IL BARBIERE DI SIVIGLIA, G. ROSSINI – TEATRO COMUNALE G.VERDI DI PADOVA, venerdì 26 settembre 2014

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Con il Barbiere di Siviglia al Teatro Comunale G. Verdi di Padova si inaugura la stagione lirica duemilaquattordici, con un titolo dunque dal fortissimo richiamo di pubblico, che sarà seguito da altri due altrettanto forti: Mabama Butterfly e La Vedova Allegra, che chiuderà anche l’anno solare.
Questa nuovissima produzione nata con una collaborazione tra il teatro patavino ed il Bassano Opera Festival, ha visto impegnato come regista Francesco Esposito e l’impianto scenico di Tommaso Lagattolla, assistito da Emanuele Sinisi
Siamo consapevoli del fatto che il capolavoro di Rossini sia stato messo in scena migliaia di volte e che si cerchi sempre di trovare delle nuove chiavi di lettura  per non cadere nell’ovvio o nel ‘già visto’, ma quello andato in scena ieri sera a Padova non ci è sembrato affatto il Barbiere di Siviglia.

Come spesso accade, l’ambientazione è spostata secoli in avanti ed anche i luoghi non sono quelli concepiti dal librettista. Questo in genere può offrire anche piacevoli sorprese, ma in questo caso siamo dispiaciuti nel costatare quanto l’intera vicenda sia stata completamente stravolta, piegando eventi e dialoghi ad una costante forzatura nel cercare di far comunque quadrare il racconto generale. Ci troviamo in Italia e precisamente negli studi televisivi della RAI degli anni settanta, come sottolineano gli innumerevoli ritagli di giornale precisamente datati che scorrono sullo schermo in background, ove a un certo punto compare anche un articolo che inneggia alla diva protagonista. Non mancano le immagini degli artisti che hanno popolato la televisione  pubblica di quegli anni, come Bongiorno, Mina, Raffaella Carrà, le gemelle Kessler, e così via.
Il nostro barbiere è uno dei tanti collaboratori dell’equipe televisiva, della quale ci viene in pratica illustrata la vita quotidiana nei vari ambienti ben riprodotti, tra provini, registrazioni, spot pubblicitari (il ‘povero’ conte d’ Almaviva indossa una enorme parrucca riccia per pubblicizzare una lacca..) e gli immancabili balletti che oggi come allora completano gli spettacoli.

Il grande protagonista  non sembra tanto essere il furbo Figaro, che tutti cercano nella versione originale per le sue doti di troubleshooter, ma il grande produttore televisivo Bartolo, il quale chiama gli artisti, organizza le sue trasmissioni e ad un certo punto ci regala persino una telefonata al presentatore Pippo Baudo al quale comunica che per la serata inaugurale del suo show sarà presente la grande Franca Valeri.. Naturalmente per rendere minimamente plausibile tutto ciò sono state effettuate modifiche al libretto, aggiungendo dialoghi utili agli eventi qui creati, ed abbiamo udito anche la sigla televisiva degli anni d’oro Rai eseguita al forte-piano da Roberto Loreggian. Inoltre, all'apertura abbiamo potuto ammirare il vecchio logo Rai che introduceva le trasmissioni del giorno e la pausa tra gli atti ci ha riportato sul megaschermo l’ originale intervallo in bianco e nero con le docili pecorelle che affollavano il video…

La storia d’amore tra Il conte/Lindoro e Rosina all’inizio è solo un copione che la Diva capricciosa sta imparando e di cui ricorda a fatica le battute, prontamente redarguita dall’inflessibile produttore Bartolo. In tale clima la meravigliosa serenata alla chitarra di Lindoro è in un primo momento sostituita dall’incipit di ‘Smoke on the water’ dei Deep Purple, poi fortunatamente eseguita regolarmente. Ad un certo punto sarebbe stato davvero difficile ricondurre la narrazione al finale prestabilito, sicché ritroviamo i due ‘divi’ innamorati persi anche nella vita reale che la fanno in barba al produttore smanioso di sposare la sua artista preferita, grazie all’aiuto di Figaro come sappiamo.
Infine, per tutta la rappresentazione siamo stati accompagnati da una figura misteriosa in abito settecentesco che, seduto alla sua seggiola fuori scena accanto ad un televisore acceso sul pavimento, oppure agendo silente in scena, rappresenterebbe il compositore intento a prendere appunti e a fare da supervisore/regista a tutto ciò che accade. Francamente non vediamo lo scopo di tale aggiunta.

In tutto questo la straordinaria partitura del Maestro pesarese è parsa quasi mortificata, costretta a piegarsi accompagnando moti ed eventi che non le appartenevano. Difatti i dolci languori e le trovate geniali sono stati sostituiti dai capricci e dalle trame che si ordiscono da sempre negli ambienti televisivi.

Certamente si riconosce fantasia e coraggio nel mettere in scena uno spettacolo così diverso dal solito, e non siamo nuovi a trasposizioni nel futuro dei più grandi capolavori del passato. Probabilmente però tante idee e spunti qui presentati potevano essere gestiti in maniera diversa per una maggiore coerenza d'insieme.
Doppiamente bravo il cast dei protagonisti che è riuscito a  cogliere comunque lo spirito dei nuovi personaggi e ad adattarlo all’interpretazione vocale.

Rosina è una  femme fatale, dalla personalità forte e capricciosa, che cerca di sfondare nel mondo dello spettacolo e si tiene in forma praticando esercizi alla sbarra insieme al corpo di ballo ingaggiato dalla produzione televisiva. Bravissima Laura Polverelli ad intendere il carattere della diva e far suo il personaggio con grinta e personalità. La sua voce sicura ed agile ci regala ‘Una voce poco fa’ frizzante e precisa, così come risulta essere ogni volta che appare in scena.

Matteo Macchioni impersona Il Conte d’Almaviva. La sua è una voce leggera che a tratti subisce l’orchestra, ma ha carattere, personalità e intonazione dalla sua parte che lo fanno brillare nel ruolo del conte-showman.

Fantastico il Barbiere interpretato da Nicola Alaimo. Nonostante il suo ruolo sia stato un po’ mortificato da questa messa in scena, la sua forza interpretativa, il suo porsi sulla scena e la sua voce enorme ne hanno consacrato una interpretazione maiuscola.

Grande mattatore della serata il Don Bartolo di  Paolo Bordogna. La scena è completamente sotto il suo dominio, il produttore televisivo è qui degnamente impersonato grazie a doti attoriali perfette per come è stato concepito il personaggio, che può contare su una voce bruna che si apre anche verso l’acuto e che offre corpo e volume.

Bene anche il Don Basilio di Riccardo Zanellato che si inserisce con buono spirito nell’affiatato cast ed esegue con successo la sua aria della calunnia.

Ottima la Berta di una spumeggiante Giovanna Donadini, che in questo spettacolo cerca di imitare le ‘mosse’ delle grandi dive, sognando anche di interpretare un film muto, puntualmente ragalatoci dal regista, con tanto di sottotitoli come si usava a suo tempo. Infine Fiorello è un corretto e spigliato Donato di Gioia.

Ombre sulla direzione orchestrale di Gianluca Marciano'. Se questa rappresentazione doveva essere sostenuta da un accompagnamento ancor più brioso e spumeggiante del solito, l’orchestra ci è sembrata spenta e fiacca, quasi impotente di fronte all’incalzare degli eventi.
Il coro è stato diretto da Dino Zambello.
Con la sala piena per questa inaugurazione, il pubblico ha premiato principalmente gli interpreti, che hanno raccolto il meritato successo.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore d’orchestra           Gianluca Marciano'
Regia                                     Francesco Esposito
Scene                                     Tommaso Lagattolla
Assistente alla Scenografia   Emanuele Sinisi
coreografie                             Gabriella Furlani Malvezzi

GLI INTERPRETI

Il Conte d'Almaviva              Matteo Macchioni
Don Bartolo                           Paolo Bordogna
Rosina                                    Laura Polverelli
Figaro                                    Nicola Alaimo
Don Basilio                            Riccardo Zanellato
Fiorello                                  Donato di Gioia
Berta                                      Giovanna Donadini

Coro città di Padova diretto da Dino Zambello
Orchestra di Padova e del Veneto
Corpo di ballo: Padova Danza (Flavio Papini, Niccolò Nanti, Enrico Vignato, Maria Cusinato, Giulia Hornbostel, Silvia Bertoli)

coproduzione tra i Teatri di Padova e Bassano







Foto Giuliano Ghiraldini 

L’INGANNO FELICE , G. ROSSINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 18 settembre 2014

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All’apertura del sipario del massimo teatro veneziano probabilmente ieri sera a molti è balzato in mente il centenario della Prima Guerra Mondiale, che ricorre quest’anno e che viene commemorato in più modi nel nostro paese, così come in Europa. Difatti lo spettacolo ripreso dalla Fondazione Teatro La Fenice datato 2012 de L’inganno felice di Rossini, allora proposto al Malibran, ci porta proprio ai desolanti scenari di quel terribile conflitto che fu la Grande Guerra del 1914-18.
Così il regista Bepi Morassi ha evidentemente ritenuto che fosse possibile trasportare le vicende pensate per uno sperduto distretto minerario previsto dal libretto, ove comunque erano presenti militari al servizio del duca Bertrando, verso una specie di campo militare in rovina ove il suddetto duca è invece una autorità militare. La scena immutabile, teatro delle vicende poetate da Giuseppe Maria Foppa, così come i costumi, sono realizzati dai bravissimi allievi dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
 
Al di là  che questo spettacolo possa piacere o meno resta il fatto che questa cosiddetta ‘farsa’ presenta in sé anche elementi non specificatamente burleschi. Non mancano per esempio momenti di profonda malinconia, si pensi alla nostalgia di casa ed allo struggimento di Isabella per il duca che l’ha creduta infedele; o elementi che sfiorano la tragedia, come l’abbandono della stessa in mare in balia del destino su ordine del malvagio Ormondo, le cui lascive profferte amorose erano state respinte dalla stessa duchessa; oppure largo spazio ai sentimentalismi, con il buon Tarabotto che accudisce senza riserve la donna sopravvissuta spacciandola come nipote. Potrebbe dunque non dispiacere la vena tra il serio ed il malinconico di cui il regista ha reso pregna questa messa in scena, non priva comunque di qualche trovata che alleggerisce l’atmosfera in più punti, cosa che consente dunque di non tradire il  libretto. Ovviamente ci pensa poi la musica di Rossini ad aggiungere quel tocco di leggerezza e vivacità per questo atto unico che vede naturalmente trionfare il bene e l'amore, con tanto di improbo in gattabuia.

Ad accompagnare i protagonisti il direttore Stefano Montanari, si conferma come uno dei più brillanti specialisti del genere. Col suo ‘tocco’ l’orchestra si fa delicata, segue ed amplifica le sensazioni sceniche con gusto ed efficacia interpretativa.

Una buona  Marina Bucciarelli è la sfortunata Isabella. Lieve ed eterea come la sua voce si disimpegna lodevolmente nel suo personaggio dalle svariate peripezie.
Brilla nel ruolo di Tarabotto l’impeccabile Omar Montanari  che si mostra ancora una volta a suo agio nell’interpretare ruoli ove oltre a doti canore occorrono spiccate capacità recitative, sottolineate anche dalla voce importante e colorita.
Il duca Bertrando è  Giorgio Misseri. Anch’egli uso a questo tipo di repertorio, interpreta un duca in bilico tra l’innamorato dubbioso ma nostalgico e l’austero uomo di potere, cercando di sfruttare al meglio le qualità della sua voce leggera e melodica.
I due filibustieri Ormondo e Batone sono rispettivamente Marco Filippo Romano e Filippo Fontana. Come tutto il gruppo maschile l’interpretazione è convincente ed il colore delle voci dei due manigoldi risulta misuratamente  adeguato ai ruoli proposti.

Con piacevole sorpresa il Teatro la Fenice ha registrato il tutto esaurito ed il pubblico ha manifestato vivo entusiasmo per tutti gli interpreti, sottolineato da copiosi applausi lungo tutta la rappresentazione e naturalmente al termine.

Maria Teresa Giovagnoli 


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Stefano Montanari
e direttore
Regia                                     Bepi Morassi
Scene, costumi e luci             Accademia di Belle Arti di Venezia

GLI INTERPRETI

Bertrando                             Giorgio Misseri
Isabella                                  Marina Bucciarelli
Ormondo                               Marco Filippo Romano
Batone                                   Filippo Fontana
Tarabotto                              Omar Montanari


Orchestra del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano e inglese

produzione Atelier Malibran



Foto Michele Crosera

GALA LIRICO: LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, sabato 13 settembre 2014.

