MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – FIRENZE, TEATRO DEL MAGGIO MUSICALE FIORENTINO, domenica 9 febbraio 2014


Il Maggio Musicale Fiorentino sta dimostrando che con l’impegno e con la qualità degli spettacoli si può e si deve portare avanti la sua attività, sia perché è una delle istituzioni artistiche più importanti del nostro paese, sia naturalmente per la gioia dei numerosi appassionati che lo seguono con attenzione, numerosissimi anche dall'estero. Dopo il successo del precedente Nabucco mette infatti a segno un altro bel colpo, con questa produzione della Madama Butterfly che, pur nella sua semplicità concettuale, grazie alla vicenda in sé e a degli interpreti di forte richiamo e talento, ha potuto anche ieri sera far registrare il sold out per una replica appassionata che ha visto più di un melomane piangere dalla commozione.

L'opera della dolcezza quasi infantile, della passione giovanile, della fiducia incondizionata verso l'amato, che in realtà è solo un uomo superficiale che ama divertirsi, pur conoscendone perfettamente le vicende, suscita ancora oggi vera amarezza e compassione. Non c’entra molto il fatto che il protagonista sia un aitante americano e la sfortunata una giovane orientale. Che un uomo si prenda gioco di una ingenua fanciulla disonorandola e conducendola al suicidio può accadere ovunque ed in ogni epoca, ecco perché la morte per amore è ancora un tema profondamente attuale.
Gioca tutto sugli effetti luminosi e sulle emozioni la messa in scena del regista Fabio Ceresa, con scene di Giada Tiana Claudia Abiendi, nell'allestimento del Teatro Comunale di Bologna di qualche anno fa. Soltanto una struttura scarna rossa che richiama l'ingresso delle case giapponesi in mezzo al vasto palco del Comunale, che poi lascia il posto a semplici asticelle rosso sangue, forse un richiamo alle canne di bambù,  nel successivo cambio di scena,  sono gli elementi visivi di questo spettacolo, ove infine resta solo una semplice piattaforma immersa nel buio per il finale. I riflettori a giorno puntati su ogni personaggio e le luci dai toni ora accesi, ora tenui fino al nero opprimente dello sfondo, sottolineano quanto l'attenzione debba concentrarsi sul dramma stesso, come se la gioia, o il dolore, potessero essere proiettati dal cuore all’esterno, così da essere visibili da tutti.
I costumi di Massimo Carlotto sono garbati ed aiutano a richiamare l'ambiente nipponico.
Quando le vicende sono così concentrate sulla protagonista è necessario avere un'interprete dalla padronanza scenica assoluta, capace di coinvolgere il pubblico con il suo canto ed il suo ‘sentire’ il ruolo. Fiorenza Cedolins è certamente una di queste artiste. Conferma di amare molto questo ruolo e di interpretarlo con grazia ed eleganza.  Capace di differenziare il suo canto plasmandolo sulla parola, ha offerto diversi momenti felici dell'esecuzione, tra cui il duetto d'amore nel primo atto,  la reale dolcezza materna col piccolo, come in ‘O mio piccolo amore..’, e naturalmente l’intenso e struggente finale.
La sua cameriera Suzuki è una centratissima Manuela Custer. Il mezzosoprano nobilita il piccolo ruolo con una interpretazione molto compita, quasi solenne nel suo assistere impotente alla sorte della padrona, confermando anche questa volta di possedere un timbro vocale particolarmente ricco ed omogeneo. 

Il tenore Stefano Secco
è un Pinkerton molto generoso. Non possiede esattamente il physique du role, ma non si risparmia sulla scena. La sua è una buona esecuzione, omogenea in tutta la gamma, regalando i momenti più intensi quando in coppia con la protagonista. 

Molto bene lo Sharpless di Julian Kim
: bello il timbro bruno e dal volume inappuntabile, ben eseguito il suo personaggio, nonostante la regia non gli abbia offerto molto spazio per svilupparlo. 

Lo zio Bonzo è un coloratissimo Cristian Saitta
, il cui costume rosso nero un tantino demoniaco, ne fa un personaggio molto cupo nella sua austerità.

Completano il cast il buon Goro di Roberto Covatta
, il principe Yamadori di William Corrò, Ivan Marino come Commissario Imperiale, l’Ufficiale del registro, Vito L. Roberti, una non eccezionale Mrs Pinkerton, Milena Josipovic, e le parenti di Cio-Cio-San: Sabina Beani, Ilaria Sacchi, Eun-Young Jung, rispettivamente madre, zia e cugina.

Il Maestro Juraj Valčuha
ha offerto una direzione molto sentita, dall’attenzione molto partecipe alla scena. Pur se con qualche leggera prepotenza in taluni punti, ha optato per dei tempi più distesi, soprattutto nei momenti di particolare pathos, e molto gradito è stato l' interludio al terzo atto. Bravo e preparato il coro del Maggio di Lorenzo Fratini.
 
Pubblico internazionale visibilmente commosso e soddisfatto, che ha tributato ovazioni a tutti gli interpreti. 
Grande soddisfazione per il Maggio Musicale Fiorentino, a cui auguriamo di proseguire il cammino con tanti altri successi ed il costante sostegno del suo pubblico.
MTG
 
LA PRODUZIONE
 
Direttore                    Juraj Valčuha
Regia                         Fabio Ceresa

Scene                         Giada Tiana Claudia Abiendi
Costumi                     Massimo Carlotto
Luci                                                   Pamela Cantatore
Maestro del Coro      Lorenzo Fratini
GLI INTERPRETI  
Cio-Cio-San              Fiorenza Cedolins

Suzuki                        Manuela Custer
 
Kate Pinkerton         Milena Josipovic
F. B. Pinkerton             Stefano Secco
Sharpless                   Julian Kim
Goro                           Roberto Covatta

Yamadori                   William Corrò
Lo zio Bonzo             Cristian Saitta
Il Commissario          Ivan Marino
Imperiale


L'Ufficiale 
del Registro               Vito L. Roberti

La madre                   Sabina Beani

di Cio-Cio-San
La zia                         Ilaria Sacchi
La cugina                  Eun-Young Jung
Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

Nuova produzione
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
 
 

DO RE MI… PRESENTO – intervista a SONIG TCHAKERIAN

Uno degli strumenti più struggenti, passionali, accattivanti e amati nel panorama musicale è certamente il violino. L’artista che conosciamo oggi, la violinista Sonig Tchakerian, di origini armene, ne è un’interprete acclamata, che vanta una carriera a livello internazionale, chiamata nei teatri e festival più prestigiosi, ad eseguire la musica che anima le sue corde. Ha studiato con Salvatore Accardo, Franco Gulli e Nathan Milstein, sviluppando una sensibilità particolarissima nell’approccio alla partitura che sfocia in esecuzioni accuratissime e nel pieno rispetto della volontà dell’autore. Apprezzatissima da colleghi strumentisti e compositori, si esprime con superba scioltezza nei virtuosismi, la sua lunga discografia vanta nomi come Schumann, Schubert, Barber, Paganini, Haydn, Saint-Saëns, Faurè, Vieuxtemps, Beethoven, Debussi, Ravel, ed il suo ultimo lavoro per la DECCA- Universal ci regala le ‘Sonate e Partite di Bach per violino solo’, un altro sicuro successo discografico. Attualmente, tra gli altri progetti, è insegnante di violino nella scuola di Alto Perfezionamento dell’Accademia di Santa Cecilia in Roma. Il suo violino è un meraviglioso Gennaro Gagliano, costruito a Napoli nel 1760, ed ha avuto anche la soddisfazione di suonare altri prestigiosi violini d’epoca in diverse manifestazioni culturali che l’anno vista protagonista acclamata.

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L’ITALIANA IN ALGERI , GIOACHINO ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 2 febbraio 2014







Come è noto ai signori uomini e soprattutto come recita il libretto a conclusione dell’opera ‘..a tutti, se vuole, la donna la fa’. Su questo asserto sono stati scritti fiumi di romanzi, tragedie, poesie e quant’altro a raccontare che il gentil sesso sa essere tanto frivolo e civettuolo, quanto furbo e macchinatore. Questo dramma giocoso non è da meno e viene ad essere la sintesi di queste caratteristiche, miscelate con sorriso e spirito bonario. Giocosa è chiaramente l’atmosfera della narrazione, ma ‘drammatico’ è lo scorno che il potente Bey Mustafà si trova a subire venendo gabbato praticamente da tutti coloro che gli girano attorno. L’allestimento che diversi anni fa Pier Luigi Pizzi pensò per questo spettacolo, ripreso per l’occasione dalla Fondazione Arena di Verona, sviluppa questo tema affrontando con leggerezza le vicissitudini della bella italiana portata di forza nella città di Algeri, che non si perde d’animo e riesce a scappare via tranquillamente con tutti i suoi compari facendola sotto il naso al grande sultano. 
Nessuna stravaganza o colpo di teatro in questo allestimento: le scene ci portano in una città araba con tanto di Moschea in lontananza, per altro una bellissima riproduzione che ricorda molto la Moschea Blu di Istambul, e sfondi, arredi e costumi, tutti coloratissimi, che richiamano perfettamente l’ambiente arabo con tutti i suoi simboli. Interessante e spiritosa la ‘lezione’ di Storia dell’arte sulle figure femminili di Haly, che mostrando quadri d’autore, spiega quanto le donne italiane riescano a farla in barba a chi par loro. Unica licenza, se possiamo definirla così, l’abbigliamento della bella protagonista. La scaltra Isabella sembra non appartenere ad un tempo o ad un luogo preciso: entra in scena con un abito nero, guanti, cappello di pelle e velo viola tra i capelli, e un immancabile frustino ad indicare il caratterino della fanciulla. In seguito la vediamo con  un abito rosso fuoco ornato di piume al decolleté ed in testa; ancora piume viola su abito bianco,  per poi tornare al nero con dettagli in rosso per una specie di toga nell’ultimo atto. 

Simpatico anche il riferimento ‘culinario’ con i coristi  agghindati da cuochi, nella celebre scena della nomina del Bey a signor ‘Pappataci’. A parte queste piccole chicche, ciò che è parso nel complesso è una mancanza di brio vero e proprio, di quel certo non so che, soprattutto nello sviluppo dei personaggi e nella loro caratterizzazione. La narrazione è sembrata un po’ lenta, soprattutto nei recitativi, ove forse gli artisti avrebbero potuto esprimere maggiormente qualche tratto distintivo, aggiungendo quel ‘quid’ che in effetti è mancato. Se dunque la scenografia è valida ai fini delle vicende, ci saremmo aspettati uno svecchiamento dal punto di vista prettamente registico.

Per il cast la Fondazione ha deciso di scommettere su giovani freschi e spigliati, ma già in carriera. 

Mustafà è stato il basso Mirco Palazzi. Probabilmente non è il ruolo che gli rende più giustizia vocalmente parlando, ma conferma di possedere un timbro bellissimo di corposità e volume. Anche sul palco è disinvolto e capace di aggiungere del ‘suo’ a quanto la regia prevede relativamente al suo ruolo. 

Vocalità molto particolare anche quella di Marina De Liso, forse anche troppo per questo tipo di personaggio; le consente di tratteggiare una Isabella dal forte temperamento, capace di sottolineare la frase al servizio del suo significato. Grintosa nei costumi pensati per lei, si pone come giusto contraltare al beffato Mustafà.

Leggerino è parso il tenore  Daniele Zanfardino. Dotato di voce morbida e velata, che difetta però leggermente nel volume, a tratti è sovrastato dall’orchestra, come pure non ha espresso quel  carisma che il ruolo dell’innamorato italiano per antonomasia avrebbe richiesto. 

Il simpatico Haly è stato il bravo Federico Longhi. Il baritono possiede sia doti vocali che verve da farlo ben figurare in scena. 
Bene Filippo Fontana come Taddeo, con una esecuzione lineare e ben calata nel personaggio, disinvolto e corretto vocalmente. Completano il cast Alida Berti e Alessia Nadin, con i brillanti e correttamente eseguiti ruoli di Elvira, la moglie del sultano, e della schiava di Isabella, Zulma.
Il coro dell’Arena di Verona è guidato come sempre dal Maestro  Armando Tasso. 
A capo dell’orchestra della Fondazione il giovane Francesco Lanzillotta. Non ha ceduto alla tentazione di far  divenire  la  partitura  una  mera  farsetta,  concedendo  anche tempi  più distesi, in  accordo con la concezione generale dello spettacolo di  Pizzi. 
Il pubblico ha gradito  tutti gli  spunti offerti dallo spettacolo, con sonore risate a  scena  aperta, chiedendo diverse  chiamate  sul   palco  e  tributando  un   forte   plauso  soprattutto  al  Maestro Lanzillotta ed  a  Palazzi al termine della rappresentazione.
MTG
LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra Francesco Lanzillotta


Regia, scene e costumi  Pier Luigi Pizzi


Direttore del coro    Armando Tasso


GLI INTERPRETI










Isabella


Marina De
Liso          


Lindoro


Daniele Zanfardino


Mustafa'


Mirco Palazzi


Elvira


Alida Berti


Taddeo


Filippo Fontana


Zulma


Alessia Nadin


Haly


Federico Longhi



ORCHESTRA CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA










FOTO ENNEVI

LA CLEMENZA DI TITO, W.A. MOZART – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 30 gennaio 2014





Nello stesso periodo in cui Mozart componeva il delizioso Flauto magico, ossia nell’ultimo suo anno di vita, il 1791, il compositore austriaco terminò anche il suo ultimo capolavoro serio: La clemenza di Tito, tratta da Metastasio e su libretto di Caterino Mazzolà, poeta che dovette rivederne il testo affinché fosse più ‘adatto’ alla musica del salisburghese. Due mondi completamente diversi, una fiaba ed un dramma storico, ma che manifestano entrambi come sentimenti di amore, gelosia e brama di potere, possano manifestarsi in ogni genere, tanto nella fantasia quanto nella vita reale. Ma soprattutto in ambo i casi viene sottolineato il fatto che un uomo di potere, un imperatore romano in questo caso, possa essere conosciuto ed amato per la sua proverbiale magnanimità. E’ noto infatti come questa opera fu scritta per celebrare l’allora regnante Leopoldo II d’Asburgo, successore di Giuseppe II, in occasione della sua incoronazione come re di Boemia.
Per celebrarlo degnamente Mozart chiama in causa il ‘clemente’ Tito, ossia il sovrano per eccellenza, colui che mette sempre al primo posto il suo impero fatto di persone più che di territori, a discapito anche dei suoi sentimenti. Ha infatti occasione in più momenti di esprimere la sua grandezza, nel rifiutare il ricco bottino di guerra offerto dal prefetto Publio, per donarlo al popolo; nel rinunciare al matrimonio con Servilia sapendola innamorata di Annio; nel dubitare della colpevolezza dell’amico fidato Sesto, nonostante le evidenze; ed appunto nell’atto finale di perdono generale verso i cospiratori, motivo chiave di questa opera. 
Se tutto ciò avviene in origine nell’antica Roma, ancora una volta dobbiamo spostarci in una dimensione senza tempo e quasi senza spazio. Nell’allestimento che i registi  Ursel Herrmann e Karl-Ernst Herrmann propongono per questo spettacolo, infatti, non sono necessari troppi fronzoli e ricercatezze, ma nella sua sobrietà sta l’efficacia delle idee sviluppate man mano sulla scena. Un allestimento che è ormai datato 1982, ma che ha fatto il giro dell’Europa, fino alla recente ripresa del 2012 per Madrid, e finalmente approdato alla Fenice come un atteso classico dei tempi recenti.
Ci troviamo in un luogo indefinito dalle prospettive molto marcate, ma di difficile identificazione, in cui oltre a pochissimi elementi, a nostro avviso pregnanti, presenti in scena, lo spettatore ha poco altro su cui concentrarsi. Ma ciò che il pubblico vede è più che sufficiente a comprendere l’intero tessuto narrativo.

