LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI - TEATRO FILARMONICO DI VERONA, sabato 13 dicembre 2014.

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Con un bel successo di pubblico si alza il sipario anche sulla stagione lirica del Filarmonico di Verona per una produzione di Lucia di Lammermoor che arriva dal Teatro Bellini di Catania. 

Il regista Guglielmo Ferroricopre lo spettacolo di una estrema vena lugubre, ove lo spettro della morte aleggia sui protagonisti sin dalle prime scene: il buio regna sovrano, i costumi di Françoise Raybaudsono principalmente neri, come nero è l’abito che indossa Lucia per le nozze; neri sono i fondali, ove si proiettano le immagini di Massimiliano Pace, che alternano scorci naturalistici ad elementi architettonici; scure sono le luci curate da Bruno Ciullie ridotti al minimo sono gli elementi scenici ideati da Stefano Pace. Seguendo dunque questa atmosfera generale quasi dimessa ed estremamente intimistica, i personaggi in scena sono lasciati molto liberi di interpretare e conseguentemente di agire.

La compagnia di canto ha registrato un vero e proprio trionfo per la coppia Lungu/Pretti impegnati nei ruoli principali.
Nel ruolo del titolo debutta Irina Lunguche conferma di avere una voce dalla pasta morbida, ben sostenuta dal fiato e dall’ottimo volume. La sua vocalità risulta vincente nei passaggi prettamente lirici, meno spontanee le impervie agilità, così come dal punto di vista interpretativo potrebbe sfruttare maggiormente la libertà lasciata dal regista. Ha comunque dato tanto di se stessa al personaggio, sì da raccogliere applausi prolungati ed entusiastici per la attesissima scena della pazzia.

Edgardo è un ispiratissimo Piero Pretti. Il suo canto di cuore ed energia è sostenuto da una bella voce molto aperta che si lancia sicura in acuto e proiettata in avanti. Si cala nel personaggio con consapevolezza e sentimento, raggiungendo il culmine in ‘Tombe degli avi miei’ con una scena finale che suggella una performance di successo.

Molto interessante il timbro di  Marco Di Felice; il baritono è un Enrico assai espressivo che utilizza al meglio la libertà lasciata dalla regia risolvendo anche vocalmente il ruolo con sicurezza ed offrendo un buon fraseggio.   
Sufficiente ci è parso il Raimondo di Sim Insung, mentre a completare il cast sono l’Arturo di Alessandro Scotto di Luzio, la buona Alisa di Elisa Balbo ed il Normanno di Francesco Pittari.
Ottima la prova del coro, posto quasi sempre in formazione a schiera, preparato dal Maestro  Salvo Sgrò.  

Infine l’orchestra ha visto impegnato alla guida il Maestro Fabrizio Maria Carminati, che ha offerto una conduzione attenta e dinamica della partitura. Il suono è bilanciato tra le sezioni, si arricchisce di sfumature morbide nell’accompagnare i momenti lirici, così come coglie il pathos nel dramma, ponendosi al servizio degli interpreti e soprattutto della partitura. Piccola pausa per lo spezzarsi della corda dell’arpa in procinto di suonare l' assolo che introduce Lucia, prontamente sostituita tra gli applausi del pubblico.

Come detto grande successo per tutti gli interpreti, in special modo per i protagonisti principali ed anche il direttore Carminati.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore
Fabrizio Maria Carminati
Regia
Guglielmo Ferro
Scene
Stefano Pace
Costumi
Françoise Raybaud
Video maker
Massimiliano Pace
Luci
Bruno Ciulli
Direttore del coro                     Salvo Sgrò

GLI INTERPRETI

Enrico
Marco Di Felice
Lucia
Irina Lungu
Edgardo
Piero Pretti
Arturo
Alessandro Scotto di Luzio
Raimondo
Sim Insung
Alisa
Elisa Balbo
Normanno
Francesco Pittari

                          
ORCHESTRA, CORO E TECNICI DELL’ARENA DI VERONA


Allestimento del Teatro Massimo Bellini di Catania 










Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

LA TRAVIATA, G. VERDI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, domenica 7 dicembre 2014

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Cento recite e dieci anni dalla prima rappresentazione della Traviata targata  Robert Carsen sono un traguardo che la Fenice di Venezia ha voluto festeggiare con la doppia inaugurazione di stagione d’opera, dopo il fortunatissimo Simon Boccanegra, con relativo taglio di torta  il giorno della prima.
Siamo stati all’ultima replica e nonostante gli anni passino questo allestimento appare sempre  fresco ed attuale, sì da ottenere ogni volta un intramontabile successo di pubblico.

Il regista non nasconde, anzi sottolinea più volte il ‘mestiere’ della protagonista, ora con uomini che le ronzano intorno porgendole denaro, ora rendendo il denaro stesso protagonista in scena con banconote che volteggiano nell’aria. Vita effimera quella di Violetta, caduca come le foglie degli alberi che invadono il suolo nel secondo atto, e come le stesse banconote, che rendono felici solo per un momento, ma non sono in grado di curare il male profondo che inesorabile tronca la vita della bella parigina. Naturalmente la scenografia di Patrick Kinmonth , che firma anche i bellissimi e sgargianti costumi, si rende al servizio del regista, alternando ambienti ricchi e colorati con altri essenziali che sottolineano l’alternanza delle fortune dei protagonisti ed anche dei loro stati d’animo. La stanza cadente e spoglia dell’ultimo atto testimonia quanto ormai il vuoto circondi la sventurata sia materialmente che interiormente, senza più la speranza di ‘un avvenire migliore’.
Tra i must di questo allestimento vi sono i balletti in stile cowboy sexy per la festa di Flora, che possono non piacere a tutti, ma noi troviamo sempre divertenti e soprattutto in linea con quanto Carsen vuole rappresentare: l’alternanza appunto di gioia e follie, col dolore che immediatamente segue.
Un allestimento così denso necessita di un cast di grandi capacità attoriali che completino la preparazione musicale. Luci ed ombre sull’edizione di quest’anno.

Francesca Dotto è stata una Violetta di sensibilità particolare. Il giovanissimo soprano ha una linea di canto uniforme e una voce dal colore gradevolissimo che  siamo sicuri le porteranno questo ruolo sempre più in gola ed anche nel cuore, sì da offrirne ancor più le complesse sfaccettature. Già nella scena della lettera di Germont la sua voce è parsa ‘sentire’ e soffrire come Violetta. Per lei un vero trionfo a fine rappresentazione.

Non colpisce particolarmente l’Alfredo di Leonardo Cortellazzi che precedentemente si è fatto apprezzare in altro repertorio. In questo ruolo sembra soffrire i volumi dell’orchestra e non ci è parso entrare completamente nel personaggio.
Discreta la prova di papà Germont, alias Marco Caria, baritono dalla voce piuttosto ampia e dal ricco colore.

Tra i ruoli di contorno Elisabetta Martorana è stata una Flora di spirito, Annina era Sabrina Vianello, Francesco Milanese il premuroso e compassato Dr Grenvil, Matteo Ferrara, Armando Gabba e Massimiliano Chiarolla erano rispettivamente il Marchese d’Obigny, il Barone Douphol e Gastone.

Come sempre ottima la prova del coro affidato a Claudio Marino Moretti e fantastico il corpo di ballo.

Alla testa dell’orchestra veneziana c’era il direttore principale Diego Matheuz. Conoscendo il talento del Maestro sudamericano ed avendolo già sentito in altre occasioni, ci aspettavamo, dopo diverse edizioni, una maturazione ed un approfondimento nella gestione di una tale colosso musicale. Purtroppo la sensazione di insieme è quella di un appiattimento dei colori e soprattutto delle dinamiche, che non collimavano con gli eventi in scena e talvolta apparivano generare un difficile dialogo con gli interpreti.

Sala gremita anche per questa serata e pubblico plaudente per tutti, soprattutto per i tre protagonisti principali. 

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore        Diego Matheuz 
Regia              Robert Carsen 
Scene e
Costumi         Patrick Kinmonth 
Maestro
del Coro         Claudio Marino Moretti
                                              


GLI INTERPRETI

Violetta          Francesca Dotto 
Alfredo          Leonardo Cortellazzi 

Germont        Marco Caria
Flora              Elisabetta Martorana
Annina           Sabrina Vianello
Gastone         Massimiliano Chiarolla
Barone           Armando Gabba
Douphol        
Marchese      Matteo Ferrara
d’Obigny       
Dottor            Francesco Milanese
Grenvil          


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice

Allestimento Fondazione Teatro La Fenice



Foto Michele Crosera 

LADY MACBETH DEL DISTRETTO DI MCENSK, DMITRIJ DMITRIEVIČ ŠOSTAKOVIČ - TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, giovedì 4 dicembre 2014

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Chiusura della stagione operistica 2014 al Teatro Comunale di Bologna con un titolo tanto raro quanto a nostro avviso straordinario e da apprezzare in tutte le sue sfaccettature.  L'opera ‘Lady Macbeth’ di Šostakovič viene proposta nel brillante allestimento del teatro moscovita Helikon, con uno spettacolo veramente ricco, avvincente, dal ritmo serrato, che va goduto tutto d’un fiato e pieno di colpi di scena e trovate interessanti, tali da esemplificare il libretto ed incorniciare la trama senza prevaricarla. Qui tutto è visibile, palpabile, non simbolico, ma portato davanti ai nostri occhi come uno schiaffo che ci rende consapevoli.
Così Dmitry Bertman concepisce una ambientazione, concretizzata dalle scene di Igor' Neznyj,  in cui  l’annoiata Katerina è letteralmente imprigionata nella sua gabbia/camera da letto, di cui solo il ruspante Sergej riesce a forzare i lucchetti e la casa stessa non è altro che il buio e soffocante sotterraneo di una fabbrica con i suoi tubi, le inferriate e gli aeratori che vanno a tutta forza. Il regista ci mostra i protagonisti sovrastati dagli eventi che non lasciano tregua: il doppio omicidio, la festa di nozze, l’arresto e la deportazione verso la Siberia ed ancora il doppio omicidio/suicidio nel finale. 


Katerina è esageratamente annoiata e desiderosa fino all’inverosimile di riempire il vuoto che ha nel cuore, tanto da risultare quasi insaziabile: vuole vivere liberamente, vorrebbe non aver sposato il mercante, vuole l’amore fisico e sentimentale e vorrebbe anche un figlio, tanto che a questi penserà, evocandolo (tenendo in braccio un bambolotto),  sulla via per la Siberia, sola e senza più l’amore di Sergej.  Il mercante Zinovij sembra un povero sciocco succube del padre, uomo a sua volta estremamente burbero e fiero carceriere, nonché egli stesso aspirante seduttore, della protagonista. Incredibilmente sicuro di sé  è il servo Sergej, a cui pare nessuna possa resistere. Ed anche la folta schiera di personaggi minori sfila in scena esaltando e quasi ridicolizzando il suo ruolo: su tutti citiamo il pope dall’aria più ubriaca che mistica, la cuoca vessata dai servitori più compiaciuta che ferita, il contadino così ubriaco da ‘inforcare’ un microfono per allietare la festa di nozze dei due amanti con la sua filastrocca. Tra gli spunti vincenti dello spettacolo su tutti vi è l’ingresso della deportata Sonetka, che appare in scena come immagine della Katerina ancora ricca ed oziosa nei suoi lussuosi abiti, mentre essa è ormai delirante ed in preda ai ricordi, che però non muore suicida in fondo al lago nel trascinar la rivale, bensì scompare ai nostri occhi intenta a lottare con lei al calare del sipario.

Insomma questa Lady Makbeth fa riflettere, emozionare e stupire.
Il cast è stato vestito con gusto dagli abiti contemporanei di Tat'jana Tulub'eva, ove spicca naturalmente il rosso della protagonista all'inizio e del suo alter-ego/rivale per sottolinearne la nota sensualità.
Dal punto di vista musicale, un cast tutto sovietico ha nobilitato ogni singolo ruolo cantando in modo eccellente.

La Katerina di Elena Mikhailenkoè brillante e si fregia di una voce piena e squillante al punto giusto. Il suo registro è coperto con uniformità in tutta la gamma, sì da consentirle di donare forza e  carattere anche al personaggio rendendolo esattamente come il regista lo ha concepito. Ovazioni più che meritate al suo indirizzo al termine della rappresentazione.

Straordinario il vecchio e turpe Boris di Alexey Tikhomirov: bello e tenebroso il suo timbro vocale come lo è il suo personaggio. Tra il nostalgico dei tempi che furono e la voglia di aggrapparvisi usando la forza ed il potere, centra un performance di alto livello, comparendo anche nel piccolo ruolo di sentinella.

Giustamente imbelle e succube del genitore Dmitry Ponomarev sicuro nell’emissione e nel recitato.
Il bel Sergej è Ilya Govzich: spocchioso, furbo ed incantatore, molto abile come interprete che sa farsi valere anche vocalmente, pur se non dotato di uno strumento particolarmente possente.

Davvero affascinante la voce di Larisa Kostyuk, interprete di Sonetka: dotata di un corpo centrale pieno e rotondo; rende al meglio il suo personaggio con sicurezza di emissione in una gran ricchezza di sfumature. Ci piacerebbe sentirla in altri ruoli ben più noti ove sicuramente farebbe un’ ottima figura.

Segnaliamo tra i tantissimi comprimari la spigliata cuoca Maya Barkovskaya, il bravo pope di Stanislav Shvets, anche come vecchio forzato; il simpatico Nikhail Seryshevcome contadino cencioso con la sua filastrocca.

Infine completano il ricchissimo cast, ribadiamo in modo corretto e davvero brillante: Alexandr Miminoshvili, poliziotto e sergente,  Artem Davjdov come ubriacone, cocchiere e bracciante, Valery Kirianov come operaio del mulino; il guardiano e venditore di Andrey Orekhov; Andrey Palamarchuk, insegnante e commesso, ed il terzo commesso, Alexey Vertogradov.

Ottima la preparazione del coro diretto da Andrea Faidutti, che oltre ad offrire un buon canto, ha mostrato notevole impegno nel prendere parte ad una regia così dinamica.

L’orchestra conferma di essere in grandissima forma, stavolta guidata dal Maestro Vladimir Ponkin, per niente intimorita dalle difficoltà della partitura, ma anzi in grado di sottolinearne ogni singola sfumatura. La musica è vibrante, viva, irrefrenabile. Giustizia è resa allo spartito, che vede colori diversi a sottolineare talvolta l’ironia degli eventi, talvolta la dinamicità insita nel dramma. Il Maestro non perde di vista il palco, accompagna gli interpreti e sottolinea i diversi cambi di ritmo con naturalezza e fluidità.

L’unica nota negativa della serata è rappresentata dalla scarsa affluenza di pubblico, soprattutto di abbonati, che ha lasciato diverse sezioni della platea e dei palchi vuoti, a dimostrazione che nel nostro paese proporre opere diverse, se pur capolavori, non è cosa apprezzata e compresa. A queste persone va tutto il nostro dispiacere per aver perso davvero uno spettacolo notevole. Diversamente, i presenti in sala hanno tributato applausi calorosi e prolungati,  anche a ritmo, a tutti i protagonisti ed al direttore d’orchestra.

Maria Teresa Giovagnoli

  
LA PRODUZIONE

Direttore





Vladimir Ponkin
Regia
Dmitry Bertman
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Scene
Igor' Neznyj
Costumi
Tat'jana Tulub'eva


GLI INTERPRETI

Katerina L'vovna Izmailova 
Elena Mikhailenko

Boris Timofeevich Izmailov /sentinella
Alexey Tikhomirov

Zinovij Borisovich Izmailov
Dmitry Ponomarev
Sergej
Ilya Govzich
Un poliziotto, Un sergente
Alexandr Miminoshvili
Aksin'ja, cuoca
Maya Barkovskaya
Un contadino cencioso
Nikhail Seryshev
Sonetka
Larisa Kostyuk

Un prete, Un vecchio forzato
Stanislav Shvets
Un operario del mulino
Valery Kirianov
Un guardiano/Un venditore
Andrey Orekhov
Un insegnante/Il secondo commesso
Andrey Palamarchuk
Un ospite ubriaco/Un cocchiere/Il primo commesso
Artem Davjdov
Il terzo commesso
Alexey Vertogradov


Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Allestimento Teatro Helikon Mosca







 Foto: Rocco Casaluci;  Teatro Comunale di Bologna

anna_pirozzi

DO RE MI…..PRESENTO – intervista a ANNA PIROZZI

Con vero piacere incontriamo oggi per i nostri lettori il soprano Anna Pirozzi, artista napoletana che grazie alla sua voce calda e drammatica sta ottenendo un grande successo di pubblico e critica sia in ambito nazionale che internazionale. Molto forte nel repertorio drammatico, proprio grazie al suo timbro corposo ed ampio ed alle sue doti interpretative, ha debuttato ruoli impervi come Abigaille, Lady Macbeth, Amelia, e recentissimo è il suo debutto nel ruolo di Luisa Milleral Teatro Carlo Felice di Genova al fianco di Leo Nucci impegnato come cantante e regista, per il quale ha ottenuto ancora una volta larghi consensi e che le permette di aggiungere un'altra pietra miliare alla sua bella carriera. Proprio in questa occasione la incontriamo per parlare di questa esperienza, di se stessa e naturalmente del futuro artistico.

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SIMON BOCCANEGRA, G. VERDI – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, inaugurazione stagione lirica, sabato 22 novembre 2014

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Con una doppia inaugurazione il Teatro La Fenice di Venezia apre la stagione d’opera 2014-15 presentando una nuova produzione di Simon Boccanegra affiancata dal fortunato e noto allestimento di Traviata; due opere di Verdi che hanno visto la luce proprio in questo teatro, scelte apposta per una festa in grande stile. Il ‘Simone’ andato in scena ieri sera reca la firma del regista Andrea De Rosa, il cui scopo è quello di rendere fruibile il più possibile non solo la trama del dramma, ma anche gli stati d’animo del grande protagonista. 

Così la scena diviene in funzione del narrato e si trasforma man mano che gli eventi hanno corso, dal nero e vuoto più totale del prologo, ad una apertura visiva verso il futuro e la luce, pur nel tragico finale. Boccanegra difatti è inizialmente solo con il suo dolore per la perdita della donna amata, qui addirittura stretta esanime tra le braccia e non soltanto evocata. Crede di aver perso anche il frutto del suo amore ed inoltre ha lasciato il proprio compagno di sempre: il mare. Ora la vita da corsaro è lontana ed è come imprigionato nei palazzi del potere come Doge di Genova, con il mare sì vicino e sempre presente in scena, ma allo stesso tempo oscurato dalle architetture costruite ad arte per far solo intravvedere il paesaggio circostante. Volutamente claustrofobica è dunque la sensazione di insieme, studiata ad arte anche dalle luci piuttosto cupe di Pasquale Mari, altresì autore dei magnifici filmati girati in Liguria, che sono via via resi più visibili col trasformarsi delle strutture sul palco.

Così man mano che le agnizioni si susseguono, anche la scenografia pare aprirsi all’orizzonte, ben visibile nell'ultimo atto per l’estremo saluto al Doge. Qui il regista ha voluto che il fantasma di Maria ricomparisse sul palco per accogliere l’amato tra le braccia, ora in pace sapendo la figlia viva e felicemente innamorata, con il suo paese guidato dal nuovo Doge Gabriele. 
Molto belli e curati i costumi di Alessandro Lai che richiamano lo stile trecentesco del libretto.

La versione rappresentata è quella rivista del 1881 per la Scala di Milano, con le modifiche di Boito al libretto di Piave. Molto felice l’esecuzione musicale da parte di una superlativa orchestra ed interpreti in forma.
Lasciateci iniziare proprio dalla magistrale conduzione di Myung-Whun Chung che ha offerto una prestazione orchestrale davvero impressionante. Il suono è corposo e  limpido, straordinariamente in linea con il palco; la grande affinità con i musicisti è sottolineata da una immediata rispondenza tra gesto minimo ma significativo e risposta con accenti e colori stupefacenti. Sembra di ascoltare davvero le onde del mare in più punti che si rifraggono dolcemente o con forza a seconda del caso e i volumi sono perfettamente bilanciati tra le sezioni ed in accordo pieno con l’esecuzione canora. Ad ogni suo ingresso il teatro è letteralmente esploso in sua ovazione meritatissima.

Simon Boccanegra è un concentratissimo Simone Piazzola che ha offerto una esecuzione davvero sentita. Emerge uno studio approfondito del personaggio che afflitto dal suo dolore deve fare i conti con i doveri imposti dalla carica politica e con la sua moralità. A dar corpo all’interpretazione un’esecuzione sicura e sempre più convincente nell’arco di tutta la rappresentazione.

Maria Agresta è una Amelia di carattere, che vede cambiare la sua vita a causa delle sconvolgenti rivelazioni sulle sue origini ed è travolta dal grande amore che prova sia per il padre ritrovato che per il giovane Gabriele. Il soprano ha uno strumento vocale  imponente e di sostanza che riempie la sala donando forza e sicurezza al suo ruolo.

Ancora una performance positiva per Francesco Meli come Gabriele, che conferma la sua capacità di calarsi con grinta e passione nei ruoli che interpreta, forte anche di una voce limpida ed incredibilmente musicale, dall’ottimo fraseggio e svettante in acuto.

Forte ed austero il Fiesco di Giacomo Prestia, sempre perfettamente nel ruolo con la sua voce di una profondità sconcertante che dona carattere e credibilità al personaggio nota dopo nota.

Il giovane Julian Kim comincia ad essere una bella conferma tra i baritoni della sua generazione: bello il colore della voce e molto intensa è la caratterizzazione del personaggio di Paolo: meschino, opportunista e senza scrupoli. Altra certezza del cast il bravissimo Luca Dall’Amicocome Pietro: anch’egli dotato di una voce straordinariamente profonda e ricca, corposa, capace di rendere giustizia anche ai ruoli più piccoli, sempre impersonati con tanta personalità.

Citiamo nel cast il capitano dei balestrieri di Roberto Menegazzo e l’ancella di Amelia, Francesca Poropat.
Ottima la prestazione del coro diretto come sempre da Claudio Marino Moretti.

Successo straripante per tutti gli interpreti con ovazioni per i protagonisti e grida di giubilo per Chung. Veramente un grande inizio di stagione!

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore                    Myung-Whun Chung 

Regia e Scene            Andrea De Rosa

Costumi                     Alessandro Lai

Luci e Video              Pasquale Mari




GLI INTERPRETI

Simon Boccanegra    Simone Piazzola

Jacopo Fiesco            Giacomo Prestia

Paolo Albiani            Julian Kim

Pietro                         Luca Dall’Amico

Amelia Grimaldi        Maria Agresta

Gabriele Adorno       Francesco Meli


Orchestra e Coro del Teatro la Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

In coproduzione con Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova







Foto Michele Crosera

BOHEME, GIACOMO PUCCINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, giovedì 13 novembre 2014

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Con la Bohème di Puccini si chiude la sezione invernale 2013/14 della stagione operistica a Verona. E per un classico come questo si è scelto di creare una ambientazione di garbato gusto tradizionale. Il regista Pier Francesco  Maestrini ha immaginato infatti che la storia della celebre fioraia Mimì si svolgesse intorno alla fine del milleottocento, in pieno Impressionismo, poco più avanti rispetto al libretto di Illica e Giacosa, reputando il periodo particolarmente congeniale ad illustrare soprattutto visivamente la vita dei giovani bohémien. Carlo Saviha così allestito in tutto e per tutto le scene per i quattro quadri, arricchendole dei magnifici dipinti impressionisti che fungessero da sfondo, di cui le scene sul palco risultassero la naturale prosecuzione oppure una esemplificazione dei contenuti. Ecco dunque sfilare in apertura L’atelier di Jean Frédéric Bazille del 1870, un calzante richiamo alla soffitta dei nostri amici artisti, ove sono proprio ritratti il pittore con i suoi amici/colleghi, e via via i grandi capolavori di Manet, Van Gogh, Degas, Toulouse-Lautrec e così via. I costumi sempre ad opera di Savi sono perfettamente in linea con l’ambientazione e le luci di Paolo Mazzon ben si integrano con i colori di scene e dipinti.

La compagnia di canto è entrata subito in atmosfera: si tratta di giovani pimpanti che se pur poveri hanno tanta voglia di vivere e sognare; il regista li fa muovere tanto, li fa sobbalzare all’arrivo di Benoît, correre spesso da una parte all’altra del palco, fa perfino compiere allo scatenato Colline un bel volo attaccato alla corda della soffitta. Insomma lo spirito è vivo, l’entusiasmo tanto, e lo si è visto anche dal punto di vista esecutivo.

Jean François Borras entra a pieno titolo nel ruolo di Rodolfo, con grande espressività facilitata dalla sua voce chiara ed acuta. Il fraseggio è curato e la partecipazione massima, con ottimo feeling con la compagna in scena e tutti i suoi amici artisti.

L’interpretazione di Chiara Angellaè in linea col personaggio: una Mimì quasi sospesa fra le trame del suo destino, tra lampi di allegrezza e sospiri di incertezza. Così anche il suo canto si sviluppa in modo regolare, con la sua voce vellutata che sfoga in acuto senza strafare.  

Spumeggiante la briosa Musetta di Daniela Bruera, dalla voce piena e rotonda, da cui abbiamo sentito dei morbidi pianissimo alternati ad acuti sicuri e possenti.

Fantastico Alessandro Luongocome Marcello. Il baritono conferma di possedere una voce brillante e molto espressiva, ricca di sfumature che gli consentono di affrontare il ruolo con personalità e carattere da vendere.

Altresì dinamico e baldanzoso il Colline di Marco Vinco, che forte della profondità del suo timbro può aggiungere anche un tono di umanità alla sua esecuzione ben addentro al ruolo e pertanto convincente.
Bene anche Francesco Vernacome Schaunard: voce piena e robusta che supporta una interpretazione sicura ed accorata.

Completano il cast il simpatico Salvatore Schiano di Cola come Parpignol, Valentino Perera e Nicolo' Rigano nei panni del Sargente dei doganieri e del Doganiere, l'Alcindoro di Pietro Toscano ed un davvero bravo e spigliato Davide Pelissero, alias il padrone di casa Benoît.

Bravi i piccoli del coro di voci bianche preparato da Paolo Facincani, buona la prova offerta dal coro di Andrea Cristofolini.

Condottiero valente dell’orchestra areniana il Maestro Jader Bignaminiè parso in gran spolvero. Questa partitura gli entra sempre più nel braccio, è sicuro nel tenere in mano le redini dell’orchestra, il cui suono si fa profondo ed ampio. Molto curati i dettagli, con sfumature atte a sottolineare gli eventi, grazie a cui le musica di Puccini risuona ricca ed incredibilmente viva.

La serata dedicata anche alle scuole ha riscosso molto successo, con applausi equamente distribuiti tra tutti i protagonisti ed il direttore d’orchestra.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Jader Bignamini
Regia
Pier Francesco  Maestrini
Lighting designer
Paolo Mazzon
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Scene e costumi
Carlo Savi
Coro voci bianche
 A.Li.Ve.
Direttore voci bianche
Paolo Facincani


GLI INTERPRETI

Rodolfo
Jean François Borras
Schaunard
Francesco Verna
Benoît
Davide Pelissero
Mimì
Chiara Angella
Marcello
Alessandro Luongo
Colline
Marco Vinco
Alcindoro
Pietro Toscano
Musetta
Daniela Bruera
Parpignol
Salvatore Schiano di Cola
Sergente dei doganieri
Valentino Perera
Un doganiere
Nicolo' Rigano


Coro preparato dal M° Andrea Cristofolini

ORCHESTRA CORO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA 






Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

AIDA, G. VERDI – METROPOLITAN OPERA HOUSE DI NEW YORK, venerdì 7 novembre 2014.

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L’acclamata produzione ‘epica’ dell’Aida di Giuseppe Verdi targata anno 1988 ritorna con grande successo al Met di New York per questa stagione d’opera, ove si ritrovano a chiare lettere i fasti e lo splendore dell’antico e mitico Egitto dei Faraoni. Il team produttivo di stampo chiaramente cinematografico capeggiato da Sonja Frisell si avvale infatti delle scene progettate dal nostro celebre designer teatrale e da pellicola  Gianni Quaranta. Lo spettacolo ci propone quindi  tutto quello che ci si aspetta di trovare sul palco: le enormi pareti con sfingi in bassorilievo del palazzo di Menfi, gli appartamenti di Amneris con arredi e decori lussuosi, le magnifiche sponde del Nilo accennate da sfumature azzurre circondate da mura ed archi maestosi, e così via. La fatal pietra si compone in diretta grazie agli stupefacenti piani mobili che in un lampo suddividono il palco nel consueto duplice livello. Il coro e le comparse sono meravigliosamente vestiti da Dada SaligeriLe luci di Gil Wechsler  forse potevano essere maggiormente suggestive, scegliendo sfumature variopinte piuttosto che il semplice bianco, ma il grandioso impianto scenografico non ne ha risentito particolarmente ed il pubblico ha applaudito ad ogni cambio scena, sobbalzando di stupore all'arrivo dei cavalli per il trionfo, un classico che piace sempre.

Il cast ha offerto una prova eccellente sotto tutti i punti di vista ed anche i ruoli di contorno hanno brillato.

A cominciare dalla magnifica Aida di  Liudmyla Monastyrska, che torna nel tempio americano dopo il debutto di due stagioni fa confermando le aspettative attese. La sua voce particolarmente rotonda si colora di molteplici sfumature ed è in  grado di rompere gli argini della sala per potenza, mettendo in fila sia mezze voci che pianissimo quasi commuoventi. La sua Numi pietàe la dolcissima Oh cieli azzurriincantano per intensità e correttezza esecutiva, con uno straordinario do preciso e quasi sussurrato.

Molto intenso anche il Radames di Marcello Giordani. L'italiano ha un godibilissimo timbro tenorile che si esalta nell' ottava acuta.  Si dona molto al ruolo del condottiero, ma risulta ancor più credibile come uomo d'onore pronto alla morte pur non reo.
L'Amneris di  Olga Borodina è combattiva e volitiva, ma risplende davvero come donna innamorata senza speranza, mostrando che anche le figlie indomite di un faraone possono avere un cuore. Il suo strumento è possente, sormonta tranquillamente l'orchestra e riempie la sala. È una parte durissima che forse verso la fine la porta a qualche piccolo segno di stanchezza, ma nulla di ciò inficia una prova più che positiva.

 Željko Lucic da’ vita ad un Amonasro imperioso, austero ed inappuntabile, forte di una voce dal timbro di bel colore e buon volume. Altrettanto positiva l’interpretazione di Dimitry Belosselskiy come Ramfis: la sua voce scava profondamente nella zona grave della partitura consentendogli di costituire il valore aggiunto ad una performance già del tutto credibile dal punto di vista attoriale.

Bravo anche il messaggero di Eduardo Valdes: molto musicale e dall'ottimo fraseggio.
Molto buono il Faraone di Soloman Howard, regale e deciso quanto basta, come ottima la Sacerdotessa di Lori Guilbeau.

I ballabili del corpo di ballo che ha visto come solisti Christine Hamilton e Bradley Shelver hanno completato lo spettacolo, con coreografie di  Alexei Ratmansky.

Entusiasmo a mille per il Maestro Marco Armiliato che ha condotto la compagine orchestrale americana con estrema attenzione ai particolari. Il gesto è chiarissimo, ogni attacco sia ai cantanti che ai musicisti è preciso ed immancabile; abile nel calibrare tempi e sfumature a seconda delle azioni in scena e dei conseguenti stati d’animo, sottolineando di volta in volta pathos o grinta con congrui accenti e dinamiche. Il coro preparato da Donald Palumbo, perfetto anche nella pronuncia, è stato il completamento di una produzione davvero equilibrata.

Alla fine della serata, uno straripante pubblico meravigliosamente eterogeneo ed entusiasta ha tributato trionfali saluti con punte di ovazioni per Monastyrska, Borodina, Giordani ed il Maestro Armiliato.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore d’orchestra            Marco Armiliato
Regia                                      Sonja Frisell
Scene                                      Gianni Quaranta
Costumi                                 Dada Saligeri
Luci                                       Gil Wechsler
Coreografie                           Alexei Ratmansky
Maestro del coro                   Donald Palumbo

GLI INTERPRETI

Aida                                       Liudmyla Monastyrska
Amneris                                  Olga Borodina
Radamès                                Marcello Giordani
Amonasro                              Željko Lucic
Ramfis                                    Dimitry Belosselskiy
Il re                                        Soloman Howard
Messaggero                           Eduardo Valdes
Sacerdotessa                         Lori Guilbeau
Ballerini solisti                      Christine Hamilton, Bradley Shelver


Coro ed orchestra Metropolitan Opera House di New York

                                        
                                          Foto Metropolitan Opera - New York

PETER GRIMES, BENJAMIN BRITTEN - GARTNERPLATZTHEATER AM PRINZREGENTSTHEATER, Munich, 2 novembre 2014

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“Stand down” you say.You wash your hands.
The case goes on in people’s minds.
The charges that no court has made
Will be shouted at my head...

Il soggetto di Peter Grimes, tratto da un poema di Crabbe, ha le nere tinte di una vicenda realistica ambientata in un villaggio di pescatori e concentrata sui sospetti e sulle ostilità degli abitanti nei confronti di Peter Grimes, accusato di aver ucciso un mozzo.

La musica coglie dalla vicenda gli aspetti più crudelmente realistici ma la chiarezza con cui viene sempre condotto il canto, le melodie vocali di Britten,  per quanto accurate nella declamazione, conservano sempre una morbidezza melodica, creano un curioso incontro con i colori espressionistici dell'orchestra e le sue nervosità ritmiche.

La produzione del Gartnerplatz Theater di Monaco di Baviera si inserisce perfettamente nella crudeltà insita nel lavoro di Britten e la regia del giovane Balasz Kovalik ha colto nel segno.

Kovalik sceglie di ambientare il dramma negli anni sessanta del novecento e lo si desume esclusivamente dai costumi di Mary Benedek ma in un contesto scenico senza età, poiché gli unici elementi scenici (di Csaba Antal) sono rappresentati da un container da nave che via via si trasforma in chiesa, locale da ballo o taverna, due ponti mobili ai lati del palcoscenico e una tenda mobile in plastica trasparente che rappresenta il mare, il vento, la pioggia.
Spettacolo suggestivo quindi studiato nei minimi particolari e riuscito anche grazie alla cura maniacale nel gestire le luci da parte di un fenomenale Michael Heidinger.

La  numerosissima compagnia di canto ben si piega alle indicazioni di Kovalik come pure il personaggio principale di quest'opera che è il coro.
Peter Grimes per Kovalik diventa autore del reato e vittima allo stesso tempo, un estraneo, un vizioso, un maledetto. Un visionario che sogna a qualunque costo una ricchezza piccolo borghese e il cullarsi nella sua dolce casetta.
L'ipocrisia degli abitanti del villaggio scoppia in Kovalik nell' atto terzo dove la festicciola danzante alla taverna “the Boar” è trasformata in un ricettacolo delle più turpi fantasie nascoste degli abitanti del villaggio, in barba alle convenzioni sociali tanto sbandierate nei precedenti atti.
Qui le scelte di Kovalik lavorano come un metronomo perfetto in perfetta simbiosi con la musica sgembatamente festevole di Britten, risaltando fino all'estremo il loro contrasto.
Il risultato è una serata di teatro avvincente creato con pochi mezzi ma tanta passione.

Gherard Sigel nel ruolo del protagonista, si è finalmente lasciato alle spalle il marchio indelebile dell'eterno Mime acclamato nei teatri di mezzo mondo, per debuttare in un ruolo che lo ha visto vincente vocalmente e scenicamente.
La via percorsa per dare vita (e disperazione, e morte) al solitario pescatore del Suffolk s’innesta a metà tra gli indimenticabili solchi interpretativi consegnati alla storia da Peter Pears, creatore della parte, e da Jon Vickers, che in essa provò nuove ed eroiche forze vocali. Se sa essere incredibilmente tenero nel canto in “ Now the Great Bear and Pleiades” sa raggiungere poderose impennate di volume nelle escandescenze d’ira e di sdegno. Il tutto all’insegna di un realismo che ispira comprensione ed immerge nell’empatia.

Dopo aver trionfato a Bayreuth come Elsa, l'italianissima Edith Haller debutta anch'essa nel ruolo di Ellen concentrandosi sul lato delicato e commovente del suo personaggio.

Ashley Holland rende con pienezza le varietà di un personaggio cruciale, bello quanto terribile, quale il Captain Balstrode.

Giustamente petulanti e scatenate la Auntie di Snejinka Avramova e le due Nieces Frances Lucey e Elaine Arandes

Molto bravo anche scenicamente soprattutto nel travestitismo del terzo atto Juan Carlos Falcon nei panni tutt'altro che irreprensibili del predicatore Bob Bole.

Eccellenti Istvan Kovaks, Stefan Thomas, Holger Holmann e Martin Hausbergrispettivamente nei ruoli di  Swallow, il Reverendo Horace Adams, Ned Keene e Hobson.

Irreprensibile il Chor des Staatstheater am Gartnerplatz per l'occasione rinforzato con aggiunte diretto da Jorn Hinnerk Andersen; da pelledoca i “Peter Grimes” accusatòri gridati dal villaggio, di un vigore e di una precisione veramente impressionanti.

Consentitemi un moto d'orgoglio nel trovare l'italiano Marco Comin, a guida di una brillante Orchester des Staatstheater am Gatnerplatz. Il giovane direttore d'orchestra ha lavorato con scrupolosa meticolosità su di una partitura tutt'altro che semplice da condurre in porto soprattutto per quel che riguarda il sincronismo non solo metrico tra coro, orchestra e solisti. Comin da’ la sua impronta personale nella lettura di un capolavoro per mezzo di un suono orchestrale energico e tagliente.

Applausi entusiasti per tutti da parte di un pubblico attentissimo e partecipe.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore                               Marco Comin
Regia                                      Balázs Kovalik
Scene                                      Csaba Antal
Costumi                                 Mari Benedek
Luci                                        Michael Heidinger
Drammaturgia                     David Treffinger

GLI INTERPRETI

Peter Grimes                         Gerhard Siegel
Ellen Orford                           Edith Haller
Captain Balstrode                Ashley Holland
Auntie                                    Snejinka Avramova
Niece 1                                   Frances Lucey
Niece 2                                   Elaine Ortiz Arandes
Bob Boles                              Juan Carlos Falcón
Swallow                                  István Kovács
Mrs. (Nabob) Sedley            Ann-Katrin Naidu
Reverend Horace Adams     Stefan Thomas
Ned Keene                            Holger Ohlmann
Hobson                                  Martin Hausberg
Boy (John)                             Josef Roth / Raphael Schütz
Dr. Crabbe                            Enrico Sartori



Coro ed extra coro dello Staatstheaters di Gärtnerplatz
Orchestra Staatstheaters di Gärtnerplatz



Foto  
Staatstheaters am Gärtnerplatz

LA LUCE NEL TEMPO DI FRANCESCO NAPPA/CAVALLERIA RUSTICANA DI PIETRO MASCAGNI - TEATRO DELL’OPERA MAGGIO MUSICALE FIORENTINO, Firenze, 2 Novembre 2014

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LA  LUCE  E  L’OSCURITÀ  NELLO  STESSO  TEMPO

Il  Balletto  contemporaneo  La  luce  nel  tempo è  ideato  da  Francesco  Nappa  su  musica  di  Joseph Haydn. L’oscurità  e luce   di  alcuni  brani  sinfonici di  Haydn affiancano  e  abbracciano  appieno  questa  visione, infondono  sentimenti  contrastanti. Ogni  movimento  ha  un  sentimento  da  trasmettere:  gioia, malinconia passione, dolore. Sono  messe  in  scena  e  ognuna  di  loro  è una  crepa  attraverso  la  quale  far  trasparire  la  luce.  Attraverso  i  corpi  e  l’arte  dei  ballerini  in  fusione  con l’armonia delle  note  di  Haydn .  Eccellente  produzione  del Maggio Danza  accompagnati  magnificamente dall’ Orchestra  del  Maggio Musicale  Fiorentino  diretti  da Giampaolo  Bisanti.

Pietro Mascagni  compose  a  27  anni  in  breve  tempo  la  Cavalleria  rusticana  per  il concorso  indetto  per la  Casa  Musicale  Sonzogno  di Milano .Un ‘opera  in un  solo  atto di Giovanni  Targioni   -  Tozzetti  e  Guido  Menasci tratto  dal  dramma  di  Giovanni  Verga dallo  stesso  titolo. Vinse il  primo  premio.   Andò  in  scena  per  la  prima  assoluta  nel 1890  al Teatro Cosatanzi di  Roma.   Nel  giro di un anno  con  quest’  opera acquisì  fama  internazionale. 

L'intermezzo sinfonico dell'opera, collocato tra la ottava e la nona scena, è uno dei pezzi più popolari. Grazie al suo carattere orchestrale, interamente basato sull'uso degli archi, ha avuto molta fortuna anche al di fuori del repertorio operistico.
La  Cavalleria  rusticana si  ricollegava  ad  una  nuova  moda  fin   de  siècle , il “verismo” che  mirava alla  rappresentazione  nuda e  cruda, quasi eccessiva della  realtà quotidiana,  e per   questo   divenne una  delle  opere  più popolari del  teatro  musicale. Le  sue   melodie  sono  entrate a  far  parte  del  repertorio  popolare  italiano.Ha  il  carattere popolare dell’azione :  Amore, Gelosia  e  Vendetta  mortale.  Anche il   luogo  ed  epoca - un  villaggio  siciliano  nel  giorno  di  Pasqua -  sono tipicamente italiani in  quanto  la  chiesa  costituisce il  centro visibile  della  vita.

La  regia  di  Mario Pontiggia si  è  concentrata  sulle  delle  tre  donne  : Santuzza, Lola  e  Mamma  Lucia, che  condividono  un  unico  uomo- Turiddu -; ognuna  con  un amore  diverso  per  lui. La  vera  tragedia breve  ed  intensa  è la  tragedia  intima  di  Santuzza , nella  sua inutile  ossessione  per  Turiddu, si abbassa  moralmente,  si  umilia  senza  badare  alle  conseguenze.  Solo  il  sangue  finale laverà  la  macchia  del  peccato , lasciando  vuota la  vita  delle  tre  donne.  

Finalmente  è una  regia tradizionale,   accompagnata  da  un’ incantevole  scenografia  di  Francesco  Zito.
L’opera  si  avvale  di  una  unica  scena  fissa, che   riporta  alla   piazza  di  un piccolo  paese  siciliano  di fine ottocento, dominata  da  una  maestosa  chiesa  barocca, vero  fulcro  del  paese   come  punto di  riferimento  della  vita    sociale, dei  sentimenti e  della  fede  di  questa  popolazione contadina.   
Su questo sfondo  si  muove  il  popolo  rusticano  nel  giorno di  Pasqua.
Risulta  uno  spettacolo  bello, lineare, raffinato  ed  elegante  .

La  Santuzza di  Giovanna  Casolla   mostra  un’intensità  drammatica  notevole, è  una  leonessa  del  palcoscenico; ha forte personalità  interpretativa. La  sua  voce  riempiva  il  teatro , anche  se  qualche  volta   la  zona  centrale  diventava  un  pò  velata oltre con qualche  opacità  nei piani  e  nelle  smorzature. Nonostante  il  trascorrere del tempo, il  soprano  riesce  ancora  a  rendere più che  dignitosa  la sua  Santuzza ed a trasmetterne tutte le sfaccettature psicologiche.

Nei  panni  di  Turiddu  era  Sergio   Escobar ,  giovane  promettente  tenore  con ottimo  strumento  vocale, bel timbro,voce  importante. Spicca  per  la freschezza  canora. Ha  saputo  gestire  l’emissione  e il fraseggio  conferendo  al  personaggio grande autorevolezza. Piccola  incertezza  tecnica  nel finale. Sicuramente è un elemento di cui sentiremo molte altre cose sui  palcoscenici  più  importanti  della  lirica.

Il  Compare  Alfio di  Alberto Mastomarino  è  maturo  e  disinvolto, mostra  una  grande  sicurezza  scenica. Il  suo  bel  timbro   baritonale   ogni tanto si  perde  nella  zona  acuta  diventando  un  pò  sfibrato.
Lola   ( Elena  Traversi  )   vocalmente  non  era  convincente, voce sfocata , fissa e male appoggiata.
La    voce   di Cristina  Melis   (  Mamma  Lucia )  era priva  di  armonici e poco  incisiva.

Il  carisma  del    giovane  direttore  milanese  Giampaolo  Bisanti  fa   vibrare l’opera,   trasmettendo   forti  emozioni  con la  sua  eccellente  musicalità  e  preparazione.  Passionale  ed  espressivo. Attento  alla  coesione  d’insieme  ed  al  rapporto  tra buca e palcoscenico.   L’orchestra  molto  ben  guidata  e  in ottima  forma raggiunge  l’apice nell’Intermezzo che è davvero  il punto  culminante  dell’opera.

E’ ottimo   vocalmente e  scenicamente  il  Coro  del Maggio  Fiorentino  ben  preparato  da   Lorenzo  Fratini  .
Applausi  per tutti   dal  caloroso  pubblico  che  gremiva  il  Teatro  dell’Opera  tra  cui  tanti  giovani.  Significa  che  le  belle  produzioni  riescono  ad appassionare  anche  le   nuove  generazioni.

M. Lukacs


CAVALLERIA RUSTICANA

LA PRODUZIONE
Direttore                   Giampaolo Bisanti
Regia                         Mario Pontiggia
Scene e costumi        Francesco Zito
Luci                            Gianni Paolo Mirenda

GLI INTERPRETI
Santuzza                    Giovanna Casolla
Turiddu                     Sergio Escobar
Compare alfio           Alberto Mastromarino
Lola                            Elena Traversi
Mamma Lucia          Cristina Melis

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino

LA LUCE NEL TEMPO

Coreografia               Francesco Nappa
Direttore                    Giampaolo Bisanti
Musica                       Franz Joseph Haydn

Firenze Danza by Mag.Da.- Compagnia residente Opera di Firenze
Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino



                                          Cavalleria rusticana - foto Opera di Firenze

VEC MAKROPULOS, LEOS JANACECK - PRIMA MONDIALE DELLA REVISIONE CRITICA DELLA PARTITURA A CURA DI ANNETTE THEIN, JONAS HAJEK E TOMAS HANUS, EDIZIONI BARENREITER PRAHA - BAYERISCHE STAATSOPER, Sabato 1 novembre 2014

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“E' brutto esser vecchi.

Lei però è sempre bella.

Sappia, i pazzi hanno vita lunga, io vivrò a lungo certo! E finché l' uomo si innamora.”

Per la prima volta sul palcoscenico della Bayreische Staatsoper in lingua originale e con la partitura revisionata in base alle tre stesure (1923 1925) dell'eterno insoddisfatto Janaceck ad opera di Annette Thein, Jonas Hajek e Tomas Hanus, il capolavoro del compositore moravo è stato finalmente reso all'ascolto del pubblico nella sua versione più completa e più fedele alle intenzioni dell'autore, chiarendo numerosi errori che le precedenti edizioni avevano creato nella strumentazione, nella ritmica e nella struttura armonica.

Opera complessa e immensa che fonde con superba maestria gli ingredienti del thriller macabro, del giallo sociologico, del poliziesco fantastico, del racconto alchemico in una trama ingarbugliatamente pluristratificata in un lavoro teatrale di durata tutto sommato limitata (1ora e 50 di musica), Vec Makropulos è figlio diretto del clima magico che si respirava a Praga in quegli anni con i lavori di Kafka e di Karel  Capek.

Maestro indiscusso del canto di conversazione dove la scansione drammatica è rapidissima, nella sua penultima opera Janacek raggiunge l'apice della fusione completa parolamusica: gli scambi di battute sono fulminei,come ovviamente lo sono gli elementi musicali, brevi, lucidi e scolpiti in una partitura costituita in gran parte di temi brevissimi dove la musica ruota costantemente su se stessa.

E interprete indiscusso di questa rappresentazione a Monaco è stata senza ombra di dubbio la musica e il suo interprete principale, il direttore d'orchestra Tomas Hanus, il quale coinvolgendo una orchestra come quella della Bayerische Staatsorchester in stato di grazia è riuscito a far risaltare tutta l'originalità della partitura contribuendo a renderla tesa e interessante. La scarica nervosa e lo scarno e nervosissimo tessuto orchestrale che Hanus è riuscito a comunicare,  si è perfettamente sposato con un' orchestra di ampio colore espressionistico, risaltata da una pulizia timbrica esemplare e metronomicamente perfetta.
Finalmente Hanus ci ha restituito i bellissimi passaggi della viola d'amore solitamente tagliati, scritti in partitura, che sottolineano il carattere magico e fantastico di questa scrittura.

Con la scelta di rappresentare l'opera senza intervalli, il regista Arpad Schilling, coadiuvato nella drammaturgia da Miron Hakenbeck, si pone in perfetta simbiosi con la direzione tesissima di Hanus. Il dramma scorre senza interruzioni, ma si perde via via per strada in un vuoto di idee alquanto imbarazzante per un lavoro talmente esplosivo come questo.
L'impianto scenico di Marton Hag è fisso ma girevole nel lati per ogni atto, una montagna di sedie per il primo, un palcoscenico vuoto per il secondo, una gelida stanza d'albergo per il terzo.
Schilling nel suo lavoro esalta esclusivamente l'aspetto erotico della protagonista, grazie anche ad un'interprete come Nadja Michael dal fisico mozzafiato, strizzando più volte l'occhio alla Sharon Stone di Basic Instincts, soprattutto nel secondo atto dove la famosa scena dell'accavallamento di gambe con vista delle nudità è ripetuto più volte.
E poi un via via di palpamenti, amplessi, coiti interrotti e quant'altro fino alla scena finale dello svelamento della vera identità della protagonista, declamato da una seminuda Michael (sì abbiamo capito, è bellissima ed ha un fisico spettacolare) mentre si fa frustare con contorno di coristi (che in realtà dovrebbero stare in buca con l'orchestra..) voyer che se ormai non scandalizzano più nessuno, disturbano sicuramente un pochino.
Ovviamente in tutto questo festival dell'ormone, il lato magico, fantastico e onirico della storia viene smarrito, con conseguente focalizzazione sull'aspetto esclusivamente carnale della donna immortale e dei suoi spasimanti sovraeccitati.

Nadja Michael  è una Emilia Marty spettacolare vocalmente, che unisce la voce calda e brunita del suo essere stata un mezzosoprano ad un perfetto canto di conversazione anche se non si capisce bene in quale lingua canti. Le difficilissime “parole cantate” di Janaceck scorrono comunque bene e la voce è perfetta nelle due ore ininterrotte, arrivando al climax finale in una ideale catarsi musicale.

Pavel Cernoch é un Albert Gregor bellissimo anche lui fisicamente e vocalmente dal timbro seducente. Specialista nel teatro di Janacek, Cernoch è un tenore che non si risparmia nell'economia vocale con risultati ottimali. La sua ostica e acutissima parte gli calza come un guanto perfetto.

Suo rivale sulla scena, lo Jaroslav Prus di John Lundgren ha voce possente anche se molto nasale ma si adatta perfettamente al suo ruolo.
Gustav Belacek è stato un Dr Kolenaty perfettamente a suo agio, complice la madrelingua ceca, nell' ispida parte del petulante avvocato, aderendo alla perfezione alle intenzioni del compositore.

Kevin Konners(Vitek) e Dean Power (Janek) sono stati un po' sottotono, probabilmente tutti concentrati ad assecondare le richieste registiche piuttosto che concentrarsi sul canto.

Interessante il cameo del veterano Reiner Goldberg (sommo cantante wagneriano tra i più acclamati del secolo scorso) nei panni del conte Hauk-Sendorf, qui interpretato come un povero scemo che perde la testa per la starlette di turno.

Completavano il cast con corretta partecipazione Tara Erraught (Krista), Peter Lobert (un tecnico), Heike Grotzinger (una donna delle pulizie), Rachel Wilson (la cameriera di Emilia).

Corretta la breve partecipazione della sezione maschile del Chor der Bayerischen Staatsoper diretto da Soren Eckhoff.

Successo  per tutta la compagnia musicale con applausi di cortesia e qualche dissenso per i responsabili della messa in scena da parte del pubblico.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                                Tomáš Hanus
Regia                                     Árpád Schilling
Scene e costumi                     Márton Ágh
Luci                                       Tamás Bányai
Drammaturgia                      Miron Hakenbeck
Maestro del coro                  Sören Eckhoff

GLI INTERPRETI

Emilia Marty                         Nadja Michael
Albert Gregor                       Pavel Černoch
Vítek                                      Kevin Conners
Krista                                    Tara Erraught
Jaroslav Prus                        John Lundgren
Janek                                     Dean Power
Dr. Kolenatý                         Gustav Beláček
Ein Theatermaschinist         Peter Lobert
Eine Aufräumefrau               Heike Grötzinger
Hauk-Šendorf                       Reiner Goldberg
Kammerzofe Emilias            Rachael Wilson





Foto Bayerische Staatsoper

LA PORTA DELLA LEGGE, SALVATORE SCIARRINO – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, giovedì 30 ottobre 2014



prima rappresentazione italiana
quasi un monologo circolare di Salvatore Sciarrino
da un racconto di Kafka : Vor dem Gesetz

Un palcoscenico completamente vuoto, uno sfondo buio che lascia nel chiarore solo la sagoma rettangolare di una porta che si allarga fino a comprendere tutto lo sfondo, per poi restringersi ancora intorno ai protagonisti. Ecco l’impianto posto in essere da Jürgen Lier entro cui si muove la regia di Johannes Weigand , per il lavoro di Salvatore Sciarrino che per la prima volta approda in Italia ed al Teatro Malibran di Venezia. A quanto pare la nostra umanità è composta da anonimi attori da cui sono presi ad esempio l’Uomo 1 e l’ Uomo 2, costretti a vivere in un mondo imperscrutabile ove anche l’ovvio viene contraddetto.

Entrambi vogliono attraversare la porta della legge, della giustizia, ma il guardiano glielo impedisce senza fornire alcuna spiegazione, nonostante le numerose richieste e suppliche. E l’assurdo arriva alla fine, quando l’usciere confessa ad ognuno dei due, ormai vecchi ed in fin di vita, che la porta era destinata proprio a loro. Nella novella di Kafka questa criptica trama ha una spiegazione legata all’intero romanzo da cui è tratta, il Processo, mentre presa singolarmente da Sciarrino ‘La porta della legge’ lascia parecchio spazio all’immaginazione di chi osserva e riflette. Forse la giustizia esiste, ma c’è chi impedisce che questa segua il suo corso, oppure la nostra vita è circondata da contraddizioni in termini che portano a conseguenti paradossi (come l’essere respinti ingiustamente proprio davanti alla porta della giustizia), oppure questa apertura è il simbolo di tante opportunità che vengono offerte dalla vita, ma qualcuno posto sul nostro cammino ci impedisce di coglierle, e magari quel qualcuno è il nostro alter ego che ha paura di varcare la soglia della felicità.

La definizione ‘monologo circolare’ ci fa immediatamente pensare ad una narrazione, se così possiamo definirla in questo caso, che ritorna su se stessa, ripercorrendo il suo iter. Il destino del primo personaggio viene difatti seguito da un altro suo simile, pur con caratteristiche fisiche e vocali diverse, e chiaramente l’autore vuole farci intendere che ad essi seguiranno tanti altri nella medesima situazione.
Il libretto dello stesso Sciarrino, che dovrebbe costituire il fulcro del pensiero dominante in tale lavoro, è in realtà molto scarno e costituito principalmente da poche frasi ripetute con fare ossessivo dai due uomini a turno: vorrei entrare, la porta della legge è sempre aperta, mi lasci entrare..  e dai noncuranti ora no, forse più tardi, ecc. del guardiano.

La musica è piuttosto frazionaria e di non facile decifrazione, poiché minimo appare il suo apporto alla rappresentazione. Più che un accompagnamento risulta in effetti come una sottolineatura delle frasi emesse in maniera ossessiva, lasciando quindi ampio spazio ai vuoti acustici rotti da improvvise riprese. L’orchestra si avvale anche di due pianoforti, una lastra metallica, perfino un tam-tam. Ma non sembra essere fondamentale in questa opera a nostro avviso. Non semplice quindi il compito del Maestro Tito Ceccherini , che segue pedissequamente la recitazione/canto dei tre protagonisti per far reagire prontamente l’orchestra. Il risultato riflette così la scia del libretto: l’insieme è giustamente scarno, ripetitivo,  quasi nebuloso.

Stesso dicasi per la resa degli interpreti: Ekkehard Abele interpreta il primo Uomo che chiede di varcare la porta con un’aria trasognata, incredula, ossessivamente inquisitoria. Il tono della voce è moderato, in linea con l’aria di sospensione che aleggia in scena, si muove con circospezione sul palco cercando di seguire la sagoma variabile della famigerata porta.

Al pari Roland Schneider appare forse più ingenuo pur nel medesimo copione, meno aggressivo, ma ugualmente tormentato, di chi lo precede e sfrutta il timbro della sua voce da controtenore per sottolineare l’inquietudine che prova, quasi come se non osasse esprimersi troppo forte per non disturbare il glaciale Usciere. Costui è impersonato da Michael Tews che deve fare pure i conti con certe torsioni del busto imposte dalla regia, che lo vuole povero nel verbo ma espressivo nel corpo.

Ci piace concludere raccontando l’istallazione video di Jakob Creutzburg che appare al termine: un’ infinità di uomini, sempre simili ed anonimi, continuano a ripetere le stesse poche parole, bloccati nelle loro porte che salgono e scendono all’infinito nella penombra del palco, finché la musica non cessa del tutto e si oscura la scena. Ed è buio totale.

Il pubblico non numeroso ha accolto con sufficiente calore lo spettacolo di questa recita.
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE


direttore          Tito Ceccherini
regia                Johannes Weigand
scene e costumi          Jürgen Lier
video               Jakob Creutzburg

GLI INTERPRETI

L’uomo I        Ekkehard Abele
L’uomo II       Roland Schneider
L’usciere         Michael Tews

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
con sopratitoli in italiano

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice




Foto Michael Hoernschemeyer/Wuppertaler Buhnen

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – TEATRO COMUNALE G. VERDI DI PADOVA, 24 ottobre 2014.



Madama Butterfly è sicuramente una di quelle opere che va vissuta più intimamente che visivamente. Lo sanno bene tutti quei registi che hanno di recente privilegiato l’aspetto emozionale rispetto a quello  più squisitamente scenografico nei loro spettacoli. Quello ideato da Beni Montresor, nella ripresa di Paolo Giani in scena al Teatro Verdi di Padova, ci porta in un Giappone molto semplice e scarno, ma immediatamente riconoscibile. Ci troviamo di fronte ad una schematica casetta giapponese al centro della scena, con ai lati le pareti trasformate in specchi che allargano la prospettiva visiva, ed un suolo bianco dove le luci sono chiamate a giocare un ruolo importante, ma che a nostro avviso non sono state significative in questa occasione. Gli abiti e le acconciature sono piuttosto graziosi ed in classico stile orientale, che portano quasi naturalmente le protagoniste femminili ad un incedere che richiama i gesti e le movenze delle famose Geishe. Per il resto non vi è molto altro, se non lo spogliarsi ancor di più della scena per accennare l’interno della casa di Butterfly, che viene poi ‘occupata’ dalle vele della nave di Pinkerton al suo arrivo, subito ripiegate su se stesse nel prosieguo dell’azione. I fiori che la povera illusa prepara per accogliere l’amato sono dei semplici coriandoli bianchi calati a pioggia dall’alto, mentre un velo plana sul pavimento nell’istante in cui Butterfly si toglie la vita.

Riteniamo che per uno spettacolo così concepito, la parte musicale debba essere il fiore all’occhiello per valorizzare quanto pensato registicamente, ma purtroppo questa è mancata sotto diversi aspetti.
A cominciare dalla conduzione del Maestro Tiziano Severini, alla testa di una orchestra di Padova e del Veneto non in forma smagliante. Non abbiamo sentito infatti la miriade di colori che arricchisce la partitura di Puccini. I momenti concitati lasciavano troppo spazio al clamore e proponevano un suono a nostro avviso frammentato, mentre assenti sono stati gli slanci lirici della passione prima e la profondità del suono nel dolore. In generale ci è sembrata una semplice lettura della partitura.
Di conseguenza anche alcuni interpreti non hanno potuto brillare in tale circostanza.

Andrea Rost sembra una Cio-Cio-San davvero poco coinvolta. Se una certa innocenza è parsa emergere nel primo atto, non abbiamo percepito in seguito il dolore della donna ormai cresciuta e tuttavia aggrappata ad una vana speranza poi disillusa. Anche dal punto di vista vocale, il timbro del soprano è sì di bella pasta morbida, ma risulta piccola soprattutto nel confronto con l’orchestra. L’interprete inoltre sceglie una esecuzione asciutta anche nei momenti di massimo languore.

J-F. Pinkerton è un Luciano Ganci tutto slancio e sentimento, che dona molto di se stesso alla resa del personaggio. Il tenore ha sicuramente una voce importante, ma sembra aver subito certi tempi distesi dell’orchestra e un appiattimento generale, che potrebbero averlo condizionato nell’emissione in taluni passaggi.
Colpisce davvero la particolarissima voce di Daniela Innamorati. Con il suo timbro caldo color dell’ebano interpreta una compassionevole ed attenta Suzuky, di certo elegante e compita, che difatti il pubblico ha molto applaudito al termine dello spettacolo.  

Giorgio Caoduro va premiato per l’impegno nell’essere andato in scena nonostante un infortunio ad un piede, con il suo Sharpless piuttosto austero ma compassato al momento opportuno.

Convince il Goro di Max Rene' Cosotti per voce interessante dal timbro colorito, nonché per il suo calarsi nella parte con giusta partecipazione. Corretti il principe Yamadori di William Corrò, il Commissario imperiale di Francesco Milanese e l’impetuoso zio Bonzo di Abramo Rosalen, che pure ha dovuto fare i conti con il volume orchestrale.

Da risentire la Kate Pinkerton di Sabrina Vianello per poterne apprezzare meglio la voce, mentre segnaliamo nella folta schiera di parenti lo zio Yakusidé di Gianluca Zoccatelli, la zia, cugina e madre di Butterfly, rispettivamente Babusci Valentina, Baldin Simonetta e Benetti Silvana. Non si può che lodare il piccolo Sebastiano Corrò, impegnatissimo nel ruolo di Dolore, nel suo splendido mini kimono bianco.
Qualche piccola incertezza da registrare nell’esecuzione del coro diretto da Dino Zambello, dovuta probabilmente a quanto detto relativamente alla direzione musicale.
Il pubblico davvero numeroso che ha riempito la platea ed ogni ordine di palco, ha tributato applausi di gradimento discreto in generale.
Infine registriamo per dovere di cronaca la competenza e disponibilità dell’ufficio stampa che ha sopperito ad una spiacevole accoglienza da parte della biglietteria che non ci aspettavamo e che speriamo sia migliorata quanto prima per la serenità di chi si reca in questo gioiello di teatro per lavoro o svago.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro Concertatore
e Direttore D'orchestra      Tiziano Severini
Regia, Scene E Costumi       Beni Montresor ripresa di Paolo Giani


GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San                           Andrea Rost
Pinkerton                               Luciano Ganci
Sharpless                               Giorgio Caoduro
Suzuky                                  Daniela Innamorati
Zio Bonzo                              Abramo Rosalen
Goro                                      Max Rene' Cosotti
Il principe Yamadori            William Corrò
Il commissario imperiale      Francesco Milanese
Kate Pinkerton                     Sabrina Vianello
Zio Yakusidé                         Gianluca Zocatelli
Zia di Butterfly, cugina        Babusci Valentina, Baldin Simonetta, Benetti Silvana.
e madre
dolore                                    Sebastiano Corrò                             


Coro Città di Padova diretto dal M° Dino Zambello
Orchestra di Padova e del Veneto




Foto Giuliano Ghiraldini

LA FORZA DEL DESTINO, G. VERDI – FESTIVAL VERDI, TEATRO REGIO DI PARMA, DOMENICA 19 OTTOBRE 2014




La forza del destino è potente e non conosce ostacoli, si compie ineluttabilmente nel bene e nel male e non resta che arrendersi ad esso. Stefano Poda vede tutto buio nella sua concezione dell’opera verdiana, che secondo lui non ha bisogno di scene mastodontiche, palazzi principeschi o chiese con mille navate per stupire ed arrivare al cuore. Piuttosto buio è il palco pressoché vuoto, scuri sono i costumi (tranne il mantello rosso della baldanzosa Preziosilla), le luci sono soltanto lampi di chiarore che servono ad esaltare espressioni ed azioni, in una atmosfera nel complesso quasi sacrale. A nostro avviso qualche scelta non risulta del tutto comprensibile, come la palla gigantesca che Alvaro spinge qua e là mentre prega l'amata, oppure la spada scagliata dall'alto alla morte di Leonora, che giunge quasi a distogliere l'attenzione dal momento solenne. Ma se si escludono episodi come questi, possiamo comunque affermare che l’idea del regista sia complessivamente arrivata, creando in chi osserva un certo intimismo, un' idea di sospensione nell'attesa che il destino si compia.

Roberto Aronica  è parso piuttosto in forma nei panni di Don Alvaro: unisce al temperamento di uomo d’onore e d’amore un canto di vigore che ha offerto dei bei numeri, raggiungendo l’apice sia nell’aria per Leonora che nel duetto con Don Carlo.
Ottimo Luca Salsi nel ruolo del vendicativo fratello implacabile. Ancora una volta il colore della sua voce si mostra perfetto per un ruolo dinamico: brunito e profondo con fraseggio corretto unito ad interpretazione decisamente sentita.
Piuttosto raccolta invece Virginia Tola come Leonora. Il soprano ha privilegiato un canto contenuto ed emotivamente toccante, tralasciando forse l’aspetto più passionale di una donna comunque innamorata e dal temperamento forte.
Convincente  Michele Pertusi nel ruolo del Padre guardiano: dalla cava profonda del suo timbro risalta un vocione adattissimo al ruolo del religioso austero e saggio, come pure Roberto De Candia è un Fra Melitone dal bellissimo timbro baritonale, dalla dizione chiara ed efficace dal punto di vista recitativo.
A dir poco straordinaria Chiara Amarù come zingarella. Il mezzosoprano colpisce per la scioltezza con cui adopera il suo strumento, che non teme di arrivare anche molto in alto per la sua tessitura, in aggiunta ad una capacità di stare sul palco davvero prepotente e molto gradita al pubblico.
Davvero gradevole l’intervento di Andrea Giovannini come Mastro Trabuco, il cui mantello ‘ripieno’ di cianfrusaglie, unito ad un canto più che discreto, ha aiutato non poco il simpatico tenore a divertire e convincere nel suo ruolo.   
Molto bravo Simon Lim come marchese, stesso dicasi per la buona Raffaella Lupinacci come cameriera di Leonora. Completano il cast il chirurgo di Gianluca Monti e Daniele Cusari come Alcade.
Molto ben preparato da Salvo Sgrò il coro del Teatro Regio di Parma.

Alla testa dell’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini il Maestro Jader Bignamini. Con lui l’orchestra assume sonorità asciutte, non cade nella tentazione di appesantire i volumi nei momenti in cui ci si aspetterebbe l’esplosione, mantenendo sempre un suono nell’insieme coerente, che si fa  sofisticato nel lirismo più intimo.
Salvo qualche contestazione diretta al soprano Tola, la sala gremita di un pubblico molto attento ha decretato il successo dello spettacolo, che il teatro ha dedicato al compianto Carlo Bergonzi.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore                            Jader Bignamini
Regia, scene, costumi, coreografia e luci               Stefano Poda
Maestro del coro                                                      Salvo Sgrò
Maestro all’organo                                                  Simone Savina 

GLI INTERPRETI

Il marchese di Calatrava
Simon Lim
Donna Leonora, sua figlia
Virginia Tola
Don Carlo di Vargas, suo figlio
Luca Salsi
Don Alvaro
Roberto Aronica
Preziosilla, giovane zingara
Chiara Amarù
Il Padre guardiano
Michele Pertusi
Fra Melitone
Roberto De Candia
Curra, cameriera di Leonora
Raffaella Lupinacci
Mastro Trabuco, mulattiere, poi rivendugliolo
Andrea Giovannini
Un alcade
Daniele Cusari
Un chirurgo


Gianluca Monti




FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli in italiano e in inglese





Foto Roberto Ricci, Teatro Regio di Parma

DON GIOVANNI, W.A. MOZART - TOKYO NATIONAL THEATRE, 16 OTTOBRE 2014




….Il padron con prepotenza l'innocenza mi rubò...

“Chi son io tu non saprai”.
Lo afferma Don Giovanni mentre, scoperto il il suo notturno tentativo di possedere Donna Anna, viene inseguito dalla donna e dal padre di lei.
Don Giovanni reca la significativa  definizione di “dramma giocoso”  non “opera buffa”, quindi e neppure “opera seria” , ma un oscillare continuo tra elemento scherzoso e demoniaco in cui il protagonista centrale, Don Giovanni appunto, guida l'azione dall'inizio alla fine con coerente fedeltà alla propria ricerca del piacere anche contro la morale.
Don Giovanni è presente anche quando non c'è e gli altri sette personaggi dell'opera ruotano costantemente attorno alla sua figura, tutta istinto e passione.
La sua figura passa sulla scena come un turbine, sospinta dalla vitalità inesauribile dell'eros che scorre, affermandosi attraverso il suo mimetismo, la capacità di dissimulazione, l'adattamento a qualsiasi situazione vissuta nel presente, senza ricordi e senza presagi.
Con queste significative premesse il debutto dell'opera mozartiana al Nuovo Teatro Nazionale di Tokyo nell' allestimento di Grisha Asagaroff non poteva avere esito migliore.
Pur non discostandosi eccessivamente da un allestimento tradizionale, per quanto limitativo sia il termine, Asagaroff ci offre un Don Giovanni onirico, giocato tra le nebbie di Venezia e i boschi di betulla della Marca trevigiana di Da Ponte.
In questo contesto i personaggi sviluppano uno studiatissimo e sapiente teatro di regia ove anche il minimo dettaglio di una mano che rotea o di una spada che ferisce risultano talmente naturali e spontanei da emozionare istintivamente.
Coloratissimi e nel solco del settecento veneziano i costumi di Luigi Perego che è stato anche ideatore degli elementi scenici sapientemente esaltati dal lighting design di Martin Gebhard.

Nei panni di Don Giovanni abbiamo piacevolmente ritrovato Adrian Erod dopo il suo splendido Sixtus Beckmesser nei Meistersinger da noi ascoltati ad Amsterdam il giugno 2013. Voce duttilissima che sa piegarsi ai sottili giochi perversi della partitura Mozartiana con un mordente originalissimo mai sopra le righe, Erod tratteggia il suo Don Giovanni con voce molto chiara e ben proiettata, dal fraseggio perfetto sostenuto da una dizione encomiabile.

Suo degno compare il Leporello di Marco Vinco è un autentico fuoriclasse nel ruolo. Il cantante veronese, pur affaticato a volte da una partecipatissima ed intensa recitazione alla quale mai si è risparmiato, è stato esaltante per emissione sicura e controllata da un livello tecnico di alta levatura.
Della Donna Anna interpretata da Carmela Remigio si può dire tutto il bene possibile per una cantante ormai arrivata ad un livello di tale perfezione vocale pur alla sua giovane età con pochi paragoni nel teatro musicale odierno. Interprete di notevole presenza scenica, canta con una fluidità, un'eleganza e una rotondità di suono veramente splendidi uniti ad una dizione scolpita e ad un' accento che li valorizza superbamente.

Donna Elvira era Aga Mikolaj, dopo averla udita nel Ring scaligero come apprezzata interprete di Woglinde, debbo dire che lo sviluppo di questa giovane cantante polacca è notevole, la sua interpretazione tutta giocata sul perenne controllo dei fiati è alla ricerca continua di colori vocali non comuni. Molto applaudita la sua aria del secondo atto.

Ottimo Paolo Fanale nel ruolo di Don Ottavio. Il tenore palermitano conferma di volta in volta al nostro ascolto, una costante crescita artistica. La parte di Don Ottavio è una scrittura di notevole difficoltà che richiede un controllo perfetto della respirazione, pena il disastro assicurato. Fanale supera questo scoglio innanzitutto con un timbro bellissimo aiutato da una notevole abilità tecnica, da una tenuta vocale e da una forza di accento e incisività timbrica uniti a raffinatezza e capacità interpretativa.

Brillante, scanzonata senza strafare ma anche capace di risvolti malinconici la Zerlina di Washio Mai assieme al Masetto ingenuo e corretto di Machi Hidekazu.
Convincente la voce profondissima di Tsumaya Hidekazu come Commendatore.
Direzione tesa e stringente quella del veterano Ralf Weikert. Nelle sue mani la meticolosa e forse troppo precisa Tokyo Philarmonic Orchestra non si lascia andare alle idee musicali del suo direttore ospite, tutta tesa alla ricerca di una perfezione interpretativa quasi impossibile da raggiungere in Mozart.
Corretto e partecipe il New National Theatre Chorus diretto da Misawa Hirofumi.

Successo vivissimo per tutti con autentiche ovazioni da parte di un pubblico in delirio ed entusiasta come solo quello giapponese sa essere.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                 Ralf Weikert
Regia         
             Grischa Asagaroff
Scene &
Costumei                    Luigi Perego
Luci               
         Martin Gebhardt

GLI INTERPRETI
Donna Anna             Carmela Remigio
Don Ottavio
             Paolo Fanale
Donna Elvira
            Aga Mikolaj
Masetto
                   Machi Hidekazu
Zerlina
                      Washio Mai

Coro          New National Theatre Chorus
Orchestra
 Tokyo Philharmonic Orchestra




Foto Tokyo National Theatre

GUILLAUME TELL, G. ROSSINI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDÌ 16 OTTOBRE 2014




‘Ex terra omnia’- tutto dalla terra, ossia tutto ciò che siamo e tutto ciò che ci circonda proviene dalla terra e ad essa appartiene per sua natura. Questo il perno intorno a cui ruota lo spettacolo concepito da Graham Vickper il Guillaume Tell di Gioachino Rossini che approda al Teatro Comunale di Bologna. Il sipario abbassato ci mostra un pugno chiuso bianco su sfondo rosso che qui diventa il simbolo di tutte le lotte contro gli usurpatori di ogni secolo e patria. È uno spettacolo di contrasti, di opposizioni: il bene vs il male, i sottomessi vs i dominatori, persino l’essenzialità delle scene vs la straordinaria ricchezza dei contenuti. Vick ha scelto di approfondire e sottolineare il rapporto quasi morboso che lega un popolo alla sua terra, che compare costantemente in scena, che sia sparsa sul palcoscenico, che sia rievocata nei ricordi infantili di Arnold con suo padre, o addirittura riversata dalle tasche logore degli svizzeri, serbata come nostalgico ricordo e soprattutto monito a non perdere la speranza. Gli austriaci sono visti come nobili annoiati che considerano il popolo sottomesso alla stregua di servitori o peggio di giullari di corte da trattare come animali addomesticati o marionette di cui muovere i fili invisibili. Ron Howell  lo sottolinea con intelligenza nelle forti coreografie dei ballabili che qui sono quanto mai essenziali allo sviluppo dei contenuti. E se già impressiona vedere i danzatori che simulano la violenza schiacciante del padrone, comprimendosi con forza nuca e corpo con delle scarpe da uomo, si resta quasi senza fiato al terzo atto, ove il ricevimento per il governatore è un susseguirsi di umiliazioni sempre maggiori, che raggiungono il naturale climax con Tell e la ben nota prova della mela.

Si tratta di un mondo artefatto e dunque ripreso da telecamere sotto enormi riflettori come in un film ove l’unica certezza è ancora la terra, la Natura che rivuole i suoi figli, richiamandoci al mito del buon selvaggio di Rousseau. Ed il figlio di Guillaume si appresta difatti a ritornare alle origini in una ascesa ideale, sulla scala rossa che lentamente si adagia al centro della scena, nel glorioso finale.
Davvero splendidi i costumi di Paul Brown, artefice anche delle scene bianche ed essenziali su cui possono spiccare per ricchezza ed ottima fattura.

Felicissima anche la scelta del cast, ove persino i ruoli di contorno hanno una individualità molto accentuata e nulla viene lasciato al caso nelle loro azioni.
Carlos Alvarez impersona il valente Guillaume Tell con slancio interpretativo e una voce ricca e dalla pasta morbida. L’interprete non mostra solo fiammante spirito battagliero, ma anche anima e cuore tanto nell’esecuzione canora che nel gesto in scena.

Straordinario l’Arnold di Michael Spyres. Il tenore risolve uno dei ruoli più difficili e aggiungeremmo anche estenuanti per il suo registro con una interpretazione brillante. Supera tutte le difficoltà della partitura con voce perfettamente controllata e senza sbavature, in tutta la gamma dell’ampio registro.  

La splendida Yolanda Auyanet è Mathilde, nobile di fatto ma anche di cuore, l’unico elemento positivo di tutta la sua stirpe, estranea alle violenze di cui la sua casta si macchia, impersonata con eleganza e compostezza dal soprano, grazie anche alla dolcezza ed alla musicalità della sua voce setosa, che incanta nell'attesa 'Sombre forêt'.  

La moglie dell’eroe svizzero è una fantastica Enkeleida Shkoza: coinvolgente, dal temperamento sanguigno e dalla voce imponente che unisce al canto energico e preciso una grande espressività.
Mariangela Sicilia è un Jemmy accorato e coraggioso, sapientemente interpretato con qualche guizzo adolescenziale.  

Furst è unSimon Orfila dal piglio giustamente focoso per il suo ruolo di congiurato, mai sopra le righe sia nella resa attoriale che vocale.
Quasi algido nella sua fredda crudeltà il governatore Gessler di Luca Tittoto. Utilizza la profondità del suo timbro in modo intelligente sì da accentuare con voce e azione ogni sfumatura del suo personaggio.

La voce di Simone Alberghini pare particolarmente a suo agio nel ruolo di Melcthal padre, potendo sfoggiare la sua venatura più peculiarmente scura. Molto d’effetto l’ormai celebre  morte violenta in scena sotto l’occhio compiaciuto di Rodolphe che ne fa appendere il cadavere.

Alessandro Luciano è sufficientemente crudele ed imperturbabile da suscitare sdegno con la sua interpretazione di un Rodolphe qui particolarmente temibile e degno arciere di Gessler.
Marco Filippo Romano si muove molto bene nel doppio ruolo di Leuthold e Chasseur, mentre Giorgio Misseri canta con buon gusto la sua canzone d’amore.

È d’obbligo spendere più di una parola per lo straordinario coro diretto da Andrea Faidutti. Ottimi l’equilibrio e l’impasto delle voci, gli attacchi sono precisi e tanta parte dello spettacolo si completa della forza scenica ed espressiva dei bravissimi coristi.
  
Maiuscola la direzione di Michele Mariotti che nella musica di Rossini trova terreno fertile per mostrare tutto il suo talento e sensibilità di musicista. Sin dall’ouverture l’orchestra offre una miriade di colori, una straordinaria morbidezza nel suono ed un ottimo equilibrio dei volumi, particolarmente bilanciati nei ballabili. Sempre presente il contatto con il palco e nei concitati gli accenti si fanno più decisi ma mai esasperati. Perfetta l’intesa tra i musicisti che nel gran finale cesellano nota dopo nota un crescendo che unisce al sentimento  forza e carattere.

Successo trionfale anche per questa replica, salutata da diverse chiamate alla ribalta, battimani a tempo e numerose grida di apprezzamento per tutti gli interpreti ed il direttore d’orchestra.

Maria Teresa Giovagnoli  



LA  PRODUZIONE

Direttore


Michele Mariotti
Regia
Graham Vick
Scene e costumi
Paul Brown
Progetto luci
Giuseppe di Iorio
Luci riprese da
Fiamma Baldiserri e Marco Alba
Coreografie
Ron Howell
Regia ripresa da
Lorenzo Nencini
Assistente coreografo
Virginia Spallarossa
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

GLI INTERPRETI

Guillaume Tell
Carlos Alvarez
Arnold Melcthal
Michael Spyres
Walter Furst
Simon Orfila
Melcthal, padre di Arnold
Simone Alberghini
Jemmy
Mariangela Sicilia
Gessler
Luca Tittoto
Rodolphe, capo degli arcieri di Gessler
Alessandro Luciano
Roudi, pescatore
Giorgio Misseri
Leuthold, pastore/ Un Chasseur
Marco Filippo Romano
Mathilde
Yolanda Auyanet
Hedwige
Enkeleida Shkoza


Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Allestimento Rossini Opera Festival in coproduzione
con il Teatro Regio Torino





Foto: gentile concessione del Teatro Comunale di Bologna

VERONA LIRICA APRE LA NUOVA STAGIONE DI CONCERTI CON L’ORCHESTRA E IL CORO DELL’ARENA


L’Associazione Verona Lirica è giunta alla sua quarta stagione concertistica e si pone come una delle realtà più riuscite del panorama musicale cittadino di questi ultimi anni, grazie anche alla stretta collaborazione con la Fondazione Arena di Verona, il cui direttore artistico Paolo Gavazzeni ha voluto essere presente insieme a Giuseppe Tuppini, presidente  dell’associazione lirica, per salutare il pubblico di abbonati e sottolineare la vicinanza amichevole delle due istituzioni. Difatti molti degli interpreti che hanno calcato le scene del prestigioso Festival estivo, nonché della stagione invernale al Filarmonico, sono poi tornati sul palco anche per entusiasmare il pubblico degli abbonati di Verona Lirica.  

Fa veramente molto piacere vedere come il Teatro fosse particolarmente pieno per questo concerto inaugurale, probabilmente anche per il forte richiamo dato dalla presenza eccezionale del coro diretto da Andrea Cristofolini e dell’orchestra della Fondazione Arena, guidata da Giorgio Croci.
Musiche di Rossini, Leoncavallo, Mascagni, Bizet, Verdi e Puccini hanno arricchito un programma fitto e carico di energia.
Cinque gli artisti impegnati ad eseguire le arie più amate di sempre dalle opere di questi grandi compositori: Virginia Tola, Sanja Anastasia, Dario di Vietri, Franco Vassallo, Giorgio Giuseppini.

Impegnata in questi giorni al Teatro Regio di Parma con La forza del destino di Verdi, il soprano Virginia Tola ha cantato da quest’opera,  insieme a Giorgio Giuseppini ed il coro, la scena tra Leonora ed il Padre guardiano, che si conclude con ‘La vergine degli angeli’; un momento molto intenso che ha coinvolto emotivamente sia gli interpreti che il pubblico in sala. Inoltre, direttamente dalla stagione appena conclusa del Festival in Arena 2014, da Un ballo in maschera, insieme a Franco Vassallo, la scena tra Renato ed Amelia del terzo atto, con la celebre ‘Morrò, ma prima in grazia’. Il baritono ha anche eseguito il prologo di Pagliacci di Leoncavallo, a nostro avviso con giusta enfasi declamatoria

Il mezzosoprano Sanja Anastasia ha uno strumento molto imponente che supera tranquillamente coro ed orchestra ed ha eseguito con grazia l’Habanera dalla Carmen di Bizet, altro recente successo dell’estate in Arena, nonché la meravigliosa e travolgente ‘Inneggiamo, il Signor non è morto’ con il fondamentale apporto del coro, da Cavalleria Rusticana di Mascagni, con l’introduzione dell’orchestra.

Giorgio Giuseppini  ha eseguito uno straordinario racconto di Ferrando insieme al coro, da il Trovatore di Verdi. È profonda la sua voce, dal volume importante e l’interprete è deciso e convincente.
Infine il tenore Dario di Vietri con i suoi acuti ha conquistato il pubblico con le sempre graditissime ‘E lucevan le stelle’ dalla Tosca e ‘Nessun dorma’ dalla Turandot di Puccini.

Il coro della Fondazione Arena ha voluto commuovere i presenti con ‘Patria oppressa’ da Macbeth e ‘Va pensiero’ dal Nabucco di Verdi.
Avendo una orchestra a disposizione sarebbe stato un delitto non ascoltare anche dei pezzi sinfonici, ecco quindi il meraviglioso intermezzo di Manon Lescaut di Puccini, eseguito con particolare vigore ed intensità, la verdiana sinfonia di Stiffelio, con brio e tanta energia, e la splendida ouverture da L’Assedio di Corinto di Rossini.

Grande conclusione con tutti gli interpreti per il trionfante finale dell’atto secondo di Aida.
Successo pieno e caloroso per tutti, una bella partenza per Verona Lirica.

Maria Teresa Giovagnoli






DON GIOVANNI, W. A. MOZART – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, sabato 11 ottobre 2014

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Il fortunatissimo allestimento del Don Giovanni di Mozart creato dall’equipe Michieletto/Fantin/Teti, vincitore del premio Abbiati e numerosi Opera Awards  nel 2011, ritorna al Teatro La Fenice di Venezia per questo finale di stagione 2013-14, riscuotendo ancora il successo che a nostro avviso merita, registrando il tutto esaurito al botteghino alla prima, e c’è da immaginare che sarà così anche per le repliche successive.
Lo sviluppo della vicenda avviene totalmente in ambienti domestici, con l’ormai celebre impianto scenico rotante che crea angoli diversi, sfogliandosi quasi come le pagine di un libro infinito. Funge a seconda del caso da dimora dei diversi personaggi e vi si allestisce anche una specie di camera ardente con la bara del Commendatore al centro nel secondo atto. Le pareti ricoperte di parati dai toni chiari e qua e là consunte, sono dotate di sole porte e nessuna finestra, quasi come a sottolineare l’oppressione che covano in seno gli attori della vicenda, tutti tenuti a scacco dal protagonista impenitente.  

La principale attrattiva di questo spettacolo è difatti costituita proprio dalla profonda caratterizzazione dei personaggi principali. Don Giovanni è certamente il libertino che tutto vuole e non è mai sazio di quel che ottiene, ma è anche un uomo inappagato alla perenne ricerca di nuove emozioni, di nuove avventure amorose, magari simbolo di una insoddisfazione più profonda. Egli sente distanti tutti coloro che lo circondano e non fa che deriderli e quasi come in preda a schizofrenia, alterna momenti di scherzo ad attimi di violenza, lanciando ad esempio una bottiglia di vino sulla parete, sbattendo con forza le porte, strattonando e sbeffeggiando continuamente il povero servo e le stesse donnette che lo circondano. Ma poi quando la coscienza bussa letteralmente alla sua porta nelle vesti del Commendatore, ecco avvampare il timore sul volto del dissoluto, ma solo per un attimo. Il pentimento non arriva affatto ed anzi, come uno spirito che guarda dall’alto in basso gli sciocchi  mortali sulla terra, continua ad aggirarsi in mezzo a loro fino all’ultima nota, sempre deridendoli, restando in realtà impunito.

E ben si cala in questo ruolo Alessio Arduini. Se ne apprezzano particolarmente le doti attoriali: fa suo ogni centimetro del palcoscenico, è animato da autentica passione, tanto nel recitato quanto nel canto di vigore. Pur non possedendo una voce volumetrica, il timbro caldo e sinuoso completa e sottolinea di fatto il suo agire in scena.

Straordinario il Leporello tartagliante di Alex Esposito. Usa sapientemente la sua voce forte e di spessore, piegandola a tutti i dettami del ruolo. Il povero servo è anche un po’ sciocco e in qualche modo spera di racimolare qualche donzella tra una ammucchiata e l’altra (come nell’orgia del secondo atto con ubriacatura collettiva in luogo del classico banchetto). Diventa quasi il vero protagonista tanto è disinvolto in scena e lascia il pubblico senza fiato ad ogni suo intervento, soprattutto nei recitativi.

Le tre donne con cui deve vedersela il ‘Don’ sono l’archetipo di tre tipologie femminili. Donna Anna è la futura sposa fedele e timorata di Dio, inerte di fronte alla brutalità del suo assalitore, ed anche quando chiede vendetta e giustizia per l’assassinio del padre, risulta sempre nobile e mai eccessiva nel suo agire. Così Jessica Pratt sottolinea questi aspetti offrendo una interpretazione diremmo intimistica e quasi trasognata, che si riflette anche nell’emissione vocale che appare controllata ed in funzione del limbo psicologico in cui si trova, come fosse assoggettata al dominatore libertino.

Dall’altra parte c’è la furia della donna usata, tradita, abbandonata, che cerca giustizia per il suo cuore infranto. Qui Donna Elvira è dinamica, volitiva, che spiazza Don Giovanni in tutti i modi che le riesce di mettere in pratica. Maria Pia Piscitelli ha difatti il suo bel daffare nel percuotere ripetutamente il fedifrago, nel rincorrerlo sul palco, nel cantare le sue arie di corsa, come in preda ad una folle disperazione. Il soprano dalla voce calda dona tutta se stessa a questo personaggio, pur sembrando un po’ a corto di fiato in taluni passaggi.

Infine la tipica ‘gatta morta’ Zerlina: una prorompente Caterina di Tonno, donnina furba e dalla carne debole che si lascia tentare più volte dal protagonista, ma come ogni furbetta che si rispetti, riesce sempre a riportare a sé il povero Masetto, con le mossette giuste ed il fare da finta santarellina. La voce acuta e pastosa e le doti interpretative sostengono il soprano nel ruolo.

Il caro Don Ottavio è un accorato Juan Francisco Gatell. Il suo fraseggio è morbido e consente di gustare letteralmente tutti i suoi interventi, in particolar modo le sue celebri arie ‘Dalla sua pace’ e ‘Il mio tesoro’. Talvolta è parso quasi esser cullato dall’orchestra, che gli cuciva un guanto musicale perfetto e carezzevole.

A chiudere il cast, buona la prova di William Corrò come Masetto, forse il personaggio rimasto un po’ più in sordina rispetto all’irruenza degli altri, ed infine Attila Jun come il giustiziere delle coscienze, il Commendatore.
Sottolineano l’ambientazione in stile classico i bei costumi di Carla Teti.
Il coro è come sempre ben preparato dalle sapienti mani di  Claudio Marino Moretti.

L’orchestra della Fenice, sotto la guida dell’esperto Stefano Montanariviaggia spedita sui binari della partitura mozartiana. In simbiosi con l’incalzante azione scenica, si fa vivace e dinamica, nonché duttile e ricca di accenti atti a sottolineare i singoli momenti scenici. Come è giusto che sia sempre, sa essere particolarmente sensibile al canto degli interpreti, facendone risaltare le singole peculiarità.
Come detto, con una sala pienissima il pubblico soddisfatto e plaudente ha lasciato il teatro dopo diversi minuti di applausi generosi per tutti.

Maria Teresa Giovagnoli  


LA PRODUZIONE

Direttore                      Stefano Montanari
Regia                           Damiano Michieletto
Scene                           Paolo Fantin
Costumi                       Carla Teti
light designer              Fabio Barettin

GLI INTERPRETI

Don Giovanni            Alessio Arduini
Donna Anna              Jessica Pratt
Don Ottavio               Juan Francisco Gatell
Leporello                   Alex Esposito
Donna Elvira             Maria Pia Piscitelli
Commendatore          Attila Jun
Zerlina                        Caterina di Tonno
Masetto                     William Corrò

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento Fondazione Teatro La Fenice





FOTO MICHELE CROSERA

Claudio Sgura

DO RE MI… PRESENTO. INTERVISTA A CLAUDIO SGURA

Oggi incontriamo un altro Artista straordinario per carattere e qualità artistiche, una di quelle persone che fa davvero piacere conoscere e con cui non si smetterebbe mai di parlare, tanto ha da raccontare e condividere con chi gli sta di fronte. Claudio Sgura, baritono di classe e talento, che ha al suo attivo i più importanti teatri al mondo, quali il Teatro Alla Scala di Milano, il Teatro Municipale di Piacenza, Macerata, l'Astana Opera, il Verdi di Trieste, il Regio di Parma, la Norske Opera di Oslo, l'Opera di Vienna, la Royal Opera House di Londra, l'Opera di Zurigo, di Parigi, di Roma e San Carlo di Napoli, e la lista è davvero ancora lunghissima anche oltre Oceano. Nonostante sia nel pieno delle rappresentazioni di Tosca al Teatro Lirico di Cagliari, ha trovato il tempo per rispondere alle nostre domande con franchezza e gentilezza squisita.

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LA SONNAMBULA, V. BELLINI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, venerdì 3 ottobre 2014


(Dal balletto-pantomima La somnambule ou L'arrivée d'un nouveau seigneur*
di E. Scribe e P. Aumer) 

Con il primo titolo operistico in programmazione al Teatro Mario del Monaco la città di Treviso offre al suo pubblico una produzione quanto mai garbata e dal sapore nostalgico de La Sonnambula di Bellini. Si è scelto difatti di riprodurre proprio l’allestimento che andò in scena  per la prima assoluta dell’opera, nel lontano 6 marzo 1831 al teatro Carcano di Milano, basandosi sui bozzetti dello scenografo,  pittore, nonché affermato architetto Alessandro Sanquirico.
Ecco che il palco del gioiello trevigiano si arricchisce dei monti svizzeri sullo sfondo, con la locanda dell’ostessa Lisa al lato ed il bosco che completa il paesaggio. Viene riprodotto anche l’interno della locanda, sempre dal bozzetto originale, con le pareti addobbate di quadri e qualche arredo, per la stanza del conte in cui irrompe la villanella Amina che avanza sonnambula. Il gusto vagamente naif delle scene dispone favorevolmente l’ascoltatore sin dal principio che viene immerso in una atmosfera quasi fiabesca.

Il regista Alessandro Londei ha inserito i protagonisti in questa ambientazione bucolica lasciando anche uno spazio all’ipotesi che il conte Rodolfo potesse essere il vero padre della dolce Amina, come all’inizio aveva previsto il librettista Romani, con una specie di flash back in cui rivediamo il nobiluomo anni addietro che presenta una contadina a suo padre. Inoltre ha inserito tre figure di villici/servitori che contribuiscono a creare lievità alla narrazione, con piccoli siparietti sparsi lungo la rappresentazione, a suscitare ilarità. Il coro presente quanto mai in quest’opera è posto intorno agli interpreti come a sottolineare l’abbraccio fisico e morale dei contadini ai personaggi di cui condividono gioie e malintesi. Bellissimi i costumi  che evocano gli ambienti pastorali della Sartoria Teatrale Arrigo Srl di Milano.

Importanti debutti nel cast vocale che ha visto anche la partecipazione dei vincitori dell’ultima edizione del concorso Toti dal Monte.
Al suo debutto come Amina Rosanna Savoia pone l’accento sul carattere elegiaco del suo ruolo, dandone però anche una percezione di carattere: tanto eterea nel suo incedere dormendo, quanto forte e sicura della sua virtù nell’affrontare il giudizio degli altri. A sostegno di tale interpretazione anche la sua voce sa essere sognante e ricca di tutte le agilità e i balzi in acuto che il ruolo richiede, tanto piena, di corpo e volume nei momenti di veglia e consapevolezza.  

Azzeccata la scelta dell’altrettanto debuttante nel ruolo Jesus Leon come Elvino.  Il tenore supera le asperità della scrittura musicale grazie ad uno strumento sottilmente acuto che gli consente anche di sfogare nell’ottava più alta. Pertanto, il suo personaggio si offre con molto cuore e determinazione e giusto slancio lirico quando occorre.

Forse un po’ troppo giovane per affrontare il ruolo del conte risulta il Rodolfo di Andreas Gies, proveniente dal concorso Toti dal Monte. Certo l’incedere col bastone, l’abbigliamento ed il trucco possono aiutare, ma manca la profondità della voce e l’autorevolezza del personaggio che torna nostalgico nelle terre ove aveva vissuto anni addietro. Dal canto suo però il giovane cantante ha una voce dal bel colore che sicuramente si farà apprezzare in altri ruoli.

Buona l’interpretazione di Daniela Cappiello, l’altra vincitrice del concorso internazionale trevigiano, nel ruolo di Lisa. L’interprete è dotata di buona vena attoriale, si muove bene e disinvoltamente sulla scena e si fa apprezzare particolarmente nella sua aria ‘De' lieti auguri’.

Teresa è interpretata da una corretta Chiara Brunello, mentre completano il cast Paolo Bergo, un Alessio dal vocione prepotente, ed il notaro,  Marco Gaspari.
Il coro è ben preparato da Giuliano Fracasso, si mostra compartecipe degli eventi e gli si perdona qualche leggera imprecisione ritmica.

L’orchestra diretta dal Maestro Francesco Ommassini sembra molto a suo agio con la partitura, offre un suono compatto e dona la giusta attenzione ai cantanti seguiti passo passo. Nonostante la non grandissima sala del teatro, il suono non risulta eccessivo e si mostra particolarmente gradevole lungo tutta la rappresentazione.
Ci spiace che il teatro non registrasse il tutto esaurito e che il pubblico non fosse particolarmente partecipe, ma ha comunque omaggiato tutti gli interpreti con calore al termine della rappresentazione.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

Direttore                    Francesco Ommassini
regia                           Alessandro Londei
scene                          Alessandro Sanquirico (rproduzione dell’allestimento del 1831)

GLI  INTERPRETI

Il conte Rodolfo        Andreas Gies*
Teresa                        Chiara Brunello
Amina                        Rosanna Savoia
Elvino                        Jesus Leon
Lisa                            Daniela Cappiello*
Alessio                       Paolo Bergo
Un notaro                  Marco Gaspari

*Vincitori del XLIV Concorso Internazionale per Cantanti “Toti Dal Monte”


Orchestra Regionale Filarmonia Veneta

Coro Lirico Amadeus
direttore Giuliano Fracasso

Coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e Umanesimo Latino SpA



                                            Un bozzetto della rappresentazione del 1831

LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI – BERGAMO MUSICA FESTIVAL, TEATRO DONIZETTI, domenica 28 settembre 2014

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Anche quest’anno il Bergamo Musica Festival presenta al suo pubblico progetti interessanti come il portare in scena opere raramente eseguite e lo scegliere per l’inaugurazione l’edizione critica di uno dei drammi più intensi ed appassionati del compositore bergamasco, la Lucia di Lammermoor. Dunque la tonalità delle arie è stata riportata a quella originale, che era più acuta rispetto a quella che si sente eseguire tradizionalmente, ed anche l’organico orchestrale prevede l’utilizzo di strumenti diversi quali i corni naturali, i tromboni a pistoni e per questa speciale occasione è stato ripristinato anche l’armonico a bicchieri, ‘suonato’ dalle sapienti mani di Gianfranco Grisi, che torna dopo il Festival del 2006 a suonare il particolarissimo e delicato strumento per questa ‘Lucia’.


Lo spettacolo pensato da Francesco Bellotto coglie il lato più oscuro della tragedia sia dal punto di vista narrativo che psicologico. L’ambiente bellicoso, la lotta tra famiglie rivali, l’amore come sfondo e causa di dolore, sono temi eterni e pertanto il regista ha voluto anche sottolinearlo con la scelta dei costumi realizzati da Alfredo Corno, attribuendo ad ogni personaggio un’epoca diversa, ma forgiandoli di tal fattura che nell’insieme il risultato risulta comunque omogeneo. Belle al colpo d’occhio le scene di Angelo Sala, anch’esse in funzione del pensiero di Bellotto: neve che scende inesorabile sui protagonisti a sottolineare la freddezza nell’agire, si pensi alla nonchalance con cui Enrico Ashton pretende di maritare sua sorella Lucia col nobile Arturo, ma anche il conseguente gelo che agghiaccia il cuore della fanciulla e le blocca il cervello sì da indurla all’omicidio post nuziale. Inoltre vi è una alternanza di elementi architettonici e paesaggistici classici con pezzi  moderni semidistrutti. Dunque di guerra e sangue è intriso lo spettacolo che scolpisce della sua tragedia anche l’agire ed il canto dei singoli personaggi.

Lucia è la giovanissima Bianca Tognocchi. Il soprano incarna quell’ideale di fanciulla indifesa che intende il regista; la sua interpretazione sottolinea il candore del personaggio muovendosi sulla scena sin dall’inizio con giusto fare sognante e delicata nelle movenze. Il timbro della voce acuta e sottile si presta alle note ancor più impervie di questa edizione. Inoltre per lei anche l’emozione di eseguire la cadenza della pazzia appositamente scritta dal Maestro Sebastiano Rolli su materiali originali, senza alcun accompagnamento strumentale e dunque niente affatto semplice.

Non convince  Raffaele Abete nei panni di Edgardo di Ravenswood. Probabilmente a causa dell’emozione mostra sin dall’inizio una certa difficoltà a tenere la scena con conseguenti problemi anche nella resa vocale che è parsa non sempre precisa, a tratti forzata e talvolta fuori tempo.

Convincente invece il Lord Enrico Ashton di Christian Senn per presenza scenica, timbro corposo ed accattivante e capace di offrire un bel fraseggio nel canto. Altrettanto dicasi per Gabriele Sagona come Raimondo di Bidebent: intenso interprete dalla voce scura e ombrosa ma in fondo dall’animo compassionevole.
Non particolarmente brillante Francesco Cortinovis come Normanno, mentre discreta è parsa Elisa Maffi nel piccolo ruolo di Alisa. Infine Riccardo Gatto offre un Lord Arturo di cuore e impegno.
Il coro diretto da Fabio Tartari  si rende molto partecipe del dramma e ci piace registrare anche i bellissimi costumi con cui sono abbigliati.

L’orchestra del Bergamo Musica Festival si arricchisce come detto di strumenti non usuali e guadagna un suono molto ricco, ampio e profondo che scandaglia minuziosamente le specifiche della partitura, nella lettura di Roberto Tolomelli.
Successo pieno e convinto da parte di un pubblico numeroso e soddisfatto.
Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Roberto Tolomelli
e Direttore d’orchestra       
Regia                                     Francesco Bellotto
Assistente alla regia              Luigi Barilone
Scene                                     Angelo Sala
Costumi                                 Alfredo Corno
Luci                                       Claudio Schmid

GLI INTERPRETI

Lucia                                      Bianca Tognocchi
Lord Enrico Ashton -            Christian Senn
Sir Edgardo
di Ravenswood                      Raffaele Abete
Lord Arturo Bucklaw            Riccardo Gatto
Raimondo Bidebent              Gabriele Sagona
Alisa                                         Elisa Maffi
Normanno                              Francesco Cortinovis


Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival
Direttore del coro Fabio Tartari








Foto Bergamo Musica Festival / PHOTO STUDIOU.V