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All’interno di un fine settimana ricco di iniziative culturali di sicuro interesse per la città di Treviso si è inserito l’evento forse più atteso dal pubblico e fortemente voluto dal direttore artistico Giuseppe Aiello che, grazie anche al sostegno della Regione Veneto, è riuscito a portare sul palcoscenico del Teatro Mario del Monaco l’opera forse più rappresentativa del genio e della sensibilità di Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor. In un periodo storico disastroso per la cultura italiana e per la gestione di certi luoghi simbolo dell’arte e della bellezza, è davvero importante dare un segnale positivo e dimostrare che con professionalità ed efficienza si possono porre in essere eventi di questo genere. L’opera è stata eseguita in forma di concerto, introdotta dal saluto del direttore artistico Aiello e poi dalla giornalista e musicologa Elena Filini, che ne ha brevemente anticipato i contenuti anche sotto il profilo psicologico ed introspettivo.

Ad interpretare il ruolo di Lucia abbiamo ritrovato l’artista che si pone tra le più esperte del momento e che ormai naviga questo ruolo con una disinvoltura davvero disarmante: il soprano Jessica Pratt. A nostro avviso ancor più che di consueto, probabilmente data l’aria di ‘festa’ che aleggiava nella serata, l’interprete ha dato sfoggio di ciò che la sua voce è in grado di proporre. Il suo canto stupisce per l’ampia estensione vocale, la ricchezza timbrica e la chiarezza nel fraseggio.
La scena della pazzia le è valsa una autentica ovazione con applausi prolungati e festanti.    

Il suo amore contrastato è stato l’Edgardo di Alessandro Scotto di Luzio. Ci ha regalato un personaggio vigoroso ed appassionato, carico di ardore vibrante sia nel cuore che nella voce.

Sul palcoscenico ha conquistato la scena con piglio sicuro ed impassibile il Lord Ashton di Claudio Sgura, personalità prorompente che si estrinseca anche tramite un timbro vocale importante e brunito dall’ottimo volume. 
Raimondo Bidebent è stato Dario Russo, un educatore accorato e partecipe degli eventi di cui abbiamo ancora apprezzato il particolare colore della voce. Felice sorpresa è stata la brava Deborah Humble come Alisa, mentre lo sfortunato ed indesiderato sposo è stato Riccardo Gatto, alias Lord Arturo. Completa la ‘squadra’ in campo Carlos E Bárcenas come capo degli armigeri di Ravenswood.

Ci piace sottolineare che ciascuno dei personaggi è stato reso con massimo impegno ed efficacia scenica, il che non è sempre sottinteso quando un’opera di questa portata viene eseguita in forma di concerto. Probabilmente lo si deve grazie anche al supporto di una valida cornice musicale che ha visto la sua realizzazione da parte dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta diretta da Giampaolo Bisanti. Al suo debutto col titolo donizettiano, ma non nuovo al compositore bergamasco, il Maestro milanese ha sciolto le corde che compongono la partitura con una particolare attenzione ai dettagli. Se in questo capolavoro l’orchestra è quanto mai protagonista descrittiva delle circostanze narrate,  in tal caso ha acquisito anche un tocco particolarmente elegante tanto nella concitazione quanto nel più intenso lirismo. 

A completare l’esecuzione l’apporto del Coro Lirico Amadeus  che sin dall’inizio della sua attività ha in repertorio questo celeberrimo dramma.

Successo calorosissimo da parte di un pubblico vivamente entusiasta e commosso.
MTG 


IL TROVATORE, GIUSEPPE VERDI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 11 settembre 2014

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Ritorna al Teatro La Fenice di Venezia il Trovatore nell’allestimento coprodotto nel 2010 con il Teatro Regio di Parma che fu presentato in laguna nel dicembre 2011.  Lo spettacolo concepito da Lorenzo Mariani ci presenta una atmosfera molto lugubre in generale, ove un alone di inquietudine fosca serpeggia nei singoli personaggi, che però li priva di quelle molteplici sfaccettature psicologiche di cui questa opera dalla trama crudele è pregna. Dal punto di vista prettamente visivo, inoltre, neanche le scene di William Orlandi, che firma anche i costumi, possono essere definite particolarmente memorabili. Attualmente ci si trova spesso davanti a messe in scena piuttosto essenziali, ove però con semplici elementi, effetti luminosi o proiezioni, egualmente si crea quella particolare atmosfera che consente sia agli interpreti che al pubblico di immergersi nel dramma, talvolta anche con risultati sorprendenti. Non è questo il caso. Ciò che si presenta ai nostri occhi non sembra giovare particolarmente alla rappresentazione:  uno splendido cavallo bianco (finto) in scena con sfondo buio, la luna rossa o pallida a seconda del caso, sempre circondata da oscurità ed incombente sui personaggi, o pochissimi altri elementi presenti sulla scena pressoché desolante, sempre in semi oscurità, nonostante qualche studiato effetto di luce ad opera di Christian Pinaud, sono davvero troppo poco per un’opera incredibilmente ricca di contenuti, azione, sentimenti e soprattutto dramma.


Il cast chiamato all’appello per questo amatissimo capolavoro verdiano è sulla carta di prim’ordine, ma non è mancata qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista interpretativo.  
La dolce Leonora è impersonata da Carmen Giannattasio. Il soprano sembra aver sofferto della regia fin troppo limitante, che offre poco scavo nei caratteri dei personaggi, portandola ad una interpretazione più di forza che di sentimento, priva di quei meravigliosi filati o mezze voci, quasi sospiranti, che ci si aspetta in più punti dal suo personaggio. Anche la meravigliosa ‘D’amor sull’ali rosee’ è sembrata poco più di un esercizio accademico.

Manrico è un prorompente Gregory Kunde. Interessante registrare il suo debutto nel ruolo; il tenore ha ancora una volta mostrato di volere e potere rischiare personaggi nuovi, possedendo tutte le carte in regola per donarsi e donare in scena ciò che ci si aspetta: generosità, interpretazione e grinta senza risparmiarsi, sia vocalmente, che fisicamente.

Il Conte di Luna di Artur Rucìnski stavolta non ci ha convinto del tutto. Il baritono ci ha abituati in passato ad esecuzioni coerenti dal punto di vista vocale ed attoriale, ma in questo caso è parso leggermente sopra le righe, con atteggiamenti un po’ forzati, probabilmente anch’egli portato ad aggiungere ‘del suo’ a quanto non proposto dalla regia.

La gitana Azucena è Veronica Simeoni. Sono indubbie le sue qualità interpretative, la voce sicura e agile, ma non possiamo definirla una Azucena per antonomasia. Il suo timbro particolarissimo non andrebbe forzato ad un carattere che non possiede e di ciò ne risente anche il personaggio, per quanto il mezzosoprano sia di solito bravissima come attrice.

Si disimpegna discretamente come Ferrando Roberto Tagliavini. Nei ruoli di contorno registriamo Lucia Raicevich, buona Ines;  Ruiz, ossia Dionigi D’Ostuni; un vecchio zingaro, Salvatore Giacalone; infine un messo,  Bo Schunnesson .

Qualche ombra anche sulla direzione del Maestro Daniele Rustioni. La sua fama di giovane talentuoso lo precedeva e dopo gli ottimi risultati ottenuti precedentemente nello stesso teatro ci aveva fatto attendere una interpretazione più curata ed approfondita della partitura verdiana. Quel che ci è giunta è però una esecuzione piuttosto generica e ‘voluminosa’, priva di quell’attenzione ai dettagli, alla caratterizzazione di ogni sequenza, dandoci quasi l’impressione che prioritario fosse condurre a termine l’opera.
Il coro preparato da Marino Moretti ha invece risposto al meglio nonostante la cornice non fosse delle migliori.
Successo da parte del pubblico che ha salutato tutti i protagonisti, ma soprattutto Kunde, con autentiche ovazioni.    

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                  Daniele Rustioni
Regia                          Lorenzo Mariani
Scene e costumi
         William Orlandi
Light designer
           Christian Pinaud


GLI  INTERPRETI

Il conte di luna          Artur Rucìnski
Leonora                     Carmen Giannattasio
Azucena                     Veronica Simeoni 
Manrico                     Gregory Kunde 
Ferrando
                   Roberto Tagliavini
Ines
                            Lucia Raicevich
Ruiz                           Dionigi D’Ostuni
Un vecchio zingaro
   Salvatore Giacalone
Un messo
                   Bo Schunnesson

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice 







Foto Michele Crosera

INTERVISTA A VITTORIO GRIGOLO

INTERVISTA A VITTORIO GRIGOLO

Il giovane tenore Vittorio Grigolo, che vanta già innumerevoli successi nei più grandi teatri d'opera di tutto il mondo ed è impegnato in questi giorni all'Arena di Verona con 'Roméo et Juliette' di Gounod, nel ruolo dello sfortunato innamorato, ci ha dedicato con grande simpatia qualche momento di una sua giornata tra una recita e l'altra, per parlare di sé e della sua carriera, regalandoci anche una gradita sorpresa nel finale. Buona visione! 

MTG
                                         Prima parte

                                      https://www.youtube.com/watch?v=SqBR9WYpR-8



                                         Seconda parte



                                         Terza parte

 

                                          https://www.youtube.com/watch?v=hzucgKBzoWo

INTERVISTA AD ANDREA BATTISTONI


Oggi abbiamo il piacere di incontrare un giovane direttore d’orchestra che ha velocemente conquistato le platee dei più importanti teatri del mondo. A soli ventisette anni il veronese Andrea Battistoni  è una presenza stabile al Festival dell’Arena di Verona ed ha già diretto in quasi tutti i maggiori teatri d’Italia (a soli ventiquattro anni il debutto alla Scala), in prestigiosi teatri d’Europa ed anche in Giappone e Cina. Il Maestro ci ha raggiunti all’Hotel Europa nel centro della sua città, in una brevissima pausa dai suoi innumerevoli impegni e ci ha fatto scoprire tante cose di sé e del suo lavoro, confermando di essere una persona cordiale, generosa e davvero simpatica. Buona visione allora!
 
 

MTG

Intervista completa

 

                                         




 

 



ROMÉO ET JULIETTE, CHARLES GOUNOD – ARENA DI VERONA, sabato 23 agosto 2014






Con l’ultimo titolo in cartellone si avvia alla conclusione anche la stagione 2014 dell’Arena di Verona, bagnata sfortunatamente dai temporali che hanno irrotto in più di una occasione nel bel mezzo delle rappresentazioni. Per fortuna alla prima di Roméo et Juliette di Gounod, tutto è andato liscio ed abbiamo potuto godere del sempre gradevole spettacolo offerto dalla regia di Francesco Micheli, con le scene di Edoardo Sanchi. Torniamo ogni anno volentieri a rivedere questa produzione che mischia il sapore antico degli arcinoti eventi con l’ormai celebre allestimento, diremmo futuristico, ricco di coloratissimi materiali metallici, ove l’uso di impalcature e scale mobili consente agli interpreti di muoversi in scena quasi con prodezze atletiche, indossando i sorprendenti costumi di Silvia Aymoninodal sapore vagamente rinascimentale, ma completati da accessori del tutto avveniristici, per certi versi quasi ‘spaziali’. Ogni anno si ripete il volo delle colombe dalla struttura che funge da balcone di Giulietta a suggello dell’amore appena dichiarato, esplode l’ardente fuoco dallo pseudo automezzo alato che entra in scena con Stéphano e rivivono tutte quelle piccole stranezze che rendono unico questo spettacolo, già confermato anche per la prossima stagione.  

Qualche perplessità è giunta dal punto di vista musicale.  

Probabilmente il poco tempo a disposizione per le prove unitamente alla pioggia dei giorni precedenti non hanno consentito uno scavo della partitura tale da ottenere il meglio dall’ orchestra che in altre occasioni ha brillantemente figurato. Così la direzione di Jean-Luc Tingaudè stata per certi versi contraddittoria: da un lato il Maestro ha mostrato un piglio deciso e teso a tenere alta la tensione narrativa, ma ciò si è spesso tradotto in ritmi fin troppo serrati, anche dove ci saremmo aspettati maggiore distensione per sottolineare il lirismo del momento; in altri casi invece il suono è sembrato non decollare risultando piuttosto piatto.
 
Non sembra averne sofferto il mattatore della serata: il tenore Vittorio Grigolo, dotato di voce di bel colore, acuta e sicura in tutta la gamma del suo registro. La sua interpretazione di Roméo spicca rispetto a tutti gli interpreti principali, si muove sul palco con consapevolezza, fa sua la scenografia sfruttando a pieno i suggerimenti registici ed ogni atteggiamento è in funzione della parola. Grande entusiasmo ha suscitato l’uscita di scena correndo con la partner in braccio e non mano nella mano, come solitamente previsto da questa regia, che preannuncia per i due giovani il compimento del loro amore finalmente nell'aldilà .