Una ‘stanza’ è al centro del palcoscenico, dai colori molto tenui, come una tavolozza su cui tutto possa essere impresso da un momento all’altro. Delle porte si trovano simmetricamente poste l’una di fronte all’altra al centro delle pareti. La platea viene ad essere la quarta apertura ideale in opposizione a quella in centro palco. Solo alcuni elementi completano l’allestimento ed entrano in scena nei momenti cruciali. Così il trono dell’imperatore, prima di spalle e poi svelato, totalmente bianco. Successivamente il fulcro della scena diviene una colonna, ancora bianca, e spaccata a metà ed anche tranciata in cima. Dalle porte si intravvedono dei meravigliosi archi che in successione si allontanano verso l’orizzonte, anch’essi bianchi e con una statua al centro, che ricorda la celebre Vittoria alata, sempre bianca e che viene fatta scintillare di fiamme che illuminano l’intera sala, in luogo dell’incendio al Campidoglio. Il coro si mostra da queste aperture con delle corone di alloro al capo dei coristi. 
La corona di alloro è il simbolo stesso del potere, che Vitellia tanto desidera per sé, ed è anch’essa grande protagonista della scena con interessanti soluzioni registiche. Anche il momento in cui la congiura operata da Sesto viene rivelata, è significativamente completato da un enorme cubo nero che, penzolante dall’alto, è pronto a scagliarsi contro il colpevole, ma poi si ritrae da dove era venuto, nel momento in cui l’odio svanisce ad opera del giusto Tito. Infine, le bende che coprono gli occhi di Sesto e le maschere dei coristi nel finale stanno chiaramente ad indicare quanto la gelosia possa rendere ciechi e spinga anche a gesti impronunciabili. Gli abiti che gli stessi registi hanno concepito sono un misto di classico tardo settecentesco e contemporaneo, tra cui spiccano quelli di Vitellia, che si concede anche un abito rosa shocking tra i vari indossati, a testimonianza di quanto forte e passionale sia il suo essere.

Impegnatissimi nel canto, tutti gli interpreti sono stati chiamati ad esprimere con esso e con il corpo le molteplici emozioni che il registi hanno pensato per loro.

A cominciare dalla eccellente Vitellia, una Carmela Remigio in ottima forma sotto tutti i punti di vista: la sua voce disegna una linea di canto sicura in tutta la gamma, si esprime con potenza riempiendo di colori la sala del teatro veneziano. Il suo ruolo è addirittura civettuolo all’inizio, a tal punto da giocare a mosca cieca con i suoi pretendenti, quasi ad indicare che chiunque possa aiutarla a conquistare il desiato alloro la potrà avere. Con la giusta malizia, che cela inganno e mero calcolo, riempie il palco con la sua sola presenza, grazie anche agli splendidi costumi ed ad una regia che sottolinea in ogni momento il fuoco che arde nel suo animo.

Meravigliosa anche Monica Bacelli nei panni di Sesto. Il timbro leggermente ambrato della voce le dona polposità e volumi notevoli; l’interprete è sentita, calata nel ruolo; non è facile interpretare un personaggio maschile, eppure ne cattura le sensazioni, gli stati d’animo dell’innamorato semplicemente usato, con la forza che imprime alla parola, con la sottolineatura degli accenti, la modulazione della voce sempre al servizio della frase, il tutto per comporre una performance felicissima.
   
Il basso Luca Dall’Amico ha mostrato carattere e maturità nell’interpretare Publio: con la sua voce che diviene sempre più bruna, cavernosa, decisamente adatta a ruoli di temperamento, ha messo in luce il carattere del suo personaggio con capacità e buon gusto.

Partito un po’ in sottotono rispetto ai suoi compagni di palco, Carlo Allemanoha dato miglior prova di personalità nel secondo atto, dandosi maggiormente al personaggio interpretato, sia vocalmente che caratterialmente. Resta comunque il fatto che nel ruolo del titolo ci si aspettava qualcosa in più dal tenore.

Centrato invece il ruolo del buon Annio, innamorato e a ben donde della cara Servilia.  Raffaella Milanesi ha un colore di voce pastoso e dal timbro interessante, ha tenuto il palco con la scioltezza delle sue colleghe ed ha offerto una buona interpretazione vocale.

Discreta la  Servilia di Julie Mathevet. La sua voce può ancora crescere ed arricchire quanto già doti attoriali e tenuta del palco sono al momento i suoi punti di forza.

Gli interventi del coro sono stati preparati come sempre all’altezza dello spettacolo da Claudio Marino Moretti.
Alla testa dell’orchestra della Fenice il Maestro Ottavio Dantone ha dato prova di come si può dirigere Mozart senza essere mai banali, senza appesantire i suoni, senza cedere ad una eccessiva leggerezza, insomma creando il perfetto equilibrio tra musica e libretto, tra buca e palco, con la magia che solo la grande esperienza può donare.

Il pubblico che si è affrettato a raggiungere le uscite causa l’imminente rischio acqua alta, si è comunque concesso il tempo di omaggiare e ringraziare sentitamente i protagonisti col calore che è il più gradito premio dopo uno spettacolo ben riuscito.
MTG  

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore  Ottavio Dantone
e direttore

Regia                              Ursel Herrmann
                                        Karl-Ernst Herrmann

scene, costumi e luci     Karl-Ernst Herrmann

maestro del Coro         Claudio Marino Moretti
maestro al cembalo      Roberta Ferrari

GLI INTERPRETI

Tito                                Carlo Allemano

Servilia                          Julie Mathevet

Vitellia                          
Carmela Remigio

Annio                             Raffaella Milanesi

Sesto                              Monica Bacelli

Publio                            Luca Dall’Amico 

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento Teatro Real di Madrid 










VERONA LIRICA PREMIA ELENA MOSUC CON UNO STRAORDINARIO CONCERTO AL TEATRO FILARMONICO – VERONA, domenica 26 gennaio 2014


Il primo concerto del 2014 si apre in bellezza per l’associazione Verona Lirica, con un teatro sempre più pieno di soci e con tanta voglia di ricominciare a far musica. L’occasione felice vede la premiazione del soprano Elena Mosuc per la sua importante carriera internazionale e per augurarle ancora tanti successi in futuro. Il suo ampio repertorio l’ha vista trionfare con Donizetti e Bellini, Mozart e naturalmente Verdi, ma anche Offenbach, Strauss, e l’elenco è ancora molto lungo; sempre con intense interpretazioni che hanno reso celebre il soprano in tutto il mondo. Quest’estate ha commosso con la sua Violetta al festival areniano del centenario e giustamente l’associazione veronese ha voluto premiarla anche per il suo contributo al successo delle recenti serate d’opera nella città veneta.  

Con lei sul palco il tenore Piero Giuliacci, pietra miliare tra i tenori del nostro paese, che canta ancora con l’entusiasmo e la generosità di un giovane rampante, il talentuoso baritono Aris Argiris, ed il mezzosoprano Isabel De Paoli.
Ad inframmezzare gli interventi solistici, la band Massimo Longhi Trumpet Ensemble.

Il soprano romeno ha offerto alcuni cavalli di battaglia del suo repertorio, a cominciare dalla temibile Lucrezia Borgia, la cui ‘Com’ è bello’ è stata eseguita con intensità ed allo stesso tempo gran carattere. Ancora Donizetti con un’altra donna incredibile: Anna Bolena: ‘Al dolce guidami’, per poi passare a Bellini con la celeberrima e temutissima aria di Norma: ‘Casta Diva’, e concludere in bellezza con Verdi, da Trovatore ‘ D’amor sull’ali rosee’. La tecnica della signora Mosuc è straordinaria: fraseggio morbido, uniformità nella linea di canto, il cui timbro si fa ancor più accattivante nella tessitura grave, ottimo controllo del fiato; il che va aggiunto ad una grande espressività interpretativa.

Come un fiume in piena il tenore Piero Giuliacci non ha risparmiato né fiato né voce per i suoi personaggi: Andrea Chénier di Giordano, con ‘Un dì all’azzurro spazio’, un potente duetto da Otello di Verdi con il baritono Argiris nelle vesti di Jago (‘Sì, pel ciel marmoreo giuro’), Dick Johnson da La fanciulla del West di Puccini: ‘Ch’ella mi creda..’, infine Canio, da Pagliacci di Leoncavallo: ‘Vesti la giubba’.  Ancora tanta energia, passione e voce possente per un artista capace sempre di emozionare e stupire.

Talento ed energia anche per il giovane Aris Argiris, che offre un bel colore caldo ed una estensione notevole per un baritono. Le interpretazioni sono accorate ed ha ottenuto un suo personale successo con le arie tratte ancora da Andrea Chénier nel ruolo di Gérard, poi da Otello, oltre al duetto di Jago insieme al tenore come detto, anche ‘Credo in un Dio crudel’; infine dal Don Carlo di Verdi ‘ O Carlo ascolta’.

Una bella voce possiede anche il mezzosoprano Isabel De Paoli, brunita e calda. Peccato per il piccolo ‘intoppo’ vocale verso il finale dell’aria di Madelon dall’Andrea Chénier, che l’ha costretta ad una breve pausa, per poi terminare tranquillamente. Apprezzata con le successive arie tratte dal Werther di Massenet, e soprattutto la bellissima ‘Voce di donna o d’angelo’ da La Gioconda di Ponchielli: bene vocalmente, anche se sicuramente migliorerà nella dizione.

Il brillante ensemble Massimo Longhi Trumpet di Rovigo ha offerto un particolare diversivo per il pomeriggio, con pezzi di vario genere, tra cui  temi da cartoons e film come I Flinstones o La stangata, un pezzo del figlio del grande Bach, C.P. Emanuel Bach, noto come ‘La marcia dell’arca’, ed anche un adattamento della marcia trionfale dell’Aida.

Al pianoforte la sempre impeccabile Patrizia Quarta e ad intrattenere il pubblico, con le sue approfondite e sempre ottimamente documentate introduzioni, Davide Da Como.

Pubblico visibilmente soddisfatto, prossimo concerto fine febbraio.
MTG


Foto Suzanne Schwiertz

LA SCALA DI SETA , GIOACHINO ROSSINI – VENEZIA, TEATRO MALIBRAN, venerdì 17 gennaio 2014


Prosegue il felice progetto ‘Atelier della Fenice al Teatro Malibran’ di Venezia, che vede impegnati i giovani dell’Accademia di Belle Arti del capoluogo lagunare nell’allestimento scenico e nella realizzazione di tutte e cinque le farse comiche che Gioachino Rossini concepì per il fu Teatro Moisè del capoluogo veneto, negli anni 1810-13. Tale progetto vede il teatro Malibran come centro per la sperimentazione e per la messa in scena degli elaborati dell’accademia; così ecco che, dopo gli allestimenti de ‘L’inganno felice’e ‘La cambiale di Matrimonio’, quest’anno è la volta de ‘La Scala di Seta’, da 'L'échelle de soie' di F.A.E. de Planard, scritto pochi anni prima di questo gruppo operistico. La supervisione del progetto è di Bepi Morassi, che cura proprio la regia di questo spettacolo.
Ancora un gioco delle parti, in cui i malintesi e gli scambi di persona la fanno da padrona. Rossini era straordinario nel dipingere musicalmente i caratteri dei personaggi che, ispirati all’opera buffa settecentesca, vedono spesso in azione donne scaltre e volitive, innamorati galanti,  immancabili personaggi eccentrici ed austeri uomini a far progetti sistematicamente disattesi. Questi individui si muovono in un vortice di situazioni susseguenti, si lasciano trascinare dagli eventi fino al disvelamento conclusivo ed al caratteristico finale da ‘tarallucci e vino’.


