione d’opera, arrivando quindi molto attesa da un pubblico che non è stato affatto deluso dalla sua realizzazione.

Il simbolo del destino ormai compiuto è la prigione di Maria, che è proprio il caso di dirlo, troneggia al centro della scena per tutta la rappresentazione, in forma cubica, scomponendosi e ricomponendosi a seconda delle richieste librettistiche. Diventa anche simbolo delle due donne, color nero per Elisabetta, abbigliata di scuro ovviamente, bianco per Maria, in veste candida. Tutti sono di nero vestiti tranne la protagonista, martire innocente. I begli abiti sono opera di Manuel Pedretti.  Il regista  Federico Bertolani, coadiuvato dallo scenografo Giulio Magnetto, gioca sull’oscurità che circonda i personaggi principali: nera è l’anima di Elisabetta, privo di luce è certamente il futuro di Maria. In alto sul cubo è poggiato proprio il trono della regina protestante, come a simboleggiare in maniera ancora più evidente che a lei si devono le sciagure della cugina, che può solo ‘sottostare’di fatto ai suoi voleri, ma riuscendo vincitrice su tutta la linea dal punto di vista morale. 

Se è in gioco il trono d’Inghilterra, si provi a portare via anche l’oggetto dei desideri ad una regina ed è guerra aperta. Splendida nel ruolo della malvagia Elisabetta Sonia Ganassi: il ghigno sul volto che mostra mentre si rivolge alla rivale è impressionante quanto lo è la potenza del suo strumento vocale: ampio, ricco di colori ed accenti, si espande maestoso in tutta la sala con la giusta sottolineatura della parola e con straordinaria padronanza della scena.

Nel ruolo del titolo una ispiratissima Mariella Devia. Il soprano mostra un incedere deciso, un’ aria maestosa pur nel martirio della prigionia, una reale sofferenza nel volto, unitamente ad una voce particolarmente in forma, che le consente di sfoggiare tanto acuti decisi ed in voce, quanto scale ascendenti e discendenti con estrema disinvoltura, dando tutta se stessa ad un pubblico veramente in delirio per lei.

Molto bene anche i suoi compagni di palcoscenico: Marco Vinco è un ottimo Talbot, la sua voce è scura e ben emessa in maniera uniforme, si espande nella sala senza perdere in potenza e colore; molto attento anche alla recitazione che quindi risulta sentita e per ciò centrata.

Leggera e melodiosa la voce di Dario Schmunck, dal bel timbro acuto che non teme affatto i volumi dell’orchestra; il suo Leicester è accorato e molto partecipe.

Forte e volitivo Lord Cecil con Gezim Myshketa, anch’egli dotato di una bella voce calda e corposa, che ben completa nell’insieme un ruolo di carattere eseguito con sicurezza. Molto accurato e ben eseguito anche il ruolo di Anna Kennedy, alias Diana Mian.

Prezioso il contributo del Coro dell’Arena di Verona diretto da Armando Tasso.

A completamento della buona riuscita dello spettacolo, il Maestro Sebastiano Rolli ha guidato l’orchestra della Fondazione Arena con puntualità, attenzione alle voci ed ai singoli momenti dell’opera, evitando suoni monotoni o troppo ridondanti, donando così  all’orchestra  colore e suono particolarmente ricchi.
Il pubblico (non proprio disciplinato) ha dispensato applausi veramente sentiti e prolungati per tutti i protagonisti, in particolar modo per la signora Ganassi, per la Signora Devia, con ripetute chiamate sul palco, e addirittura tifo quasi da stadio per il direttore Rolli.
MTG


LA PRODUZIONE


Direttore d'orchestra
Sebastiano Rolli
Regia
Federico Bertolani
Scene
Giulio Magnetto
Costumi
Manuel Pedretti

Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore allest. Scenici           Giuseppe De Filippi Venezia



GLI INTERPRETI
Maria Stuarda
Mariella Devia
Elisabetta
Sonia Ganassi
Giorgio Talbot
Marco Vinco
Roberto Leicester
Dario Schmunck
Anna Kennedy
Diana Mian
Lord Guglielmo Cecil
Gezim Myshketa


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA







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LEOS JANACECK, JENUFA (ORCHESTRAZIONE REVISIONATA DA C.MACKERRAS E J.TYRRELL) - TEATRO DELL'OPERA DI GRAZ, 29 marzo 2014

“Oh questa figlia mia è una donna dura, è una donna dura...”
  Starenka

Leos Janàceck, compositore Moravo praticamente sconosciuto in Italia, se si eccettua qualche sporadica produzione dei suoi principali lavori in alcuni teatri della Penisola, gode di fama immensa all'estero dove risulta stabilmente in repertorio sia nella programmazione operistica che sinfonica.

Jenufa rappresenta il suo principale lavoro di esordio per il teatro non influenzato da altri compositori o scuole musicali. E in effetti la personalità del compositore si rivela pienamente nella potente sintesi di realismo tragico e modi espressionistici che caratterizza l'opera, dove il dramma della sedotta protagonista, il tremendo delitto della matrigna (Kostelnicka), la sua pubblica confessione e il tenero amore di Laca che alla fine illumina Jenufa, s'innestano in una coralità di un ambiente fortemente segnato e di grande suggestione poetica. La costruzione armonica di Janàceck si esprime qui in una politonalità originalissima che si sviluppa in piccole melodie riferite ai personaggi e alle situazioni variate in continuazione con una scrittura arditissima e difficilissima per l'esecutore (quasi sempre scale enarmoniche), creando alla fine una sorta di instabilità che lega incredibilmente tutta l'opera.

Mettere in scena Jenufa (bene) quindi non è impresa facile ma all'opera di Graz è stato fatto uno splendido lavoro soprattutto per quel che riguarda la parte registica.
Peter Konwitschny, con la collaborazione per la realizzazione delle scarne scene (un tavolo, 4 sedie, un letto) e dei costumi anni '50 del '900 di Johannes Leiacker ci guida in un ambiente volutamente vuoto e libero da qualsiasi rimando Moravio. I personaggi e la storia stessa si sviluppano durante tre stagioni: il primo atto in estate su di un prato verde, il secondo in inverno su di un terreno innevato. il terzo in primavera su di un prato fiorito.  Konwitschny e le drammaturghe Bernd Krispin e Vladimir Zvara, vedono il dramma quindi come un processo di maturazione e di scoperta, sorprendendoci continuamente con piccoli e impercettibili colpi di scena non previsti nel libretto, come ad esempio nel primo atto  il coltello che di nascosto la vecchia Burjya allunga a  Laca per sfregiare Jenufa, oppure il ruolo stesso della vecchia Buryja, pensato non più come una vecchia sì saggia ma rimbambita, bensì come motore e carburante stesso di tutta la macchina drammatica, facendola ballare, fischiare, picchiare. Oppure nel secondo atto, mettendo in scena fisicamente l'assolo di violino che, come unica presenza ristoratrice, affianca Jenufa nel momento della scoperta dell'assenza del proprio figlio, oppure lo studio sul personaggio di Kostelnicka non più mostro ma vittima del proprio amore per la chiesa (lei sagrestana...) e per la società, che si riconosce specularmente nel destino della sua figliastra, lei sterile donna.

Tre donne quindi. Tre donne che vivono assieme in una casa senza anima, tre donne con uno strano rapporto con la maternità.
Per Konwitschny, Kostelnicka non è la solita signora di mezza età tendente all'anziano che di solito siamo abituati a vedere in Jenufa. Non è la solita matrigna che potrebbe, anche anagraficamente, essere la madre naturale di Jenufa. No, per Konwitschny la Kostelnicka è di poco più anziana della figliastra. Non più di una decina d'anni. Questa poca differenza d'età mette in moto, nella visione di Konwitschny, un dualismo fortissimo tra matrigna e figliastra, una rivalità non detta, una specularità sinistra e agghiacciante che colora ogni parola, ogni gesto della matrigna di inquietanti retropensieri. 

Questa Kostelnicka, seppure di pochi anni più vecchia della figliastra, ha conquistato una maturità a suon di sberle e di rifiuti da parte del marito (nella totale assenza della suocera tutta presa nel ruolo di vedova del riccone) e si trova a fare i conti con un futuro già scritto di rinunce e solitudine.  Konwitschny cura con maniacale precisione ogni singolo movimento dei personaggi sulla scena, siano essi principali o secondari, coristi o comparse, rendendoci un lavoro che ricorderemo per molto tempo.
Nel ruolo eponimo troviamo una concentratissima Gal James. La cantante israeliana debutta il ruolo con una naturalezza e una convinzione encomiabile, aiutata da una bellezza fisica non indifferente e da una vocalità fresca e leggera che le permettono di risolvere la parte micidiale di Jenufa connotando un personaggio fragile ma che sa il fatto suo, evitando qui quegli inutili isterismi nella voce, tipici di chi affronta questo ruolo con uno studio superficiale.

Il ruolo della Sagrestana (Kostelnicka) vedeva un altro debutto in Iris Vermillion, la quale non si risparmia sulla scena interpretando una donna che, seppur ancora giovane, è già nell'età dei rimpianti. E' amareggiata, sconfitta e schiacciata dal confronto con la figliastra che comunque ama e vorrebbe proteggere. In lei parte la rivalità, senza dubbio, ma parte anche quella complicità tipicamente femminile che s'instaura quando una donna diventa l'evoluzione dell'altra. Vocalmente il ruolo le sta un poco stretto e se la parte bassa del rigo risulta scura,  meravigliosamente brunita e calda, ha grosse difficoltà a sostenere una parte scritta per un soprano drammatico, lei vocalmente un mezzosoprano, dove le note sopra il rigo risultano quindi calanti o addirittura non raggiunte.
La terza donna del clan, la vecchia Buryja, era Dunja Veizovic, indimenticata gloria vocale del recente passato (ricordiamo che fu LA Kundry e LA Senta di Karajan) ha saputo, nonostante le lacune vocali dovute all'età, interpretare splendidamente e senza risparmio alcuno sulla scena (nel primo e terzo atto sempre in scena).

Per Konwitschny è tutt'altro che una piacevole nonnina. E' una signora anziana e una presenza inquietante. Una sorta di larva sinistra, chiusa in un bozzolo d'egoismo. A differenza del'empatia delle nonne questa signora anziana non prova niente per nessuno. Solo Steva e Jenufa -perchè sono belli e simpatici- gli ispirano narcisistici moti di simpatia. Tutti gli altri membri della famiglia sono solo persone inutili. Quando Jenufa verrà sfregiata da Laca nella bellissima pelle del viso, la vecchia si ritrarrà con orrore da questa nipote sfregiata, abbruttita, mortificata.
Ales Briscein, unico componente madrelingua del cast, è stato un Laca convincente sul piano musicale e vocale, fraseggia con maestria e precisione, aiutato da un timbro veramente bello e da una presenza scenica eccellente.

Di contro il fratellastro Steva ha avuto in Tayland Rehinhard un interprete un po' troppo sopra le righe, dalla vocalità spesso non concentratissima e risolta spesso con artifici tecnici non ortodossi.
Completavano il nutrito cast uno splendido David Mcshane (Starek), Konstantin Sfiris (il Sindaco), Stefanie Hierlmeier (la moglie del Sindaco), Tatyana Miyus (Karolka), Fran Lubahn (la vaccara), Xiaoyi Xu (Barena), Nazanin Ezazi (Jano), Hana Batinic e Istvan Szecsi (due voci interne).