La Juliette di Lana Kosmostra sicurezza e freschezza interpretativa ed ottimo feeling col partner, pur non arrivando a toccare il cuore con la fiamma della passione amorosa che dovrebbe arderle dentro. Bella è la voce che segue una linearità di canto omogenea, che conquista ma non sempre spicca, per esempio quando impegnata nei duetti d’amore col partner Roméo.  

Cristian Riccida’ voce al personaggio di Tybalt, certo impegnato nella parte ed offrendo una voce delicatamente slanciata in acuto, ma un po’ leggerina per il grande anfiteatro veronese.

Di cuore l’interpretazione di Michael  Bachtadze nei panni di Mercutio, come anche quella di Dario Giorgelènei panni di Grégorio. 

Annalisa Stroppaè uno Stèphano spigliato che con buona tempra interpreta la sua aria della Tortorella, ma la voce particolarmente corposa e scura dell’interprete non ci sembra molto adatta ad un giovane paggio. 

Elena Serraha dato onore al piccolo ruolo della nutrice Gertrude. Il conte  Pârisè Nicolo' Ceriani, mentre il sempre bravo Carlo Bosiè Benvolio. A chiudere il cast registriamo le figure austere del Duca di Verona Deyan Vatchkov, Frère Laurent, Giorgio Giuseppini, ed Enrico Marruccicome Capulet, parso non nella sua forma migliore.

Il coro dell’Arena è preparato con attenzione da Armando Tasso, mentre lo spettacolo è arricchito dalla presenza del corpo di ballo diretto da Renato Zanella.

Al termine, applausi convinti per tutti i protagonisti con ovazioni quasi da stadio per la coppia Grigolo, Kos.

MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Jean-Luc Tingaud
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Silvia Aymonino
Coreografia
Nikos  Lagousakos
Direttore del coro
Armando Tasso


GLI INTERPRETI
Juliette
Lana Kos
Stèphano
Annalisa Stroppa
Gertrude
Elena Serra
Roméo
Vittorio Grigolo
Tybalt
Cristian Ricci
Benvolio
Carlo Bosi
Mercutio
Michael  Bachtadze
Pâris
Nicolo' Ceriani
Grégorio
Dario Giorgelè
Capulet
Enrico Marrucci
Frère Laurent
Giorgio Giuseppini
Le duc de Vérone
Deyan Vatchkov

ORCHESTRA, CORPO DI BALLO , CORO E TECNICI DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA
Direttore del corpo di ballo Renato Zanella, Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia.










Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

INTERVISTA AD ANITA RACHVELISHVILI


Inauguriamo una nuova sezione di interviste, in video, con il mezzosoprano che è diventato in pochissimo tempo la Carmen di riferimento per tutti i maggiori teatri del mondo ed è amata moltissimo dal pubblico, per il modo incredibile in cui da’ vita a questo e ad altri personaggi e per la sua voce potente e dal timbro molto sensuale. Ha debuttato in questo ruolo al Teatro alla Scala divenendo subito una delle artiste più ricercate. Stiamo parlando di Anita Rachvelishvili, splendida georgiana che mostra di possedere cuore e passione italiani! La incontriamo tra una recita e l’altra di Aida all’Arena di Verona, in cui interpreta una straordinaria Amneris, dedicandoci qualche minuto del suo preziosissimo tempo, con tanta cordialità e disponibilità. 
 
 
          Prima parte
    https://www.youtube.com/watch?v=38f3WaciDr0

 


                
         Seconda parte
                                         
MTG



 

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, venerdì 15 agosto 2014





Nella sera di Ferragosto di questa estate parecchio capricciosa dal punto di vista meteorologico, a centodieci anni dal suo debutto al Teatro alla Scala di Milano, nonché a novanta anni dalla morte di Giacomo Puccini, come molti teatri quest’anno, anche la Fondazione Arena di Verona ha voluto celebrare una delle opere più rappresentate del compositore toscano, Madama Butterfly, riprendendo l’allestimento di Franco Zeffirelliche tanto successo ha riscosso nelle passate edizioni in cui è stato proposto, datato anno 2004 e ripreso fin’ora per quattro volte. Come sempre le ricche scenografie generano sorpresa e stupore, lasciano spesso il pubblico a bocca aperta per eleganza, cura pedissequa del dettaglio scenico e per l’incredibile efficacia in funzione degli eventi. Sembra che la città di Nagasaki sia quasi incastonata nelle pietre millenarie dell’anfiteatro, con la foresta di bambù raffigurata sui pannelli nel fondo ad incantare lo sguardo dello spettatore che colga anche gli effetti luminescenti creati sulle gradinate che si scorgono alle spalle. Un senso di nostalgia ci pervade grazie alle luci soffuse in scena, laddove per incanto appare la casetta di Cio-Cio-San, deliziosa e ricca di ogni più piccolo dettaglio: il tetto con  pali e travi in legno, le porte scorrevoli, la mobilia tipica fatta di pochi ma funzionali elementi, come la trapunta srotolata sul pavimento, tavolini e  lampade, e lo splendido giardino con piccoli cespugli di fiori. Ancora una volta il valore aggiunto all’allestimento zeffirelliano è costituito dagli splendidi costumi tradizionali di Emi Wada.


In tanta meraviglia è parso però che in questa ripresa mancasse qualcosa dal punto di vista interpretativo in generale. Non abbiamo colto il senso di drammaticità che caratterizza da sempre questa tragedia, quel pathos e crescente dolore che ci si aspetterebbe da parte dei protagonisti .

Oksana Dykacome Cio-Cio-Sanè corretta dal punto di vista esecutivo, il colore della sua voce è pastoso e morbido, ma non trasmette la dolce ingenuità da giovinetta, né il dolore di donna ripudiata ed oltretutto abbandonata dal suo amore grande. A nostro avviso potrebbe raggiungere risultati decisamente più ragguardevoli con una interpretazione più accorata e più coinvolta.

Pinkerton è Roberto Aronica. Il suo strumento è di bel colore come ha ben mostrato in più occasioni, ma in questo caso sembra eccedere nell’enfasi interpretativa, il che lo porta a caricare anche troppo il personaggio, che pur sarebbe nelle sue corde, evidenziando qualche difficoltà in acuto, come per esempio nel duetto d’amore al termine del primo atto.

Più coerente nel suo ruolo Veronica Simeonicome fedele Suzuki. La sua bella voce importante unita anche ad una interpretazione piuttosto sentita le hanno consentito di ben figurare sia dal punto di vista vocale che attoriale. Gabriele Vivianicome Sharpless ha una voce piuttosto brunita che gli consente di eseguire con discreto piglio il ruolo del severo ma compassionevole console americano.
Nei ruoli di contorno figurano anche Francesco Pittari come Goro e lo zio Bonzo di Paolo Battaglia, dalla voce particolarmente calda.
Completano il folto cast Alice Marini, alias la signora Pinkerton, il Principe Yamadori, Federico Longhi, il Commissario Imperiale, Nicolo' Ceriani, L'Ufficiale del Registro, Victor Garcia Sierra, la madre di Cio-Cio-San, Chiara Fracasso, e la cugina di Cio-Cio-San, Elena Borin.

Il Maestro Marco Armiliatoha dato una impostazione diremmo intimistica alla sua direzione, cercando  un approfondimento lirico nei momenti di maggiore pathos. Dalla dolce e raffinata illusione iniziale, l’orchestra si arricchisce e acquista maggiore corpo man mano che il dramma prende vita.
Il coro dell’Arena diretto come sempre da Armando Tassoin questa opera, in particolar modo, arriva al cuore del pubblico con il celebre canto a bocca chiusa dell’ atto secondo.
Delizioso il piccolo interprete di Dolore, che ha intenerito il pubblico con i suoi  interventi.
Al termine della serata, il pubblico ahi noi non numerosissimo ha dimostrato di apprezzare lo spettacolo e tutti i suoi protagonisti.

MTG


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Marco Armiliato
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Costumi
Emi Wada
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Movimenti coreografici
Maria Grazia Garofoli

GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San
Oksana Dyka
Suzuki
Veronica Simeoni
Kate Pinkerton
Alice Marini
F. B. Pinkerton
Roberto Aronica
Sharpless
Gabriele Viviani
Goro
Francesco Pittari
Il Principe Yamadori
Federico Longhi
Lo zio Bonzo
Paolo Battaglia
Il Commissario Imperiale
Nicolo' Ceriani
L'Ufficiale del Registro
Victor Garcia Sierra
Madre di Cio-Cio-San
Chiara Fracasso
Cugina di Cio-Cio-San
Elena Borin


ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA









Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

DER FLIEGENDE HOLLÄNDER, RICHARD WAGNER - BAYREUTHER FESTSPIELE, 8 agosto 2014



HOLLÄNDER
(zu Senta)

“Du kennst mich nicht, du ahnst nicht, wer ich bin!”
  
Come è prassi alla verde collina di Bayreuth, non si capisce come un allestimento accolto nel 2012 come immondo e salutato da urla e improperi all'indirizzo del regista Jan Philipp Gloger, possa venire salutato come un trionfo solo due anni dopo.

Ma appunto ormai ci si è probabilmente talmente assuefatti ai lavori controversi (per usare un termine scrivibile) proposti ogni anno dalla direzione del festival delle sorelle Wagner, che ormai il motto degli spettatori si può riassumere in “chiudi gli occhi e goditi la musica”.

Archiviata la querelle sul presunto tatuaggio nazista del basso Nikitin ingaggiato all'epoca per la parte dell'Olandese, il focus del pubblico si è concentrato sull'improponibile lavoro drammaturgico che il regista Jan Philipp Gloger e la drammaturga Sophie Beker hanno impostato per questo Fliegende Hollander.

Il mare, personaggio silente ma perennemente presente nell'opera wagneriana, è qui sostituito da un reticolo di  diodi in perenne sfarfallamento che avvolge la scena verticalmente sulla quale una serie di orologi numerali al neon, ci ricordano (probabilmente) i profitti in salita dell'azienda di produzione di ventilatori di Daland.
L'idea sembrerebbe essere quella di un mercato globale che continuamente ci circonda e ci controlla.
Daland apprendiamo essere quindi il proprietario di questa azienda di produzione di ventilatori (sic!) dove lo Steuermann del libretto diventa un petulante e precisino segretario tutto teso a far quadrare i conti e il suo equipaggio è sostituito dagli impiegati in giacca e cravatta di cui sopra. Non si capisce il motivo per il quale però i due nostri si trovino nel primo atto su di una barchetta in piena notte in doppiopetto e grisaglia....
 L'Olandese si presenterà a loro come un uomo d'affari depresso con tanto di trolley al seguito rigonfio di dollaroni sonanti, in cerca di affetto a buon prezzo, giacché non trovandolo tenterà il suicidio durante il monologo del primo atto tagliandosi le vene ovviamente senza riuscirci.
Senta qui diventa la figlia controversa in un mondo di operaie addette alla produzione dei famigerati ventilatori, in cerca di un suo misterioso perché di vita, Erik è il garzone tuttofare della fabbrica, perennemente con la pistola per silicone in mano e Mary la petulante segretaria. Dopo aver comprato la fabbrica di Daland con i succitati soldoni e averla resa profittevole, l'Olandese apprende del presunto amore tra Senta ed Erik e nel giro di poche battute si suiciderà per il dolore (questa volta per davvero) seguito a ruota da Senta. Cala velocemente il sipario, si spengono le luci e sugli ultimi sublimi accordi si riapre il sipario mostrandoci il cinico Daland con il felicissimo segretario Steuerman produrre non più ventilatori, bensì statuette ricordo in plastica dei due sfortunati amanti.
 Amen.

Come prassi vuole a Bayreuth, contraltare ad un allestimento inguardabile stava un’ esecuzione musicale di altissimo livello.

Christian Thielemann ha diretto l'orchestra del Festspielehaus con la consueta magistrale bravura, fatta di un'instancabile intensità ed omogeneità di suono senza pari, supportando la meravigliosa tensione della partitura wagneriana per tutta la durata dello spettacolo. Thielemann sceglie di condurre la versione definitiva del Fliegende Hollander composta da Wagner, meno tesa di quella originale, ma sicuramente più adatta alla natura interpretativa romantica del Direttore tedesco.

Il coro del Festispielehaus diretto da Eberhard Friedrich, ha ancora una volta giustificato la sua reputazione come il migliore del mondo in questo repertorio, cantando con una tale concentrazione ed uniformità di suono da lasciare a bocca aperta.