Ma attenzione a come si leggono certe trame: non tutto è così effimero come può apparire, e squisitamente fine a se stesso. Non dimentichiamoci che tanto per cambiare la protagonista è vittima di un (impossibile legalmente) matrimonio 'caldamente consigliato' dal suo tutore, che in questo spettacolo è addirittura visto come il proprietario di un club ed è accompagnato da due ‘vallette’ piumate, a simboleggiare il potere ed il fascino che ne deriva. A sfondo di questi avvenimenti vi è il fatto che ancora al tempo dell’opera esistevano i matrimoni combinati col cosiddetto buon partito, ma per fortuna  la bella Giulia si scopre sia già sposata precedentemente per amore col favore di una lungimirante zia. Il personaggio della cugina Lucilla fa da contr’altare alla furba Giulia, rappresentando quella parte di donne timide e magari anche un po’ impacciate, che poi di fronte ai palpiti del cuore trovano una sensualità che non ha eguali in altre. Del resto il buon Blansac, il promesso, la trova pure più bella della protagonista ed alla fine sceglierà lei! E che dire del buffo servitore Germano? Rappresenta il perno dell’opera, il tuttofare che grazie al suo mestiere sa tutto di tutti, ma che poi finisce per ingarbugliarsi lui stesso fra le coppie, i rendez-vous continui, e rischia di mandare per l'appunto a monte i piani di tutti. Insomma, alla base di tanta ilarità, vi è una morale evidente: è inutile fare piani e progetti, perché non si possono manipolare i sentimenti delle persone: ‘Quando amor si fa sentire, troppo egli è nei cor possente.Si contrasta inutilmente, vince ognora il suo poter’.

L’allestimento molto elegante dell’accademia veneziana prevede una ambientazione in stile 'anni trenta', con il palco diviso a metà, che reca sulla sinistra la camera di Giulia, allestita con uno splendido canapé dal tessuto dorato,  pieno di cuscini e tappeti intorno, nonché un tavolino col telefono, delle piante e grandi tende alle spalle da cui entrano i protagonisti che arriverebbero dalla famosa ‘scala’. Sulla destra invece lo studio di questo ‘Club’ esclusivo, di cui Dormont è il titolare, con la porta automatica che si apre e poi scompare ogni volta che i protagonisti entrano in scena, come se appunto si recassero nel locale. Le luci illuminano di volta in volta gli ambienti a seconda di dove si svolge l’azione. Coup de théâtre molto simpatico: l’illuso Blansac compare al centro del palco seduto davanti ad uno splendido pianoforte a mezza coda bianco per impressionare la sua bella.  Meravigliosi i costumi ricchi di piume, strascichi, sete e quant’altro possa contribuire a far intendere l’ambiente borghese  in cui la vicenda è ambientata. Morassi ha fatto sì che ogni gesto contribuisca a far nascere il sorriso in sala, che infatti non si fa attendere a scena aperta, soprattutto naturalmente ad opera del brillante Germano.
Il cast ha risposto bene a questo clima farsesco, coadiuvato anche da un’ottima esecuzione musicale.
           
La bella e spigliata Giulia è in scena una Irina Dubrovskaya in gran forma. La sua voce ha una duttilità  di emissione che le consente di affrontare la parte con la disinvoltura giusta, finanche nei sovracuti,  accompagnata da un’ottima recitazione.
La cugina Lucilla è una altrettanto simpatica e generosa Paola Gardina, che ha tenuto molto bene il palco assieme alla collega conquistando allo stesso modo il pubblico, soprattutto dopo la sua aria Sento talor nell’anima’.
Il geloso e accorato giovane Dorvil è un Giorgio Misseri che si pone ottimamente sul piano delle due protagoniste femminili per interpretazione. Molto fine e musicale la sua voce tenorile leggera che si spinge in acuto con grande generosità.
Conferma le sue doti di mattatore il bravissimo Omar Montanari nei panni di Germano. Espressivo ed astutamente buffo, al punto tale da non apparire mai così sciocco come la parte potrebbe dare ad intendere, recita cantando in modo sorprendente e da vero conquistatore della scena.
Altrettanto bene interpretati sia vocalmente che scenicamente il tutore Dormont David Ferri Durà, sicuro e con buona voce tenorile, nonché il Blansac di Claudio Levantino, che al bel colore brunito aggiunge buone doti interpretative.

L’orchestra del Teatro La Fenice con alla guida  Alessandro De Marchi si esprime con leggerezza e  giusta vivacità, tenendo sempre vivo il ritmo per seguire gli interpreti in scena cercando di non prevaricarli per un risultato di insieme efficace ed armonioso.

Consenso generale decisamente meritato per tutti gli interpreti, con ovazioni per le due protagoniste femminili. Ancora un grazie al Teatro La Fenice per questa bellissima iniziativa che premia i giovani ed il futuro dell’arte italiana, che premiò Rossini allora e che continua a renderci fieri ancora nel mondo.

MTG



LA PRODUZIONE

Direttore        Alessandro De Marchi
regia e            Bepi Morassi
scene
costumi e luci  Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia



GLI INTERPRETI

Dormont        David Ferri Durà
Giulia             Irina Dubrovskaya 
Lucilla            Paola Gardina 
Dorvil             Giorgio Misseri 
Blansac          Claudio Levantino
Germano       Omar Montanari


Orchestra del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano
Atelier della Fenice al Teatro Malibran
in collaborazione con l’Accademia di Belle Arti di Venezia



PARSIFAL, R. WAGNER - TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, 16 gennaio 2014



PARSIFAL
“Dies alles - hab' ich nun geträumt?
  
Devo confessarvi che non mi capitava da parecchio di uscire da teatro al termine di uno spettacolo e ritrovarmi completamente assorbito in un turbine di riflessioni e sentimenti contrastanti come accaduto questa volta.
La colpa, (o il merito) di tale stato d'animo va indubbiamente all'intelligenza di chi ha creato uno spettacolo (ma il termine è riduttivo...) che ha saputo destrutturare un titolo come Parsifal ormai abusato e spesso ridotto o ad una storiella cavallerescamedievale, oppure a turpiloqui registici nemmeno degni di essere presi in considerazione.

Romeo Castellucci, assieme alla drammaturga Piersandra Di Matteo, annienta tutto ciò che finora ha rappresentato “il” Parsifal, potendo tranquillamente parlare di “anno zero” per questo titolo dopo questo lavoro.
Il merito va al Teatro de la Monnaie di Bruxelles e al suo lungimirante e intelligente Sovrintendente Peter de Caluwe (quanto avremmo bisogno di persone simili nei teatri italiani....) per aver reso questa esperienza possibile e al quale il Teatro felsineo si è rivolto per l'allestimento.
I tre atti di questa produzione corrispondono a tre stati mentali indipendenti ma legati a doppio filo ad un unico concetto: dove si cela e cosa è il nostro proprio e personale Graal?
Concetto riflessivo che non è mai una conclusione, ma rimane sempre un punto di partenza. Insinuare dubbi piuttosto che emettere risposte sembra essere la volontà di Castellucci.

Si parte con il Vorspiel del primo atto: scegliere la musica di Wagner o il pensiero di Nietzsche (che con il suo “der Fall Wagner” accusò il compositore del Parsifal di prostrazione senile alla Croce e al Cristo) giacché una gigantografia del filosofo troneggia a tutto sipario.
Il primo atto “è” una foresta primordiale dove i cavalieri del Graal (quale Graal?) sono essi stessi “la” foresta. Ma non è una foresta amica, è piuttosto un contenitore in disfacimento, continuamente minacciato da forze misteriose ed esterne. E quando Parsifal vi si unisce (involontariamente?) ecco che viene additato come un virus mortale portatore di morte. Non vi è nessun cigno morto verso cui inveire, giacché il cigno come gli altri animali della foresta sono già morti da un pezzo, già ossa e polvere.
La ferita di Amfortas è dolore collettivo che da lui si emana e irradia.
L'agape del Graal è nascosta ai nostri occhi da un sipario accecante, a noi non è dato sapere cosa avviene, l'equazione Graal uguale vuoto è il motore dell'intera storia, il punto d'avvio di un'assenza che, sopraggiunta all'improvviso, deve essere colmata.

Nel secondo atto Klingsor è colui che prepara “la” distruzione in un ambiente asettico e freddo, popolato di donne oggetto a lui succubi e al quale in un vortice di  piacere orgasmico provocato tra bondage e shibari si insinua un Parsifal totalmente estraneo. L'incontro con Kundry è devastante: lei è la madre non conosciuta.
Una madre rappresentata nell'immagine stessa del sesso femminile di una donna, stesa alle loro spalle in posizione non equivoca.
Il bacio di Kundry sarà il culmine di una viscida conquista ( e il serpente che lei tiene in braccio ne è la prova) fino all'amplesso violento e brutale realizzato in tecnica tridimensionale sul tulle del sipario dalle proiezioni video.
Nel terzo atto tutto è vuoto e libero. Della originaria foresta non rimane che un timido virgulto, la foresta di alberi si trasforma in foresta di persone. Persone che camminano ostinatamente e incessantemente verso una meta a  noi sconosciuta (oppure conosciuta ma non rivelata...) senza arrivare però mai ad una destinazione precisa. Parsifal li guida, è loro innanzi, Gurnemanz e Amfortas si perdono nella folla, la loro identità è perduta per sempre, mescolata nel tutto di una massa eterogenea. Alla fine Parsifal (noi stessi?) rimarrà da solo circondato dai rifiuti di una folla grigia e senza nome in una città rovesciata, anima perduta e completamente e desolatamente sola.

Contraltare musicale a tanta forza visiva, un cast nel complesso eccellente.

Parsifal era Andrew Richards, cantante dal timbro duttile e potente ma dal fraseggio alquanto superficiale e monocromo. Kundry una superba Anna Larsson dalla voce brunita e sicura nella sua parte impervia, dal registro indefinito. Gurnemanz l'ottimo Gábor Bretz che, pur giovane nell'aspetto ha canto sapiente, solenne e altero, ricchissimo di accenti.

Klingsor il bravissimo Lucio Gallo che con sapienza e dovizia di voce ha disegnato un mago sì perfido ma musicalmente coerente con il dettato di Castellucci. L'Amfortas di Detlef Roth, pur nella correttezza dell'interpretazione, ci ha deluso essendo un tenore che canta da baritono perdendo così tutta quella solennità dolorante che il suo ruolo richiede. Titurel un corretto Arutjun Kotchinian.

Sugli scudi per correttezza e precisione le Blumenmadchen Anna Corvino, Alena Sautier,Diletta Rizzo,Maria Rosaria Lopalco, Arianna Rinaldi; Precisi anche i quattro scudieri Paola Francesca Natale, Alena Sautier, Filippo Pina CastiglioniPaolo Antognetti,come pure Saverio Bambie Alexey Yakimov nei ruoli di Primo e Secondo cavaliere del Graal.

Concentratissimo e ottimamente preparato da Andrea Faidutti il coro del Teatro Comunale.

Roberto Abbado ha guidato una macchina musicale nel complesso convincente, un'orchestra in splendida forma con la quale, ne siamo certi, ha dovuto lavorare su ogni singola nota portando a casa un risultato eccellente per tensione emotiva e cura del dettaglio, cosa affatto scontata per un'orchestra italiana.
Applausi convinti per tutti con autentiche ovazioni per i personaggi principali da parte di un pubblico attentissimo in un teatro esaurito in ogni ordine di posti.
Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE


Direttore                        Roberto Abbado
Regia, scene,  
costumi e luci                 Romeo Castellucci
Maestro del Coro          Andrea Faidutti
Drammaturgia               Piersandra Di Matteo
Movimenti
coreografici                   Cindy Van Acker
Video 3d                         Apparati Effimeri

GLI INTERPRETI

Parsifal                           Andrew Richards
Kundry                           Anna Larsson
Klingsor 
                       Lucio Gallo
Gurnemanz                    Gábor Bretz
Amfortas                        Detlef Roth
Titurel                           Arutjun Kotchinian
Blumenmadchen:          Anna Corvino, Alena Sautier,
                                        Diletta Rizzo,Maria Rosaria Lopalco, Arianna Rinaldi
Quattro scudieri            Paola Francesca NataleAlena SautierFilippo Pina Castiglioni
                                        Paolo Antognetti,
Primo e Secondo
cavaliere del Graal        Saverio Bambie, Alexey Yakimov

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna

Coro di Voci Bianche del Teatro Comunale di Bologna
Allestimento Théâtre de La Monnaie Bruxelles



Foto Teatro Comunale di bologna

DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART – TEATRO COMUNALE DI BOLZANO, domenica 12 gennaio 2014






Singspiel in due atti
Libretto Emanuel Schikaneder

Scritta nel 1791, l’opera di Mozart che è tra le più amate anche dai piccini, vide la luce il 30 settembre di quell’anno in cui come è noto il compositore morì, senza godere del successo che lo spettacolo ottenne nelle numerose repliche successive. Se anche furono soprattutto le incombenze finanziarie a spingere il compositore ad accettare l’incarico dell’amico Schikaneder di comporre questa opera cantata e recitata, la cui trama piaceva particolarmente al librettista, non meno intrisa di significati e di contenuti profondi rispetto alle altre sue opere è l’intera vicenda. Oltre ai richiami etico morali, come noto il salisburghese era adepto massone e credeva molto ai principi del movimento, molti hanno visto anche alcuni riferimenti alla vita privata dello stesso Amadeus, in un intrecciarsi di simboli che tra l’umano ed il fiabesco ne decretarono il successo che concluse degnamente la vita artistica del grande autore.

La storia ambientata in un antico Egitto non meglio precisato, che vede protagonisti la principessa Pamina ed il suo amato principe/salvatore Tamino, ci spiega come spesso l’apparenza delle persone inganni, come non sempre ciò che appare buono sia veramente tale, così come i presunti malvagi si rivelano in seguito esseri saggi e giusti. Ecco che la Regina della notte,  considerata amabile madre dalla propria figlia Pamina, ben presto si mostra quale donna spietata che anela soltanto all’uccisione dell’acerrimo nemico Sarastro, il quale a sua volta, da crudele rapitore in principio, risulta poi essere un giusto protettore della principessa contro la malvagia influenza della madre.