Tutto il cast e l'ottimo coro (diretto da Bernhard Schneider) hanno trovato supporto dalla direzione musicale di Dirk Kaftan il quale mostra chiare affinità con la musica di Janàceck, Il suo gesto, esalta i mille colori e i mille dettagli che il compositore ha inserito nella scrittura orchestrale assimilando correttamente il ritmo e l'inflessione di questo tipo di musica, aiutato da un'orchestra come la Grazer Philarmonisches veramente in stato di grazia.
Successo vivissimo per tutti con numerose chiamate al proscenio per Konwitschny.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE 

Direttore d’orchestra 
 Dirk Kaftan

Regia 
               Peter Konwitschny


Scene            
               Johannes Leiacker

Luci                             
 Manfred Voss

Drammatizzazione       
Bettina Bartz • Bernd Krispin

GLI INTERPRETI

La vecchia  Buryja    
Dunja Vejzović

Laca Klemen              
Ales Briscein

Stewa Buryja            
 Taylan Reinhard

Sagrestana Buryja
    Iris Vermillion

Jenufa                        
Gal James

Starek                      
  David McShane

Sindaco                      
Konstantin Sfiris

Sua moglie                 
Stefanie Hierlmeier

Karolka                     
Tatjana Miyus

Vaccara                     
Fran Lubahn

Barena                      
 Xiaoyi Xu

Jano                           
Nazanin  Ezazi

1. voce  
                    Hana Batinic

2. voce                     
 István Szecsi

Violino Solo            
 Yukiko Imazato-Härtl • Fuyu Iwaki

GRAZER PHILARMONISCHES ORCHESTER




Foto Teatro dell'Opera di Graz

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H. W. HENZE, ELEGY FOR YOUNG LOVERS – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, 27 marzo 2014

La stagione lirica della Fondazione Teatro La Fenice di Venezia in corso va ad arricchirsi di un raro titolo datato 20 maggio 1961, che proprio nel teatro veneziano vide la luce nella sua versione definitiva del 1988: Elegy for young lovers di Hans Werner Henze. L’opera fu scritta dopo che l'autore ebbe fatto la conoscenza in Italia dei librettisti inglesi W. H. Auden e Chester Kallman, già autori del libretto The Rake’s Progress per Stravinskij. La sua prima rappresentazione avvenne allo Schwetzingen Festspiele di Monaco.  

Per l’occasione è il teatro Malibran ad ospitare le vicende del poeta Gregor Mittenhofer che non esita ad usare le sventure delle persone a sé vicine per trarre ispirazione per i suoi versi. È costui un essere posto su di un piano superiore rispetto ai comuni mortali non dediti all’arte, concentrato solo su di sé e sulla propria ‘missione’. Se dapprima sembra la sventurata e anziana vedova Hilda Mack, un’ospite dell’albergo austriaco ove soggiornano tutti i protagonisti, ad attirare la sua attenzione, sono successivamente due poveri innamorati a completare inconsapevolmente l’opera dell’artista, con la loro prematura scomparsa tra i monti dello Hammerhorn. 

Ecco dunque rappresentata l’ostinatezza di un artista nel voler a tutti i costi realizzare il suo capolavoro, anche al prezzo della vita di altri. Quasi gode nel vedere la vedova vagheggiare e lamentarsi in attesa di un marito che non farà più ritorno. Così come è agghiacciante il suo ‘…not that I know of’, con cui nega alla guida alpina che vi sia qualcuno in balia della tormenta, i due giovani appunto. E tali personaggi ruotano intorno a questa figura quasi trasognanti, impotenti di fronte all’arte che ‘deve’ fare il suo percorso: la devota segretaria, la vedova inconsolabile, il suo fedele dottore, e naturalmente la giovane Elisabeth, essa stessa inizialmente amante del poeta, poi innamorata del giovane sconosciuto, col quale viene spinta crudelmente verso il suo destino di morte.

L’organico orchestrale è decisamente ridotto e non vi è presenza di coro. La narrazione è portata avanti da continui impulsi sonori che non dimenticano la bellezza dell’elegia armoniosa quando gli eventi la richiedono. Privilegiate le percussioni, se pur ridotte in questa versione definitiva, ove anche il duetto tra gli amanti del terzo atto fu eliminato dall’autore. Protagoniste assolute le voci dei personaggi, che esaltano la loro interiorità, con una linea melodica non immediatamente definibile, ma via via sempre più assimilabile, a mano a mano che l’ascoltatore entra nella psiche e nei caratteri posti in essere dagli interpreti. Voci che riecheggiano anche nel finale, quando mestamente e da lontano accompagnano l’ elegia finalmente compiuta, declamata dal suo autore, ma priva di alcuna parola, piena solo di pianto.

Scene e regia di questa produzione furono ideate da Pier Luigi Pizzi nel 2005 per il teatro delle muse di Ancona insieme al San Carlo di Napoli; in questa occasione la regia è stata ripresa da Massimo Gasparon. Con una scena fissa per i tre atti rappresentati senza soluzione di continuità, ci troviamo di fronte ad una piattaforma in legno ove sono posti semplicemente una scrivania, alcune sedie, con intorno una specie di ringhiera che affaccia su di un bosco piuttosto desolante a sfondo chiaro con i monti in lontananza. In questo ambiente già freddo di per sé la compagine canora è riuscita a creare un’atmosfera di pathos in grado di tenere ben salde le redini degli accadimenti per ben due ore abbondanti di spettacolo.

Perverso e ben immerso nel suo ruolo di poeta Super-Io Giuseppe Altomare: non solo una interpretazione ‘vissuta’ , ma anche cantata con energia ed enfasi, come il ruolo dell’artista pieno di sé e senza scrupoli richiede.
È parsa molto in forma il soprano Gladys Rossi nei panni della povera pazza Hilda Mack: la sua voce riesce a plasmarsi ai dettami della complicata linea di canto richiesta dalla partitura, completando la performance con una recitazione molto convincente.
La accompagnano bene con grinta e voce ben salda anche Olga Zhuravel come Carolina e Zuzana Markova  nei panni di Elisabeth Zimmer, con voce delicata ma sicura e dal bel timbro ricco. Altrettanto si fanno valere il tenore John Bellemer nei panni dell’innamorato Toni, con voce melodiosa e lineare, nonché il bravissimo Roberto Abbondanza, il dottor Reischmann, vocalmente robusto e sicuro di sé dal punto di vista attoriale.  Completano il cast nel ruolo recitato della guida alpina, Francesco Bortolozzo, ed i due mimi Roberto Adriani, Davide Tonucci.

Equilibrata, immersa nella vicenda, mai sopra le righe pur con suono pieno e vibrante la puntuale orchestra del Teatro La Fenice in ridotto organico con alla guida Jonathan Webb .
Pubblico non numerosissimo per questa prima recita al Malibran, che ha comunque apprezzato lo spettacolo omaggiando tutti gli interpreti in generale ed il Maestro Webb.
MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Jonathan Webb
Regia, scene e costumi                     Pier Luigi Pizzi

Regia ripresa da                               Massimo Gasparon
Light designer                                  Vincenzo Raponi



GLI INTERPRETI

Gregor Mittenhofer                         Giuseppe Altomare
Dr. Wilhelm Reischmann                Roberto Abbondanza

Toni Reischmann                             John Bellemer
Elisabeth Zimmer                             Zuzana Markova
Carolina Grafin von Kirchstetten   Olga Zhuravel                      
Hilda Mack                                       Gladys Rossi
Josef Mauer                                      Francesco Bortolozzo
Mimi                                                  Roberto Adriani, Davide Tonucci

Orchestra del Teatro La Fenice
in lingua originale con sopratitoli in italiano
allestimento Fondazione Teatro delle Muse di Ancona
(spettacolo vincitore del premio speciale al Premio Abbiati 2005)




Foto Michele Crosera
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BONFADELLI, DE SIMONE, MISSERI, PINI PER VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA – DOMENICA 23 MARZO 2014

Con l’arrivo della primavera l’Associazione Verona Lirica ha voluto regalare al suo affezionato pubblico un pomeriggio in serenità a gaiezza, che in un Teatro Filarmonico sempre più pieno ha davvero trascorso ore liete grazie ai quattro interpreti che ieri si sono esibiti con vera generosità, entusiasmo e qualità. Questa volta l’Associazione ha scelto un programma con l’intento di alternare gli evergreen come Verdi e Puccini, alle arie d’opera più celebri del repertorio belcantistico e francese: una garanzia di successo.
Il soprano Stefania Bonfadelli, il baritono Bruno de Simone, il tenore Giorgio Misseri ed il mezzosoprano Daniela Pini hanno così regalato assaggi dai capolavori di Rossini, Bellini e Donizetti, Gounod, e come detto Verdi e Puccini.

L’ospite più atteso, Bruno de Simone, non ha deluso le aspettative dei suoi ammiratori. È più che mai istrionico e dimostra di divertirsi ancora tanto quando sale sul palcoscenico, sì da far sentire anche gli altri interpreti a proprio agio. Così il duetto d’apertura da L’italiana in Algeri di Rossini nei panni di Taddeo, con Daniela Pini come  sua compagna Isabella ha esaltato questo aspetto.  Altrettanto azzeccato il ruolo di Dulcamara nel celeberrimo ‘Udite, o rustici’ dall’Elisir d’amore di Donizetti, che lo ha visto trionfare proprio su questo palco quasi un anno fa esatto, seguito dal duetto dalla stessa opera con Adina/Stefania Bonfadelli. E via con il fantastico monologo del protagonista da Gianni Schicchi di Puccini, ed uno splendido Don Magnifico da La Cenerentola di Rossini. Insomma il meglio del suo repertorio che non poteva che strappare ovazioni generali.  

Via via sempre più convincente il soprano Stefania Bonfadelli, che ha brillato soprattutto con la cosiddetta aria dei gioielli dal Faust di Gounod e con la chicca del duetto da la Barcarolle di Offenbach insieme alla collega Pini. La sua voce acuta e leggera vi si adatta particolarmente e anche l’interpretazione è centrata. Ha proposto ad inizio concerto anche l’aria ‘Tu che di gel sei cinta’ dalla Turandot di Puccini.  

Bella voce che vola alto anche quella del giovane tenore Giorgio Misseri. Anch’egli apprezzato interprete belcantista, ha eseguito con molto fervore l’aria per mezzosoprano di Romeo ‘E’ serbato questo acciaro’ da I Capuleti e Montecchi di Bellini, ‘Tornami a dir che m’ami’ con la Signora Bonfadelli dal Don Pasquale di Donizetti,  ed ha voluto stupire tutti con la arcinota e difficile aria da ‘La fille du regiment’ : ‘Pour mon âme, quel destin ‘di Donizetti. Omaggio a Verdi con ‘La donna è mobile’ dal Rigoletto.

Infine molto bene il mezzosoprano Daniela Pini. Timbro color dell’ebano e buon volume per questa giovane interprete molto apprezzata anche recentemente in questa stagione al Filarmonico, proprio nel ruolo di Romeo nei Capuleti e Montecchi. L’aria del finale di Cenerentola di Rossini, una deliziosa ‘Canzonetta spagnuola’ scritta dal pesarese tra le innumerevoli sue composizioni, oltre ai suddetti duetti con i suoi colleghi, hanno messo in luce le sue qualità artistiche.

Non poteva mancare il quartetto dal terzo atto di Rigoletto per coinvolgere tutti gli interpreti. Al pianoforte come sempre la bravissima Patrizia Quarta.
Pomeriggio gradevolissimo e che la bella stagione porti ancora tante belle gioie in musica nei mesi a venire!
MTG



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DO, RE, MI …. PRESENTO – INTERVISTA A VELERIA SERANGELI

Oggi  facciamo la conoscenza di una giovane strumentista decisamente solare come la sua città di origine, Latina, che attualmente ricopre il ruolo di Primo clarinetto dell’Orchestra del Teatro Carlo Felice di Genova: Valeria Serangeli. Dopo aver vinto concorsi nazionali quali il L. Savina di Caserta, il V. Di Lena di Segni, il Concorso Nazionale di Colleferrojgt ed essersi aggiudicata diverse borse di studio, come la prestigiosa Fondazione Bruno-Frey di Ochsenhausen in Germania, ha iniziato una fitta collaborazione con grandi orchestre, quali la Filarmonica della Scala, l’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma, l’Orchestra Sinfonica dell’Emilia Romagna “A.Toscanini” e la “Filarmonica Toscanini” di Lorin Maazel, con cui ha partecipato a varie tournée nelle più importanti sale da concerto di tutto il mondo, sia come Primo Clarinetto che Clarinetto Piccolo.

Oltre ai continuativi inviti del Maestro Daniel Oren a ricoprire il ruolo di Primo Clarinetto nell’Orchestra del Teatro Giuseppe Verdi di Salerno, nonché,  su invito di Giovanni Allevi, a partecipare alla All Stars Orchestra nel concerto del 1 settembre 2009 all’Arena di Verona, ha  inaugurato la settimana scorsa anche la sua carriera solistica con un grande successo di pubblico al Teatro Comunale di Vicenza e l'Orchestra del Teatro Olimpico di Giampaolo Bisanti.

Proprio in questa occasione ha accettato di concedermi una breve intervista, grazie alla quale capisco ancor più le ragioni di tanto successo e di tanta espressività sul palco. 


Se dovesse descrivere cosa prova quando suona e cosa caratterizza il suo modo di suonare, cosa le verrebbe in mente?