Samuel Youn, non possiede il tonnellaggio vocale richiesto per il ruolo dell'Olandese ma, aiutato dall'acustica del teatro, tratteggia il personaggio con la giusta dose di sofferenza e dignità richiesta dalla partitura risultando infine più che credibile.

Ricarda Merberth, è una Senta impareggiabile dalla voce d'acciaio, penetrante e ampissima tutta tesa a scandagliare i conflitti e le passioni del suo personaggio.
La sua ballata del secondo atto ci resterà impressa per coerenza drammatica e purezza di suono.

Tomislav Muzek è stato la vera sorpresa di questo allestimento. Il tenore croato canta divinamente la sua parte e le sue due tecnicamente difficili arie con voce sicura e potente facendoci dimenticare i tenorini asfittici spesso chiamati ad interpretare la parte di Erik. Il fraseggio è perfetto senza sbavature e i fiati lunghissimi. Speriamo di ascoltarlo presto in ruoli più maturi.

Kwangchul Youn è stato un Daland credibile, dalla voce sicura e paterna.

Benjamin Bruns ha cantato e recitato la parte dell'iperattivo Steuermann con precisione e partecipazione encomiabili, come pure la Mary di Christa Mayer.

Applausi convinti per tutti con autentico delirio collettivo e numerosissime chiamate al proscenio per Thielemann.


Pierluigi Guadagni

L APRODUZIONE
Direttore d’orchestra
Christian Thielemann
Regia
Jan Philipp Gloger
Scene
Christof Hetzer
Costumi
Karin Jud
Luci
Urs Schönebaum
Video
Martin Eidenberger
Drammaturgia
Sophie Becker
Direttore del coro
Eberhard Friedrich

GLI INTERPRETI
Daland
Kwangchul Youn
Senta
Ricarda Merbeth
Erik
Tomislav Mužek
Mary
Christa Mayer
Der Steuermann
Benjamin Bruns
Der Holländer
Samuel Youn


Foto Bayreuther Festspiele

R. WAGNER, LOHENGRIN - BAYREUTHER FESTSPIELE, 09 agosto 2014

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“Nun sollen wir der Welt entronnen sein,
kein Lauscher darf des Herzens Grüssen nahn.
  
Come disse il compianto Patrice Chereau durante la lavorazione del suo mitico Ring del centenario nel 1976, il pubblico di Bayreuth è l'archetipo del pubblico più conservatore che vi sia: inizialmente respinge qualsiasi novità proposta, quindi la accetta per poi preservarla nella paura che possa accadere di peggio.
Così deve essere, altrimenti non saprei spiegarmi le ovazioni che hanno accolto per il quinto anno consecutivo la stravagante messinscena di questo Lohengrin da parte del  regista Hans Neuenfels dopo averla duramente contestata al suo apparire nel 2010. E sembra che ormai l'unico scopo della direzione artistica delle sorelle Wagner sia quello di dividere il loro pubblico in tre categorie distinte: quelli che credono di partecipare ad un quiz a premi, tentando di indovinare le recondite idee dei registi della Neue Generation tedesca ovviamente senza riuscirci, quelli che escono allibiti dalla sala imprecando e ingiuriando contro di loro e quelli che ascoltano ad occhi chiusi incuranti di ciò che accade sul palcoscenico. La maggioranza credo appartenga alla terza categoria.
 
Lo spettacolo, concepito assieme al drammaturgo Henry Arnold, è una delle cose più stravaganti viste in un teatro dal sottoscritto, un' accozzaglia di idee senza capo né coda proposte al pubblico senza il minimo pudore artistico. La vicenda viene ambientata in un laboratorio di esperimenti, un grande spazio bianco in stile Bauhaus concepito dallo scenografo Reinhard von der Thannen, dove appunto un'umanità di ratti, divisa comunque per classi sociali e capeggiata dal Reratto Heinrich viene sottoposta ai più disparati esperimenti da laboratorio, coadiuvati da tecnici in camice verde e da ratti socialmente eletti ad uccidere altri ratti più sfortunati.
Lohengrin in tutto questo non si capisce se sia lui stesso parte dell'esperimento o colui che salverà i ratti portandoli ad uno sviluppo sociale che li salverà finalmente. Non mi soffermo sul penoso sviluppo drammaturgico in corso d'opera ma vi basti sapere che nel finale lo scomparso principe ereditario del Brabante, non verrà più svelato dal cigno magnanimo ma uscirà da un uovo di cigno (!!) sotto le sembianze di un feto orrendo che distribuisce salsicce ai topi redenti, benedicendoli e salvandoli. Per dovere di cronaca i costumi dei ratti erano sempre di Rheinhard von der Thannen, le luci di Franck Evin e i video dei ratti a fumetti di Bjorn Verloh.

Il rovescio della medaglia di questo Lohengrin è però un'esecuzione musicale di altissimo livello.
Il più grande piacere di assistere ad una recita al Festspielehaus di Bayreuth è poter ascoltare la sua leggendaria orchestra e il superbo coro. La direzione di Andris Nelsons ha reso onore alla partitura wagneriana esaltandone le particolarità immateriali e celesti del primo atto, le profondità malvagie del secondo atto, e le transazioni lunari a livelli di raffinatezza strumentale del terzo atto. Gli strumentisti rispondono alle sollecitazioni di Nelsons con precisione altrove inascoltabile, aiutati dall'acustica impareggiabile del teatro che ne sa esaltare le voci dei singoli strumenti senza coprire le voci umane sul palcoscenico. La prestazione del coro, diretto dall' ormai leggendario Eberardh Friedrich, è stata come sempre impareggiabile per precisione vocale e magniloquenza del volume sonoro.

Nel ruolo di Lohengrin, Klaus Florian Vogt è ad oggi imbattibile. La sua voce cristallina, bianca, e tutta proiettata in avanti senza il minimo uso di artifizi vocali,  lo rende interprete di una raffinatezza incomparabile. La purezza assoluta nella dizione, il timbro adolescenziale ma mai neutro, la più pura capacità di fraseggiare da heldentenor senza quel fastidioso effetto trombone delle vocioni nibelungiche del passato, hanno fatto sì che ogni volta che il Nostro apriva bocca, vi si dimenticava dell'orrore visivo sul palcoscenico.
Per lui autentico delirio alle chiamate finali, con venti minuti di follia collettiva e standing ovation senza fine.

L'italiana Edith Haller ha dato corpo ad Elsa in maniera più che soddisfacente. Già dalla sua prima frase “mei armer Bruder” si è capito che la sua performance sarebbe stata tutta concentrata sulla ricerca di un colore ben definito. La sua è una voce molto aperta con una proiezione robusta e concreta al centro e nelle note basse, ma molto vicina nelle parti acute al grido. La sua Elsa è in sostanza una creatura fiduciosa e serena più che sconcertata e adirata.
Petra Lang è un'autentica fuoriclasse, la sua Ortrud è stata tanto avvincente quanto agghiacciante per capacità di aderenza al dettato musicale. La sua enorme voce ha il potere di rappresentare il male puro che è insito al personaggio di Ortrud rendendolo con un colore bronzeo dall'acuto squillante.
Suo degno compagno Thomas J.Mayercome Telramund ha voce vigorosa e particolarmente duttile, rende il suo personaggio con una caratura drammatica d'impatto notevole, sicuro negli acuti senza mettere il suo organo vocale sotto pressioni inutili e sforzate.
Wilhelm Schwinghammer è stato un Konig Heinrich un po' sottotono, tutto nervi e paura, forse plagiato dalla messinscena che lo voleva come un re debole e nevrotico, si è dimostrato carente nel sottolineare la gravità e la solennità che richiede il suo ruolo.
Samuel Youn, che ha cantato la sera precedente la parte di Holländer nel Fliegende Holländer, si è dimostrato ancora una volta cantante brillante e ispirato.
Convincenti Stefan Heibach, Wilelm van der Heyden, Rainer Zaun e Christian Tschelebiew come quattro nobili.
Successo trionfale per tutti gli interpreti con punte di autentico delirio per Vogt e Lang chiamati al proscenio per più di sei volte consecutive sommersi da urla di giubilo da parte di un pubblico che ha affollato la sala del Festispielehaus, nonostante i canonici 30 gradi interni, con una concentrazione e partecipazione impensabili in altri teatri.


Pierluigi Guadagni 

Direttore d’orchestra
Andris Nelsons
Regia
Hans Neuenfels
Scene
Reinhard von der Thannen
Costumi
Reinhard von der Thannen
Luci
Franck Evin
Video
Björn Verloh
Drammaturgia
Henry Arnold
Direttore del coro
Eberhard Friedrich

Heinrich der Vogler
Wilhelm Schwinghammer
Lohengrin
Klaus Florian Vogt
Elsa von Brabant
Edith Haller
Friedrich von Telramund
Thomas J. Mayer
Ortrud
Petra Lang
Der Heerrufer des Königs
Samuel Youn
1. Nobile
Stefan Heibach
2. Nobile
Willem Van der Heyden
3. Nobile
Rainer Zaun
4. Nobile
Christian Tschelebiew




Foto Bayreuther Festspiele

CARMINA BURANA, CARL ORFF - ARENA DI VERONA, Sabato 9 agosto 2014







Ci sono delle occasioni in cui è particolarmente piacevole raccontare quanto si è visto ed udito in teatro e lo spettacolo offerto ieri dalla Fondazione Arena di Verona costituisce uno di quegli eventi felici. I Carmina Burana di Carl Orff hanno richiamato tantissima gente dall’Italia e dall’Estero, che ha partecipato vivamente e con entusiasmo all’ esecuzione di questa cantata scenica che per la prima volta veniva offerta nell’anfiteatro veronese. In una bella serata finalmente calda e serena, l’orchestra dell’Arena di Verona diretta dal Maestro Andrea Battistoni, il coro della Fondazione di Armando Tasso, insieme al doppio Coro di Voci bianche, A.LI.VE. di Paolo Facincani, con l’ A.d’A.MUS. di Marco Tonini,  ed i tre solisti: il soprano Nadine Sierra, il controtenore Raffaele Pè ed il baritono Artur Ruciński, hanno regalato musica coinvolgente nell’entusiasmo generale.

Musicati  dal bavarese Orff ed eseguiti per la prima volta nel 1937, i Carmina burana: Cantiones profanae cantoribus et choris cantandae, comitantibus instrumentis atque imaginibus magicis  sono stati resi celebri soprattutto per il brano O fortuna che apre e chiude la composizione, grazie anche al suo utilizzo in numerose colonne sonore e spot pubblicitari. Ma il fascino che in sé hanno questi brani deriva soprattutto dalla loro origine remota. In alcune esecuzioni infatti sono accompagnati anche da danze che evocano le atmosfere medioevali di cui essi sono intrisi. I 24 canti di cui si compone l'opera di Orff sono tratti da un manoscritto molto ricco del tredicesimo secolo che ne conteneva oltre trecento, trovato ad inizio dell’ottocento nell’Abbazia di Benediktbeuern in Germania (Bura Sancti Benedicti), da cui deriva il nome, poi finalmente catalogati e pubblicati nel 1847 dallo studioso Schmeller. Sono composti in latino, tedesco antico e provenzale, alcuni dei quali erano anche musicati, e trattano svariati argomenti: dalla satira e moralità alla natura, poi al cibo ed alla convivialità, infine all’amore ed alla religione. La struttura della cantata è circolare, con La Fortuna come filo conduttore, con la sua ruota che gira e coinvolge tutti
L’utilizzo massiccio delle percussioni, le melodie coinvolgenti e di facile assimilazione, la maestosità del coro, ma anche momenti di dolce lirismo quando si parla d’amore o di religione, sono un cocktail irresistibile sin dal primo ascolto, salutato con successo proprio sin da quell’8 giugno 1937 a Francoforte.   
Nello spettacolo di ieri sera ha convinto Nadine Sierra per la leggerezza nel canto e la disinvoltura con cui ha affrontato le asperità  della partitura, con i funambolici balzi in acuto; così come  Artur Ruciński ha dimostrato una incredibile duttilità timbrica unita all’intensità interpretativa a cui ci ha abituati; corretto anche Raffaele Pè nella non facile esecuzione di Olim lacus colueram.
 
In formazione compatta il Coro areniano può dare il meglio di sé, riuscendo a creare uniformità di suono e maggior precisione negli attacchi. Insieme a loro, come detto,  i piccoli dell’ A.LI.VE. e dell’ A.d’A.MUS.
A rendere possibile il successo dell’esecuzione vi è il fondamentale contributo del Maestro Battistoni, particolarmente a suo agio in questa composizione che mostra di conoscere a pieno ed interpretare con personalità e carattere. Ha gestito questa partitura tanto articolata e ricca riuscendo a controllare tutti gli elementi, cosa non facile con i solisti posti alle sue spalle.
Di grande effetto il gioco di luci creato dai tecnici alle spalle del palco, con dulcis in fundo una esplosione di fiamme ardenti poste tra palco e platea.
Il pubblico ha applaudito con molto calore, quasi festante, fino ad ottenere il bis della più che celebre O Fortuna, al termine della quale si è alzato anche in piedi per portare in trionfo tutti i protagonisti della serata.