E la regista Michela Lucenti ha voluto esemplificare ciò che serpeggia negli animi dei personaggi attraverso una messa in scena senza tempo, che guarda ai giorni nostri, per poi letteralmente ‘tuffarsi’ in una ambientazione subacquea, ma che non dimentica del tutto la terra con i suoi disastri e le sue paure.
Grande parte della scenografia è in realtà realizzata tramite proiezioni sullo sfondo del palco, come è ormai sempre più in uso attualmente. Vi si trovano dunque fondali marini futuristici, in cui pesciolini, meduse  o squali nuotano tra le strutture di una moderna città sommersa, tra la natura che con il suo verde rigoglioso trionfa in mezzo all’opera dell’uomo. Troviamo persino un riferimento alle torri gemelle statunitensi, con l’incendio ed il successivo sgretolamento di un grattacielo, a cui però fa seguito una cascata di acqua pura che vuole biblicamente spazzare via il male e purificare i due giovani protagonisti che ascendono al cielo, trasportati in alto da funi in movimento.

Sul palco sono presenti pochissimi oggetti che aiutano all’azione scenica. Questa inizia infatti su di una spiaggia ove è presente soltanto una cabina spogliatoio, che insieme ad un ombrellone costituiscono gli unici oggetti in scena. Il serpente che da libretto insegue il principe Tamino è raffigurato qui da una ballerina che volteggia in modo atletico con un materassino gonfiabile a forma di coccodrillo. Altra variazione dovuta alla specifica messa in scena è per esempio l’utilizzo di una pistola per bolle di sapone in luogo del carillon magico, con cui Papageno aiuta Tamino nella sua impresa d’amore. Così il lucchetto, con cui le tre dame tappano la bocca allo stesso Papageno per punirlo delle sue bugie, qui è un leccalecca che viene incastrato tra i denti del buffo uccellatore. Ed anche il ritratto di Papagena che fa innamorare Tamino qui è una foto di un articolo del giornale che le tre dame sono intente a leggere sotto il sole.

Con l’inizio dell’avventura magica, Tamino, dotato del flauto magico che lo aiuterà a riportare a casa la sua principessa, si ritrova nel regno sommerso di Sarastro. Questo, come mostrano le immagini, è un misto tra muri e finestre ecclesiastici ed edifici post moderni, sempre popolati da esseri marini. La tridimensionalità delle raffigurazioni spesso sembra invadere il palco come se fosse pienamente allestito. Piccolo appunto che si potrebbe fare alle elaboratissime immagini proposte, sta nel fatto che talvolta esse rubano la scena agli interpreti, che spesso si muovono su di un relitto di un bimotore presumibilmente affondato anni addietro in questo mare indefinito.
I costumi creati da Csaba Antal (che firma anche le scene) sono un misto tra settecentesco e contemporaneo, non sempre di gusto impeccabile in verità.
L’intero spettacolo non risulta affatto appesantito da troppo simbolismo, e l’atmosfera di fiaba e di leggerezza che gli interpreti respirano rende complessivamente l’opera molto godibile e piacevole.

La compagnia musicale che si è cimentata nell’opera è stata composta da giovani affiatati che hanno mostrato di divertirsi facendo divertire, offrendo anche notevoli qualità dal punto di vista attoriale.

La dolce Pamina è interpretata da Marina Bucciarelli. L’interprete canta con notevole disinvoltura, mostra una voce limpida ed uniforme nella sua emissione; il suo personaggio è recitato/cantato con sensibilità e delicatezza, ma non si pone come una bomboletta qualsiasi, bensì come consapevole figlia di una regina imponente, dalla quale pretende anche il dovuto rispetto.

Tamino è un buon Enrico Casari. Molto ben affiatato con la partner in scena, il suo personaggio è interpretato con buona verve attoriale ed altrettanta padronanza sia linguistica che musicale. Sciolto quanto basta, il suo principe offre una voce tenorile dal bel timbro e delicatezza.

Artista di notevole interesse si è mostrato Sebastian Seitz. Questo giovanissimo baritono ha tenuto il palcoscenico col suo Papageno grazie alla sua presenza fisica ed alle ottime doti interpretative. Il suo canto è promosso grazie ad una bella voce dal volume interessante, ed ha divertito ed animato la scena ad ogni sua apparizione; il più applaudito dal pubblico in sala.

Spiritosa e delicata la Papagena di Heidi Gietl, che però soffre leggermente di volume e a tratti viene coperta dalla musica.

Il terribile ruolo della Regina della notte è interpretato da Linda Kazani. Non semplice eseguire le sue impervie arie dai voli pindarici sopra il rigo dall’alto di un pulpito in sospeso nell’aria, ma l’interprete è riuscita nell’impresa, grazie ad una voce molto duttile, i cui sovracuti sono precisi e i difficilissimi vocalizzi risolti con proprietà; dotata anche di ottimo volume risolve il suo personaggio con la giusta austerità da regina offesa e vendicativa.

Fiero ed austero il Sarastro di Paolo Buttol. Molto particolare il colore scuro del basso, che trova la sua massima espressione proprio nella zona più squisitamente grave. Il suo personaggio è sì l’ineffabile nemico della regina Astrifiammante, ma si rivela essere anche il buon saggio e giusto che protegge i due innamorati fino a benedirne l’unione.

Spassose e ben interpretate le tre dame della Regina: Ulpiana Aliaj, Gabriella Sborgi, Anna Lucia Nardi, che con il rosso dei loro costumi sgargianti hanno contribuito a rendere più vivace e colorato questo allestimento.
Altrettanto corretti il Monostatos di  Alexander Graf, l’Oratore, Marek Gasztecki, il Primo Sacerdote di  Marek Gasztecki ed il Secondo Sacerdote di Rouwen Huther.
Menzione particolare per i tre fanciulli, dalle voci delicatissime ed angeliche, sicuri e partecipi: Jakob Seiwald, Ivan Huber, Gregor Steinmayr.

Molto buoni gli interventi del Coro Lirico Regionale  di  Luigi Azzolini. Numerosi anche gli interventi del Balletto Civile coreografati dalla stessa  Michela Lucenti.

Direzione musicale di Ekhart Wycik che vede il ripristino della cosiddetta ‘Cadenza delle tre dame’, che il compositore cancellò durante le prove, causa la mancanza di tempo, e che grazie al manoscritto autografo è stata felicemente reinserita. Il maestro propone una lettura attenta alle indicazioni dello spartito, delicata nel complesso e sempre attenta al palcoscenico.

Numerosi i bambini presenti in sala, alcuni dei quali al termine si sono avvicinati alla buca per applaudire i musicisti. Ovazioni per Seitz e moltissimi applausi e chiamate per tutti gli interpreti, il direttore Wycik, e la regista Lucenti.
MTG


LA PRODUZIONE

Direzione musicale    Ekhart Wycik
Regia                          Michela Lucenti
Scene e costumi         Csaba Antal
Luci                            Stefano Mazzanti
Regista assistente      Maurizio Camilli

Balletto Civile
Movimenti coreografici  Michela Lucenti


GLI INTERPRETI

Sarastro                     Paolo Buttol
Tamino                      Enrico Casari
Regina della Notte    Linda Kazani
Pamina                      Marina Bucciarelli
Prima dama               Ulpiana Aliaj
Seconda dama           Gabriella Sborgi
Terza dama                Anna Lucia Nardi
Papagena                   Heidi Gietl
Papageno                   Sebastian Seitz
Monostatos                Alexander Graf
Oratore                      Marek Gasztecki
Primo sacerdote        Marek Gasztecki
Secondo sacerdote    Rouwen Huther
Tre fanciulli               Jakob Seiwald, Ivan Huber, Gregor Steinmayr

Coro Lirico Regionale
Maestro del coro       Luigi Azzolini

Orchestra Haydn di Bolzano e Trento | Haydn-Orchester von Bozen und Trient

Nuovo allestimento

Produzione Fondazione Teatro Comunale e Auditorium Bolzano | Stiftung Stadttheater und Konzerthaus Bozen

FOTOGRAFIE   Benedetta Pitscheider






CONCERTO PER FESTEGGIARE IL NUOVO ANNO AL COMUNALE DI VICENZA, martedì 31 dicembre 2013, ore 22,00





Se c’è qualcosa di cui la gente ha bisogno in certe occasioni è un momento per rilassarsi, divertirsi, e passare quindi delle ore serene all’insegna del buon umore. Tutto ciò può la musica, ed alla fine di un anno difficile per tutto il Paese è quel che ci vuole per augurarsi che il successivo sia quanto meno più sereno. Così il concerto di fine anno al Comunale di Vicenza ha voluto essere all’insegna della danza e della leggerezza, con la bellezza delle note delle sinfonie operistiche di Rossini e Mozart,  delle melodie di Verdi, a concludere l’anno a lui dedicato, la delicatezza di Lehar e qualche incursione negli immancabili pezzi degli Strauss per approdare con più ottimismo al 2014.

L’Orchestra del Teatro Olimpico ha offerto due tra le più celebri ed ascoltate ouverture delle opere di Gioachino Rossini: quella del Barbiere di Siviglia e della Gazza Ladra. A seguire W.A. Mozart e la sua ouverture da ‘Le nozze di Figaro’, il valzer ‘Fruehlingsstimmen’ di J.Strauss junior, e non poteva mancare il suo ‘An der schoenen blauen Donau’.
Ancora una volta la OTO ha mostrato di sentirsi particolarmente a suo agio col proprio direttore musicale. Il Maestro Giampaolo Bisanti con la sua solita energia ha ormai un ottimo feeling con i ‘suoi ragazzi’, e trae dai loro strumenti la giusta espressività, adattandosi allo stile proposto. Così per questa serata spensierata, evitando di staccare ritmi troppo serrati e donando una certa delicatezza di insieme, l’orchestra è stata equilibrata e mai sopra le righe e soprattutto mai sopra i solisti, pur ponendosi con gran personalità.

Per una indisposizione dell’ultimo minuto, l'annunciata Monica Tarone non ha potuto essere presente alla serata. Al suo posto una elegantissima Gladys Rossi ha interpretato dalla Traviata di Giuseppe Verdi ‘E’ strano…sempre libera’, con grinta e disinvoltura, che le sono valsi applausi molto convinti, ed inoltre la Canzone di Vilja da La Vedova allegra di Franz Lehar, ed il romantico duetto ‘Tace il labbro’ col baritono Emilio Marcucci. Quest’ultimo ha voce sicura ed ampia, è un interprete molto espressivo e davvero spigliato anche nelle arie che ha eseguito da solo: lo scioglilingua rossiniano  del mitico Figaro: ‘Largo al factotum’ da Il Barbiere di Siviglia, e la simpaticissima ‘Udite, o rustici’, del furbo Dulcamara dell’ Elisir d’amore di Gaetano Donizetti.

Nella fase centrale della serata, l’adolescente del momento, il violinista Giovanni Andrea Zanon,
ha eseguito quello che può già essere considerato un suo cavallo di battaglia, il ‘Capriccio Basco’ per Violino ed Orchestra di Pablo de Sarasate. Il giovane virtuoso ha ormai saldo in repertorio il pezzo, e con la sua asticella fa vibrare le corde del violino accarezzandole ora con dolcezza, ora con vigore, con l’orchestra a seguirlo in simbiosi, col suono che si mescola e si fonde in maniera straordinaria. Ma è il bis che suscita incanto e commozione: la splendida e celeberrima Romanza per Violino e Orchestra n.2, op. 50 di L.V. Beethoven. Il momento più intenso della serata, lasciando in apnea la platea fino all’ultima nota, ed al conseguente scroscio di applausi al termine.

Dopo il brindisi di mezzanotte, chiusura di forza energica con la ‘Marcia di Radetzky’di Johann Strauss senior, che non può mancare in un concerto del genere, ed un improbabile e gradevole duetto soprano/baritono, in cui Rossi e Marcucci hanno improvvisato il ‘Brindisi’ della Traviata, con grande divertimento del pubblico.
La serata, in diretta sulle tv venete TVA Vicenza e TeleChiara, presentata con grazia e competenza da Elisa Santucci, ha registrato una folta presenza e molto entusiasmo tra il pubblico.

MTG













DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI - TIROLER LANDES THEATER, INNSBRUCK, domenica 29 dicembre 2013




Per questo Don Pasquale di Donizetti in programmazione al Tiroler Landes Theater di Innsbruck, facciamo un salto nel mondo della Commedia dell’Arte che ebbe origine nel sedicesimo secolo nel nostro paese, con i suoi personaggi tipici, le sue maschere, le sue storie. Il regista Stefan Tilchha immaginato infatti che i protagonisti della vicenda fossero lo specchio dei personaggi di quel tipo di teatro, le cui celebri maschere sono ben note al pubblico di ogni dove e quindi con le loro particolarità caratteriali possono immediatamente caratterizzare i diversi personaggi dell’opera. Come in costante veglia sui loro alter ego, queste figure mascherate si muovono con perizia, persino atletica, inosservati dai nostri ‘eroi’, esagerando le loro movenze come ad esasperare certi atteggiamenti.

Ecco che dunque l’anziano Don Pasquale ha come ‘ombra’ la celebre maschera veneziana di Pantalone, il vecchio burbero ed avaro, che ama ancora guardare le belle figliole che girano per la città. Così come il povero Ernesto è accompagnato costantemente dalla figura di un giovane definito genericamente ‘Innamorato’, altro personaggio tipico della Commedia dell’Arte, che a suo tempo aveva di volta in volta nomi differenti. L’artefice di tutto, colui che muove le fila dei giochi, è il Dottor Malatesta, che infatti qui ha per controfigura proprio la maschera teatrale del Dottore, ossia di colui che sapeva di tutto un po’. Un tocco kitsch e francamente superfluo è costituito da un piatto di spaghetti fumanti che continua ad essere portato in scena, come se ci fosse bisogno di un ulteriore elemento che esemplificasse l’italianità, per così dire, della faccenda.  A cornice di tutto ciò le scene tradizionali di Karlheinz Beerche rappresentano con coerente gusto la casa del protagonista ed il paese in cui si svolge la storia. Viene introdotto anche un cinema , in cui Norina si reca per gustare un film in allegria e sognante canta’Quel guardo il cavaliere’, come rivolta ad un divo del cinema sullo schermo. I costumi moderni ma in stile col resto di Iris Jedamski completano l’allestimento.

Per mettere in scena tanta vitalità all’italiana, per così dire, è stato chiamato un cast molto affiatato ed omogeneo per qualità canore.