Quello che provo quando suono e' sicuramente una gioia infinita e un grande senso di completezza. Qualsiasi aspetto negativo della vita di tutti i giorni per me è ricompensato dalla bellezza del mestiere che faccio. Spero che il mio modo di suonare rispecchi il gusto e il piacere che mi da'.

Quali sono i compositori che maggiormente sente nelle sue corde?
Adoro Stravinsky, Ravel, Poulenc, Bernstein e ovviamente Copland. Il suo e' il concerto per clarinetto che ho sempre preferito tra tutti quelli del nostro repertorio, proprio perché riesco a sentirci dentro il mio modo di essere.

Si sente più vicina a brani drammatici o quelli per così dire più orecchiabili e leggeri?

 Amo tutta la musica bella, ma forse ho una propensione per il "leggero"..

Come si approccia ad una  nuova partitura da suonare?
Dopo aver acquisito gli elementi tecnici (note, ritmo e tempi indicativi) ne ascolto diverse versioni per prendere spunto dai grandi interpreti.

E’ sempre facile trovare un buon feeling con i diversi partner con cui si suona?
Non lo è affatto, anzi è una delle cose più difficili, esattamente come nei rapporti personali. La professionalità acquisita poi aiuta a tirare sempre fuori il meglio anche nelle situazioni più difficili, ma quando invece scatta naturalmente una buona intesa si crea una vera a propria magia che viene percepita nettamente anche dal pubblico.

Come descriverebbe gli inizi della Sua carriera e cosa l’ha portata a intraprenderla?
Il mio percorso musicale e' nato per gioco, all'inizio era quasi un hobby. Poi però piano piano mi sono resa conto che non c'era nient'altro che amassi fare di più che suonare e questo mi ha portato a cercare di farne la mia professione. Credo fermamente che un lavoro che si ama non stanca mai e che lo stesso amore e' quello che ti da' la spinta e la volontà per riuscire e per realizzarsi.



I ricordi più cari e i momenti che le danno maggiore soddisfazione?
Tra i ricordi più belli al primo posto va sicuramente la vittoria al Concorso per il posto di Primo Clarinetto a Genova, dodici anni fa. Ma sono fortunata perché ho tanti ricordi di momenti di grande soddisfazione professionale: un concerto meraviglioso durante il Tour USA della Symphonica Toscanini dove suonai come primo clarinetto, sotto la direzione di Lorin Maazel, nella sala concerti della Chicago Symphony Orchestra; il Concerto di Natale del 2011 al Senato sotto la direzione di Daniel Oren in Eurovisione; e la telefonata ricevuta per il primo contratto che feci alla Scala col clarinetto piccolo. A questi ora si aggiunge il debutto come solista con l'orchestra nel concerto di giovedì sera a Vicenza.

Cosa avrebbe fatto se non avesse scelto questa carriera?
Sinceramente non riesco neanche ad immaginarlo!

Come si concilia un mestiere “frenetico” come il Suo con la vita familiare/privata? Il rapporto con la sua famiglia?
E' l'aspetto più difficile. La vita familiare ha delle esigenze imprescindibili e si cerca di fare il possibile per rispettarle. Mio marito e' primo violoncello nella mia stessa orchestra e non abbiamo nonni né parenti vicini, allora abbiamo cercato di semplificarci la vita il più possibile. Abitiamo vicinissimi al teatro, possiamo fare a meno di utilizzare la macchina e perdere tempo con traffico e parcheggi e poi abbiamo trovato una tata fantastica che ci da' un enorme aiuto. Cerchiamo di sfruttare al massimo le ore in cui nostra figlia e' a scuola per studiare, anche se io ormai mi sono abituata a studiare anche con lei che mi gironzola intorno o con i cartoni animati in sottofondo. Ho trovato che è un ottimo allenamento per testare condizioni di concentrazione di estrema avversità!

Ha mai sofferto di invidia o è mai stata oggetto di invidie altrui?
La competizione e' all'ordine del giorno nel nostro ambiente, fa parte della normalità delle cose. Da parte mia, ho sempre cercato di prendere spunto e di capire cosa poteva avere in più rispetto a me chi riusciva meglio o aveva più successo. Da parte mia, se mai ho provato invidia, posso dire che sia stata piuttosto "sana". Da parte di altri, ne sono stata oggetto spesso..

Città del mondo preferita? Dove preferisce stare quando deve rilassarsi dopo tanto lavoro?
Roma, ma per rilassarmi casa mia o quella dei miei cari.

Dove si mangia meglio e/o peggio?
Generalmente sono molto curiosa e, se ne ho la possibilità, cerco di mangiare bene ovunque mi trovi; fortunatamente non ricordo brutte esperienze legate al cibo, ma la nostra cucina, quella mediterranea, e' quella che preferisco.

Superstiziosa?
Non tanto da farmi condizionare.

Il Suo rapporto con la spiritualità?
Incostante ma sincero.

Ha tempo di dedicarsi a degli hobby, come il cinema, la lettura o qualcos’altro  di particolare che la appassiona in modo specifico?
Sfortunatamente tra studio, famiglia e cura di me stessa di tempo libero me ne resta ben poco. Mi piace molto ascoltare musica di ogni genere, ballare e andare al cinema, ma soprattutto le ultime due cose appartengono ormai a ricordi lontani!

I Suoi colleghi preferiti del passato e del presente?
Benny Goodman, Antony Pay, Richard Stoltzman e, tra i colleghi italiani, Corrado Giuffredi, Fabrizio Meloni e Calogero Palermo.



Cosa fa poco prima di salire sul palcoscenico?
Cerco, attraverso una serie di personalissimi e buffi rituali, di trasformare la tensione in euforia.

Come vive il rapporto con il pubblico?
Avendone il massimo rispetto. Uno dei motivi principali per cui provo così tanta paura prima di un' esibizione e' proprio il timore che anche un solo errore possa in qualche modo deludere le aspettative del pubblico.

Come vede questo momento di crisi che attraversa il settore della musica classica?
Credo sia il risultato di anni di gestioni sbagliate, che hanno dato troppe cose per scontate portando tutto il settore ad un grande collasso. Mi auguro che sia solo una fase di transizione verso un riequilibrio e che si possa tornare ad uno stato di maggiore serenità.

Ci sono delle cause politiche o sociali che le stanno particolarmente a cuore?
Un certo tipo di pari opportunità, soprattutto quelle che riguardano il diritto delle donne a non dover essere costrette a scegliere tra la realizzazione professionale e la gioia di essere madri.

Cosa manca ancora nella Sua vita oggi?
Direi proprio niente. Volevo fare il lavoro che amo e ho la fortuna di farlo. Desideravo una bella famiglia ed ho un marito ed una figlia meravigliosi. Fino a qualche giorno fa mi mancava ancora l'esperienza di fare la solista con l'orchestra, ed ora ho fatto anche quello!



I suoi prossimi impegni?
Domenica 23 si replica Copland a Genova, sempre sotto la direzione di Giampaolo Bisanti, ma stavolta accompagnata dai colleghi dell'Orchestra del Teatro. Al Carlo Felice, ore 11, per la rassegna dei Concerti Aperitivo; poi la Rapsodia in blu di Gershwin con Stefano Bollani al pianoforte e la direzione di Wayne Marshall per la stagione sinfonica del Carlo Felice, l'11 aprile alle 20.30; infine una serie di concerti in Trio con mio marito al violoncello e Corrado De Bernart al Pianoforte e tante masterclass, tutto consultabile sul mio sito web,www.valeriaserangeli.com.

Ringrazio moltissimo la cordialità, disponibilità e generosità con cui Valeria Serangeli ha risposto a tutte le mie domande. Ho conosciuto meglio un’altra persona davvero in gamba e sono sempre più convinta che i nostri talenti siano un patrimonio inestimabile per la cultura del mondo intero, da tutelare e incoraggiare in ogni passo della loro vita artistica e non. Auguro tanto successo a questa giovane musicista, per tutti i suoi progetti futuri e per una vita sempre ricca di soddisfazioni in ogni campo!

MTG
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CON L’INNOVAZIONE AMERICANA L’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO CHIUDE LA SUA STAGIONE SINFONICA – TEATRO COMUNALE DI VICENZA, giovedì 13 marzo 2014

Per il finale della stagione sinfonica l’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza si è avventurata fino al continente americano per esplorare le nuove sonorità che il novecento apportò a quanto era stato composto fino ad allora. Lo ha fatto con un programma dedicato a musicisti che sono nati o hanno vissuto nella terra delle stelle e strisce, partendo da Samuel Osborne Barber, passando per Aaron Copland e terminando con Igor Stravinskij, che visse negli Stati Uniti parte della sua vita.

L’Adagio per archi di Barber del 1938, costituisce una sorta di trait d’union con il periodo storico precedente. Il pezzo più largamente diffuso ed apprezzato dal grande pubblico è la trascrizione del secondo movimento di un precedente lavoro dell’autore, un Quartetto per archi in Si. In esso sono ancora presenti le atmosfere del periodo romantico, con i suoi tempi morbidi ed un certo intimismo melodico, quasi cantabile. In tali parametri si muove la OTO con il suo direttore, il Maestro Giampaolo Bisanti, entrando man mano nella sua anima, con l’incipit quasi inudibile degli archi che enunciano in simbiosi la melodia, quasi come se accompagnassero una foglia che lentamente si va calando sul suolo, per poi raggiungere il climax con la puntualità di un colpo di vento, ed infine sparire lontano, in un sogno.

Ci si distacca dai vecchi ricordi grazie al fantastico Concerto per Clarinetto e Orchestra di Copland (1947), con protagonista una splendida Valeria Serangeli come solista. Non sono estranee le influenze del compositore Stravinskij, e non sono distanti neanche quelle del genere Jazz, poiché in questo pezzo, che vede anche la presenza del pianoforte nell’organico orchestrale, troviamo ritmi molto particolari, che dall’ampiezza iniziale diventa poi serrato, ritmicamente molto difficile, ma è risolto con attenzione dall’orchestra, per cui la melodia del clarinetto diventa guida e riferimento in un dialogo continuo. La cadenza è eseguita magistralmente dalla Signora Serangeli: disinvolta, coinvolgente, e con lei l’orchestra pare proprio divertirsi, ragion per cui è seguito il brillante bis del Capriccio XXIV di Paganini ‘alla maniera di Benny Goodman’, che ha sottolineato ancora una volta il bel feeling tra solista ed orchestra.

Infine il viaggio si chiude con l’innovazione di  Stravinskij e le due Suites per piccola Orchestra, seguite poi dalla celeberrima Histoire du soldat. Con le due suites scritte tra il 1917 ed il 1925 l’orchestra dimostra di sapersi muovere agilmente tra le impervie melodie ed i ritmi intricati della partitura. Il Maestro Bisanti guida con il suo solito piglio, che lo vede particolarmente coinvolto ed anche divertito sul podio. Soltanto pochi elementi invece per l’Histoire, che prevede unicamente l’utilizzo di clarinetto e fagotto, cornetta e trombone, violino e contrabbasso, nonché le percussioni. Questa composizione vuole evocare la vita di un soldato tratta da una fiaba popolare russa, che a sua volta si rifà alla celebre leggenda di Faust a cui il diavolo prende l’anima. Con esso il viaggio nel mondo e nelle epoche della musica si chiude, con l'ascolto in un sol pezzo dei ritmi di marcia, valzer, ragtime e addirittura tango argentino! Il tutto è eseguito con sicurezza, coinvolgimento ed energia dai concentratissimi solisti della OTO con il loro condottiero sul podio.

Il pubblico plaudente e soddisfatto ha premiato il lavoro svolto quest’anno dall’ orchestra della sua città e dal suo direttore artistico, il Maestro Giampaolo Bisanti, che ad inizio serata ha voluto personalmente offrire il suo saluto alla platea, ringraziandola per la continua e calorosa accoglienza.
MTG




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LE ECCELLENZE ITALIANE: I REGISTI D’OPERA


Cosa contribuisce a creare uno spettacolo - capolavoro? Perché tutti i protagonisti possano esprimere il meglio di loro stessi, vocalmente e fisicamente, perché il pubblico sia immerso completamente nella rappresentazione di un'opera lirica, vi è il fondamentale lavoro alla base, di chi concerta tutti gli elementi che ne fanno parte in modo che niente sia lasciato al caso: il lavoro del regista. Esso è talvolta coincidente con quello di scenografo, o anche di costumista, altre volte coadiuvato da altrettanti scenografi e costumisti geniali, capaci di tradurre in concreto ciò che partorisce la mente ispirata di questi artisti particolari, in grado di fare sognare il pubblico e perché no, anche gli stessi interpreti. 
Come abbiamo fatto sin qui, consapevoli della competenza e genialità di tanti registi nel mondo, ci soffermiamo in modo specifico su quelli cui ha dato i natali il nostro paese, per proseguire il viaggio intrapreso qualche tempo fa per valorizzare i giovani artisti italiani, soprattutto in un’epoca in cui pare che tanti se ne stiano dimenticando. Per questa volta dobbiamo innalzarci leggermente con l’età, diciamo abbondando nei quarant’anni, poiché sono necessari diversi anni di gavetta come collaboratori, accanto a nomi più importanti, per poi lanciarsi e partire con una propria carriera specifica. Resta il criterio dell’ordine alfabetico, sempre considerando una decina di artisti che soprattutto nelle recenti stagioni d’opera si stanno distinguendo per innovazione e consensi ottenuti.