 

Un trionfo anche per la Fondazione Arena, come dovrebbe sempre essere.
MTG

 

Struttura completa:
Fortuna Imperatrix Mundi
1. O Fortuna
2. Fortune plango vulnera
I. Primo vere
3. Veris leta facies
4. Omnia sol temperat
5. Ecce gratum
Uf dem anger
6. Tanz
7. Floret silva nobilis
8. Chramer, gip die varwe mir
9. Reie
10. Were diu werlt alle min
II. In Taberna
11. Estuans interius
12. Olim lacus colueram
13. Ego sum abbas
14. In taberna quando sumus
 
 
III. Cour d'amours
15. Amor volat undique
16. Dies, nox et omnia
17. Stetit puella
18. Circa mea pectora
19. Si puer cum puellula
20. Veni, veni, venias
21. In truitina
22. Tempus est iocundum
23. Dulcissime
Blanziflor et Helena
24. Ave formosissima
Fortuna Imperatrix Mundi
25. O Fortuna
 
 
 
 
ù
 

                                                                                                                                                               

 

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IL TRITTICO, GIACOMO PUCCINI – FESTIVAL PUCCINI, TORRE DEL LAGO, domenica 3 agosto 2014


La produzione del Trittico al Festival Puccini di Torre del lago vede quest’anno una sinergia di forze che coinvolge l’Accademia di Alto Perfezionamento per voci liriche pucciniane, unitamente al bando di concorso per la regia, le scene ed anche i costumi per il celebre lavoro del musicista lucchese.
Così, accanto a colonne portanti del panorama lirico internazionale, si sono esibiti anche i giovani dell’Accademia, per un incontro tra certezze e speranze future.
Vincitrici del bando e quindi curatrici della messa in scena del Trittico nell’Auditorium Caruso sono state sette giovani italiane che hanno presentato un progetto a nostro avviso semplice e funzionale, senza troppi fronzoli, ma di buon gusto e studiato appositamente per il piccolo auditorium, ove saranno ospitate anche le prossime iniziative del Progetto Puccini 2.0, ossia il laboratorio di idee legato al Festival e che ha proprio il compito di promuovere i giovani e le loro proposte innovative.
Trait d’uniondelle tre messe in scena è la figura centrale di un bambino, che compare sul palcoscenico sia in veste reale che immaginaria, a rappresentare l’innocenza che vede dal di fuori ciò che il mondo degli adulti costruisce, a volte incomprensibilmente, e che permette così allo spettatore di assistere con lui alle tre vicende che si alternano nell’ordine da tutti conosciuto. Così nel Tabarro rappresenta l’immagine del piccolo figlio di Michele e Giorgetta ormai morto; in Suor Angelica è l’anima del dolce figlioletto della sfortunata sorella, infine in Gianni Schicchi è il divertito Gherardino, che gode in carne ed ossa dei siparietti e delle sciocche facezie dei parenti sbeffeggiati dal defunto Buoso e dallo stesso Schicchi.

Con Tabarro la regista Selene Farinelli ci porta in un ambiente cupo, ove le azioni sono concitate e non danno tregua ai protagonisti, irrequieti nell’animo e dunque anche nelle gesta. Le scene di Monica Bernardi prevedono una banchina illuminata solo da un lampione davanti ad una ringhiera di ferro e con dietro un muro di mattoni. A lato un semplice filo appeso ove Giorgetta stende il bucato. L’ambiente è semplice nella sua desolante semi oscurità, ed i protagonisti si muovono in esso quasi come ombre di se stessi, ombre di una vita mal vissuta, che porta alla tragedia ed alla sofferenza di dover andare avanti con tremendi rimorsi. A scena aperta il bimbo di cui sopra compare sul palco come una visione, per consegnare alla mamma la sua scarpetta, ormai simbolo di sofferenza nel ricordo dell’amore materno perduto. Da lì si dipanano tutte le gesta dei protagonisti, in cerca ancora di qualche emozione nella noia della vita quotidiana, senza riuscirci naturalmente.

Alla guida delle tre messe in scena il Maestro Bruno Nicoli ci è parso tirar fuori il meglio dell’espressività dall’orchestra del Festival. Il suono è armonioso ed avvolgente, complice anche la piccola sala dell’auditorium, mai sopra le righe, che accompagna e guida gli interpreti con gusto e diversità di accenti: una esecuzione pregevole.

Nel ruolo di Michele Alberto Mastromarino si mostra appassionato e navigato interprete, che sa aggiungere un tocco personale al ruolo, donandogli una certa umanità che diversamente non troveremmo;  è un uomo tradito e vendicativo sì, ma pur padre sofferente, il che risulta anche nell’esecuzione vocale: di cuore e pathos.
Altresì dicasi per Amarilli Nizza come Giorgetta: la sicurezza nella tecnica e nell’emissione vocale le consentono anche una interpretazione del personaggio di grande forza espressiva. Non una moglie annoiata che cerca  ‘distrazione’ in un altro uomo per occupare il tempo, bensì una madre e moglie che ha dato tutto senza nulla in cambio e cerca disperatamente di trovare salvezza nel cuore di un altro, ma le verrà portato via anche questo.
Mirko Matarazzo ha indubbiamente offerto un Luigi molto vigoroso sia per voce che per  interpretazione, risultando però talvolta eccessivo, soprattutto in acuto.
Piuttosto convincente e dal bel timbro fresco ed acuto il Tinca di Manuel Pierattelli, mentre ci è parso subire la pur equilibrata orchestra Marco Simonelli nel ruolo del Talpa. Sua moglie La Frugola è una certamente espressiva Laura Brioli, che però ci è parsa incupire un po’ troppo i suoni soprattutto nel registro grave.
Chiudono il cast i due amanti,  Francesca Martini , voce fresca e delicata, ben assortita con  Ugo Tarquini, anch’egli delicato e corretto, interprete anche del ruolo del Venditore di canzonette.
Infine le Midinette: Federica Grumiro, Mariacarla Seraponte, Francesca RomanaTiddi, Mariacarla Seraponte, Paola Roncolato, Marina Gubarev.

Il pubblico molto attento e festoso ha salutato al termine tutti i protagonisti, con le consuete punte di gradimento agli interpreti principali ed anche alla regista.

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                              Bruno Nicoli
Regia                                     Selene Farinelli
Scene                                     Monica Bernardi
Costumi                                 Lorena Marin
Assistente alla scenografia
e ai costumi                           Carla Conti Guglia
Disegno luci                           Valerio Alfieri
Maestro del Coro                 Francesca Tosi

GLI INTERPRETI

Michele                                  Alberto Mastromarino
Giorgetta                               Amarilli Nizza
Luigi                                      Mirko Matarazzo
Il Tinca                                  Manuel Pierattelli
Il Talpa                                  Marco Simonelli
La Frugola                            Laura Brioli
Un Venditore
di canzonette                         Ugo Tarquini
Due amanti                           Ugo Tarquini, Francesca Martini
Le Midinette                        Federica Grumiro, Mariacarla Seraponte, Francesca Romana
Tiddi, Mariacarla Seraponte, Paola Roncolato, Marina Gubarev

Orchestra e Coro del Festival Puccini

Nuovo Allestimento del Festival Puccini

Per Suor Angelica la scena fissa dello sfondo si trasforma ed arricchisce con le inferriate e i muri del convento in cui risiede la protagonista con le sue consorelle, ancora opera di Monica Bernardi. Anche in questo caso pochi elementi sono sufficienti e funzionano molto bene per la storia narrata. La regia è opera di Vittoria Lai e Giorgia Guerra, che hanno saputo dare ai personaggi un’aura di austerità e drammaticità insieme che a fine rappresentazione, soprattutto all’arrivo del bimbo, che torna tra i mortali un’ultima volta per prostrarsi in ginocchio accanto alla mamma morente, hanno lasciato il pubblico molto scosso.

In questa seconda parte del Trittico ritroviamo alcune interpreti del Tabarro.

L’esperienza di Amarilli Nizza in questo ruolo è tale da consentirle di padroneggiarlo in maniera totalizzante. Il suo canto ‘con l’anima’ in particolar modo in questa opera, le consente di trascendere da se stessa e calarsi nel ruolo a tal punto che il risultato è quasi sconvolgente; senza mai porre in secondo piano l’esecuzione vocale che è la colonna portante della sua interpretazione.

Ritrova al suo fianco Laura Brioli in questo caso come zia Principessa, che ci è parsa più convincente rispetto al Tabarro. Nell’insieme delle tante sorelle che popolano la vicenda registriamo la Badessa di Paola Roncolato, dal piglio austero, la suora Zelatrice e la Maestra delle Novizie, rispettivamente Marina Gubarev, qui parsa leggermente discontinua nell’emissione vocale, e Sandra Mellace, dal timbro scuro e forte. Le tre suore Genovieffa, Osmina e Dolcina, sono nell’ordine una discreta Federica Marotta,  Hanying Tso e Federica Grumiro, la Suora Infermiera è Francesca Cappelletti, la Prima cercatrice è Mariacarla Seraponte, la Seconda cercatrice e novizia è Francesca Romana Tiddi, la Prima conversa è Francesca Martini, ed infine la Seconda conversa è Myrto Bocolini.

Il coro delle voci bianche di Sara Matteucci ed il coro del Festival di Francesca Tosi completano questo spettacolo molto intenso.
Diversi minuti di applausi hanno accolto una visibilmente commossa Amarilli Nizza e poi tutto il cast e le registe al termine.

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
direttore                                Bruno Nicoli
Regia                                     Vittoria Lai e Giorgia Guerra
Scene                                     Monica Bernardi
Costumi                                 Lorena Marin
Assistente alla scenografia
ai costumi                              Carla Conti Guglia
Disegno luci                           Valerio Alfieri
Maestro del Coro                 Francesca Tosi
Maestro del Coro
delle voci bianche                 Sara Matteucci

GLI INTERPRETI

Suor Angelica                       Amarilli Nizza
La Zia Principessa                Laura Brioli
La Badessa                            Paola Roncolato
La Suora Zelatrice               Marina Gubarev
La Maestra delle Novizie     Sandra Mellace
Suor Genovieffa                   Federica Marotta
Suor Osmina                         Hanying Tso
Suor Dolcina                         Federica Grumiro
La Suora Infermiera            Francesca Cappelletti
Prima cercatrice                   Mariacarla Seraponte
Seconda cercatrice               Francesca Romana Tiddi
Una novizia                           Francesca Romana Tiddi
Prima conversa                     Francesca Martini
Seconda conversa                Myrto Bocolini

Orchestra e Coro del Festival Puccini
Coro delle voci bianche del Festival Puccini
Nuovo Allestimento del Festival Puccini

Con Gianni Schicchi l’atmosfera cambia radicalmente e ci troviamo in una camera da letto con il parato di fondo che ricorda il tendone di un circo, che poi lascia il posto ad una splendida veduta della città di Firenze, ove gli sciocchi parenti del defunto Buoso si lamentano e piangono per una eredità che viene loro negata in favore dei frati di un convento. Il bimbo che ha ‘attraversato’ le vicende come figura irreale di questo Trittico è ora in concreto il figlio di Gherardo e Nella, che qui assiste tra il divertito e l’incredulo a quanto possano essere sciocchi e fatui gli adulti. Anche questa terza parte è curata con molto gusto sia per regia, non banale ma dinamica e con qualche guizzo di originalità, opera di elena Marcelli, che per le scene, sempre a cura di Monica Bernardi. I costumi dell'intero Trittico sono di Lorena Marin, qui particolarmente graziosi.

Protagonista assoluto e grande mattatore è ancora una volta Alberto Mastromarino, che qui supera se stesso e ci offre uno Schicchi brioso, a tratti sentimentale, consapevole del suo operato e mai sopra le righe; insomma un personaggio risolto con ‘mestiere’.

Accanto a lui, anche in questo caso, ritornano alcuni interpreti dell’intera serata. Mariacarla Seraponte, risolve il  personaggio di Lauretta con semplicità e naturalezza, così come la celebre aria rivolta al babbo è eseguita con buona verve, pur senza troppo colpire. Il suo spasimante è interpretato da Ugo Tarquini, che ha con lei un buon feeling e conferma la leggerezza nel timbro, se pur con qualche problemino a farsi udire a pieno di tanto in tanto.