Annunciato come indisposto, nei panni del personaggio chiave della vicenda, il Don Pasquale di Johannes Wimmernon ha offerto difatti una prestazione all’altezza di ciò che la sua voce dal timbro scuro avrebbe potuto esprimere. Così il suono della voce tende a restare indietro e ad incupirsi nell’emissione, mancando di slancio ed anche del volume necessario a sovrastare l’orchestra. Dal punto di vista interpretativo, invece, il basso ha tratteggiato un personaggio che immediatamente conquista il favore dell’audience, con quella ingenua illusione di poter cambiare la sua vita in tarda età; e ce la mette veramente tutta per apparire all’altezza della sua giovane compagna. Suscita persino tenerezza la trovata registica di fargli tingere i capelli prima dell’incontro con Norina, e quel suo guardarsi allo specchio con aria speranzosa e sognante nei riguardi di un futuro che sappiamo si rivelerà un inferno.

Norina è la simpatica e deliziosa Susanne Langbein. Tilch la accomuna al personaggio di Colombina, acuta e furba, capace di cavarsela in ogni situazione. Ma non è prevista per lei una 'controfigura' muta, perché in più occasioni è lei stessa ad interagire con le altre maschere, come ad esempio nel preparare insieme a Malatesta la parte che appunto dovrà recitare con il futuro consorte, come se stesse provando uno spettacolo. In questo caso è perfino una femme fatale, che non riesce neanche ad andare al cinema senza che una schiera di spasimanti le si ponga innanzi pronta a lasciarle il numero di telefono. Le doti attoriali non mancano al soprano, che aggiunte alla voce leggera ed armoniosa che ben si adatta ad interpretare ruoli di questo tipo, le consentono di registrare un bel successo in questa produzione.

L’astuto, saputello e tuttofare Dottor Malatesta è  Davide Fersini. Si destreggia abilmente nel ruolo, dotato anch’egli di una voce non prepotente, ma ben gestita soprattutto nella zona più acuta, tanto da giocare letteralmente con la sua parte e mostrando un’ottima intesa con l’orchestra, pronta a cogliere le sue ‘intemperanze’ in senso buono per un risultato più che soddisfacente ed un meritato consenso generale.

Visto come un eterno bambinone è invece Ernesto. Compare in scena addormentato sul divano con in braccio un orsetto di peluche ed avvolto ad una coperta da cui sembra inseparabile, come il celebre Linus del fumetto di Schultz, e che appunto lo zio cerca di strappargli via ad ogni costo, come fosse il simbolo di un certo attaccamento al’età adolescenziale.  Questo nipote un po’ naif è interpretato da Jesús León, tenore leggero ma generoso, con un timbro delicato e molto melodico, che riesce a generare certa emozione e compartecipazione nella celebre ‘Com’è gentil’.
Chiude il cast il Notaio di Peter Thorn.

Menzione particolare va fatta ai bravissimi mimi che hanno interpretato le tre maschere di Pantalone, il Dottore e l’Innamorato: rispettivamente David Labanca(per lui ovazioni), Florian Stohre Samuel Müller. Bene il coro del Tiroler Theater preparato da Michel Roberge.

Alla testa dell’orchestra tirolese il giovane calabrese Vito Cristofaro. L’orchestra talvolta è risultata preponderante con il suono degli ottoni e di conseguenza non omogenea nell’insieme.  Al Maestro  Cristofaro va comunque il merito di aver assecondato gli avvenimenti in essere con particolare attenzione al palcoscenico e cercando di offrire una lettura coerente della partitura.

Il pubblico folto di giovani ed anche giovanissimi, oltre che dei consueti aficionados, ha applaudito con fervente calore tutti i protagonisti, ridendo di gusto anche a scena aperta, grazie soprattutto alle gag offerte sullo sfondo dai tre bravissimi mimi, decretando un successo pieno per lo spettacolo.
MTG

Direttore d’orchestra              Vito Cristofaro
Regia                                       Stefan Tilch
Scene                                       Karlheinz Beer
Costumi                                    Iris Jedamski

Don Pasquale                         Johannes Wimmer
Dr. Malatesta                        Davide Fersini 
Ernesto                                  Jesús León
Norina                                    Susanne Langbein 
Notaio                                    Peter Thorn

Pantalone                               David Labanca
Dottore                                  Florian Stohr
L’innamorato                        Samuel Müller

Trombe soli  Markus Ettlinger / Heinz Weichselberger / Rupert Darnhofer

Coro del TLT
Tiroler Symphonieorchester Innsbruck






FOTOGRAFIE DEL TIROLER LANDES THEATER


DON PASQUALE, GAETANO DONIZETTI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 13 dicembre 2013







Inaugurazione della stagione d’opera 2013/2014 al Teatro Filarmonico di Verona con un titolo molto popolare ed amato, il Don Pasquale di Gaetano Donizetti, che con il Natale oramai velocemente alle porte, si inserisce piacevolmente nell’atmosfera gioiosa e giocosa che investe la città di Verona in questo periodo di festività.
Sicuramente sull’allegria ha voluto giocare Antonio Albanese chiamato a curare la parte registica della produzione, coadiuvato dalle scene di Leila Fteitaed i costumi di Elisabetta Gabbioneta. Quello che si nota in generale è certamente la volontà di fornire allo spettacolo freschezza e modernità, aggiungendo qualche particolare spunto che vuole essere innovativo, ma che purtroppo non sempre si rivela utile alla rappresentazione.  Trovandosi in terra veneta il dramma buffo in questione è ambientato nei vigneti della provincia veronese e dunque il vecchio Don Pasquale è il proprietario di una azienda agricola che ha fatto fortuna producendo i suoi vini.

In apertura, nel primo atto, ci troviamo di fronte ad una immensa scaffalatura a parete ove sono stipate centinaia di bottiglie vuote innanzi alla quale il vecchio celibe ed il suo amico, il dottor Malatesta, discutono della fanciulla destinata a diventare la sua signora. Oltre ai consueti domestici è stato introdotto il personaggio muto della fedele governante, che si rivela essere la sorpresa del finale. Successivamente la scena in casa di Norina è stata spostata proprio tra le vigne ove sta lavorando la ragazza insieme ad altri braccianti, i quali si producono in improbabili movimenti ad imitazione dei gesti della fanciulla, quando essa accetta il piano di gabbare il padrone di casa ordito dal furbo dottore. 
Tale piano astuto viene stipulato davanti a delle file di alberi di vite riprodotti sul palco e perfettamente allineati uno dietro l’altro. 
Nel secondo atto siamo finalmente a casa di Don Pasquale, dove, come frequentemente in uso attualmente, operai in azione si apprestano a completare l’arredamento della sala in cui avviene l’incontro tra i due promessi sposi. Il notaio dal ciuffo ribelle, occhialini e completo a quadri è perfettamente in tono con gli altri uomini in scena, abbigliati in simil fattura. Si torna tra gli alberi nel terzo atto, che per ricordare il giardino del protagonista, sono stati ricoperti di fiori di vario tipo. 
Il povero Ernesto, per non essere scorto dal vecchio geloso, qui indossa un mantello ornato di fiori cuciti ad esso per mimetizzarsi all’arrivo dell’uomo. Infine, dopo il disvelamento del matrimonio burla ed il perdono, con conseguente fidanzamento dei due giovani, la fedele governante si dirige verso il suo ‘vecchietto’ abbracciandolo e lasciando intendere che, secondo il regista, sarà lei la prescelta di Don Pasquale, forse più adatta alla sua età ed alle sue forze.

Possiamo  dire in conclusione che non manca di brio e leggerezza tutto lo spettacolo e che l’idea di base sembra buona. Forse però alla fine della rappresentazione la sensazione che resta è quella per cui ci si sarebbe aspettati quel quid che la caratterizzasse e che poi non è più arrivato.

Sul fronte canoro una compagnia affiatata, che si è impegnata soprattutto sul fronte recitativo.

La furba Norina/Sofronia è il soprano Irina Lungu, che sviluppa molto bene il personaggio con la giusta vena comica che pervade in tutto lo spettacolo. Le sue mossette ed espressioni facciali sono avvalorate da una emissione canora sicura, facilità nel fraseggio e buon volume.

Il gabbato Don Pasquale, Simone Alaimo, ha curato soprattutto il fronte attoriale della sua prestazione, dando al suo personaggio una verve spiritosa e forza d’animo, come si confà ad un uomo orgoglioso che pur se preso in giro, trova il modo di uscirne comunque vincitore in qualche modo.

L’Ernesto di Francesco Demuro non è stato all’altezza delle aspettative. Il tenore ha una voce molto bella: pastosa e melodiosa. Ma tende a forzare sull’acuto ove non occorre, sicché il suono non risulta morbido e pecca di alcune stimbrature.

Bene il Malatesta di Mario Cassi, che unitamente ad una spiccata propensione  attoriale, ha un bel colore di voce corposo, che tende però talvolta a colpire sugli attacchi. Dignitoso il notaio Antonio Feltracco, simpatico e spigliato.

Il coro della fondazione Arena ha un bell’impasto vocale, ma vi sono stati diversi problemini di tempo, soprattutto durante la non originalissima incursione in platea nel terzo atto.

Con brio e molta partecipazione Omer Meir Wellber è alla testa dell’orchestra dell’Arena di Verona, che trova bei colori e sicuramente forza espressiva, peccando leggermente nei volumi che tendono a sovrastare i cantanti impegnati in scena. Inoltre, superando certi sfasamenti verificatisi tra buca e palco, l’esecuzione risulterebbe maggiormente degna delle doti di questo giovane artista talentuoso.

Il pubblico presente ha mostrato di gradire molto lo spettacolo, omaggiando con ovazioni tutti i protagonisti ed il Maestro Wellber.

MTG


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
     Omer Meir Wellber
Regia
     Antonio Albanese
Scene
     Leila Fteita
Costumi
     Elisabetta Gabbioneta
Maestro del coro                      Armando Tasso
Direttore
Allestim.scenici                         Giuseppe
                                                   De Filippi Venezia

GLI INTERPRETI
Don Pasquale
Simone Alaimo
Malatesta
Mario Cassi
Norina
Irina Lungu
Ernesto
Francesco Demuro
Un notaro
Antonio Feltracco

ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA


NUOVA PRODUZIONE FONDAZIONE ARENA DI VERONA








CON SILVIA CHIESA PROSEGUE IL VIAGGIO MUSICALE DELL’ORCHESTRA DEL TEATRO OLIMPICO DI VICENZA – TEATRO COMUNALE CITTA’ DI VICENZA, GIOVEDI’ 12 DICEMBRE 2013.




Secondo appuntamento per la stagione sinfonica dell’Orchestra del Teatro Olimpico di Vicenza, che dalla Russia della scorsa volta approda in Boemia, omaggiata grazie alle composizioni di autori del calibro di Antonin Dvořák e Bedřich  Smetana.  Quest’ultimo ebbe il grande merito di far scoprire ed apprezzare le tradizioni legate al suo paese, la Boemia appunto, essendo nato nella Repubblica Ceca. Fu amico di Liszt, da cui trasse spunto per le sue composizioni. La più famosa ed eseguita di queste è soprattutto il poema sinfonico proposto in questa occasione, ossia ‘Vltava’ (La Moldava), tratto dal ciclo di sei poemi dedicati proprio alla sua patria, completato tra il 1874 ed il 1879. Questi sei lavori sono tutti ispirati ai paesaggi, alla storia, o alle leggende di terra boema. Il filo conduttore che lega i brani è il tema del castello, che si riascolta per l’appunto nella Moldava.
L’orchestra del Teatro Olimpico affidata al suo direttore artistico, il M° Giampaolo Bisanti, ci immerge immediatamente in queste atmosfere  con l’incipit affidato ai legni, che esemplifica la nascita del fiume, quasi riuscissimo a vedere e sentire le gocce d’acqua che sgorgano dalla sorgente, per poi divenire fluente e forte nella sua massima espansione, con gli archi che la fanno da padroni sulla partitura, con suono caldo, pieno ed armonico. Ma si distinguono anche le attività campestri, con gli immancabili corni ed ottoni a richiamare il lavoro e le feste dei contadini, e la maestosità del finale con tutta l’orchestra impegnata nello spingere il fiume a gettarsi nell’ ancor più maestoso fiume Elba. Il Maestro coinvolge i musicisti dell’orchestra con passione ed energia, accompagnandoli come se le sue braccia fossero gli argini tra cui scorre il fiume di note proveniente da ogni singolo strumento.

Dvořák invece strizza notevolmente l’occhio alle influenze più spiccatamente germaniche, a cui comunque aggiunge motivi ed atmosfere tipiche della Boemia, con la Sinfonia n.8 in Sol minore op. 88. Siamo nell’ anno 1890, composta a Praga, e dedicata all’imperatore Francesco Giuseppe per il suo vivo interessamento nell’arte boema, tanto da crearne una accademia coinvolgendone proprio il compositore. Siamo ancora una volta in ambiente pastorale, che con archi e fiati sin dall’inizio ci immerge nella festosità delle melodie gioiose che richiamano anche qui alle attività dei contadini nel primo movimento, per poi proseguire con momenti di elegia profonda nel secondo, come a contemplazione del proprio lavoro, una volta completato, quindi lasciarsi andare alla festa ed alle danze, col delizioso terzo movimento, che è un chiaro invito alla danza. Finale in crescendo in cui l’amore per la propria terra si fa più evidente e trionfale che in precedenza, grazie al copioso uso di ottoni in festa  ad inneggiare alla patria. Anche in questo caso l’orchestra è morbida, fluida, le sezioni interagiscono in pieno accordo esprimendo volumi e dinamiche coerenti. 