Cominciamo la carrellata con il giovane Fabio Ceresa. Dopo essere stato per tanti anni assistente di regia con importanti colleghi, ha collaborato con grandi enti e fondazioni, quali il Festival Monteverdi di Cremona, il Teatro Carlo Felice di Genova, il Gran Teatre del Liceu di Barcellona, il Teatro dell’Opera di Roma. Recentemente ha firmato le regie di Tosca a Novara e di Madama Butterfly al Teatro Comunale di Firenze, ottenendo un suo personale successo.

 Un'immagine di Madama Butterfly al Comunale di Firenze. Foto Rocco Casaluci


Proseguiamo con il valente toscano Andrea Cigni. La sua carriera è iniziata in prima linea come attore egli stesso e collaborando con altri grandi registi. Dalla prosa è poi approdato all’opera lirica come regista di successo, firmando notevoli produzioni che spaziano dalla musica barocca fino alla contemporanea. Tra i suoi più recenti traguardi la regia de Il cappello di paglia di Firenze di Rota al Maggio Fiorentino e quella veramente suggestiva di Don Pasquale di Donizetti in prestigiosi teatri francesi.
  
 Una immagine dal Don Pasquale in Francia


Il veneziano Massimo Gasparon si pone come uno dei registi più apprezzati degli ultimi anni per le particolari produzioni che lo vedono coinvolto anche come scenografo e costumista. Dopo aver collaborato con registi del calibro di Pizzi per numerose regie di successo anche all’estero, ha perfino curato esposizioni d’arte e progetti architettonici. Attualmente ha innumerevoli regie ascrivibili al suo nome, in prestigiosi teatri come il Carlo Felice di Genova, la Fenice di Venezia, lo Sferisterio di Macerata, la Fondazione Pergolesi di Jesi, per citarne solo alcuni, nonché all’estero: Città del Messico, Tokyo, Londra, Seoul, ecc. Davvero un nome prestigioso per il nostro paese.

Una immagine del Rigoletto a Jesi. Foto Alfredo Tabocchini


Altro regista di forte originalità è il torinese Davide Livermore. Sua particolarità il cercare sempre di attualizzare le ambientazioni in contesti specifici. Molto controverso ma di indubbia originalità, si è guadagnato un posto di primo piano anche a livello internazionale, tanto da ricoprire da circa un anno la carica di direttore artistico del Centro Placido Domingo presso il Palau de les Arts Reina Sofia di Valentia. Si occupa anche di teatro sperimentale, vocalità ed educazione musicale.

Un 'immagine de I Vespri Siciliani a Modena.  Foto Ramella&Giannese


Il fiorentino e figlio d’arte Pierfrancesco Maestrini è un altro dei nostri registi più affermati. Nel recente passato ha firmato regie nei principali teatri nostrani ottenendo grandi successi; citiamo tra i tanti il Teatro Regio di Parma, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Comunale di Firenze, il Massimo di Palermo, il San Carlo di Napoli, i teatri del circuito emiliano,ecc. Le sue ambientazioni spettacolari e suggestive, grazie anche all'utilizzo di scene raffinate e d’atmosfera, sono il punto di forza del suo straordinario successo, che lo vede richiestissimo anche all’estero.
Cavalleria Rusticana a San Paolo


Altro personaggio di spicco è il bergamasco Francesco Micheli, attualmente anche Direttore artistico dello Sferisterio Opera Festival di Macerata. Suo è, tra i tantissimi altri successi,  l’allestimento di Roméo e Juliette che è ormai un must fisso nel calendario areniano di ogni estate a Verona, spettacolo di grandissimo successo, come lo straordinario Otello andato in scena la scorsa stagione alla Fenice di Venezia, per fare solo due esempi. Le sue regie dinamiche ed innovative lo hanno portato a grandi trionfi internazionali di cui noi tutti siamo molto orgogliosi.


Roméo et Juliette all'Arena di Verona. Foto Ennevi


Autentico genio è il giovanissimo fuoriclasse veneziano Damiano Michieletto. Muovendosi facilmente tra il tradizionale ed il contemporaneo, è in grado di creare oseremmo dire quasi degli autentici fenomeni di costume. Le sue produzioni lasciano il segno e non conoscono il significato della parola banalità. I suoi recenti successi sia in Italia che nei prestigiosi teatri e festival internazionali (La trilogia mozartiana alla Fenice di Venezia, Falstaff al Festival di Salisburgo, Madama Butterfly al Regio di Torino, Un ballo in maschera alla Scala di Milano, ecc.) lo hanno già incoronato tra i migliori registi al mondo.

Una immagine da Così fan tutte al Teatro La Fenice di Venezia. Foto Michele Crosera



Leo Muscato è un altro interessante regista che ha calcato le scene egli stesso a inizio carriera e si è rivolto soprattutto alla drammaturgia moderna. Alla prosa ha iniziato con successo ad affiancare  regie d’opera e ad oggi si pone come altro grande protagonista delle recenti stagioni operistiche, con bei successi in teatri quali la Fenice di Venezia, Pergolesi di Jesi, Regio di Parma, San Carlo di Napoli, per citarne solo alcuni.

Un'immagine da L'africaine alla Fenice di Venezia. Foto Michele Crosera


Altro talento che vale la pena di menzionare è il giovane italo-sudafricano Alessandro Talevi. Definito da alcuni critici come un genio, ha già al suo attivo numerose regie d’opera, nonché prestigiosi riconoscimenti per il suo lavoro. Impegnato sia in Italia che all’estero, le sue regie che impiegano ambientazioni molto particolari, offrono una ricchezza di dettagli, di effetti visivi, sono spettacoli coinvolgenti ed accattivanti.

Roberto Devereux alla Welsh National Opera



E chiudiamo con Stefano Trespidi. Anche per questo regista sono preceduti molti anni di gavetta in collaborazioni con colleghi più ‘anziani’, come Pizzi, Zeffirelli, de Hana, ecc. sono poi seguite regie in prima persona sia in Italia, per il Teatro Filarmonico di Verona, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Sociale di Lecco, ecc, nonché all’estero: ad Amarante in Portogallo, a Tokyo in Giappone, ecc. Attualmente è Responsabile dell’Ufficio Regia della Fondazione Arena di Verona, per cui ha già firmato, oltre che regie d’opera, anche messe in scena di importanti manifestazioni culturali.

Macbeth al Teatro Filarmonico di Verona. Foto Ennevi

Ringraziando questi talenti per il lavoro che svolgono nei nostri teatri ed in giro per il mondo, il nostro augurio è che portino sempre più in alto il nome della nostra arte, della nostra fantasia e genialità come hanno fatto sin ora e ancora per tantissimo tempo, magari vedendosi presto affiancati, a loro volta, da giovani promesse pronte a lasciare il loro marchio nel mondo incantato dell’Opera futura.
MTG
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IL CAMPIELLO, E. WOLF - FERRARI – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, martedì 11 marzo 2014

Tra le innumerevoli iniziative del Teatro la Fenice di Venezia si inserisce questa di ospitare alcune produzioni delle diverse province venete. In questo caso è il Malibran a mettere in scena Il Campiello di Wolf - Ferrari con l’allestimento del Teatro Sociale di Rovigo, andato in scena questa stessa stagione nella provincia rodigina. Precedentemente la Fondazione della Fenice ha già portato sul palco altre opere dell'autore veneziano, ossia i Quatro Rusteghi e la Vedova Scaltra. Si tratta infatti di un percorso che vuole riscoprire le opere del compositore italo tedesco (il suo doppio cognome è difatti l’unione di quello paterno tedesco e materno veneziano), per le quali trasse ispirazione dal suo conterraneo Carlo Goldoni, il grande commediografo veneziano, vissuto all’incirca due secoli prima di lui. L’autore di questa deliziosa commedia in musica amava molto le opere del settecento, così come apprezzava in particolar modo il teatro comico. Così intinse il suo operato di una leggerezza di insieme ed un brio delicato che pervadono tutta la sua esposizione. Del resto Ermanno Wolf amava molto anche autori quali Mozart e Gallupi, il che lo portò anche a rielaborare alcuni loro lavori, e non solo. Dunque anche se la prima ebbe luogo a Milano l’11 febbraio 1936, in mezzo agli umori del regime dittatoriale delle sue due patrie, troviamo ancora il modo di godere del gusto e dello stile del secolo dei Numi.

La regia di Paolo Trevisi prevede come di consueto una scena fissa, opera di  Giuseppe Ranchetti, a rappresentare appunto il campiello veneziano, una piazzetta ove si animano i personaggi protagonisti, che dialogano dalla piazza ai rispettivi balconcini e viceversa, così da rendere leggermente più dinamica una messa in scena che altrimenti potrebbe risultare monotona. Ma ci pensa la compagnia di canto a rendere vivace l’atmosfera, con interpretazioni omogenee e ben eseguite nel complesso.

La scanzonata Gasparina è Roberta Canzian. Ha il suo bel daffare non solo con il dialetto veneto del libretto, ma soprattutto con la particolare pronuncia del suo personaggio, che sostituisce sistematicamente il suono ‘s’ in ‘z’, risultando ancora più particolare ed eccentrica, e mostrando una bella fluidità nel canto anche intonato.

Bene anche la sua collega Diana Mian come Luçieta. Oltre all’interpretazione disinvolta, il soprano  offre una voce ambrata e robusta che arriva agilmente anche sull’acuto.

Assolutamente meravigliosi  i tenori Max René Cosotti e Gregory Bonfatti, nei ruoli femminili delle madri di Luçieta, Dona Cate Panciana, e di Gnese, Dona Pasqua Polegana: sciolti, con voce sicura e ben emessa.

Gnese è una molto brava Patrizia Cigna, che fa sentire la sua bella voce acuta e squillante, che emette anche dei bei filati sottili. Il tenore Giacomo Patti ha una voce leggera e melodica che va benissimo per il ruolo dell’innamorato di Gnese, il giovane Zorzeto.

 Bene nel ruolo anche Cristina Sogmaister, la madre di Zorzeto, Orsola e lo zio di Gasparina, Gabriele Bolletta, dalla bella pasta vocale scura. Si disimpegnano bene nei rispettivi ruoli anche Maurizio Leoni come Cavaliere Astolfi e Italo Proferiscecome Anzoleto.

L’orchestra Regionale Filarmonia Veneta guidata da Stefano Romani  ha seguito con attenzione i protagonisti in scena. Brillante e fluida, soltanto un po’ abbondanti i volumi nelle scene in cui è coinvolta tutta l’orchestra.

Il lieto fine della commedia sancisce anche lo scroscio degli applausi e la soddisfazione generale di tutti, con applausi convinti per l’intero cast ed il direttore d’orchestra.

MTG



LA PRODUZIONE

Maestro concertatore  Stefano Romani 
e direttore 
Regia                            Paolo Trevisi

Scene                           Giuseppe Ranchetti


GLI INTERPRETI

Gasparina                        Roberta Canzian 
Dona Cate Panciana       Max René Cosotti
Luçieta                            Diana Mian
Dona Pasqua Polegana   Gregory Bonfatti
Gnese                              Patrizia Cigna
Orsola                             Cristina Sogmaister
Zorzeto                            Giacomo Patti
Anzoleto                          Italo Proferisce
Il cavaliere Astolfi          Maurizio Leoni
Fabrizio dei Ritorti         Gabriele Bolletta

Orchestra Regionale Filarmonia Veneta ORV
Coro Lirico Veneto 

allestimento del Teatro Sociale di Rovigo 
progetto "I Teatri del Veneto alla Fenice"





FOTO MICHELE CROSERA
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MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – TEATRO VERDI DI TRIESTE, sabato 8 marzo 2014

Nel lontano aprile 1914 andava in scena per la prima volta Madama Butterfly di Puccini al Teatro Verdi triestino, ed occasione più ghiotta non poteva esserci per rappresentare nel capoluogo friulano la fortunata produzione firmata proprio recentemente dal teatro e che ha ottenuto già ampi consensi anche a livello internazionale. La regia è di Giulio Ciabatti, che con l’apporto delle scene di  Pier Paolo Bisleri, ha voluto trasportarci non solo fisicamente, ma soprattutto idealmente e col cuore nei colori, nelle sensazioni e perché no nei profumi di un Oriente riconoscibilissimo, ma non necessariamente vincolato ad un tempo preciso. Nagasaki è trasognata nei volti e nelle situazioni che inscenano i personaggi, i loro sentimenti sono espressi con estrema passione. Con lo sguardo alla tradizione giapponese, al suo teatro ‘Nō’ che rappresenta i più alti valori dell’umanità contrapponendo il divino all’umano, così la contrapposizione dei due mondi Oriente/Occidente, inavvicinabili per usi e costumi, è tragicamente esemplificata dal dramma che vive la protagonista, fiduciosa a lungo invano, fino alla terribile disillusione.

Sullo sfondo uno schermo accompagna gli eventi, siano essi il ripudio, con una cascata di petali che rimanda ad una innocenza ormai perduta, oppure una cascata di stelle tra lucciole che svolazzalo lente in scena (grazie al silenzioso apporto dei mimi nell’ombra), creando emozioni e palpiti nel toccante duetto d’amore di fine primo atto, che manda in delirio il pubblico. I suggestivi effetti di luce sono ad opera di  Claudio Schmid.

Il resto è un delizioso e garbato ambiente con una accenno alla casetta, la presenza del Torii, l’arco di accesso ai luoghi sacri giapponesi, e la bandiera americana che dallo schermo compare all’occasione, trionfale sugli astanti. Completano la raffinata rappresentazione i costumi ricchi e coloratissimi di Pier Paolo Bisleri, grazie ai quali i coristi ricordano davvero gli imponenti e maestosi samurai e le coriste, come le protagoniste stesse, sembrano delle delicate bambole di porcellana, che con i loro movimenti fluidi ed aggraziati sembrano poter spezzarsi all’improvviso, come in un triste presagio.

I capricci del meteo attuale hanno costretto il tenore Luciano Ganci a lasciare il posto al collega Luis Chapa per l’ultima rappresentazione nel ruolo di Pinkerton. Il messicano ha uno strumento che si esprime particolarmente con agio nel registro acuto e si mostra disinvolto sul palco. Ottimo il feeling con la sua partner in scena. Si mostra molto più a suo agio nei momenti di sentimento, piuttosto che nelle scene di baldanzoso maschilismo strafottente. Porta comunque a casa una prova positiva apprezzata dal pubblico.

Anche il soprano  Amarilli Nizza era stato annunciato come affetto da sindrome influenzale prima dell’apertura del sipario. Ma la grande forza di volontà dell’artista ha preso il sopravvento e le ha consentito di eseguire un’altra delle sue interpretazioni straordinarie. Ormai confermata la sua famigliarità col ruolo, il suo calarsi anima e corpo nel personaggio, tanto da gioire o soffrire con esso, senza mai staccarsi mentalmente dalla piccola Cio-Cio-San e coinvolgendo il pubblico che ne resta rapito. In aggiunta, la sua tecnica consolidata le permette una emissione vocale sicura ed uniforme su tutta la gamma.

Suzuki è stata una convincente Chiara Chialli. Se la voce talvolta tende ad irrigidirsi nei suoni gravi, il colore che offre è comunque corposo e di bella pasta. Molto delicato il suo incedere, la sua interpretazione della governante dolce e servizievole è di incredibile grazia e spontaneità.
Austero, impeccabile e ben cantato il ruolo del console Sharpless, un Filippo Polinelli equilibrato, mai sopra le righe.
Apprezzabile anche il Goro di Gianluca Sorrentino, spigliato e ben centrato.
Un po’ eccessivo il costume dello zio Bonzo, in vesti corvine con tanto di bandiere penzolanti dal dorso, interpretato da un ben crudele Pietro Toscano, la cui voce però si perde leggermente nel suono dell’orchestra.

A completare il cast, la signora Pinkerton della deliziosa Silvia Verzier, il corretto  principe Yamadori di Makoto Kuraishi, Giuliano Pelizon e Giovanni Palumbo, rispettivamente Commissario imperiale ed Ufficiale del registro.

Straordinario il suono dell’Orchestra della Fondazione Teatro Verdi: bilanciata, uniforme, in perfetto accordo con i cantanti, carica di lirismo e pathos. Il Maestro Donato Renzetti l’ha guidata con fare impeccabile ed è stato la ciliegina sulla torta di una produzione di pregio.
Ottimo lavoro anche dei coristi preparati del puntuale Paolo Vero.

Teatro esaurito in ogni ordine di palco e posto, successo caloroso per tutti gli interpreti con punte di entusiasmo per Nizza e Chapa, Chialli ed il Maestro Renzetti.

MTG



LA PRODUZIONE
Maestro Concertatore
E Direttore
Donato Renzetti
Regia
Giulio Ciabatti
Scene E Costumi
Pier Paolo Bisleri
Luci
Claudio Schmid
Maestro Del Coro
Paolo Vero
Videomaker
Antonio Giacomin


GLI INTERPRETI

Madama Butterfly / Cio-Cio-San
Amarilli Nizza
Suzuki
Chiara Chialli
F.B. Pinkerton
Luis Chapa
Kate Pinkerton
Silvia Verzier
Sharpless
Filippo Polinelli
Goro
Gianluca Sorrentino
Yamadori
Makoto Kuraishi
Zio Bonzo
Pietro Toscano
Il Commissario Imperiale
Giuliano Pelizon
L’ufficiale Del Registro
Giovanni Palumbo

Orchestra, Coro e Tecnici Della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” Di Trieste

Allestimento Della Fondazione Teatro Lirico “Giuseppe Verdi” Di Trieste

In Collaborazione Con Jas Foundation Di Yokohama





FOTO TEATRO VERDI TRIESTE
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LA VEDOVA ALLEGRA, FRANZ LEHAR – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 6 marzo 2014.

Per la stagione lirica 2013-14 del teatro Filarmonico di Verona che si concluderà come di consueto nel prossimo autunno, la Fondazione Arena ha deciso di proseguire con il filone giocoso dei precedenti due eventi e puntare su un titolo di sicuro impatto sul pubblico, che infatti, grazie anche alla felice presenza delle scuole, sta registrando un folto numero di presenze in questi giorni. La vedova allegra di Lehar, ha offerto uno spettacolo completo, ove musica, danza e prosa si sono intersecate per circa tre ore di spettacolo, ed in cui non sono mancati colpi di scena, risate, ma anche poesia e delicatezze.

Il compositore Franz Lehar iniziò come autore di opere liriche, ma con scarso successo. Fu con il genere dell’operetta che il suo estro creativo ebbe modo di estrinsecarsi ed ottenere il tanto agognato riconoscimento tra i maestri del genere,  come Offenbach e Strauss figlio. La sua formazione classica, nonché la vita in continuo viaggio, gli permisero sì la conoscenza dei grandi compositori del passato, ma anche di quanto alla sua epoca offriva il panorama musicale internazionale. Ciò gli consentì di inserire tutto ciò che era il suo vissuto personale e di studio nelle sue composizioni. Così potremmo affermare che c’è praticamente tutto ne La vedova allegra: il lirismo dovuto alle storie d’amore che si intrecciano, gli scambi di persona, i tradimenti e le conseguenti corna,  i dissesti finanziari, già notissimi al pubblico appassionato di opere, ma anche le musiche dei valzer tanto cari agli austriaci, e persino i canti degli zingari.

Ci si immerge in tutto questo trovandosi nello specifico nella grande Francia della belle époque, con le sue luci e colori, con le sue ‘donnine allegre’, le danze, le feste, i locali alla moda un po’ equivoci, e naturalmente gli amori. Tutti elementi di sicuro fascino per un pubblico che già nel 1905, anno della prima rappresentazione a Vienna, apprezzava questo nuovo genere, decretandone uno straordinario successo sin dall’inizio ed incoronando il genio del suo autore a livello internazionale. Oggigiorno il capolavoro di Lehar è molto amato e riscuote sempre grandi consensi per le arie ben note, come ‘Tace il labbro’ oppure ‘La romanza della Vilja’, ma soprattutto per i balletti ivi inseriti e per l’atmosfera di gaiezza che sprigiona.
 
Per questa versione italiana della Fondazione Arena datata 2005 (l’originale è in tedesco), con la regia di Gino Landi, siamo in una Francia un po’ veneta ed anche un po’ napoletana, per via di certi piccoli riferimenti alla città di Verona e naturalmente per la forte ed accentratrice presenza dell’attrice partenopea Marisa Laurito. Quello che di solito è l’impiegato di cancelleria dell’armata di Pontevedro, paese nella cui ambasciata a Parigi  è ambientata la storia, qui è la scaltra, furba ed impicciona segretaria dell’ambasciatore pontevedrino Zeta. Con le sue battute ed improvvisazioni viene ad essere la mattatrice dello spettacolo, mettendo a segno una battuta dietro l’altra, intrattenendo letteralmente il  pubblico e strappando anche applausi a scena aperta. Il tutto è incorniciato dalle splendide scene di Ivan Stefanutti, che riproducono ambienti signorili di inizio secolo scorso e giardini meravigliosi con statue che si rivelano essere ballerini in carne ed ossa nella scena del duetto tra Hanna ed il conte Danilowitsch. Meravigliosi anche i costumi perfettamente in stile di William Orlandi.

La vedova in questione è stata una brillante Mihaela Marcu. Oltre ad avere indubbiamente il physique du rôle, ha interpretato con molta classe e spigliatezza il suo ruolo. La voce forse non è perfettamente a suo agio per la tessitura richiesta, soprattutto sul grave, ma ha confermato di possedere una bella linea di canto e dei suoni emessi con sicurezza, dai pianissimo agli acuti di slancio.

In grandissima forma il baritono Markus Werba. Perfetto per il ruolo del conte, ben recitato e ben cantato, è interprete di sicuro piglio sul palco e utilizza la sua voce con compostezza ed omogeneità, spingendosi anche verso zone piuttosto acute.

A suo agio anche una eccentrica e disinvolta Daniela Schillaci come Valencienne, con il suo maritino dalla testa pesante, il barone Mirko Zeta, un buon Francesco Verna, di spirito ed anche ottimo attore. Bella voce anche se un po’ sottile il tenore Anicio Zorzi Giustiniani, Camille de Rosillonche si è ben difeso sul palco, anche se più dimesso rispetto ai suoi colleghi.

Le coppie Bogdanowitsch con la moglie Sylviane, rispettivamente Andrea Vincenzo Bonsignore e Francesca Martini, Kromowe la sua consorte Olga, ossia Nicolo' Ceriani, veramente bravissimo e centrato nel suo ruolo, ed Elena Serra, nonché Pritschitsche Praskowia, alias Romano Dal Zovoe Alice Marini, insieme ai simpatici Dario Giorgelèe Francesco Pittari come pretendenti, il visconte Cascadae Raoul de St. Brioche, completano il cast.

Compartecipe e buon interprete il coro preparato da Armando Tasso. Menzione particolare va fatta al corpo di ballo che nel terzo atto ha eseguito parte del balletto ‘Gaité parisienne’ di Jacques Offenbach e Manuel Rosenthal, con numeri strepitosi e di grande impatto visivo, inseriti per l’occasione.

L’orchestra condotta da Roberto Gianola si è inserita perfettamente nel clima festoso dello spettacolo, con interventi anche in scena e con il giusto brio ed accompagnamento agli artisti.
Pubblico in delirio per la Signora Laurito e molti applausi anche per Werba e Marcu. Successo pieno per tutti gli interpreti.
MTG



LA PRODUZIONE 
Direttore d'orchestra
Roberto Gianola
Regia
Gino Landi
Scene
Ivan Stefanutti
Costumi
William Orlandi

GLI INTERPRETI
Il barone Mirko Zeta
Francesco Verna
Valencienne
Daniela Schillaci
Il Conte Danilo Danilowitsch
Markus Werba
Hanna Glawari
Mihaela Marcu
Camille de Rosillon
Anicio Zorzi Giustiniani
Il visconte Cascada
Dario Giorgelè
Raoul de St. Brioche
Francesco Pittari
Bogdanowitsch
Andrea Vincenzo Bonsignore
Sylviane
Francesca Martini
Kromow
Nicolo' Ceriani
Olga
Elena Serra
Pritschitsch
Romano Dal Zovo
Praskowia
Alice Marini
Njegus
Marisa Laurito

ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DELL’ ARENA DI VERONA

Maestro del coro                     Armando Tasso
Direttore corpo di ballo           Renato Zanella

Direttore allest. scenici           Giuseppe Filippi Venezia





Foto Ennevi
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BIEDERMANN UND DIE BRANDSTIFTER, SIMON VOSECEK - TEATRO COMUNALE DI BOLZANO, Première Nazionale, 26 febbraio 2014

Il teatro Comunale di Bolzano si dimostra, ancora una volta, attento alla musica contemporanea cooproducendo e rappresentando Biedermann und die Brandstifter, opera contemporanea del musicista ceco Simon Vosecek.
L'allestimento, già dato alla Neue Oper Wien col quale è cooprodotto nel settembre scorso e qui in prima nazionale, ricalca quasi in maniera completa la pièce teatrale omonima di Max Frisch. Il protagonista si chiama Biedermann, e il termine Bieder dal tedesco si traduce come “onesto” “rispettabile”. E in effetti il protagonista, Biedermann Gottlieb (!!) ci appare subito come una persona francamente insipida.

Già dall'inizio dell'opera si dimostra per quello che è: un membro della classe medio alta, che ama fumare il suo sigaro, bere un buon bicchiere di vino pregiato mentre sfoglia mollemente il giornale nel suo salotto ben arredato dopo una giornata di lavoro frenetico nel suo studio legale. Frisch quindi preferisce dare inizialmente rapidi accenni agli aspetti caratteriali dei suoi personaggi, privilegiando un approfondimento morale durante l'evolversi della storia e utilizzando il coro a guisa di contraltare morale che avverta il pubblico con quanta facilità un uomo comune possa essere sopraffatto dal male che bussa alla sua porta. Purtroppo a nostro parere, il lavoro teatrale di Frisch difetta proprio di quell' approfondimento caratteriale nel testo che implichi un lavoro di scavo psicologico nei personaggi, preferendo rapidi accenni e sillabazioni nel testo.

La musica di Vosecek supplisce in parte a questo difetto amplificando la tensione emotiva, la frustrazione e la speranza con una scrittura che pur essendo “contemporanea” guarda ad un tipo di notazione che ricorda musica già “vecchia” come la scuola di Darmstad e il suo più illustre figlio B.A. Zimmermann e alla sua opera Die Soldaten al quale Vosecek strizza più volte l'occhio soprattutto nell'uso della vocalità, tutta  tesa a serializzare ogni fattore costitutivo della composizione: non solo le altezze, ma anche durate, dinamiche, timbri, modi di attacco ecc. portando alle estreme conseguenze il puntillismo di Anton Webern.

La parte strumentale, eseguita magistralmente dall ' Amadeus Ensemble-Wiendiretto da Walter Kobera, prevede tre tromboni, una tuba, due percussionisti, un violino, tre violoncelli e tre clarinetti (due raddoppi in clarinetto basso) che hanno la parte protagonista nella scrittura strumentale. Il coro dei tre vigili del fuoco (Harald Wurmsdobler, Christian Kotsis, Frédéric Plazgraf) canta quasi esclusivamente per accordi stretti differenziandosi dal materiale vocale solistico, alternando linee angolari e lisce come il testo richiede.

Stephen Chaundy tratteggia un protagonista forte e testardo, molto bravo nel portare a termine la sua vocalmente difficile parte dalla tessitura assai acuta, Barbara Zamek-Gliszczynska come Babette Biedermann canta con voce chiara e solida ben delineando la tensione emotiva che scuote il suo personaggio dall'inizio alla fine, Katharina Tschakert ha dato corpo alla cameriera Anna ben bilanciando gli aspetti drammatici e comici del suo ruolo. Tomas Pietak e Till von Orlowsky come Schmitz ed Eisenring hanno cantato il loro ruolo degli incendiari sapendo cogliere quella sottigliezza caratteriale insita nella musica di Vosecek risultando malefici con una affabilità e naturalezza encomiabili.

La scelta registica di Béatrice Lachausée coadiuvata dalla scena fissa di Dominique Wiesbauer, dalle luci di  Norbert Chmel e dai costumi anni '30 di Nele Ellegiers segue il montare dell'azione inizialmente caratterizzando i personaggi nel loro afflato quotidiano di una tranquilla e noiosa famiglia borghese fino all'apice dell'esasperazione finale ove tutte le loro certezze crollano in un turbinare di disperazione e assertività indotta dai due incendiari.
Successo caloroso da parte di un pubblico attento e preparato.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direzione musicale                Walter Kobéra
Regia                                      Béatrice Lachaussée
Scenografia                           Dominique Wiesbauer
Costumi                                 Nele Ellegiers



GLI INTERPRETI

Gottlieb Biedermann           Stephen Chaundy     
Babette Biedermann            Barbara Zamek-Gliszczynska
Anna                                     Katharina Tschakert
Josef Schmitz                       Tomasz Pietak
Wilheim Eisenring                Till von Orlowsky
Vigili del fuoco                      Harald Wurmsdobler, Christian Kotsis, Frédéric Pfalzgraf.

CORO E ORCHESTRA    ENSEMBLE AMADEUS - WIEN
COPRODUZIONE   NEUE OPER WIEN





Foto Armin Bardel


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BILLERI, MASTROMARINO, SERRA E ZULIAN PER VERONA LIRICA - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 23 febbraio 2014

Programma molto intenso e particolarmente difficile da eseguire in forma di concerto, quello messo in scena domenica al Teatro Filarmonico di Verona dall’Associazione Verona Lirica, ormai nel pieno della sua stagione concertistica. Per portare a termine l’immenso programma si è avvalsa di quattro interpreti molto affermati che alternandosi sul palco, hanno dato vita come sempre ai vari personaggi di opere molto note al pubblico in sala.

Potremmo definire il baritono Alberto Mastromarino il padrino della serata, un artista che il pubblico ama ormai da tanti anni, essendo  un habitué dei palcoscenici veronesi, siano essi il Filarmonico stesso o l’Arena,  e che difatti è stato accolto con vivo e sincero entusiasmo. Grande protagonista della serata, ha mostrato ancora una volta cosa significhi stare in scena. Pur senza vestire ‘letteralmente’ i panni dei suoi personaggi, ha saputo rendere perfettamente le situazioni e i momenti interpretati. Così spigliato e di ‘carattere’ il suo Falstaff, nell’aria ‘L’onore! Ladri!’, oppure prorompente nel duetto con il tenore da La forza del destino: ‘Invano Alvaro’, incredibilmente malvagio nell’impersonare Jago con la sua aria da Otello 'Credo', e commuovente con il soprano Billeri nella lunga scena ‘Cielo! Mio padre’ da Aida. Verdi sembra essere profondamente scolpito nelle corde del baritono: la voce è ampia, possente, uniforme ed è inoltre in gran spolvero dal punto di vista attoriale.

Maria Billeri ci ha incantato tantissime volte con le sue interpretazioni davvero sentite di donne incredibili. Ed anche stavolta ha scelto personaggi verdiani molto particolari ed intensi: due figure terribili come Lady Macbeth e Abigaille e la sfortunata Aida. Sempre con passione e ricercata analisi del personaggio, si è cimentata nella scena della lettera di Lady, seguita da ‘Vieni! t’ affretta!’ e ‘Or tutte sorgete..’;  dal Nabucco quindi ‘Ben io ti invenni, o fatal scritto!’ e ‘Anch'io dischiuso un giorno’, inoltre il suddetto splendido duetto di Aida con Amonasro-Mastromarino. Infine, omaggio a Bellini con Norma nel duetto con Pollione-Zulian ‘In mia man alfin tu sei’. 

Dispiace molto che invece la prestazione di Elena Serra, chiamata a sostituire l’indisposta Ildiko Komlosi, non abbia soddisfatto le attese. Anche il mezzosoprano ha impersonato ruoli di gran carattere e difficoltà, come Amneris, nell’aria ‘L'aborrita rivale…’ ed il duetto con Radames-Zulian ‘Già i sacerdoti adunansi’; la Principessa di Bouillon da Adriana Lecouvreur di Cilea, con ‘Acerba voluttà’, nonché la Principessa Eboli in ‘Oh don fatale’ del Don Carlo verdiano. L’interprete però non è riuscita a dare alla sua interpretazione la forza ed il carisma che queste donne possiedono, risultando piuttosto scolastica. Inoltre la voce tende ad incupirsi nei gravi e fatica sull’acuto, che di conseguenza colpisce soprattutto negli attacchi, evidenziando anche una disomogeneità di suoni. Va comunque apprezzata la generosità con cui si è data sul palco ed il pubblico l’ha premiata per questo. 
 
Il tenore Renzo Zulian mostra un materiale apprezzabile per il timbro, soprattutto nella zona centrale. Tende però a spingere il suono in modo eccessivo e di conseguenza risulta sforzato piuttosto che ben sfogato in ampiezza e volume. Oltre ai duetti citati con i colleghi, ha offerto sempre da La forza del destino, nel ruolo di Don Alvaro ‘La vita è inferno all’ infelice’ e ‘O tu che in seno agli angeli’. Buono il feeling con i colleghi sul palco e non manca di personalità nelle sue esecuzioni.

Omaggio finale il lungo atto conclusivo dal Trovatore di Verdi con tutti i protagonisti.  
Ha accompagnato gli artisti come sempre l’impeccabile Patrizia Quarta al piano e presentato la serata Davide Da Como della Fondazione Arena di Verona. Il pubblico ha applaudito tutti gli interpreti, premiati con la targa ricordo come ad ogni concerto.

Appuntamento a fine marzo per il prossimo pomeriggio in musica.

MTG


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WERTHER, J. MASSENET - METROPOLITAN OPERA HOUSE DI NEW YORK, martedì 18 febbraio 2014

Mettere in scena un'opera intimista come Werther di J.Massenet nel più grande teatro del mondo, è sfida che mette i brividi al solo pensiero.
Werther più che un'opera può essere considerata infatti un unico grande duetto, suddiviso in dialoghi e monologhi fra il protagonista e Charlotte, mentre gli altri ruoli sono in pratica delle ombre sottomesse ad un'esistenza limitata. Sintomatica sotto questo aspetto è la stessa assenza del coro in partitura, di una comunità simbolo di amore realizzato e di vita che si diversifica dall'esistenza dei protagonisti, proiettati piuttosto verso la morte, amanti tristissimi, in pratica non amanti, supportati da una musica tutta tesa ad un impressionismo che si sfalda e vacilla nel suo  incessante sviluppo,  tortura i nervi, provoca una tensione costante da aria viziata e velenosa che sembra non mortale. La morte invece, arriva puntuale, con accenti crudi e reali.
L'idea di Richard Eyre, supportata dalle scene e dai costumi di Rob Howell si apre con la fantasiosa e arbitraria ricostruzione, durante il preludio,  della morte della moglie del Bailli e madre di Charlotte durante la notte di Natale e il suo successivo funerale, quindi si sviluppa per i primi due atti su una serie di cornici rettangolari che dal proscenio si  contorcono verso il fondo della scena sulle quali si proiettano i bellissimi video di  Wendall Harrington che rappresentano alberi che ondeggiano alla brezza e il passare delle stagioni. 
Nel terzo atto troviamo una claustrofobica biblioteca fatta di immensi scaffali verticali incombenti, paradigma di quella società che obbliga Charlotte ad un matrimonio senza amore, i quali svaniranno verso l'alto con un magistrale colpo di scena durante l'interludio del quarto atto, permettendo l'ingresso dal fondo della microscopica cameretta di Werther nella quale, Richard Eyre, contrariamente al libretto, ci mostra tutta la disperazione di Werther prima titubante, infine deciso nel togliersi la vita sparandosi diritto al cuore imbrattando con schizzi di sangue la parete a lui posteriore. 

Scena fortissima e di forte impatto emotivo che ha trovato in Jonas Kaufmann un degno interprete. Kaufmann appunto è stato un Werther straordinario, la sua voce è ricchissima di armonici, il suo canto si fa scuro e caldo di una intensità virilmente composta nel declamato di cui è piena la partitura, abbandonandosi nei momenti più lirici e larmoyant ad un canto velato fino a raggiungere pianissimi impressionanti per tenuta e qualità. 
La Charlotte di Massenet è più sfaccettata e tormentata rispetto alla figura goethiana e Sophie Koch ne offre un’interpretazione intensa e convincente esprimendo con giusto riserbo il dramma interiore di un amore impossibile, compresso e soffocato, con voce controllata e vibrante lontana da esibizioni manierate e da eccessi veristi. Toccante la lettura delle lettere eseguita con giusto raccoglimento e soprattutto “les larmes qu’on ne pleure pas” che traduce con pudore l’abisso di angoscia in cui sprofonda il personaggio. La voce omogenea si adatta alla dinamica ondivaga ben reggendo gli improvvisi scatti drammatici.

Lisette Oropesa è un’ottima Sophie, giovane e graziosa, che trasmette una ventata di freschezza con voce soavissima e argentina, squillante senza essere petulante. David Bizic è un Albert di voce rotonda ma monocorde, perfetto per il suo personaggio. Corretti anche i comprimari, il Bailli di Jonathan Summers, Philip Cokorinos nella parte di Johann, Tony Stevensons, alias Schmidt, Christopher Job come Bruhlmann e Maya Lahany come Katchen.

Alain Altinoglu ha offerto una direzione efficace, cercando un impasto orchestrale sonoro e ricco di colori, ha alternato suoni morbidi e leggeri a sonorità più forti e cupe, privilegiando la ricerca della continuità e della tensione drammatica, pur tuttavia scivolando talvolta nell’enfasi anziché giocare su di una più sottile filigrana di colori e spessori cangianti.

Successo vivo per tutti, con punte di delirio per Kaufmann e Koch da un teatro gremito in ogni ordine di posti.
Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE
Direttore d’orchestra             Alain Altinoglu
Regia                                      Richard Eyre 
Costumi e scene                     Rob Howell 
Luci                                         Peter Mumford
Video                                      Wendall Harrington 
Coreografia                            Sara Erde 

GLI INTERPRETI

 Sophie                                    Lisette Oropesa 
Charlotte                                Sophie Koch
Werther                                  Jonas Kaufmann
Albert                                     David Bižic 
La Bailli                                 Jonathan Summers 

METROPOLITAN OPERA HOUSE ORCHESTRA





Foto Metropolitan Opera House
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BEETHOVEN E BRAHMS PER L’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO NEL QUARTO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA - VICENZA, TEATRO COMUNALE, martedì 18 febbraio 2014.

Si avvia alla conclusione il viaggio musicale che la OTO vicentina ha intrapreso lo scorso autunno attraverso i luoghi più caratteristici della musica internazionale, e che per questo penultimo appuntamento ha visto come protagonisti i mostri sacri dell’ottocento tedesco Beethoven e Brahms, con le pagine più conosciute dal grande pubblico che anche ieri sera ha quasi riempito il grande Teatro Comunale di Vicenza e salutato l’evento con il consueto calore. 

Questa volta l’orchestra ha visto il gradito ritorno sul podio del giovane ed affermato Matteo Beltrami, che aveva chiuso la scorsa stagione sinfonica con largo consenso di pubblico. In apertura la ouverture del Coriolano di L.V. Beethoven. Questo gioiellino scritto nel 1807 per l’opera teatrale di Heinrick-Joseph von Collin, che fu anche segretario dell’Imperatore d’Austria, descrive per l’appunto la figura del personaggio eroico dell’antica Roma, espressa dall’incipit battagliero, mentre lo sviluppo centrale ci porta alle suppliche ed all’affetto materno e famigliare, che viene esemplificato dalla dolcezza infinita dei suoni di una melodia straordinaria. E se già in questo breve pezzo è evidente il piglio del giovane Maestro, ancor più con la seconda esecuzione diventa ben chiaro quanta forza ed impeto porti la conduzione del giovane direttore genovese.

Con la quinta sinfonia in do minore di L.V. Beethoven, datata 1808, non si può che restare senza fiato, per il suo carattere incisivo, per la forte espressività d’ insieme. Accanto alla celeberrima ‘Nona’ è una delle opere sinfoniche più amate ed eseguite e non poteva mancare nel celebrare la meraviglia dell’arte tedesca in questo percorso nel tempo e nello spazio della musica più grandiosa di sempre. La passione è evidente in tutti i suoi movimenti, ed il giovane Beltrami è guizzante sulla sua postazione, quasi volesse trascinare con sé la compagine strumentale nel vortice delle note ossessive dell’arcinoto tema del destino. Punti di forza dell’Orchestra vicentina sono stati anche questa volta gli archi, molto concentrati e capaci di delineare un suono pieno, vibrante e carico di tensione.

Nella seconda parte del concerto la meravigliosa Sinfonia n. 1 in do minore di J. Brahms, portata a termine dopo una lunga gestazione nel 1876, in cui la forza e l’impeto tedesco a cui è dedicata la serata sono ancora una volta esposti con evidenza. Un giusto accostamento tra i due compositori della serata, a testimonianza di quanto il grande amburghese rappresenti il naturale proseguimento del cammino iniziato da Beethoven, le cui influenze sono evidenti in diversi passaggi di questo capolavoro, dal richiamo alla quinta sinfonia ai riconoscibilissimi echi   nell’ultimo movimento della ‘Nona’. Ricca di colori ed atmosfere che cambiano continuamente, questa sinfonia richiede all’orchestra un suono grintoso e vellutato al contempo per esprimere al meglio la sua anima. Così la OTO offre sonorità cariche di energia e pathos, oppure di elegia e romanticismo, per concludere poi in potenza.

Il pubblico ha omaggiato l’orchestra ed il Maestro Beltrami con applausi sentiti, decretando un altro bel successo per l’organizzazione e la città veneta.

MTG




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MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – FIRENZE, TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO, domenica 9 febbraio 2014

Il Maggio Musicale Fiorentino sta dimostrando che con l’impegno e con la qualità degli spettacoli si può e si deve portare avanti la sua attività, sia perché è una delle istituzioni artistiche più importanti del nostro paese, sia naturalmente per la gioia dei numerosi appassionati che lo seguono con attenzione, numerosissimi anche dall'estero. Dopo il successo del precedente Nabucco mette infatti a segno un altro bel colpo, con questa produzione della Madama Butterfly che, pur nella sua semplicità concettuale, grazie alla vicenda in sé e a degli interpreti di forte richiamo e talento, ha potuto anche ieri sera far registrare il sold out per una replica appassionata che ha visto più di un melomane piangere dalla commozione.

L'opera della dolcezza quasi infantile, della passione giovanile, della fiducia incondizionata verso l'amato, che in realtà è solo un uomo superficiale che ama divertirsi, pur conoscendone perfettamente le vicende, suscita ancora oggi vera amarezza e compassione. Non c’entra molto il fatto che il protagonista sia un aitante americano e la sfortunata una giovane orientale. Che un uomo si prenda gioco di una ingenua fanciulla disonorandola e conducendola al suicidio può accadere ovunque ed in ogni epoca, ecco perché la morte per amore è ancora un tema profondamente attuale.
Gioca tutto sugli effetti luminosi e sulle emozioni la messa in scena del regista Fabio Ceresa, con scene di Giada Tiana Claudia Abiendi, nell'allestimento del Teatro Comunale di Bologna di qualche anno fa. Soltanto una struttura scarna rossa che richiama l'ingresso delle case giapponesi in mezzo al vasto palco del Comunale, che poi lascia il posto a semplici asticelle rosso sangue, forse un richiamo alle canne di bambù,  nel successivo cambio di scena,  sono gli elementi visivi di questo spettacolo, ove infine resta solo una semplice piattaforma immersa nel buio per il finale. I riflettori a giorno puntati su ogni personaggio e le luci dai toni ora accesi, ora tenui fino al nero opprimente dello sfondo, sottolineano quanto l'attenzione debba concentrarsi sul dramma stesso, come se la gioia, o il dolore, potessero essere proiettati dal cuore all’esterno, così da essere visibili da tutti.
I costumi di Massimo Carlotto sono garbati ed aiutano a richiamare l'ambiente nipponico.
Quando le vicende sono così concentrate sulla protagonista è necessario avere un'interprete dalla padronanza scenica assoluta, capace di coinvolgere il pubblico con il suo canto ed il suo ‘sentire’ il ruolo. Fiorenza Cedolins è certamente una di queste artiste. Conferma di amare molto questo ruolo e di interpretarlo con grazia ed eleganza.  Capace di differenziare il suo canto plasmandolo sulla parola, ha offerto diversi momenti felici dell'esecuzione, tra cui il duetto d'amore nel primo atto,  la reale dolcezza materna col piccolo, come in ‘O mio piccolo amore..’, e naturalmente l’intenso e struggente finale.
La sua cameriera Suzuki è una centratissima Manuela Custer. Il mezzosoprano nobilita il piccolo ruolo con una interpretazione molto compita, quasi solenne nel suo assistere impotente alla sorte della padrona, confermando anche questa volta di possedere un timbro vocale particolarmente ricco ed omogeneo. 

Il tenore Stefano Secco
è un Pinkerton molto generoso. Non possiede esattamente il physique du role, ma non si risparmia sulla scena. La sua è una buona esecuzione, omogenea in tutta la gamma, regalando i momenti più intensi quando in coppia con la protagonista. 

Molto bene lo Sharpless di Julian Kim
: bello il timbro bruno e dal volume inappuntabile, ben eseguito il suo personaggio, nonostante la regia non gli abbia offerto molto spazio per svilupparlo. 

Lo zio Bonzo è un coloratissimo Cristian Saitta
, il cui costume rosso nero un tantino demoniaco, ne fa un personaggio molto cupo nella sua austerità.

Completano il cast il buon Goro di Roberto Covatta
, il principe Yamadori di William Corrò, Ivan Marino come Commissario Imperiale, l’Ufficiale del registro, Vito L. Roberti, una non eccezionale Mrs Pinkerton, Milena Josipovic, e le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Ilaria Sacchi, Eun-Young Jung, rispettivamente madre, zia e cugina.

Il Maestro Juraj Valčuha
ha offerto una direzione molto sentita, dall’attenzione molto partecipe alla scena. Pur se con qualche leggera prepotenza in taluni punti, ha optato per dei tempi più distesi, soprattutto nei momenti di particolare pathos, e molto gradito è stato l' interludio al terzo atto. Bravo e preparato il coro del Maggio di Lorenzo Fratini.
 
Pubblico internazionale visibilmente commosso e soddisfatto, che ha tributato ovazioni a tutti gli interpreti. 
Grande soddisfazione per il Maggio Musicale Fiorentino, a cui auguriamo di proseguire il cammino con tanti altri successi ed il costante sostegno del suo pubblico.
MTG
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore                    Juraj Valčuha
Regia                         Fabio Ceresa

Scene                         Giada Tiana Claudia Abiendi
Costumi                     Massimo Carlotto
Luci                                                   Pamela Cantatore
Maestro del Coro      Lorenzo Fratini
GLI INTERPRETI  
Cio-Cio-San              Fiorenza Cedolins

Suzuki                        Manuela Custer
 
Kate Pinkerton         Milena Josipovic
F. B. Pinkerton             Stefano Secco
Sharpless                   Julian Kim
Goro                           Roberto Covatta

Yamadori                   William Corrò
Lo zio Bonzo             Cristian Saitta
Il Commissario          Ivan Marino
Imperiale


L'Ufficiale 
del Registro               Vito L. Roberti

La madre                   Sabina Beani

di Cio-Cio-San
La zia                         Ilaria Sacchi
La cugina                  Eun-Young Jung
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Nuova produzione
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
 
 
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DO RE MI… PRESENTO – intervista a SONIG TCHAKERIAN

Uno degli strumenti più struggenti, passionali, accattivanti e amati nel panorama musicale è certamente il violino. L’artista che conosciamo oggi, la violinista Sonig Tchakerian, di origini armene, ne è un’interprete acclamata, che vanta una carriera a livello internazionale, chiamata nei teatri e festival più prestigiosi, ad eseguire la musica che anima le sue corde. Ha studiato con Salvatore Accardo, Franco Gulli e Nathan Milstein, sviluppando una sensibilità particolarissima nell’approccio alla partitura che sfocia in esecuzioni accuratissime e nel pieno rispetto della volontà dell’autore. Apprezzatissima da colleghi strumentisti e compositori, si esprime con superba scioltezza nei virtuosismi, la sua lunga discografia vanta nomi come Schumann, Schubert, Barber, Paganini, Haydn, Saint-SaënsFaurèVieuxtemps, Beethoven, Debussi, Ravel, ed il suo ultimo lavoro per la DECCA- Universal ci regala le ‘Sonate e Partite di Bach per violino solo’, un altro sicuro successo discografico. Attualmente, tra gli altri progetti, è insegnante di violino nella scuola di Alto Perfezionamento dell’Accademia di Santa Cecilia in Roma. Il suo violino è un meraviglioso Gennaro Gagliano, costruito a Napoli nel 1760, ed ha avuto anche la soddisfazione di suonare altri prestigiosi violini d’epoca in diverse manifestazioni culturali che l’anno vista protagonista acclamata.
La incontro in occasione del concerto che terrà come protagonista assoluta domenica 9 febbraio al Gran Teatro La Fenice di Venezia, ove è attesa con molto entusiasmo e che le darà tante soddisfazioni come sempre. Mi concede con incredibile umiltà e simpatia un po’ del suo tempo per rispondere alle mie domande.




Se dovesse descrivere cosa prova quando suona e cosa caratterizza il suo modo di suonare, cosa le verrebbe in mente?

Dunque, all'inizio direi preoccupazione, che poi si trasforma in emozione positiva, coinvolgimento, concentrazione, consapevolezza di vivere un momento speciale e di essere una privilegiata. Quello che vorrei caratterizzasse il mio modo di suonare sarebbe comunicare ed essere in complicità emotiva con la partitura e il pubblico. Ma ripeto, è quello che vorrei....lascio poi esprimere agli altri quello che ricevono!

Quali sono i compositori che maggiormente sente nelle sue corde?

Bach sta al primo posto assoluto. Amo molto Schubert, il Mozart drammatico, Brahms per la sua speciale intimità, ma potrei continuare. Molto difficile escludere Beethoven o altri grandissimi.

Si sente più vicina a brani drammatici o quelli per così dire più orecchiabili e leggeri?

Dipende molto dallo stato d'animo, dalla necessità interiore del momento. E spesso 'cerco' un brano piuttosto che un altro, proprio per la necessità di una intima complicità. Comunque, se dovessi scegliere, direi drammatici.

Come si approccia ad una nuova partitura da suonare?
Prima di tutto con la voglia di esserne conquistata.

E’ sempre facile trovare un buon feeling con i diversi partner con cui si suona?
Beh, più sono straordinari, più ovviamente il feeling diventa non facile, ma speciale.

Come descriverebbe gli inizi della Sua carriera e cosa l’ha portata a intraprenderla?
Mah... Ero piccola quando ho iniziato a suonare e non c'è stato un momento nella mia vita in cui ho 'scelto' cosa fare. Le occasioni sono arrivate e sono cresciuta con loro. Semplicemente.

I ricordi più cari e i momenti che Le danno maggiore soddisfazione?
I ricordi più cari sono quelli legati alle ore di studio passate con mio padre, appassionato violinista, che mi ha seguito fino alla fine dei suoi giorni. Pensando a quegli anni di studio nasce in me il desiderio che ogni giorno, ogni esecuzione, ogni emozione, siano di maggior soddisfazione per me. E in qualche modo, lo è. Anche se in realtà, secondo me,  non fila tutto sempre così liscio....

Cosa avrebbe fatto se non avesse scelto questa carriera?
Non ho un'altra passione così grande. Penso suonerei ancora il violino.



Come si concilia un mestiere “frenetico” come il Suo con la vita familiare/privata? Il rapporto con la sua famiglia?
Come si 'concilia' per tutte le donne che hanno un lavoro impegnativo...ho due figli che, fino ad una certa età, sono stati nella mia mente la priorità, anche se stavo lavorando. Mia figlia, da piccola, si disperava ogni volta che la lasciavo per prendere in mano il violino....Si immagina il mio stato d'animo; dovevo studiare e concentrarmi: ma pensavo alle creature che mi aspettavano...poi gli anni sono passati. Ora loro sono cresciuti e sono più autonomi e anch'io ho scoperto di avere finalmente più tempo per me.

Ha mai sofferto di invidia o è mai stato oggetto di invidie altrui?
L’invidia è certamente un orribile sentimento che ci mette a disagio con noi stessi e con gli altri. Sì, sicuramente da ragazzina mi è capitato di invidiare qualcuno più bravo di me, e quanti ne conoscevo.. Ma per fortuna, molto presto, sono riuscita a capire quanto sia un bene confrontarsi con chi pensi abbia qualcosa in più di te. E anzi, più passa il tempo, più conosco persone capaci, più questo mi dà soddisfazione. Ma come in tutto, devono passare gli anni per capirci qualcosa in questa vita!



Città del mondo preferita? Dove preferisce stare quando deve rilassarsi dopo tanto lavoro?
Città non saprei. Sicuramente l'unico posto dove mi rilasso veramente è in riva al mare.

Dove si mangia meglio e/o peggio?
Meglio si mangia in medio oriente. D'altra parte le mie origini quasi mi impongono questa preferenza!

Superstiziosa?
Direi di no.
Il Suo rapporto con la spiritualità?
Domanda molto impegnativa. Potrei comunque rispondere che vivo la religiosità in modo molto intenso.

Ha tempo di dedicarsi a degli hobby, come il cinema, la lettura o qualcos’altro di particolare che la appassiona in modo specifico?
Confesso di avere da sempre una passione per il tango. Spero di dedicarmici prima o poi!

I Suoi colleghi preferiti del passato e del presente?
Ah sono davvero molti, sia del passato che del presente. Ma Heifetz resta il più impressionante per me!

Cosa fa poco prima di salire sul palcoscenico?
Il segno della Croce.
Come vive il rapporto con il pubblico?
Lo 'sento' molto dal palcoscenico. Quasi subito capisco se è coinvolto, che tipo di pubblico è, riconosco la sua personalità. È incredibile come si crei questa sinergia tra palco e sala!

Come vede questo momento di crisi che attraversa il settore della musica classica?
Purtroppo è un periodo direi piuttosto ‘faticoso’. Ma la musica ci salva e voglio aver fiducia in essa.

Ci sono delle cause politiche o sociali che le stanno particolarmente a cuore?
Beh sono moltissime le questioni che mi stanno a cuore. Ovviamente mi commuove sapere che esiste ancora della gente che soffre la fame, che è oppressa da persecuzioni di vario genere. Ma  anche nel più piccolo, mi fanno star male le solitudini..

Cosa manca ancora nella Sua vita oggi?
Sono una persona molto fortunata e potrei dire che non mi manca nulla. In realtà sto ancora cercando di capire quale è il mio compito più importante, in questa vita che mi è stata data.

E con queste parole intense, che rivelano anche una persona dalla spiritualità  profonda, e che un po' ci spiegano  il successo delle sue esecuzioni così speciali, si chiude il mio incontro con Sonig Tchakerian, che voglio davvero ringraziare per tutto quello che dona al suo pubblico, ogni volta che il suo violino suona con la sua indescrivibile sensibilità e naturalmente, le auguro ancora un cammino costellato di successi e soddisfazioni.
MTG


Foto Alessandra Lazzarotto 
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L’ITALIANA IN ALGERI , GIOACHINO ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 2 febbraio 2014

Come è noto ai signori uomini e soprattutto come recita il libretto a conclusione dell’opera ‘..a tutti, se vuole, la donna la fa’. Su questo asserto sono stati scritti fiumi di romanzi, tragedie, poesie e quant’altro a raccontare che il gentil sesso sa essere tanto frivolo e civettuolo, quanto furbo e macchinatore. Questo dramma giocoso non è da meno e viene ad essere la sintesi di queste caratteristiche, miscelate con sorriso e spirito bonario. Giocosa è chiaramente l’atmosfera della narrazione, ma ‘drammatico’ è lo scorno che il potente Bey Mustafà si trova a subire venendo gabbato praticamente da tutti coloro che gli girano attorno. L’allestimento che diversi anni fa Pier Luigi Pizzi pensò per questo spettacolo, ripreso per l’occasione dalla Fondazione Arena di Verona, sviluppa questo tema affrontando con leggerezza le vicissitudini della bella italiana portata di forza nella città di Algeri, che non si perde d’animo e riesce a scappare via tranquillamente con tutti i suoi compari facendola sotto il naso al grande sultano. 
Nessuna stravaganza o colpo di teatro in questo allestimento: le scene ci portano in una città araba con tanto di Moschea in lontananza, per altro una bellissima riproduzione che ricorda molto la Moschea Blu di Istambul, e sfondi, arredi e costumi, tutti coloratissimi, che richiamano perfettamente l’ambiente arabo con tutti i suoi simboli. Interessante e spiritosa la ‘lezione’ di Storia dell’arte sulle figure femminili di Haly, che mostrando quadri d’autore, spiega quanto le donne italiane riescano a farla in barba a chi par loro. Unica licenza, se possiamo definirla così, l’abbigliamento della bella protagonista. La scaltra Isabella sembra non appartenere ad un tempo o ad un luogo preciso: entra in scena con un abito nero, guanti, cappello di pelle e velo viola tra i capelli, e un immancabile frustino ad indicare il caratterino della fanciulla. In seguito la vediamo con  un abito rosso fuoco ornato di piume al decolleté ed in testa; ancora piume viola su abito bianco,  per poi tornare al nero con dettagli in rosso per una specie di toga nell’ultimo atto. 

Simpatico anche il riferimento ‘culinario’ con i coristi  agghindati da cuochi, nella celebre scena della nomina del Bey a signor ‘Pappataci’. A parte queste piccole chicche, ciò che è parso nel complesso è una mancanza di brio vero e proprio, di quel certo non so che, soprattutto nello sviluppo dei personaggi e nella loro caratterizzazione. La narrazione è sembrata un po’ lenta, soprattutto nei recitativi, ove forse gli artisti avrebbero potuto esprimere maggiormente qualche tratto distintivo, aggiungendo quel ‘quid’ che in effetti è mancato. Se dunque la scenografia è valida ai fini delle vicende, ci saremmo aspettati uno svecchiamento dal punto di vista prettamente registico.

Per il cast la Fondazione ha deciso di scommettere su giovani freschi e spigliati, ma già in carriera. 

Mustafà è stato il basso Mirco Palazzi. Probabilmente non è il ruolo che gli rende più giustizia vocalmente parlando, ma conferma di possedere un timbro bellissimo di corposità e volume. Anche sul palco è disinvolto e capace di aggiungere del ‘suo’ a quanto la regia prevede relativamente al suo ruolo. 

Vocalità molto particolare anche quella di Marina De Liso, forse anche troppo per questo tipo di personaggio; le consente di tratteggiare una Isabella dal forte temperamento, capace di sottolineare la frase al servizio del suo significato. Grintosa nei costumi pensati per lei, si pone come giusto contraltare al beffato Mustafà.

Leggerino è parso il tenore  Daniele Zanfardino. Dotato di voce morbida e velata, che difetta però leggermente nel volume, a tratti è sovrastato dall’orchestra, come pure non ha espresso quel  carisma che il ruolo dell’innamorato italiano per antonomasia avrebbe richiesto. 

Il simpatico Haly è stato il bravo Federico Longhi. Il baritono possiede sia doti vocali che verve da farlo ben figurare in scena. 
Bene Filippo Fontana come Taddeo, con una esecuzione lineare e ben calata nel personaggio, disinvolto e corretto vocalmente. Completano il cast Alida Berti e Alessia Nadin, con i brillanti e correttamente eseguiti ruoli di Elvira, la moglie del sultano, e della schiava di Isabella, Zulma.
Il coro dell’Arena di Verona è guidato come sempre dal Maestro  Armando Tasso. 
A capo dell’orchestra della Fondazione il giovane Francesco Lanzillotta. Non ha ceduto alla tentazione di far  divenire  la  partitura  una  mera  farsetta,  concedendo  anche tempi  più distesi, in  accordo con la concezione generale dello spettacolo di  Pizzi. 
Il pubblico ha gradito  tutti gli  spunti offerti dallo spettacolo, con sonore risate a  scena  aperta, chiedendo diverse  chiamate  sul   palco  e  tributando  un   forte   plauso  soprattutto  al  Maestro Lanzillotta ed  a  Palazzi al termine della rappresentazione.
MTG
LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra Francesco Lanzillotta


Regia, scene e costumi  Pier Luigi Pizzi


Direttore del coro    Armando Tasso


GLI INTERPRETI










Isabella


Marina De
Liso          


Lindoro


Daniele Zanfardino


Mustafa'


Mirco Palazzi


Elvira


Alida Berti


Taddeo


Filippo Fontana


Zulma


Alessia Nadin


Haly


Federico Longhi



ORCHESTRA CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

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