Stavolta Sandra Mellace è nel ruolo di Zita, che qui mostra una buona vena comica, così come Federica Grumiro in Nella e Anna Maria Stella Pansini nel ruolo della Ciesca.
Più a suo agio nel ruolo di Simone Marco Simonelli,  che ci è parso più espressivo anche in voce, e conferma la buona impressione avuta in Tabarro Manuel Pierattelli, alias Gherardo, col suo timbro morbido ed apprezzabilmente acuto. A completare la schiera di ruoli di fianco:  Pedro Carrillo, Betto, Jacopo Bianchini, Marco, nel doppio ruolo di Maestro Spinelloccio e Ser Amantio di Nicolao Velthur Tognoni, il Pinellino e Guccio di Gabor Kovacs e Simone Frediani, e la deliziosa Matilde Silicani come piccolo Gherardino.

Atmosfera rilassata e divertita per tutti e calorosi applausi soprattutto per Alberto Matromarino. Il Maestro Nicoli è poi finalmente giunto alla ribalta per ricevere i meritati applausi, insieme al team produzione e a tutte le registe della serata.

MTG

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                              Bruno Nicoli
Regia                                     elena Marcelli
Scene                                     Monica Bernardi
Costumi                                 Lorena Marin
Assistente alla scenografia
e ai costumi                           Carla Conti Guglia
Disegno luci                           Valerio Alfieri
Maestro del Coro                 Francesca Tosi

GLI INTERPRETI

Gianni Schicchi                   Alberto Mastromarino
Lauretta                                Mariacarla Seraponte
La Zita                                   Sandra Mellace
Rinuccio                                Ugo Tarquini
Gherardo                              Manuel Pierattelli
Nella                                      Federica Grumiro
Betto                                      Pedro Carrillo
Simone                                   Marco Simonelli
Marco                                    Jacopo Bianchini
La Ciesca                              Anna Maria Stella Pansini
Maestro Spinelloccio/
Ser Amantio di Nicolao        Velthur Tognoni
Pinellino                                Gabor Kovacs
Guccio                                   Simone Frediani
Gherardino                           Matilde Silicani


Orchestra del Festival Puccini
Coro del Festival Puccini

Nuovo Allestimento del Festival Puccini





La locandina dell'evento

FINALE CONCORSO INTERNAZIONALE SCALIGERO MARIA CALLAS, TEATRO FILARMONICO DI VERONA - venerdì 1 agosto 2014


Nell’ambito del Festival Internazionale Scaligero dedicato alla Divina ed indimenticata Maria Callas, fortemente voluto dal presidente e direttore artistico, il Maestro Nicola Guerini, e che vede come presidente onorario il regista Franco Zeffirelli e madrina il soprano Cecilia Gasdia, si inserisce il secondo appuntamento con il Concorso Internazionale dedicato proprio alla cantante greca, che debuttò all’Arena di Verona il famoso 2 agosto dello storico 1947. In un luogo come Verona infatti, culla della cultura operistica e sede di uno dei più importanti Festival lirici al mondo, non poteva mancare un evento che celebrasse la carriera del soprano che ha lasciato un indelebile ricordo di arte, rigore e dedizione al lavoro. Tutto ciò con la convinzione di poter trovare ancora tali qualità in giovani promesse che, con tanto impegno, unito al talento che è condizione primaria per intraprendere una carriera nel mondo della musica, si mettono in gioco come è avvenuto anche quest'anno in cinque giorni di intenso lavoro, conclusi con il concerto dei finalisti, che ha riservato anche delle sorprese.

Due le giurie chiamate a valutare le capacità artistiche e tecniche dei concorrenti: la Giuria d’onore costituita da: il Presidente, il soprano Cecilia Gasdia, vincitrice già nel 1980 proprio del Premio "Maria Callas", Paolo Gavazzeni, direttore artistico della Fondazione Arena di Verona, Giancarlo Landini, musicologo e critico musicale, il regista Pierluigi Pizzi, ed il direttore d’orchestra Donato Renzetti. La Giuria critica era invece composta da: il Presidente Gianni Villani, critico musicale del quotidiano L'Arena, Giorgio Bagnoli, direttore di GBOpera, Alessandro Cammarano, redattore capo e vicedirettore del quotidiano OperaClick, Silvia Campana, critico musicale della rivista ‘l'opera’, Lukas Franceschini, direttore di OperaLibera, Enrico Girardi, musicologo e critico musicale del Corriere della Sera. Dunque tutti grandi professionisti chiamati ad individuare l’artista cui augurare la carriera e la meravigliosa vita artistica del compianto soprano.
Sei i finalisti in scena: Mansoo Kim, Roberta Mantegna, Sara Rossini, Sun Hyung Cho, Xiqiu Zhang, Mariam Battistelli.
La serata si è aperta con una suggestiva ed intensa interpretazione dell’attrice Annalisa Renzulli in un estratto della tragedia Medea di Euripide, nel cui ruolo operistico la Callas fu eccellente interprete. E non dimentichiamo il film di Pasolini del 1969 che la vide impegnata proprio in quel ruolo.  La serata ha poi visto esibirsi i finalisti in arie dalle più celebri opere di Verdi, Puccini, Massenet, Leoncavallo,  Bellini, Giordano, Boito e Donizetti.

Per questanno il primo premio assoluto non è stato assegnato. Pur riconoscendo buone qualità in tutti i finalisti, i giurati non hanno identificato un giovane talento tale da essere il destinatario del prezioso riconoscimento, ma hanno esortato tutti indistintamente a perseverare con lo studio e a non arrendersi, ed anzi magari a riprovare la prossima edizione. Secondo posto invece per il baritono Mansoo Kim, che ha cantato dalla Luisa Miller di Verdi Sacra la scelta e Pietà, rispetto, amore dal Macbeth; terze a pari merito il soprano Sara Rossini, interprete di Qui! Qui! O fatidica foresta dalla Giovanna dArco di Verdi e Sì, mi chiamano Mimì’ da La Bohème di Puccini, ed il mezzosoprano Mariam Battistelli, che ha impersonato Romeo da I Capuleti e Montecchi di Bellini, nonché Leonora con O mio Fernando, da La favorita di Donizetti.

Assegnato il premio speciale della Critica intitolato a Carlo Bologna a Sara RossiniAnche il questo caso, con la motivazione che pur non avendo trovato un elemento particolarmente di spicco tra i finalisti, il giovane soprano è stato identificato comunque come il più meritevole rispetto a tutti gli altri. Il premio speciale Giovanni Zenatello è andato al tenore Xiqiu Zhang, che si è aggiudicato anche il premio speciale Peter Maag, consegnato da Marica Franchi Maag. Il giovane ha offerto Vesti la giubba da Pagliacci di Leoncavallo e lintramontabile Nessun dorma dalla Turandot di Puccini. Infine il premio Loggione deciso dal pubblico è andato al soprano Sun Hyung Cho, che con Pleurez! pleurez mes yeux! di Massenet e Laltra notte in fondo al mare di Boito ha conquistato il pubblico.

Un momento di doveroso omaggio è infine stato il premio alla carriera a Fiorenza Cossotto, che non poteva essere in sala ieri sera, e al simpaticissimo Gianfranco Cecchele, che ha salutato e ringraziato con verve e simpatia; inoltre un premio alla memoria è stato offerto ai compianti Ivo Vinco e Alida Ferrarini. Puntuali gli interventi del giornalista Vittorio Testi, noto al pubblico per la trasmissione televisiva Loggione andata in onda fino al 2012. Ad accompagnare i concorrenti, il celebre e straordinario pianista Richard Barker.
L’appuntamento è alla prossima edizione, sempre nel ricordo della divina e meravigliosa ‘Maria’!

MTG




IL GALA ‘PLACIDO DOMINGO CANTA VERDI’ INTERROTTO PER PIOGGIA A META’ PROGRAMMA - ARENA DI VERONA, giovedì 17 luglio 2014



In una serata incredibilmente afosa con un pubblico che letteralmente trasbordava dalle poltroncine e dalle gradinate dell’anfiteatro veronese, pronto ad applaudire ancora una volta l’idolo di tante generazioni Placido Domingo, è stato possibile ascoltare soltanto la prima parte del concerto dedicato a Giuseppe Verdi, poiché un improvviso e persistente nubifragio ha impedito il proseguimento della serata in musica.

La seconda parte prevedeva arie e scene da I due Foscari, ma causa di forza maggiore possiamo raccontare soltanto della prima parte.
Apertura orchestrale con il Preludio de La Traviata, seguito subito dopo da ‘Lunge da lei..De’ miei bollenti spiriti’, con Francesco Meli come Alfredo ed Alice Marini nei panni di Annina. Dunque il celebre duetto dal secondo atto ‘Madamigella Valery?...’ con Placido Domingo come  papà Germont e Virginia Tola nelle eleganti vesti di Violetta.  A seguire ‘Dammi tu forza, o cielo..’ con ancora  Meli, Tola e Marini. A chiudere il segmento non poteva mancare una tra le arie più eseguite per baritono: ‘Di Provenza il mar, il suol’ interpretata da Domingo .


Seconda tranche con l’opera che ha inaugurato il Festival lo scorso giugno. Da Un ballo in maschera, dopo il Preludio,  Placido Domingo e Virginia Tola sono tornati sul palco, questa volta rispettivamente nei panni di Renato e sua moglie Amelia, in compagnia del paggio Oscar, interpretato da Serena Gamberoni, e i congiurati Samuel e Tom: Seung Pil Choi e Deyan Vatchkov. Dall’opera sono stati estratti: oltre il Preludio, l’aria di Amelia ‘Morrò, ma prima in grazia’, ‘Alzati! Là tuo figlio…’ di Renato, la scena della congiura, ed il quintetto ‘Il messaggero entri..’

L’impressione complessiva è che forse il tempo strano abbia contribuito a creare un’atmosfera un po’ appesantita, sicché in generale il concerto è sembrato non decollare come ci aspettavamo, e l’interruzione non ha ovviamente facilitato le cose. L’orchestra guidata da  Daniel Oren è la sua fida compagna di sempre, spronata ed accompagnata lungo il cammino con occhio sempre vigile ed attento anche agli interpreti, se pur di spalle sul palco. Tuttavia all’inizio è parso mancasse  leggermente dello smalto a cui ci ha ormai viziati il grande Maestro.   

Una bella conferma  Francesco Meli che abbiamo avuto modo di apprezzare proprio nella serata inaugurale della stagione in corso. Morbido il suo fraseggio che sottolinea una pasta vocale sinuosa e vellutata. Piuttosto convincente anche Virginia Tola impegnata come Violetta ed Amelia. Il suo timbro è interessante, pieno e rotondo, che abbiamo apprezzato specialmente nella zona centrale del suo registro. Conferma la sua performance positiva come paggio Oscar anche Serena Gamberoni, che interpreta con spirito e scioltezza la sua parte nel celebre quintetto.
Corretta Alice Marini nei suoi brevi interventi in Traviata.

Dulcis in fundo l’idolo della serata, Placido Domingo. Certo si  discute molto sulla scelta del grande Artista di proseguire la sua carriera come baritono. La sua memorabile voce da tenore potrebbe esprimere ancora tantissimo per quel timbro in diversi repertori. Ci piace sottolineare quelli che restano i suoi punti di forza di sempre: la grande intensità nell’interpretazione e la complice simbiosi con i partner sul palco; resta un fuoriclasse che va apprezzato per il costante impegno nel suo lavoro e la continua ricerca di nuove sfide da condurre. 

Purtroppo non ci è stato possibile ascoltare Amarilli Nizza nel ruolo di Lucrezia poiché previsto per la seconda parte, che prevedeva, a completamento del cast per gli estratti da I due Foscari, anche Antonello Ceron nel ruolo di Barbarigo.
Il pubblico deluso per l’interruzione ha comunque avuto il tempo di salutare gli interpreti che si sono esibiti e naturalmente il beniamino di sempre con grandi ovazioni.

MTG



FOTO ENNEVI Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

TURANDOT, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, mercoledì 16 luglio 2014




Per il quarto appuntamento in cartellone torna all’Arena di Verona l’allestimento di Turandot che Franco Zeffirelli realizzò per il Festival del 2010. Ancora una volta siamo immersi negli scintilii di una Pechino magica e vibrante, ove sembra che le soluzioni dei tre enigmi aleggino in ogni angolo. La speranza, quel ‘fantasma iridescente’ come le meravigliose scene color oro che abbagliano quasi a un primo sguardo; il sangue, con il rosso delle luci saggiamente disposte da Paolo Mazzon ad illuminare i draghi cinesi che minacciosamente adornano le tende pergamenacee che separano le scene; infine lei, Turandot, la principessa di ghiaccio che appare dall’alto della sua torre, distante, altera, irraggiungibile, che però si sgela di fronte alla passione ed al coraggio del principe ignoto, in cui arde proprio quel sangue rosso e passionale che lo spinge verso la dura prova d’amore.