Splendente la protagonista solista della serata, la violoncellista Silvia Chiesa. Ha eseguito il bellissimo concerto per Violoncello ed orchestra op.104, sempre di Dvořák, eseguito in primis nel 1896 e diretto dall’autore stesso, come del resto anche la precedente  sinfonia.
Concerto maestoso, nei suoi quattro movimenti, che con estrema grazia la musicista esegue con il suo magnifico strumento, un Grancino del 1697, dal suono ampio,  rotondo e puro, regalando sensazioni di grandezza e forza, melanconia, leggerezza ed infine solennità, man mano che si susseguono le parti del concerto. Totalmente immersa nel suo operato, la signora Chiesa suona come se il violoncello fosse una parte di sé da sempre. Dotata di grande sicurezza esecutiva e di una forte personalità, che non sfocia mai nel gesto scenico in sé per sé, risolve i virtuosismi che la partitura richiede con scioltezza e passionalità che trasmette in sala così come tra i professori d’orchestra, con cui l’intesa è ottimale. Non sono mancati ampi consensi da parte del pubblico, sì da venir premiato con una languido e sentito bis tratto dall’ampio repertorio di Johann Sebastian Bach.  

Applausi convinti durante ed al termine della serata, appuntamento al 31 dicembre con il tutto esaurito concerto di fine anno.

MTG





DO RE MI…..PRESENTO – intervista a … SILVIA CHIESA

Oggi conosciamo meglio una grandissima musicista, la violoncellista milanese Silvia Chiesa, il cui strumento sembra quasi magico tra le sue mani, capace di emanare emozioni incredibili tra il pubblico di tutto il mondo, che accorre sempre numerosissimo quando in cartellone figura un suo concerto. Si è esibita in Francia con l’orchestra del Teatro di Rouen, in Inghilterra alla Barbican Hall e Cadogan Hall con la Royal Philarmonic Orchestra, in Russia con i Solisti di San Pietroburgo, in Polonia con la Filarmonica di Cracovia, in Italia con l'Orchestra della Rai, I Pomeriggi Musicali, l'Orchestra Verdi el'Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino. Ha collaborato con grandissimi direttori d’orchestra e ha al suo attivo incisioni di CD quali i due concerti per violoncello di Nino Rota, le sonate per violoncello di Brahms e Schubert, di Camille Saint Saens le Sonate per violoncello e piano e lo Chant saphique, per citarne solo alcuni. Artista sensibilissima dal curriculum interminabile di traguardi ottenuto con tanta dedizione e rispetto per il suo lavoro, riesce a trovare un momento del suo tempo da condividere con me con tanta cordialità e serenità, rispondendo con molto garbo alle domande che le pongo.

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CONCERTO DELL'IMMACOLATA DELL’ASSOCIAZIONE VERONA LIRICA, VERONA, TEATRO FILARMONICO, 8 DICEMBRE 2013


In un teatro Filarmonico gremitissimo di pubblico, si è tenuto il concerto conclusivo per l'anno 2013 dell'associazione Verona Lirica con ospiti Elena Gabouri, Maria Josè Siri, Luciano Ganci, Vladimir Stoyanov e il Quartetto d'archi dell'Arena di Verona.

A causa della defezione dell'immancabile Davide da Como, il presidente Tuppini si è cimentato nella veste di presentatore, introducendo le varie performance degli artisti con fare competente e preciso.
 
Il mezzo Elena Gabouri, felicissima “scoperta” in Arena nel 2012 quando sostituì in extremis l'indisposta Dolora Zajick in una recita di Aida e da allora ospite fissa del Festival Veronese, pur annunciando una leggera indisposizione, non si è risparmiata al pubblico veronese inanellando via via una serie di successi in duetti verdiani (prima scena secondo atto di Aida con M.J.Siri, prima scena, secondo atto del Trovatore con L.Ganci) e interpretazioni solistiche quali il  “Liber scriptus dalla Messa da Requiem di Verdi, e “Oh don fatale” dal Don Carlo, sempre di Verdi.
Voce ampia, fraseggio curato e fiato da vendere sono gli assi nella manica di questa cantante, uniti ad una costante ricerca di un'interpretazione mai banale.
Qualche problema nel passaggio di registro dovuto probabilmente all'annunciata indisposizione non ha inficiato un'interpretazione centrata completamente. Il suo “Oh don fatale” dal Don Carlo è stato da manuale.

Maria Josè Siri, soprano uruguayano ma veronese di adozione, ormai è una stella dei teatri lirici internazionali, soprattutto di quello areniano dove è stata una incredibile Aida nel recente festival del centenario.
Anche lei non si è risparmiata regalando al caloroso pubblico, duetti verdiani ( prima scena, secondo atto di Aida con E. Gabouri, scena seconda, quarto atto del Trovatore con V.Stoyanov) e parti solistiche da Andrea Chenier di U.Giordano  (“La mamma morta”) in coppia con la violoncellista Sara Airoldi del Quartetto Arena e da La Forza del Destino di Verdi (“Pace mio dio”).
Dotata di una voce di lirico pieno che non teme affatto le impennate alla parte alta del rigo, la Siri possiede una proprietà di canto e una tecnica tale che le permettono di sorreggere il fiato con una cura non indifferente, risolvendo le agilità (nel Trovatore ad esempio) e  le indicazioni agogiche della partitura, con precisione e dovizia, uniti ad un temperamento interpretativo notevole.

Il baritono Vladimir Stoyanov, altra stella dei teatri di mezzo mondo, ha regalato al pubblico del Filarmonico il duetto del primo atto (versione in 4 atti) dal Don Carlo di Verdi in coppia con L.Ganci, “Di Provenza” dalla Traviata di Verdi,  “Eri tu” da Ballo in maschera di Verdi e la scena seconda del quarto atto  dal Trovatore di Verdi in coppia con M.J.Siri.
Dotato di una voce non voluminosa, Vladimir Stoyanov è baritono e personaggio di indole lirica e cantabile, paterna e riflessiva piuttosto che  proterva e imperiosa; ci auguriamo vivamente di ascoltarlo presto nei teatri della nostra città.

Al tenore Luciano Ganci va il merito di possedere una facilità all'acuto e una voce generosissima e squillante che sa accattivare il pubblico con la giusta dose di interpretazione e gusto. Un'attenzione più precisa al fraseggio e al controllo dell'organo vocale renderebbero le sue performance superlative.
Ha regalato al pubblico veronese brani da Don Carlo di Verdi (duetto del primo atto, versione in 4 atti, in coppia con V.Stoyanov), da Trovatore ( prima scena, secondo atto con E.Gabouri), dal Corsaro ( “Tutto parea sorridere” e “Di corsari il fulmine”) e dall'operetta Il  paese del sorriso di Lehar (“Tu che m'hai preso il cuor).

Degna cornice alla serata, gli interventi felicissimi del Quartetto Arena di Verona che hanno eseguito con maestria la riduzione dalla sinfonia di Norma di V.Bellini, lo scherzo dal quartetto in mi minore di G.Verdi e una fantasia dal Trovatore sempre di G.Verdi.

La pianista Patrizia Quarta ha accompagnato gli artisti impegnati e il quartetto con la consueta competenza e precisione.

Con la premiazione agli artisti premiati per la loro presenza, si è chiuso anche questo festoso concerto domenicale, e un arrivederci al concerto del 26 Gennaio 2014.

Pierluigi Guadagni





TOSCA, GIACOMO PUCCINI – PALABASSANO, BASSANO DEL GRAPPA, venerdì 6 dicembre 2013




Il Bassano OperaFestival dedica la conclusione della stagione lirica 2013 allo Scarpia italiano per eccellenza, Tito Gobbi, i cui natali sono proprio ascrivibili alla città di Bassano del Grappa, che vestì i panni dell’inflessibile capo di polizia per ben novecento volte, e di cui ricorrono i cento anni dalla nascita proprio in quest’anno di grandi celebrazioni che ormai volge al termine.

Lo spettacolo vede l’intero pacchetto di regia luci e costumi ad opera di Hugo de Ana, ripresa per l’occasione da Giulio Ciabatti, per una messa in scena dalle tinte così fosche che è quasi difficile definirle. Il gioco di chiaro scuro rende l’atmosfera costantemente sospesa, come se i fin troppo noti eventi potessero cambiare con qualche colpo di scena diverso ed improvviso. Gli stessi protagonisti sono illuminati a risaltare sul resto, e tutto ciò che ruota attorno è in ombra, come per esempio i gendarmi che accompagnano Cavaradossi all’esecuzione, completamente al buio mentre il pubblico vede solo il condannato, affinché l’attenzione sia concentrata su di lui ed il suo tormento. A contorno di tali idee una bellissima scenografia in cui gli ambienti sono riprodotti grazie agli sfondi che rappresentano la chiesa di Sant'Andrea della Valle, la sala in cui cena Scarpia, ed infine il tetto di Castel Sant’Angelo, che con l’aggiunta di dettagli fondamentali hanno reso possibile una ambientazione del tutto realistica dei luoghi.

L’oscurità delle scene non è altro che il buio dell’animo umano quando si lascia sopraffare dalle passioni senza controllo. Scura è l’anima dell’ossessivo Scarpia, crudele fino al punto di inscenare una via di salvezza per la donna oggetto del suo desiderio, mentre predispone subdolamente la morte di colui che lei ama. Scura è l’anima di Floria Tosca, quando sopraffatta dagli eventi non trova altra soluzione che assassinare il suo nemico e deriderlo nell’ammirare il cadavere ai suoi piedi (è bravissima Tiziana Caruso nell’esprimere tutta la sua soddisfazione pronunciando la celebre ‘E avanti a lui tremava tutta Roma!). Scuro è certamente l'animo del povero Mario finché si appresta al fatal traguardo ritenuto complice del ricercato Angelotti. Ancora, scura e cupa è l’anima di tutti coloro che eseguono gli infausti ordini del terribile Barone. Insomma non c’è luce per questi tragici personaggi, e De Hana lo esprime a chiare lettere, grazie certo alla musica di Puccini che è l’humus incommensurabile che alimenta ed esalta tutte queste incredibili sensazioni.

La giovane Tiziana Caruso  è interprete di Floria Tosca, un ruolo che metterebbe paura a chiunque, ma che invece affronta con grande classe ed ottima padronanza della scena, forte di una voce particolarmente calda e potente che trasmette tutta la passione di questa donna fiera, ribelle ed inarrestabile.

Tantissimo impegno e cuore per il Cavaradossi di Francesco Anile, che senza alcun risparmio si presta ad affrontare il suo destino segnato sin dall’inizio con coraggio e sparando tutte le cartucce che la sua bella voce sa sempre scagliare.

Sorprende il Barone Scarpia di Elia Fabbian. Molto misurato nel primo atto, rende ovviamente il meglio di sé nel secondo, ma senza calcare troppo sul personaggio e riuscendo a bilanciare canto ed interpretazione attoriale in maniera molto apprezzabile.

Christian Starinieri è un buon e simpatico Sagrestano, ed il resto del cast è completato discretamente dallo Spoletta di  Orfeo Zanetti, dall'Angelotti di Paolo Battaglia, da Andrea Zanin  nei panni di Sciarrone, e dal carceriere di Victor Sierra . Concentratissimo ed intonato il piccolo Simone Stocchero nei panni del pastorello.

Bene il coro Lirico Veneto Li.Ve di  Dino Zambelloe bravi e corretti i piccoli Cantori di San Bortolo diretti da Giorgio Mazzucato.

Giampaolo Bisanti dirige la Filarmonia Veneta con la consueta attenzione ai dettagli e sensibilità musicale, riuscendo a sottolineare l’operato dei cantanti, che nella pur infelice acustica del palazzetto sportivo, si esaltano in perfetta simbiosi con la musica, la quale è servita da un fine conoscitore della partitura che si mette ancora una volta al suo servizio, sottolineando ogni passaggio di volta in volta con la forza, la passione, o la delicatezza necessari.

Pubblico plaudente e caloroso per tutti gli interpreti, spettacolo molto gradito.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore                       Giampaolo Bisanti
e direttore 
Regia, scene, costumi e luci             Hugo de Ana (ripresa da Giulio Ciabatti)
Light designer                                  Sandro Dal Prà
Maestro del coro                              Dino Zambello

GLI INTERPRETI

Floria Tosca,                                     Tiziana Caruso                                                 
Mario Cavaradossi,                         Francesco Anile
Il Barone Scarpia,                            Elia Fabbian
capo della polizia
Cesare Angelotti                               Paolo Battaglia
Il Sagrestano                                     Christian Starinieri
Spoletta, agente di polizia                Orfeo Zanetti
Sciarrone, gendarme                        Andrea Zanin                     
Un carceriere                                   Victor  Sierra
Un pastorello                                    Simone Stocchero

ORCHESTRA FILARMONIA VENETA

Coro Lirico Veneto Li.Ve
Coro Voci bianche Piccoli Cantori di San Bortolo diretti da Giorgio Mazzucato

Nuova produzione LI.Ve.  teatri di Bassano, Padova e Rovigo 










FOTO GIANCARLO CECCON

LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI - TEATRO MASSIMO VINCENZO BELLINI DI CATANIA, giovedì 5 dicembre 2013



LUCIA
La pietade è tarda omai!...
Il mio fin di già s’appressa.

Una nuova produzione di Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti ha concluso la  stagione 201213 del Teatro Massimo V.Bellini di Catania. La drammatica situazione finanziaria in cui versa il teatro catanese ha fatto temere per la cancellazione delle recite fino a poche ore dalla messa in scena, ma il buon senso delle maestranze tutte, che hanno optato per un comunicato di protesta e un ritardo di 30 minuti sull'orario di inizio piuttosto che per uno sciopero selvaggio e  inconcludente ha permesso che le recite fossero salve.

Allestimento di tradizione quello pensato da Guglielmo Ferro in compagnia dello scenografo Stefano Pace e del costumista  Françoise Raybaud. Allestimento a tinte cupe, fosche, in perfetto gotico inglese, aiutato dalle immancabili proiezioni a fondo scena; proiezioni “meteorologiche”, oppure metafisiche, financo architettoniche dove alte vetrate archiacute fanno da sfondo alla scena della pazzia.

Insomma, la più classica delle atmosfere alla Scott, la notte, il buio, le tombe abbandonate.
Il regista ha fatto il minimo indispensabile, fin troppo poco forse, lasciando i cantanti fermi al centro della scena nei momenti topici senza aggiungere null'altro, ma del resto Lucia non è opera che si presti moltissimo ad una regia particolarmente audace...

Sul versante musicale, nel ruolo di Lucia troviamo una Rosanna Savoia in splendida forma.
Avvantaggiata da una regia che l'ha lasciata libera di preoccuparsi praticamente solo del canto anziché perdere energie in inutilità senza esito, la Savoia ha offerto una bella prova. La voce è stata quasi sempre nitida, gli acuti facili e incisivi come pure le agilità richieste dalla parte, permettendosi il lusso di  pianissimi alla scena della pazzia e nel duetto con Edgardo e cercando sempre di fraseggiare con dinamiche coerenti alla parte.
Ad interpretare Edgardo è stato chiamato in extremis Emanuele D'Aguanno a sostituire l'indisposto Alessandro Liberatore. Pur avendo cantato la parte la sera precedente, D'Aguanno è parso subito in perfetta forma. Il suo Edgardo è giovane, virile, innamorato e ben presente in scena. Specialmente nella grande aria e nel finale, inoltre, l’artista ha trovato un accento coinvolgente che ha emozionato il pubblico. Il tenore veneto possiede una voce omogenea e timbratissima, delle mezzevoci suggestive e sempre “sul fiato”, fraseggio vario ed elegante, sempre nobilissimo senza scivolare mai in accenti fuori luogo.

Enrico era Piero Terranova il quale non è certo un baritono donizettiano tout court e tende a cantare sempre forte e con pochi colori e quei pochi sono sempre orientati al concetto di baritono “truculento”. Fortunatamente evita di cadere nel “verismo”, e porta a casa una performance tutto sommato positiva.

Il Raimondo di Francesco Palmieri è risultato alquanto in affanno a causa di un'emissione stentorea nella parte acuta del rigo e per qualche problema nell'intonazione, ma canta con gusto e proprietà di stile ed essendo un personaggio “buono” mostra quelle che dovrebbero essere anche le sue caratteristiche.

Buona la prestazione di Giuseppe Costanzo nella breve ma non facile parte di Arturo, come pure le prestazioni di Loredana Megna (Alisa) e Salvatore D'Agata (Normanno).

A capo dell'orchestra catanese, Emmanuel Plasson si è reso responsabile di una concertazione alquanto discutibile nella quale spesso sono emersi clangori e sonorità più adatte ad un Verdi degli anni di galera in un'opera che fa della delicatezza e dell'abbandono la cifra identificativa.

Corretto il coro del teatro catanese, diretto da Tiziana Carlini.
Successo cordiale per tutti da parte di un teatro attento, e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                                 Emmanuel Plasson 
Regia                                      Guglielmo Ferro
Scene                                      Stefano Pace
Costumi                                  Françoise Raybaud
Luci                                         Bruno Ciulli
Maestro del coro                   Tiziana Carlini

GLI INTERPRETI

Lord Enrico                          Piero Terranova
Lucia                                     Rosanna Savoia 
Sir Edgardo                          Emanuele D'Aguanno
Lord Arturo                          Giuseppe Costanzo
Raimondo                             Francesco Palmieri
Alisa                                      Loredana Rita Megna
Normanno                             Salvatore D'Agata

Nuovo allestimento dell'E.A.R. Teatro Massimo Bellini


ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL'E.A.R. TEATRO MASSIMO BELLINI






Foto Giacomo Orlando 



L’OLANDESE VOLANTE (DER FLIEGENDE HOLLÄNDER). RICHARD WAGNER – TEATRO GRANDE DI BRESCIA, venerdì 29 novembre 2013.



Opera romantica in tre atti.

Staccarsi dalla vita reale e sognare avventure in terre sconosciute solcando i mari su di una nave leggendaria. Possibile? È quello che la dolce eroina Senta si chiede certamente, quando sogna ad occhi aperti sul ritratto del misterioso Fliegende Holländer, anima in pena costretta a percorrere per una maledizione vie infinite per i mari di ogni dove, ogni volta per sette lunghi anni,  per poi ricominciare ancora l’errante viaggio del supplizio. Soltanto un cuore puro e fedele può spezzare l’incantesimo e far guadagnare la salvezza al nostro protagonista, rendendogli finalmente una compagna di vita, senza più esser costretto a vagare senza meta,  trovando finalmente riparo in una dimora famigliare ed accogliente. Ed il nostro riesce finalmente a trovare il suo angelo, la figlia del marinaio Daland; ma quanto è vero che la felicità spesso è troppo bella per essere vera, così l’uomo misterioso si lascia cogliere da dubbi ed incertezze verso la sua dolce promessa, spingendola a sacrificarsi per salvare se stessa e l’anima del suo amore impossibile.

Opera questa che debuttò a Dresda nel 1843 in un unico atto, poi suddivisa successivamente negli attuali tre, che segna l’inizio del percorso in cui Richard Wagner analizza a fondo i sentimenti umani di amore e redenzione dalle colpe passate, concetti su cui fonderà come noto i suoi grandissimi capolavori successivi.

Nella produzione del Circuito Lirico Lombardo, che si avvale della regia del giovane Federico Grazzini, la storia si svolge più o meno ai giorni nostri, così la protagonista non si getta nelle acque per inseguire l’Olandese che fugge via sulla sua nave come nel libretto, ma si spara un colpo di pistola in testa, raggiungendo così l’anima del suo amato che si accascia al suolo con lei. Un finale che non disturba e che non travisa affatto ciò che il libretto dello stesso compositore prescrive. 

Anche le ambientazioni scenografiche di Andrea Belli sono attualizzate, così come i costumi di Valeria Bettella, ma con intelligenza, atte in ogni caso ad esemplificare ciò che effettivamente la narrazione richiede. Così il secondo atto si apre in un laboratorio ove lavorano Senta e le sue colleghe/amiche che allegramente stirano camicie fresche di bucato, mentre la fanciulla contempla non un quadro, ma una fotografia del misterioso navigatore errante, e dunque la nutrice di Senta è la responsabile di questo luogo in cui lavora anche il povero disilluso Erik. 
A contorno di ciò, le luci, gli effetti sonori e tutti i piccoli dettagli scenografici, pur semplici ed essenziali, sono talmente suggestivi da portare comunque lo spettatore in un’atmosfera fiabesca. Si pensi soprattutto al primo atto, in cui uno schermo enorme a sfondo del palco reca suggestive  proiezioni di un mare in tempesta in una nebbia che fittamente pervade la scena, il tutto condito da colori molto scuri ed effetti di penombra. La stessa nave volante è ovviamente proiettata nelle immagini video, tra lo stupore dei marinai che la osservano attoniti. In sintesi uno spettacolo equilibrato, il che si può affermare anche dal punto di vista canoro e musicale.

L’olandese è un intenso e cupo Thomas Hall, in grado di donare al suo personaggio quell’aura di austerità e mistero che, unitamente ad una voce che viaggia sicura anche nella zona più scura, nonché grazie al suo incedere imperioso, coronano una performance ben centrata.

Altrettanto bene si può dire di Elena Nebera nel ruolo di Senta. La sua vocalità è piuttosto corposa, che a tratti si avvicina alla corda del mezzosoprano, ma poi si apre bene in avanti anche nei suoni più acuti, senza esitare.
Buono  anche il Daland di  Patrick Simper. Ottima la mimica facciale, estroso e diremmo simpatico padre se pur po’ opportunista. Così simpatico e spigliato il suo timoniere Gabriele Mangione, che pur non dotato di grande estensione vocale, insieme al suo capitano ci regala i momenti più leggeri dell’opera.

Il povero e respinto Erik è Tomislav Muzek, anch’egli molto in vena, supera discretamente la prova grazie alla sua voce non potentissima ma corretta.

Nadiya Petrenko completa dignitosamente il cast con il ruolo della nutrice Mary.

Buona la prova del coro Circuito Lirico Lombardo preparato da Antonio Greco attivissimo nella narrazione e molto disinvolto.

In fine, l’orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano  ha offerto una lettura asciutta ed equilibrata della non semplice partitura grazie al Maestro Roman Brogli-Sacher, evitando appesantimenti e tenendo sempre saldo il legame tra palco e buca.

Molti gli applausi al termine, con punte di intensità per Hall e Brogli-Sacher, in un teatro strapieno sia in platea che in ogni ordine di palco.

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e Direttore                 Roman Brogli-Sacher
Regia                          Federico Grazzini
Scene                          Andrea Belli
Costumi                     Valeria Bettella
Maestro del coro       Antonio Greco

GLI INTERPRETI 

Daland                       Patrick Simper
Senta                          Elena Nebera
Holländer                  Thomas Hall
Erik                            Tomislav Muzek
Mary                          Nadiya Petrenko
Steuermann               Gabriele Mangione


Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro del Circuito Lirico Lombardo


Nuovo allestimento
Coproduzione Teatri del Circuito Lirico Lombardo
Teatro Ponchielli di Cremona
Teatro Sociale di Como
Teatro Grande di Brescia


Teatro Fraschini di Pavia



I VESPRI SICILIANI, GIUSEPPE VERDI - TEATRO COMUNALE "LUCIANO PAVAROTTI" DI MODENA, domenica 24 novembre 2013


Libretto di Eugène Scribe e Charles Duveyrier.
Versione italiana di Arnaldo Fusinato


La storia de I Vespri Siciliani affonda le sue radici nel lontano periodo medioevale, a quando il Regno di Sicilia era sotto il dominio dei Francesi guidati da Carlo d’Angiò, nel tredicesimo secolo.  Neanche a dirlo quanto a Giuseppe Verdi fosse caro il tema e quanto fosse attuale ai suoi tempi un argomento del genere; e tali temi trattati fecero scattare la censura italiana, che costrinse l’autore a cambiare ambientazione e titolo per poter essere rappresentata nel nostro paese. Scritta per i francesi e rappresentata nel 1855, debuttò in Italia tradotta da Fusinato nello stesso anno, qualche mese dopo la prima d’oltralpe. Finalmente, grazie all’unificazione del Paese poté essere pubblicata da Ricordi col suo titolo originale.
Ed infatti il regista  Davide Livermore ideò questa messa in scena nel 2011 in occasione del centocinquantesimo dalla proclamazione dell’Unità d’Italia, pensando di rendere tutti gli avvenimenti attuali ed ambientandoli ai giorni nostri. Non solo: c’è un riferimento specifico ad uno degli eventi tragici che hanno maggiormente scosso l’opinione pubblica in tempi recenti: la strage di Capaci, in cui persero la vita come è noto il giudice Giovanni Falcone, sua moglie ed i tre agenti della scorta. L’intento del regista era quello di realizzare una messa in scena che richiamasse alla mente non solo quel fatto tragico, ma anche una sorta di excursus della vita italiana in tutti i campi, come mostrano le immagini che si susseguono velocemente sullo schermo posto sul fondo del palcoscenico, ove intravvediamo show televisivi, avvenimenti sportivi, volti noti del mondo politico, ecc.

Diversi i momenti caratterizzanti questa ambientazione contemporanea. Innanzitutto l’apertura, con il funerale di Federico d’Austria, giustiziato dai francesi, la cui morte spinge sua sorella Elena al desiderio di vendetta. Ma ci troviamo in una piazza pubblica, con la folla stipata dietro le transenne che spinge ed urla, una reporter con tanto di operatore video che descrive i fatti accaduti in una diretta televisiva, esattamente come si vede oggi nei nostri TG. Ancora, la festa al palazzo del governatore di Sicilia Monforte, viene introdotta da un ‘red carpet’ in stile hollywoodiano su cui sfilano gli ospiti, con la reporter di cui sopra che, tra un balletto e l’altro, cerca di intervistare le donne di rosso vestite con pennacchio al capo che pavoneggiandosi vi si recano. Il ballo delle stagioni che anima il terzo atto assomiglia molto alla festa a casa di Flora in Traviata, per movenze e situazioni messe in atto dagli invitati. Ma il palazzo di Monforte qui è un’aula di tribunale e gli invitati sono accomodati tra i banchi dell’auditorio. Ancora, il finale quarto atto si trasforma in una specie di comizio elettorale, ove Monforte parla ai suoi probabili elettori dall’alto del suo pulpito raffigurante il simbolo del suo partito. Ma ciò che sicuramente ha suscitato più scalpore è il riferimento esplicito nel secondo atto, alla tragedia di Capaci, con i protagonisti che cantano davanti alle macerie delle auto straziate dalle bombe, dietro un cartello stradale del luogo, ormai distrutto in mezzo ai detriti .

Luci ed ombre nella compagine canora. La duchessa Elena era Sofia Soloviy, dal timbro omogeneo e piuttosto scuro, che si esprime maggiormente nel centro, e che ha avuto il suo bel daffare con la regia che le ha imposto ritmi piuttosto serrati. Per la celebre ‘Mercé dilette amiche’ la si vede uscire da una vecchia Lancia Thema in abito rosso brillante, e correre avanti ed indietro per il palco mentre si trascina nel suo abito da cerimonia.

Arrigo è stato Michal Lehotský che non verrà certo ricordato per la sua esecuzione canora, ma purtroppo per le sue evidenti difficoltà di pronuncia relativamente alle consonanti fricative dentali, causa di un suono spesso fastidioso che rende anche le parole incomprensibili. Inoltre, non sempre l’emissione vocale è gestita agevolmente nell’ottava acuta. Ha comunque interpretato il suo personaggio con vigore ed impegno.

Successo pieno invece per il giovane Mansoo Kim nei panni di Monforte. Autoritario quanto basta ed incredibilmente espressivo (persino con la maschera indosso), la sua voce bruna corre ampia in sala con un volume tale che conquista, soprattutto dopo la splendida interpretazione di ‘Sì, m'abborriva ed a ragion!’ e l’impeto nel pronunciare le parole ’Mio figlio!’Veramente ben fatto!

Bellissimo è anche il colore profondamente basso della voce di Roberto Scandiuzzi, alias Giovanni da Procida. Perfettamente calato nel ruolo, ha dato corpo e volume ad un personaggio forte ed autoritario, pur mostrando qua e là un suono leggermente schiacciato nelle note di slancio.

Per il resto del cast registriamo il Vaudemont di Cristian Saitta, che carica molto il suo ruolo, il sire di Bethume del corposo e fiero Alessandro Busi,  il Danieli del corretto Oreste Cosimo, la discreta Ninetta di Elisa Barbero, il molto buono Costantino Finucci nei panni di Roberto, ed infine Jenis Ysmanov come Tebaldo e Riccardo Gatto come  Manfredo.

L’orchestra era diretta da un ispiratissimo e partecipe Stefano Ranzani, che ha gestito buca e palco senza mai far prevalere l’uno o l’altra, con giusto equilibrio, e richiamando all’ordine con gesti precisi laddove il ritmo ha rischiato di sfasarsi. Ben si è comportato il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia di Martino Faggiani.
Molti gli applausi per gli interpreti al termine, con ovazioni per Kim, e qualche contestazione per Lehotský, nonché leggero dissenso per la regia dopo il primo blocco di due atti.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore                            Stefano Ranzani

Regia                                  Davide Livermore

Scene                                  Santi Centineo

Costumi                              Giusi Giustino

Luci                                    Vladi Spigarolo

Coreografie                        Luisa Baldinetti, Cristina Banchetti, Davide Livermore 

Maestro del coro               Martino Faggiani

GLI INTERPRETI

Guido di Monforte          Mansoo Kim
Il sire di Béthune            Alessandro Busi
Il conte Vaudemont        Cristian Saitta
Arrigo                               Michal Lehotský 
Giovanni da Procida       Roberto Scandiuzzi
La duchessa Elena          Sofia Soloviy
Ninetta sua cameriera    Elisa Barbero
Danieli                              Oreste Cosimo
Tebaldo                            Jenis Ysmanov
Roberto                            Costantino Finucci
Manfredo                         Riccardo Gatto

Orchestra Regionale dell'Emilia Romagna
Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia

Coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatri di Piacenza
Fondazione Teatro Comunale di Modena

Dall'allestimento del Teatro Regio di Torino, OLBE-ABAO Asociacion Bilbaina de Amigos de la Opera Bilbao, Teatro Nacional de Sao Carlos de Lisboa

Foto Ramella&Giannese

L'AFRICAINE, G. MEYERBEER - GRAN TEATRO LA FENICE, 23 novembre 2013, ore 18.00



Il teatro la Fenice di Venezia decide di anticipare le celebrazioni per il 150° anniversario dalla morte di Meyerbeer con una nuova produzione dell'opera musicalmente più controversa del compositore berlinese.
L 'Africaine è opera complessa fin dalla sua gestazione che ha impiegato il compositore, mai soddisfatto del suo lavoro e un fiume in piena compositivo, per più di 27 anni giungendo infine a non completarla a causa della sua morte avvenuta prima della conclusione e del riordino dei numerosissimi pezzi musicali già pronti.
Opera complessa dunque, dove è inutile cercare compattezza e coerenza.

Il libretto di Scribe è quanto di più sgangherato e incoerente abbia scritto nella sua carriera, egli mescola con alcuni dati storici un intrigo di rivalità amorosa ricalcata sul modello dell'infelice amore di Didone.
Già di per sé il titolo di quest'opera è un ossimoro: chiamare Africana una vicenda che si svolge con personaggi e ambientazioni indiane, dice molto.

Ma il teatro veneziano non si è spaventato di fronte a tanta complessità e ha scelto di portare in scena una versione tutto sommato accettabile della sterminata partitura.
I tagli sono pesanti e in alcuni casi incomprensibili (più di un'ora di musica scompare) come il duetto tra Ines e Selika all'inizio del 5° atto rendendo la già intricatissima trama ancora più assurda, giacché non si comprende come mai Ines venga allontanata causando il suicidio di Selika.

Leo Muscato, chiamato a gestire la complessa messa in scena, sceglie un' ambientazione tradizionale ma non tradizionalistica nell'allestimento, tutto teso all'esaltazione dell'aspetto scenico ed esotico di cui quest'opera  ne è capolavoro.
Del suo lavoro ricordiamo con piacere l'attenzione al gesto, ai movimenti e alla recitazione, cosa assai rara nel teatro lirico di questi anni.
A tanta precisione si affiancano i meravigliosi costumi di Carlos Tieppo con una punta di meraviglia per quelli di ambientazione indiana, curati con precisione maniacale di rara memoria.
Le scene di Massimo Cecchettosono essenziali, il taglio rinascimentale degli atti di Lisbona e il taglio esotico degli atti indiani sono resi con una pulizia ed una semplicità encomiabili, come pure le proiezioni a video a sipario chiuso negli entre'act.
Nel ruolo eponimo cantava Veronica Simeoni.
La scrittura della parte di Selika è indubbiamente per soprano drammatico  mentre la Simeoni è un mezzosoprano, dalla voce bellissima e ambrata, ma che spende una fatica immane nella gestione dei fiati nella parte alta del rigo.
La sua voce è ideale nelle parte drammatiche e d'affetto del testo musicale, ma risulta spesso in affanno nei momenti  spiccatamente belcantistici come l'aria “Sur mes genoux” o il duetto “O longue souffrance”.
Ines era Jessica Pratt, che ha cantato con la consueta precisione e meraviglia di accento e timbro una parte in questa produzione purtroppo tagliatissima.

Che dire del Vasco de Gama di Gregory Kunde? Alla soglia dei sessant'anni il cantante americano ci regala sorprese canore impensabili. Kunde possiede una impressionante varietà di timbro, lo scavo della parola e la precisione nell'accento sono quanto di più bello ci sia dato da ascoltare negli ultimi anni. Il suo Vasco de Gama è credibile anche nella recitazione che si lega a doppio filo alla precisione e alla coerenza del dettato vocale.

Il Nelusko di Angelo Vecciapossiede una presenza scenica non comune, unita ad una capacità vocale di alto valore, il suo personaggio risulta credibile in toto, molto buona la sua “Adamastor, roi des vagues”.

Luca dall'Amico è un Don Pedro che si distingue per correttezza di canto e un giusto livello di cattiveria, senza mai cadere nel rischio di creare un personaggio esageratamente trucido.

Ruben Amoretti da' corpo al personaggio del Grand-Pretre de Brahma con voce calda e pulita nell'emissione.
Corretti il Don Diego di Davide Ruberti, il Grand Inquisiteur de Lisbonne di Mattia Denti e l'Anna di Anna Bordignon, il Don Alvar di  Emanuele Giannino.
Emanuel Villaume a capo dell'orchestra della Fenice, dirige con piglio asciutto una partitura dove Meyerbeer alla grande arcata sinfonica, preferisce melodie di breve respiro. Villaume sa che la sorvegliatissima arte del compositore tedesco raggiunge uno straordinario splendore orchestrale e ne approfitta seguito da un'orchestra in splendida forma.
Notevoli il finale primo, la scena della tempesta e l'assalto degli indiani al terzo atto. Bravo come sempre il coro preparato da Claudio Marino Moretti.
Successo caloroso per tutti con punte di ovazioni per Kunde.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore      Emmanuel Villaume
e direttore                   
regia                               Leo Muscato

scene                             Massimo Checchetto
costumi                          Carlos Tieppo
light designer                Alessandro Verazzi
video designer              Fabio Iaquone, Luca Attilii


IL CAST

Inès                              Jessica Pratt
Sélika                           Veronica Simeoni
Vasco de Gama             Gregory Kunde
Don Alvar                     Emanuele Giannino
Nélusko                       Angelo Veccia
Don Pédro                   Luca dall’Amico
Don Diego                   Davide Ruberti
Le grand inquisiteur
de Lisbonne                  Mattia Denti
Le grand-prêtre
de Brahma                   Ruben Amoretti
Anna                           Anna Bordignon



Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

in lingua originale con sopratitoli in italiano e in francese

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel 150° anniversario della morte di Giacomo Meyerbeer




DIE FRAU OHNE SCHATTEN, R.STRAUSS - METROPOLITAN OPERA HOUSE, NEW YORK , 12 novembre 2013



STIMME DES FALKEN 
klagend
Wie soll ich denn nicht weinen?
Wie soll ich denn nicht weinen?
Die Frau wirft keinen Schatten,
der Kaiser muss versteinen! 

Il Met sembra abbia voluto anticipare di un anno le celebrazioni per il 150o anniversario dalla nascita di Richard Strauss, proponendo questa stagione Die Frau ohne Schatten, Rosenkavalier ed Arabella, a poca distanza tra loro.

La produzione di Frau ohne Schatten è una ripresa dell'allestimento del 2001 firmato per regia, scene e costumi da Herbert Wernicke, del quale mantiene intatto il fascino e la magia.
L'idea del regista tedesco è abbastanza tradizionale, ma quanta intelligenza nel proporcela!
Egli divide il mondo degli spiriti eletti e quello dei mortali in due set distinti tra loro, grazie alle meraviglie tecnologiche del teatro newyorchese.

Il mondo dell'imperatrice e di Keikobad scintilla nell'illusione di sogni irrealizzati, pareti di specchi circondano i personaggi celesti dell'Imperatrice e dell'Imperatore, le luci si spostano in continuazione sui cantanti in maniera quasi nevrotica a simboleggiare i loro stati mentali cangianti e i pensieri occulti della Nutrice mentre sullo sfondo si proiettano immaginiicone della fertilità.
La calata nel regno degli umani della Nutrice e dell'Imperatrice è spettacolare! L'intero palcoscenico si solleva mostrandoci con l'illusione della prospettiva e senza soluzione di continuità, un mondo industriale ma non truce: la bottega del tintore.

Qui il simbolismo e il contrasto tra i due mondi è sorprendente. Dove il piano superiore è accecante e raggiante di buio ma fisicamente libero, il piano inferiore è ingombro di un trovarobato industriale e malamente illuminato da luci di fabbrica, quanto di più perfetto per un libretto che Hofmanstal concepì durante gli orrori della prima guerra mondiale.

Trionfatrici della serata sono state Christine Goerke nei panni della moglie del tintore e Ildiko Komlosi in quelli della Nutrice.
La Goerkepossiede una voce immane, di grande potenza, ma che sa usare con estrema precisione, dove l'attenzione al testo unita ad una sensibilità espressiva, le conferiscono una genuina umanità. Una voce duttile nel più ampio senso della parola, difficilmente inquadrabile negli schemi di soprano lirico o lirico spinto, giacché la sua versatilità è impressionante, riuscendo a scavalcare senza problema alcuno l'immensa orchestra straussiana e il grande auditorium.

Ildiko Komlosi è stata ciò che deve essere una Nutrice. Una nutrice scura, nera, vocalmente e scenicamente impressionante per la tensione che è riuscita a regalarci dall'inizio alla fine, con punte di vera emozione nella scena di fronte alla porta di Keikobad, quando vede sgretolarsi miseramente il suo piano cercando freneticamente una via di uscita. Anche per lei un trionfo meritatissimo.

Nel ruolo dell'Imperatrice Anne Schwanewilms ci è parsa un po’ fuori luogo, pur cantando nella sua lingua madre, nessun accento drammatico vibrava nella sua voce, interpretando un'Imperatrice spenta e in qualche punto in affanno vocale. Nonostante gli sforzi del direttore Jurowski la sua voce spesso risultava coperta in toto dall'immensa orchestra straussiana.

Personaggio centrale di quest'opera e di questa produzione è il Falco interpretato vocalmente da una brillante Jennifer Check e scenicamente dal mimo Scott Weber, il quale, coperto da un vestito rosso sangue, con i suoi sbandamenti, giravolte e ricadute, suggerisce un patetico e costante tentativo di prendere un volo che mai ci sarà.

Torsten Kerl ha cantato il ruolo dell'Imperatore con una voce bellissima, ricca di armonici e sfumature passionali, meraviglioso il monologo del secondo atto, riuscito con una tensione drammatica e una dolcezza espressiva da manuale.
Barak il tintore era Johan Reuter, baritono dalla voce molto calda, ha disegnato un marito premuroso con voce sicura. Molto ben riuscita la prima scena del secondo atto quando riunisce attorno al suo tavolo mendicanti e fratelli.

Nei numerosi ruoli minori si è distinto Richard Paul Fink come messaggero di Keikobad, particolarmente convincente nelle sue declamazioni di volontà del suo signore.

Vladimir Jurowski dirige l'orchestra del Met con una tensione d'acciaio spingendo continuamente verso il limite le capacità di amalgama bucapalcoscenico. Se il primo atto è stato caratterizzato da una asciuttezza agogica un poco troppo spinta a discapito dell'interpretazione dei cantanti, il secondo e il terzo atto sono parsi più convincenti per un certo allentamento della mano direttoriale, quasi che la tensione e la paura si fossero sciolti lasciando spazio ad un suono preciso, utilizzato per trasmettere le emozioni al centro di questa stupefacente partitura, con sorprendente immediatezza e calore.

Successo calorosissimo per tutti da parte di un teatro attentissimo e particolarmente festoso per Christine Goerke e Ildikò Komlosi.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra            Vladimir Jurowski
Regia scene e costumi           Herbert Wernicke

GLI INTERPRETI

La nutrice                              Ildikò Komlosi
Il messaggero di Keikobad  Richard Paul Fink
l'Imperatore                          Torsten Kerl
L'Imperatrice                       Anne Schwanewilms
Il Falco                                  Jennifer Check
l'Uomo con un occhio solo   Daniel Sutin
L'uomo con un braccio solo  Nathan Stark
Il gobbo                                 Allan Glassman
La moglie di Barak              Christine Goerke
Barak                                    Johan Reuter
Servitori                                Haeran Hong, Disella Larusdottir, Edyta Kulczak
L'apparizione
di un giovane                        Anatholy Kalil
Le voci di sei bambini non nati
                                               A. Bird, A. Emerson, M. Yunus,
M.Marino, R.Tatum.D. Talamantes
Le voci di tre guardiani della città
                                               D. Won, J. Cha, B.Cedel
Una voce dall'alto                 Maria Zifchak
Il guardiano della soglia       Andrey Nemzer

Orchestra  Metropolitan Opera House di New York