È innegabile che quando ci troviamo di fronte ad un allestimento curato dal Maestro Zeffirelli è la sua maestosità a colpirci, la magnificenza delle scene, il modo in cui il palcoscenico si anima con le molteplici comparse, ognuna impegnata in piccoli movimenti specifici, ed il coro attivo e partecipe agli eventi, il che permette anche ai coristi di fondere al meglio i diversi impasti vocali. A completamento di tanto sfarzo ci sono gli impeccabili e ricchissimi costumi di Emi Wada. Dunque se sono il sogno e la favola che si cercano in una rappresentazione di Turandot, in questa produzione si viene decisamente accontentati.

Il ruolo del titolo è affidato alla giovane Tiziana Caruso. Il soprano ha mostrato un gran carattere supportato da uno strumento vocale robusto e voluminoso, che unito ad una raffinata regalità nell’interpretazione, ci ha offerto una principessa di ghiaccio sì, ma anche volitiva e sicura di sé.

Il coraggioso Calaf è stato un generosissimo Marco Berti.  Del tenore apprezziamo il fraseggio morbido e la pronuncia chiara. E nonostante si attenda sempre l’esecuzione dell’ aria ‘Nessun dorma’ per poter apprezzare a pieno l’interpretazione di questo ruolo, a noi ha convinto molto di più nel resto della rappresentazione, mettendo in luce il canto fluido e la voce vellutata.

La dolce Liù è una Rachele Stanisciimpegnatissima nella parte. La sua voce non ci sembra particolarmente adatta ad interpretare la povera ed indifesa schiava, ma l’interprete aggiunge tale anima ed espressività al canto da far comunque apprezzare la sua performance.

Molto interessante la prova di Giorgio Giuseppinicome Timur. La sua voce, così come il suo incedere, offrono un piglio ed una eleganza tale da lasciare molto colpiti.

Nel ruolo dei caleidoscopici (anche nei costumi) Ping, Pong e Pang, molto bene sia per interpretazione che per impegno e bellezza timbrica Vincenzo Taormina, Paolo Antognetti e Saverio Fiore.
Un po’ lontano in scena Gianfranco Montresorper poterne apprezzare a pieno voce e timbro come Mandarino. Corretto anche l’Altoum di Antonello Ceron.

Serata molto positiva per il coro areniano di Armando Tasso che ci è parso omogeneo, attento, in ottima forma, come bravi i bimbi del coro voci bianche A. d'A.Mus di Marco Tonini.

Daniel Orenritrova la potremmo definire ‘sua’ orchestra come un padre che guida i suoi figli: ha diretto con anima e cuore ogni singola battuta, lo abbiamo ascoltato incitare letteralmente i musicisti nei momenti di lirismo più toccante ,così come nei concitati crescendo. È il suo inconfondibile stile che permea tutta la rappresentazione.

Applausi generosi per tutti gli interpreti da parte di un pubblico ahi noi particolarmente rumoroso ed indisciplinato, con doverosi e sentiti omaggi al grande Regista Zeffirelli che ha voluto salutare il suo pubblico dal palcoscenico a fine rappresentazione, tra gli artisti e le sue spettacolari creazioni.
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Daniel Oren
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Emi Wada
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Movimenti coreografici
Maria Grazia Garofoli
Direttore voci bianche
Marco Tonini
Coro voci bianche
 A. d'A.Mus.

GLI INTERPRETI
Turandot
Tiziana Caruso
Altoum
Antonello Ceron
Timur
Giorgio Giuseppini
Calaf
Marco Berti
Liù
Rachele Stanisci
Ping
Vincenzo Taormina
Pong
Paolo Antognetti
Pang
Saverio Fiore
Un mandarino
Gianfranco Montresor

ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA






FOTO ENNEVI

Per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

FRESCHE NOTE LIBRI: TULLIO SERAFIN IL CUSTODE DEL BEL CANTO, NICLA SGUOTTI (ed. Armelin Musica – Padova)


Vogliamo segnalare l’interessante libro che la musicologa e giornalista Nicla Sguotti ha dedicato al maestro Tullio Serafin, indimenticato direttore d’orchestra veneto, nato a Rottanova di Cavarzere e mentore di tanti artisti, uno su tutti la grande Maria Callas, con cui ha realizzato produzioni memorabili in teatro ed incisioni che testimoniano la ricchezza interpretativa di entrambi i musicisti. Il libro è costituito da 277 pagine tutte da gustare. Una prima parte ripercorre la carriera del musicista, a partire dagli studi di violino sin da giovanissimo tra tante difficoltà, l'iscrizione al conservatorio milanese, i primi ingaggi nel capoluogo lombardo; poi finalmente il lavoro alla Scala con il grande Toscanini ed il passaggio alla viola con cui divenne stabile nell’orchestra scaligera. Infine il debutto come direttore d’orchestra e da lì un crescendo di esperienze importanti nei maggiori teatri italiani e quindi anche all’estero. Grande merito del Maestro fu anche credere nelle nuove produzioni, nel talento dei giovani compositori e dei giovani cantanti; un uomo eccezionale oltre che grande musicista. Tutta la sua incredibile vita artistica è riccamente raccontata e documentata in questo volume da scoprire pagina dopo pagina.


In estremissima sintesi, questo libro è un dettagliato excursus sulla carriera di questo meraviglioso Maestro, profondo conoscitore delle voci operistiche e sempre al servizio della musica. Fittissima la rassegna stampa che lo vide protagonista, presente  nella seconda parte del libro, e veramente dettagliata e stupefacente la cronologia delle sue direzioni orchestrali, nonché delle incisioni discografiche. Sono presenti infine, nella terza parte, le fotocopie e le trascrizioni di diverse lettere indirizzate al Maestro da parte di personaggi del calibro di Gabriele d’Annunzio, Ermanno Wolf Ferrari, Pietro Mascagni, Richard Strauss, Maria Callas, ecc. Il libro è anche arricchito da alcune fotografie del Maestro con illustri colleghi. E' incredibile scoprire come quanti interpreti di fama mondiale abbiano cantato sotto la direzione di Serafin.

Infine, troviamo una lunga e ricca intervista di Nicla Sguotti a Carlo Bergonzi,  nella quale il grande cantante ci spiega aneddoti e condivide sentimenti, ricordi e toccanti particolari per raccontare il grande direttore d’orchestra, un mostro sacro che ci onora avere tra i nati nel nostro Bel paese.
Il libro scorre via fluido con contenuti immancabili nella biblioteca degli appassionati d’opera, e oltretutto ci documenta su un pezzo di storia importante del nostro paese e della nostra cultura; buona lettura!

MTG


LE COMTE ORY, G. ROSSINI – TEATRO ALLA SCALA DI MILANO, lunedì 7 luglio 2014



LE COMTE
C'est moi: c'est soeur Colette.
Seule, et dans cette chambre où je ne peux dormir,
Tout me trouble, et tout m'inquiète.
J'ai peur... permettez-moi... près de vous... de venir.
  
Sulla genesi compositiva de Le Comte Ory si potrebbero scrivere tomi di libri, talmente travagliata e complessa è stata la sua nascita.
Anche qui, come nell'Assedio di Corinto o nel Mosè, dietro c'è tanta musica nata per un libretto italiano: la cantata scenica del 1825 Il viaggio a Reims, che ricordiamo con i televisori e le vasche da bagno nel memorabile allestimento di Luca Ronconi; Gae Aulenti e Claudio Abbado al Rossini Opera Festival di Pesaro nel 1984. Per una forma di sublime chiaroveggenza della pigrizia, Rossini sa che la musica del Viaggio è troppo bella per morire in poche repliche insieme ad un atto unico di tre ore, con un cast sterminato quanto irripetibile e un libretto un po' sgangherato legato ad un'occasione unica come l'incoronazione del truce Carlo X.

Decide così di rifonderla nel nascente Comte Ory: una scoppiettante opera giocosa destinata nientemeno che all'Opèra, deriva da qui quindi un rapporto tra testo e note che è una perversa via di mezzo tra un patchwork, una parodia e un palinsesto medievale, usando una griglia drammaturgica e metrica che gli consenta di riutilizzare più pezzi possibili del Viaggio a Reims, rabberciando nuovi versi francesi sulla falsariga di quelli italiani.

Il risultato alla fine sarà che il testo sulla partitura di Rossini è un'altra cosa rispetto a quello composto dal librettista Scribe che infatti, offeso, ritira il proprio nome dal frontespizio a stampa accordandogli la firma solo trent'anni dopo a forza di ‘soldoni’, pacche sulle auliche spalle e ringraziamenti di circostanza.
L'allestimento visto al Teatro alla Scala, proveniente con grande successo e altro cast dall'Opéra Nationale de Lyon e qui ripreso da Christian Rath, ha corrisposto in pieno all'idea del melodramma giocoso insito nell'opera di Rossini.

Il regista Laurent Pelly, a mio avviso uno dei più talentuosi di questa generazione,  firma anche scene e costumi e concepisce una messa in scena dove tutto ruota attorno ad un Comte Ory visto come un giovane frivolo, degenerato, un figlio di papà che sciupa la sua fortuna saltando addosso a tutto ciò che di femminile si muove e respira, non risparmiandosi sui mezzi e perennemente incalzato da un Gouverneur precettorecomplice. Siamo in un paesino della profonda e annoiata provincia francese dei nostri giorni e la Comtesse Adèle non è più la pia castellana di Scribe ma una giovinetta un po' scema di quella ricca borghesia di provincia alla quale basta dare il la per far scoppiare la sua voglia di vita assopita nell'attesa di un marito sodato in Afganistan.

Ed ecco che il famosissimo trio della scena decima del secondo atto si trasforma da un castissimo parlour di doppi sensi in uno scatenato menage a trois sessuale esplicito, dove la casta contessina viene posseduta in contemporanea e con suo grande giubilo da Ory e Isolier.
Si sa, per il compassato e cotonato pubblico della Scala, questo può essere troppo e le contestazioni non si sono fatte mancare all'indirizzo di una messa in scena comunque mai volgare né scontata.
A sostituire l'atteso e divino divo Juan Diego Florez, recentemente spesso cagionevole di salute, è stato chiamato per tutte le successive recite il tenore sudafricano Colin Lee, il quale si trova a suo agio perfetto nei panni del Comte Ory riuscendo a non far rimpiangere al pubblico afflitto e contrito la dipartita improvvisa del succitato divo.
Ha voce robusta per il ruolo, per nulla nasale o coperta da falsettoni improponibili, si spende senza parsimonia anche scenicamente, nonostante qualche incomprensione nella dizione francese o qualche scivolata nel fraseggio non sempre perfetto, porta a casa una recita decisamente convincente, segno di maturità professionale e artistica di alto livello.

Roberto Tagliavini è un Gouverneur algido nella voce, peraltro precisa e molto chiara, che affronta la sua ostica aria “veiller sans cesse” con precisione, eleganza e potenza di fiato; se solo riuscisse ad essere scenicamente più rilassato, il risultato sarebbe stupefacente.

Jose Maria Lo Monaco dà corpo al paggio Isolier con una verve ed una spigliatezza encomiabili, da consumata attrice. La voce non è robustissima, ma cavalca senza la minima difficoltà le puntature acute non proprio comode della sua parte, adeguandole ad un fraseggio da manuale.

La Comtesse Adele era Aleksandra Kurzak, la quale, dall'ultimo nostro ascolto come Juliette all'Arena di Verona lo scorso anno, ha irrobustito notevolmente la voce a scapito di tenuta e difficoltà nel settore più acuto della parte. Anche lei è bravissima nell'assecondare le richieste di Pelly e si spende senza risparmio nel portare a termine una recita musicalmente per lei un tantino difficoltosa.
Che dire di Marina De Liso come Ragonde? Che è di una bravura encomiabile. Una vera fuoriclasse nel suo genere, per nulla scontata e credibilissima sia vocalmente che scenicamente. Brava!
Sprecata nel piccolo ruolo di Alice la voce preparata e importante di Rosanna Savoia, che ci auguriamo di sentire ben presto in altri ruoli più impegnativi.

Corretti il Manfroy di Michele Mauro, il Gerard di Massimiliano Difino, il Raimbaud di Stéphane Degout e i cinque Coryphée Maria Blasi, Marzia Castellini, Massimiliano Difino, Emidio Guidotti e Devis Longo

Deludente e inaspettata la prova della concertazione di Donato Renzetti a capo di una svogliatissima e annoiata orchestra del Teatro alla Scala.
Dal navigato Maestro abruzzese, che più volte in passato ha affrontato la partitura del Comte Ory con altri più lusinghieri risultati, ci saremmo aspettati un brio, una verve e un impianto decisamente più incisivi per una partitura del genere che fonda il suo stesso essere su di un gesto vigoroso e preciso come un orologio svizzero.
Tale non è stato purtroppo e oltre agli imbarazzanti scollamenti tra buca e orchestra nelle parti corali del primo atto, non abbiamo colto una particolare propensione nell'accompagnare la compagnia di canto verso un risultato ottimale, tendendo piuttosto a portare a termine mollemente la serata senza ulteriori danni.

Ottimo il coro del Teatro alla Scala preparato con precisione da Bruno Casoni.
Successo vivissimo per tutti i cantanti, qualche contestazione per Renzetti da parte di un pubblico attento e numeroso.

Pierluigi Guadagni



LA PRODUZIONE

Direttore                    Donato Renzetti
Regia, scene
 e costumi                   Laurent Pelly
Luci                            Jöel Adam


GLI INTERPRETI

Le Comte Ory           Colin Lee
Le Gouverneur         Roberto Tagliavini
Isolier                        José Maria Lo Monaco
Raimbaud                  Stéphane Degout
La Comtesse
de Formoutier            Aleksandra Kurzak
Ragonde                    Marina De Liso
Alice                           Rosanna Savoia

Nuova produzione Teatro alla Scala
In coproduzione con Opéra National de Lyon

Orchestra e coro del Teatro alla Scala di Milano


Foto Teatro alla Scala di Milano

TURANDOT, GIACOMO PUCCINI – TEATRO LIRICO DI CAGLIARI, sabato 5 luglio 2014





“ O ragazzo demente! Turandot non esiste!

Non esiste che il niente nel quale ti annulli! Turandot non esiste, non esiste!”


In questa nuova produzione del capolavoro Pucciniano del teatro lirico di Cagliari, tutto finisce bruscamente sul mi bemolle dell'ottavino che segna la morte di Liù nel terzo atto. Non c'è la musica di Alfano a completare il percorso di redenzione della principessa altera, possiamo solo immaginarlo se vogliamo o pensare che la metamorfosi non accadrà, lasciando Calaf come vincitore supremo poiché il suo nome non è stato svelato.



Muore Puccini, muore Liu,  cala il sipario e nonostante questa sia una scelta opinabile, sinceramente ci auguriamo non diventi una nuova moda, giacchè la musica di Alfano per quanto non sia un capolavoro fa parte ormai della storia stessa musicale, compositiva e affettiva della partitura di Turandot.

Chiamato per la prima volta a cimentarsi con la scenografia di un'opera, lo scultore sardo Pinuccio Sciola immagina una Pechino come una immane, complessa scultura sonora di calcare bianco di pannelli variabili in altezza che si aprono come scatole cinesi per mostrare via via il trono di Altoum, sotto il quale stà rinchiusa Turandot, la residenza dei tre Dignitari di corte fino ai prismi di roccia del terzo atto, simboli di una città moderna, futuristica nel terzo atto.

Il lavoro scultoreo di Sciola, aiutato dalle luci di Simon Corder che ne esalta tagli, vuoti, ombre e  dai costumi geometrici ed essenziali di Marco Nateri,  si inserisce in un lavoro di regia di Pier Francesco Maestrini tutto sommato di impianto tradizionale che ne mortifica la cifra “moderna”e futurista.

In sostanza, bellissime e funzionali le sculture di Sciola ma senza senso in una regia di tradizione che mira a ricostruire nei movimenti e nei clichè  compassati, una Cina oleografica da cartolina d'antan.

La compagnia di canto aveva come debuttante nel ruolo eponimo il soprano Maria Billeri che se non ha brillato per potenza sonora e capacità di tenuta nel registro più acuto della parte ( e meno male le è stato risparmiato l'impervio duettone di Alfano) ha saputo regalarci momenti di intenso lirismo soprattutto nella chiusa del secondo atto.

Calaf era il navigato Marcello Giordani, voce splendida, potentissima e generosa che non si è risparmiata un secondo nel regalare al pubblico vere emozioni. Il suo è un Calaf tutto teso all'esaltazione ormonica del giovane Principe Ignoto stregato dalla bellezza di Turandot, che si traduce in una linea di canto baldanzosa, sicura e possente ma dal morbidissimo fraseggio.

Splendida la prova di Maria Katzarava come Liù. Cantante dotatissima di voce luminosa e morbidissima nel fraseggio ha regalato mezzevoci e filati di rara memoria nel suo “Signore ascolta”del primo atto, fino all'esaltazione della morte per amore di “tu che di gel sei cinta” del terzo cantato con una tale concentrazione da lasciare senza fiato.

Molto buona anche la prova di Rafal Siwek nei panni di un Timur nobile e ieratico dalla voce rotonda e calda che speriamo vivamente di sentire presto in altri ruoli più impegnativi.

Le tre maschere Ping, Pang e Pong hanno avuto in Giovanni Guagliardo, Gregory Bonfatti e Massimiliano Chiarolla dei validissimi interpreti che hanno saputo dosare la giusta misura di ironia, cattiveria e lucidità dei loro ruoli senza eccedere in macchiettismi inutili.

Corrette le prove di Davide D'elia (Altoum), George Andguladze (un mandarino), Mauro Secci ( il Principe di Persia).



Giampaolo Bisanti a capo di una concentratissima Orchestra del Teatro lirico di Cagliari,  dirige con mano sicura e precisissima la sua idea di una Turandot tutta tesa alla ricerca dell'esaltazione dei vigorosi e violenti colori orchestrali non dimenticando però  l'abbandono nelle tinte delicate ed evanescenti di cui questa partitura è piena creando un perfetto contrasto tra le differenti atmosfere.

Partecipe e di elevato spessore la prova del coro diretto da Marco Faelli.

Successo vivissimo per tutti con autentiche ovazioni per Bisanti, Giordani e Katzarava da parte di un pubblico partecipe

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
 e direttore                             Giampaolo Bisanti
regia                                       Pier Francesco Maestrini
scene                                      Pinuccio Sciola
costumi                                 
Marco Nateri
luci                                         Simon Corder
maestro del coro                   Marco Faelli
maestro del coro
 di voci bianche                     Enrico Di Maira



GLI INTERPRETI

Turandot                               Maria Billeri 


Altoum                                  Davide D'Elia
Timur                                    Rafal Siwek 
Il Principe ignoto (Calaf)     Marcello Giordani 
Liù                                         Maria Katzarava 
Ping                                       Giovanni Guagliardo 
Pong                                      Massimiliano Chiarolla
Pang                                      Gregory Bonfatti
Un Mandarino                      George Andguladze
Il Principe di Persia              Mauro Secci
Prima ancella                        Graziella Ortu/Loredana Aramu
Seconda ancella                    Luana Spinola/Juliana Vivian Carone


Orchestra e Coro del Teatro Lirico di Cagliari
Coro di voci bianche del Conservatorio Statale di Musica "Giovanni Pierluigi da Palestrina" di Cagliari


campionamenti audio e programmazione dell'ambiente esecutivo Marcellino Garau
nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari




Foto Teatro Lirico di Cagliari

AIDA, G. VERDI – ARENA DI VERONA, sabato 28 giugno 2014






Dopo la scorsa stagione che ha visto introdurre in cartellone una nuova produzione di Aida per celebrare il centenario del Festival, la messa in scena de La Fura dels Baus torna all’Arena di Verona in una serata che si temeva fosse totalmente rovinata dalla pioggia, ma che invece ne è stata soltanto condizionata nei tempi. Dopo un’ora di incertezze tra scrosci alternati a sprazzi di sereno, finalmente lo spettacolo ha avuto inizio tra la gioia e gli applausi di sollievo delle migliaia di persone che hanno riempito fino all’estremo questa prima del 2014 dell’Opera più caratteristica del Festival. Siamo tornati con molto piacere ad assistere allo spettacolo ripreso dalla fondazione Arena, poiché come detto l’anno scorso è talmente ricco di spunti da approfondire che più si rivede e più si può apprezzare.  

Siamo nuovamente trasportati nello scontro/incontro tra passato e presente, con la troupe di archeologi che ritrova la statua dei due amanti abbracciati e si domanda quale vicenda possa essere legata a quel ritrovamento; è la storia dell’Egitto antico che si fonde con il futuro delle nuove tecnologie, utilizzate sia nei materiali di scena, opera di Roland Olbeter,  che nei costumi di Chu Uroz. Quasi un ideale passaggio del testimone verso nuove generazioni che popoleranno gli spalti e le poltrone dell’anfiteatro veronese, con ovviamente uno sguardo alle generazioni precedenti.

L’idea dei registi Carlus Padrissa e Alex Ollé ci porta nel mondo delle divinità egizie, con un esplicito richiamo al dio/sole ed alla luce che è simbolo di rinnovamento ed energia. La centrale energetica che troneggia in alto come insolito ed originale bottino di battaglia di Radames è certo simbolo di conquista, ma anche di vita e di continuità con l’ aldilà. E proprio da essa si riflette un fascio luminoso che investe il pubblico di calore e vitalità. Il pubblico stesso è virtualmente ‘abbracciato’  dalle comparse che escono dagli ingressi delle gradinate recanti delle sfere bianche cariche di luce, richiamando costantemente all’attenzione il fulcro intorno cui ruota la rappresentazione.

Abbiamo potuto apprezzare nuovamente e guardare con più attenzione le suggestive e difficili coreografie proposte per il corpo di ballo da Valentina  Carrasco, nonché ammirare le ambientazioni dalle luci soffuse, ottimo lavoro di Paolo Mazzon, dei vari ambienti messi in scena, tra cui spiccano i giochi di ombre nelle stanze di Amneris e la riproduzione del fiume Nilo con acqua che scorre lenta sul palco, palmizi sullo sfondo agitati (al vento) dai mimi che muovono anche i coccodrilli striscianti in acqua, mentre un falò scoppietta da un lato del palco. Il simbolo della vita che continua anche dopo la morte, la centrale di energia appunto, avvolge e seppellisce infine gli sfortunati protagonisti che dunque si ameranno in altri luoghi e in altri lidi...

Aida è ancora una volta la splendente Hui He. Il soprano è in grado di disegnare un personaggio dai tratti lievi e quasi celestiali; una donna vittima del suo destino di schiava ma forte della dignità regale che porta in cuore: il suo canto è soave, delicato e commuovente e se l’interprete si lascia maggiormente andare, i suoi filati sottilissimi tratteggiano un pianto dell’anima che mostra gran sensibilità.

Voce straordinaria per il Radames di Fabio Sartori. Il tenore si mostra quale interprete generoso e dotato di una voce possente e morbida al contempo. Il suo canto è ben sfogato in acuto con sicurezza interpretativa.
La superba e sicura di sé Amneris è Violeta Urmana. Forte di un temperamento audace e di una interpretazione di cuore ed impeto, la figlia del Faraone riscuote un personale successo principalmente per le sue capacità attoriali.

Bella voce di basso e austero nel piglio Raymond Acetocome Gran Sacerdote Ramfis; discreta l’interpretazione di  Gennadii Vashchenkonel ruolo del re etiope Amonasro. Il re dell’Egitto è un buon Sergej Artamonov. Chiudono il cast Maria Letizia Grosselli ed Antonello Ceronnei brevi ruoli della sacerdotessa e del messaggero.

L’orchestra dell’Arena non è parsa sempre nella sua solita forma. La lettura del Maestro Julian Kovatchevè stata di forza e vigore, imponendo ritmi particolarmente serrati che non hanno sempre agevolato il dialogo tra i musicisti stessi, gli interpreti ed il coro, che comunque si è impegnato al massimo come sempre. Non sono mancati in ogni caso momenti di sentito pathos a sottolineare in particolare le arie celebri dei due innamorati.

Pioggia scongiurata fino alla fine e successo pieno di pubblico per tutti gli interpreti, in special modo per Hui He, Fabio Sartori, e Violeta Urmana
MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Julian Kovatchev
Regia
Carlus Padrissa e Alex Ollé / La Fura dels Baus
Scene
Roland Olbeter
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Chu Uroz
Coreografia
Valentina  Carrasco
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia


GLI INTERPRETI
Il Re
Sergej Artamonov
Amneris
Violeta Urmana
Aida
Hui He
Radames
Fabio Sartori
Ramfis
Raymond Aceto
Amonasro
Gennadii Vashchenko
Sacerdotessa
Maria Letizia Grosselli
Un messaggero
Antonello Ceron


ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA












FOTO ENNEVI per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona