INTERVISTA AL BARITONO LUCA SALSI


A pochi giorni dalla messa in scena dello storico allestimento del Nabucco di Gianfranco de Bosio all'Arena di Verona, incontriamo il grande protagonista Luca Salsi che ci parla del suo ruolo, di sé e dei prossimi impegni.

Maria Teresa Giovagnoli





IL SIGNOR BRUSCHINO, OSSIA IL FIGLIO PER AZZARDO, G. ROSSINI – TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, sabato 6 giugno 2015




Se è vero che con l’astuzia si diventa ciò che si vuole Il Signor Bruschino è uno dei più significativi e spassosi esempi di inganno riuscito, ove lo scambio di identità, grande protagonista in questo genere di rappresentazioni, fornisce motivo di riso e malintesi di ogni genere fino all’immancabile lieto fine riconciliatore. Bepi Morassi coglie in pieno questo spirito festoso nel proporre un fresco e giovane allestimento realizzato dagli allievi del laboratorio dell’Accademia di Belle Arti di Venezia e prodotto in collaborazione con la Fondazione Teatro la Fenice. Integrando ed adattando i piccoli elementi scenografici curati da Erika Muraro  con lo sfondo del Teatro Olimpico vicentino, si è creato un felice gioco di interazione tra gli interpreti ed i pannelli dipinti che hanno fornito cornice ideale per la vicenda arricchendola di colore e leggerezza. I costumi di Nathan Marin risultano ben integrati nel contesto per forgia e colori vivaci.

Giovani sono anche gli interpreti che animano la compagnia di canto, ognuno capace di caratterizzare il ruolo interpretato dandone una chiave personale, frutto quindi di studio approfondito e non di mera lettura. Perfino i servitori si fanno notare con gesti, espressioni e mini gag che il regista ha voluto sottolineare sempre in primo piano a completamento della scena in corso.

Senza dubbio spicca la pasta vocale di Giulia Bolcato, che unisce alla freschezza del timbro morbido ed uniforme una garbata e altresì dinamica presenza scenica per la sua Sofia. La voce delicata si espande in avanti senza fatica e la qualità del suo fraseggio è preziosa come evidente in  ‘Ah donate il caro sposo’ 
.
Gaudenzio è il classico tutore un po’ burbero e rompiscatole che però suscita tenerezza per l’inganno subito. Ben lo sa Paolo Ingrasciotta che sì gioca in questo ruolo, forte di una vocalità scura condita con la giusta propensione al recitato.  

Altrettanto spigliato il confuso ed incredulo Bruschino padre di Francesco Toso, abilissimo nel non facile compito di apparire buffo ma mai ridicolo.

Francisco Brito tratteggia un Florville quasi guascone, furbo e disinvolto, complice anche la sua voce duttile che ben propende all’acuto,  qui al servizio delle astuzie del personaggio.

Ana Victoria Pitts è un’ottima e sciolta Marianna, dalla voce ambrata ed ampia. Ma Rui convince col suo Filiberto complice e sempre interessato ai quattrini.
Doppio ruolo per Diego Rossetto che veste i panni del commissario di polizia un po’ matto e del debosciato figlio di Bruschino.

Dimostra sempre ottima intesa con lo spartito il Maestro Giovanni Battista Rigon che con l’orchestra di Padova e del Veneto offre tempi serrati ed un suono ricco di sfumature atte a completare l’atmosfera frizzante del palco.
Bravissimo anche il maestro Pietro Semenzato al cembalo, abile nel seguire i guizzi e le finte intemperanze degli interpreti.

Applausi prolungati e convinti per tutti al termine della serata.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore    Giovanni Battista Rigon 
regia                                                  Bepi Morassi 
assistente alla regia                           Maria Selene Farinelli 
scene                                                  Erika Muraro 
costumi                                              Nathan Marin 
costruzioni                                        Marta Zen 
assistente costumi                             Maria Elena Cotti 
realizzazione scene                           Laboratorio Accademia Belle Arti di Venezia 
realizzazione costumi
ed attrezzeria                                    Laboratorio Teatro la Fenice 


GLI INTERPRETI

Gaudenzio                                        Paolo Ingrasciotta
Sofia                                                  Giulia Bolcato 
Bruschino padre                              Francesco Toso
Bruschino figlio                                Diego Rossetto
Florville                                             Francisco Brito 
Commissario di Polizia                    Diego Rossetto
Filiberto                                            Ma Rui
Marianna                                          Ana Victoria Pitts


Orchestra di Padova e del Veneto
Pietro Semenzato maestro al cembalo
Scene e costumi Scuola di scenografia dell’Accademia di Belle Arti di Venezia


In collaborazione con Fondazione Teatro la Fenice



Foto Luigi De Frenza

SERSE, G. F. HÄNDEL – TEATRO GOLDONI DI VENEZIA, MARTEDI’ 2 GIUGNO 2015




Dopo l’inaugurazione ufficiale svoltasi a Milano al teatro Litta approda anche a Venezia la prima stagione targata Coin du Roi, nuova associazione musicale volta a valorizzare il repertorio operistico preromantico in contesti teatrali particolarmente adatti alla rappresentazione di  capolavori altrimenti trascurati dal nostro paese. È dunque il teatro Goldoni ad ospitare Serse, l’opera in tre atti che  Händel scrisse nel periodo londinese alla corte di re Giorgio II. Non ci troviamo certo di fronte ad un drammone storico di lotte e colpi di scena, non vi è traccia delle famosissime battaglie contro i Greci di cui sono pieni i libri di storia; siamo al centro di un modesto intreccio amoroso tra coppie insoddisfatte per non dire annoiate cui piace giocare con la sorte altrui. In tale ottica la regia di Valentino Klose vuole sottolineare quanto ad uno sfoggio apparente di benessere materiale corrispondente agli anni di massima espansione del popolo persiano, coincida una vertiginosa decadenza dal punto di vista socio-politico, decidendo anche di spostare l’azione scenica agli anni settanta del secolo scorso e quindi al periodo immediatamente precedente all’esilio dello Scià ed alla costituzione dello stato islamico. L’imperatore qui diventa un semplice dignitario e chi gli ruota attorno è parte dell’alta società locale.

Garbate le scene e davvero molto semplici i costumi, soprattutto nei primi due atti, di Alessandra Boffelli Serbolisca, che si arricchiscono nella parte finale come a sottolineare un senso di rinnovata speranza visto l’esito positivo della vicenda. Dal punto di vista drammaturgico si è scelto di lasciare che fosse la parola al centro dell’azione senza cercare una particolare caratterizzazione dei personaggi, che però sembrano talvolta lasciati a se stessi.  

Dispiace che nel passaggio da Milano a Venezia sia stato eliminato il coro di cui non abbiamo potuto apprezzare gli interventi. Così protagonista assoluta è stata dal punto di vista musicale l’ottima orchestra condotta dal Maestro Christian Frattima, capace di incontrare i dettami del regista sottolineando con giusti accenti e dinamiche appropriate quanto espresso sul palco, permettendoci anche di godere a pieno e non come semplice accompagnamento le splendide arie che hanno reso celebre questa opera, tra cui Ombra mai fu e la funambolica Crude furie.

La compagnia di canto sì è distinta per delicatezza esecutiva ed interpretativa, con qualche elemento di spicco anche nei ruoli di contorno. Arianna Stornello e Claudio Ottino nei rispettivi ruoli di Atalanta ed Elviro sono entrambi dotati di ottime capacità sia vocali che attoriali, riescono a riempire quello spazio lasciato volutamente vuoto dalla regia in favore dell’espressione personale; siamo certi che potrebbero esprimersi con successo anche in altri contesti. Non volumetrica la voce di Vilija Mikštaitė che caratterizza comunque un buon Serse convinto se pur perfettibile nelle arie più impegnative. Bella voce setosa mostra Viktorija Bakan che nelle vesti di Romilda unisce alla delicatezza timbrica una lieve ed elegante presenza scenica. Jud Perry pecca un po’ di incisività nella resa vocale ma interpreta un accorato e partecipe Arsamene. Voce interessante quella di Alessandra Visentin come Amastre ed anche intensa sulla scena. Chiude il cast un corretto Ariodate di Stefano Cianci.


Infine, complice forse il ponte festivo e la bella giornata da gita fuoriporta, il pubblico non ha riempito la platea e le gallerie del Goldoni, ma ha comunque accolto molto favorevolmente tutti gli interpreti e l’orchestra, a cui facciamo un grande in bocca al lupo per questa avventura che ci auguriamo sia foriera di successi e soddisfazioni.

Maria Teresa Giovagnoli



LA PRODUZIONE

direttore                                Christian Frattima
regia                                       Valentino Klose
scene e costumi                     Alessandra Boffelli Serbolisca

GLI INTERPRETI

Amastre
Alessandra Visentin
Ariodate
Stefano Cianci
Arsamene
Jud Perry
Atalanta
Arianna Stornello
Elviro
Claudio Ottino
Romilda
Viktorija Bakan
Serse
Vilija Mikštaitė

ORCHESTRA COIN DU ROI




Fotografie Coin du Roi

ORFEO ED EURIDICE, C.W.GLUCK - TEATRO DI SAN CARLO NAPOLI, giovedì 28 maggio 2015


Orfeo ed Euridice è,  nelle intenzioni della coppia Gluck-De Calzabigi, rispettivamente compositore e librettista, un'azione teatrale per musica.
Già nella intestazione quindi, si prefigura quella rivoluzione musicale che per l'epoca doveva risultare assai dirompente. È il punto di partenza di una rivoluzione che avrà la sua tappa ulteriore nell' Alceste e che arriverà fino al raggiungimento degli anni parigini.
Orfeo ed Euridice quindi è  per Gluck una mescolatura di grande retorica teatrale e di sentimento puro ed in quest'opera  ricorre ad un chiaroscuro inventivo continuo, ad un accento di verità tragica che vuole arrivare alla scoperta della teatralità vera e della drammaturgia piu  autentica, dove colori, dinamiche e legature sono usate da Gluck per far diventare spontaneo anche quello che spontaneo non è  affatto.

Lo spettacolo visto al Teatro di San Carlo si inseriva perfettamente nell'idea  di azione teatrale.
La regista e coreografa Karole Armitage  idealizza una azione coreografica perennemente parallela alla linea del canto, a volte semplicemente coreografando i movimenti del coro e dei cantanti, a volte affiancando coppie di ballerini all' azione scenica dei personaggi creando cosi un loro doppio che ne interagisce.
Idea molto interessante ma che alla lunga risulta pericolosamente distrattiva e annoiante per il pubblico, dove il coro (se non è addirittura eliminato visivamente come nel secondo atto che canta in orchestra) e i cantanti risultano spesso delle figure immobili perse nell' immensità  dello spazio scenico del San Carlo, completamente sgombro di scenografie, per permettere appunto l 'azione coreografica. Scenografie inesistenti appunto, sostituite da fondali astratti dipinti di Brice Marden e costumi astratti semplicissimi creati da  Peter Selioupoulos che si inseriscono perfettamente nella drammaturgia creata da Stefano Paba.

Francesco Ommassini, a capo di una non  disciplinatissima orchestra del Teatro di San Carlo, predilige metronomo e dinamiche agogiche particolarmente comode, probabilmente costretto dalle azioni coreografiche in sincrono con l'azione musicale, a scapito  di una tensione drammatica che a volte stenta a decollare.
Di contro cesella con particolare cura e maestria ogni singola nota, preferendo l'aspetto elegiaco e meditativo a quello drammatico, valorizzando il lato più intimistico della partitura, regalandoci momenti veramente belli e interessanti soprattutto nella cura della concertazione del grande arioso "che puro ciel" al secondo atto. Molto curata anche la concertazione delle numerose danze anche se non filologicamente inserite nella numerazione della partitura.

Marina De Liso è  stata uno straordinario Orfeo, musicalmente e interpretativamente. Pur deficitando di una voce contraltile "tout court" la De Liso è superlativa nella cura con cui porge la voce. Ogni singola parola, ogni singolo accento risultano credibili e meditati, gli slanci vocali con cui affronta il "recitar cantando" tanto abusato nel termine quanto difficile nella realizzazione pratica, appaiono realizzati con una facilità  ed una precisione rarissimi oggi. Ci auguriamo di riascoltarla prestissimo in altri ruoli simili.

Alessandra Marianelli, e stata un'Euridice corretta e partecipe ma che non possiede nelle sue corde a nostro avviso la musicalità  richiesta per questo repertorio. La sua voce, ma soprattutto la sua interpretazione sono risultati più  spesso in sintonia con un repertorio verista che settecentesco, delineando una interpretazione fuori luogo.
Aurora Faggioli interpreta il personaggio di Amore  con professionalità e soprattutto partecipazione scenica, coreografando le sue movenze secondo il dettato di Karole Armitage, peccato che il timbro vocale risulti spesso sfibrato soprattutto nella parte alta del rigo e il fraseggio non sia esemplare.

Non perfetta per intonazione,  soprattutto nella scena dei Campi Elisi, la prova del coro del Teatro di San Carlo diretto da Marco Faelli.

Successo vivissimo per tutti con applausi convinti per Ommassini e De Liso da parte di un teatro attento e partecipe.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                    Francesco Ommassini
Maestro del Coro      Marco Faelli 
Regia e Coreografia  Karole Armitage
Maitre de Ballet        Lienz Chang
Direttore della
Scuola di Ballo          Anna Razzi
Scene                         Brice Marden
Drammaturgia           Stefano Paba
Costumi                     Peter Speliopoulos
al cembalo                 Riccardo Fiorentino

GLI INTERPRETI

Orfeo                         Marina De Liso 
Euridice                     Alessandra Marianelli 
Amore                        Aurora Faggioli 

Orchestra, Coro, Corpo di Ballo e Scuola di Ballo del Teatro di San Carlo
Allestimento del Teatro di San Carlo



RECITAL DI BELCANTO, TEATRO COMUNALE DI TREVISO, mercoledì 27 maggio 2015




A quarant’anni dalla sua scomparsa è sembrato più che giusto ricordare Toti dal Monte, una delle più fini interpreti belcantiste del secolo scorso e motivo d’orgoglio per la sua città, Mogliano Veneto, e la sua regione. Gli eventi a lei dedicati hanno avuto il culmine in un recital che ha visto come protagonista il soprano Jessica Pratt, affezionata alla città di Treviso in cui torna sempre volentieri soprattutto per eventi di questo genere. Accompagnata dall’Orchestra Filarmonica di Benevento e dal coro del Teatro Municipale di Piacenza, il soprano australiano ha onorato la carriera della ‘Toti nazionale’ con alcune arie ispirate alla sua folgorante carriera, tratte da opere di Rossini, Donizetti, Bellini e Verdi, per oltre tre ore di musica e buon umore.

Jessica Pratt si rivela una ospite gradevolissima e sorprendente: con una serata che l’ha vista crescere in scioltezza non costretta da specifiche briglie registiche, ha eseguito una serie di arie in cui le sue peculiarità vocali hanno potuto spiccare, soprattutto perché in una occasione così amichevole è lecito prendersi qualche libertà interpretativa. Così tra sovracuti, glissando e piccole variazioni il soprano ha indubbiamente portato a casa il ricordo di un grande successo. Come immaginavamo ha trovato la sua miglior veste nella ormai collaudatissima scena della follia di Lucia di Lammermoor, la sua voce resta salda nelle agilità ed il fraseggio perfetto completa il quadro interpretativo cui ormai siamo abituati. Con generosità e senza mostrare il minimo cedimento vocale, potremmo dire che il concerto è ricominciato addirittura con i bis, numerosi e nient’affatto leggeri, tra cui spiccano una straordinaria ed immancabile ‘E’ strano…sempre libera’, dalla Traviata, ed una davvero incantevole ‘Glitter and be Gay’ dal fantastico Candide di Bernstein, ove si denota una vena comica dell’artista che davvero non conoscevamo e che pone una corona d’alloro sull’intero concerto.

L’orchestra Filarmonica di Benevento mostra qualche limite nel reggere l’intera serata, davvero molto impegnativa per una compagine prevalentemente giovanile, ma che il Maestro Francesco Ivan Ciampa ha comunque mostrato di saper gestire e che sicuramente crescerà col tempo e con l’esperienza del direttore.

Apprezzabili gli interventi ad opera del Coro del Teatro Municipale di Piacenza, tra cui ‘Norma viene’ dall’opera belliniana ed i cori dei Matadores e delle Zingarelle della Traviata di Verdi.

Sempre felici di prender parte ad eventi in cui l’arte e la bellezza siano protagonisti, come sottolineato da un soddisfatto direttore artistico Giuseppe Ajello, facciamo un in bocca al lupo alla città di Treviso, presto ancora protagonista per la quarantacinquesima edizione del celebre concorso dedicato proprio alla meravigliosa Toti dal Monte.

Maria Teresa Giovagnoli


PROGRAMMA

Gioachino Rossini: Semiramide - Overture
         Bel raggio lusinghier
         Guglielmo Tell - Overture

Vincenzo Bellini:    I puritani - Son vergin vezzosa

Giuseppe Verdi:     Traviata - Coro matadores e Coro zingarelle

Vincenzo Bellini:    Norma - Overture
                                Coro: Norma viene
                                Capuleti e Montecchi  - Oh quante volte, oh quante

Gioachino Rossini: Barbiere di Siviglia - Overture


Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor - Coro D’immenso giubilo;
                                 Scena della pazzia






DON GIOVANNI, W. A. MOZART - TEATRO OLIMPICO DI VICENZA, 23 MAGGIO 2015




Qualunque sia l’epoca in cui collocare il personaggio di Don Giovanni e quali siano le considerazioni moralistiche sul suo conto, esso resta un mito per tanti uomini ed un sogno per altrettante donne al cui pensiero gli animi si scaldano ed il cuore accelera il battito. Questo ragazzo giovane cui piacciono smisuratamente le donne ed ama divertirsi  non nasconde il suo stile di vita, ne fa un vanto e non vede alcun motivo per pentirsi e tornare sulla cosiddetta retta via. Per Lorenzo Regazzo che cura la regia il dissoluto potrebbe essere un ragazzo di oggigiorno un po’ sbruffoncello, rozzo, viziato e dalla ‘sniffata’ facile; un ‘tronista’ da talk show intento a scegliere tra tante candidate la vittima successiva atta ad infoltire il suo ricco catalogo di conquiste. Molto divertente e giovanile la versione di questa opera immortale di Mozart, in programma alla ventiquattresima edizione delle Settimane musicali al Teatro Olimpico di Vicenza, realizzata come sempre sfruttando gli spazi della scena fissa con l’aggiunta di qualche arredo, opera di  Maria Elena Cotti, ed un gioco di luci colorate che sottolineano soprattutto le espressioni dei protagonisti, ideato da Claudio Cervelli

Regazzo sottolinea fin quasi all’esasperazione le caratteristiche dei singoli protagonisti: Donna Elvira è letteralmente una pantera furiosa quando entra in scena, Zerlina è una donna assai facile con la borsa piena di oggettini erotici con cui stuzzicare Masetto, che però si lascia distrarre soltanto da un aggeggio elettronico cui fissare il video. Si intuisce pure una relazione incestuosa tra Donna Anna e suo padre. Ma in realtà chi muove le fila della vicenda qui è un Leporello stufo del padrone opprimente e sceglie di liberarsene, guidandolo come una marionetta verso la perdizione, tanto da puntargli una pistola e sparare per sincerarsi della definitiva scomparsa nel finale.

Dal punto di vista musicale è stata scelta la versione viennese datata 1788 e quindi abbiamo ascoltato, tra l’altro, l’aria di Don Ottavio ‘Alla sua pace’ invece di ‘Il mio tesoro intanto’, la scena di Elvira ‘In quali eccessi…Mi tradì quell’alma ingrata’ (che spesso viene eseguita comunque) e l’inserimento del duetto tra Zerlina e Leporello ‘Per queste tue manine’.

Molto bene complessivamente l’esecuzione canora per i giovani protagonisti.
Il guascone davvero impenitente è stato interpretato come una seconda pelle da Luca Dall’Amico, calato nella parte in modo totalizzante, tanto nel canto quanto nella recitazione: la gestualità, le movenze ed il colore della voce ambrata si piegano al volere del personaggio che quasi agisce inconsapevolmente mosso da una forza oscura che guida i suoi passi.

Fantastico anche il Leporello di Giovanni Furlanetto, tra il malvagio ed il presuntuoso, sicuro, agile e dalla voce prorompente e ben salda in ogni passaggio. Il burattinaio  della compagnia, una volta tanto non affidata soltanto ai vizi ed alle voglie del protagonista.

Don Ottavio è il giovane Matteo Macchioni che ha una voce sottile ma molto agile e dal suono piacevole. Il suo personaggio è il meno forte del gruppo, ma il tenore regge la scena grazie alla sua precisa interpretazione vocale.

Bravissimo nel doppio ruolo di Masetto e Commendatore Abramo Rosalen che sfoggia anche una bella linea di canto grazie a voce sicura ed ampia per il suo registro.

Furiosa e vendicativa ma allo stesso tempo pragmatica la donna Elvira di Arianna Vendittelli che esordisce con una foto dell’infedele da mostrare a tutti ed esporlo al pubblico giudizio, ma poi divertita si mette a scambiare figurine con Leporello per completare l’album delle conquiste dell’infedele. Inoltre tanta energia fa il paio con una vocalità interessante ed un canto energico.

Davvero una gattina vezzosetta la Zerlina di Minni Diodati, che con voce delicata e setosa canta in modo delizioso ed uniforme con espressività e buon fraseggio. Abbiamo molto apprezzato il duettino con Leporello che raramente si ha la fortuna di sentire.

Meno convincente dal punto di vista vocale la Donna Anna di Anna Viola che ad una buona presenza scenica affianca una voce dal suono poco pulito in diversi punti.

Buoni gli interventi del Coro Iris Ensembledi Marina Malavasi .
Ormai collaudata la collaborazione con il Maestro Giovanni Battista Rigon, anche in questa produzione le sezioni dell’ Orchestra di Padova e del Veneto hanno agevolato il canto degli artisti, sottolineato i vari momenti della narrazione anche con grande personalità.
Successo pieno per tutti i protagonisti che fa ben sperare per il proseguimento del Festival.

Maria Teresa Giovagnoli

LAPRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                  Giovanni Battista Rigon 
Regia                          Lorenzo Regazzo 
assistente alla regia   Maria Selene Farinelli 
Light Designer          Claudio Cervelli 
Scene
e costumi                    Maria Elena Cotti
assistente scene
e costumi                    Matteo Paoletti Franzato 

GLI INTERPRETI

Don Giovanni            Luca Dall’Amico
Donna Anna              
Anna Viola
Don Ottavio              
Matteo Macchioni
Commendatore        
Abramo Rosalen
Donna Elvira           
Arianna Vendittelli
Leporello                  
Giovanni Furlanetto
Masetto                     Abramo Rosalen
Zerlina                      
Minni Diodati
Coro                           Iris Ensemble

Maestro del coro      
Marina Malavasi 
Orchestra di Padova e del Veneto
Stefano Gibellato maestro al cembalo





Foto Teatro Olimpico Vicenza

concetto_armonico

ANDREA CASTELLO CI PRESENTA L’ASSOCIAZIONE MUSICALE CONCETTO ARMONICO

Abbiamo incontrato il bass-bariton Andrea Castello, interprete d'opera intelligente e liederista raffinato. All'attività concertistica affianca da qualche anno quella di organizzatore e direttore artistico di manifestazioni musicali e di didattica della musica.
Con Vicenza in Lirica Castello offre alla sua città di adozione, essendo nato a Rottanova, che diede i natali a Tullio Serafin, un'ampia vetrina di concerti, conferenze e masterclass. A lui abbiamo posto qualche domanda.

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NORMA, V. BELLINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MERCOLEDÌ 20 MAGGIO 2015





Come fu per la Butterfly nel 2013 si ripete la collaborazione con l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, questa volta per l’allestimento della Norma di Bellini affidato interamente all’artista afroamericana Kara Walker. La regista al suo debutto in questo ambito cura anche i costumi e la scenografia che richiamano direttamente alle sue origini, spostando le vicende in terra africana e ad un XIX secolo dagli echi conradiani in cui si fondono colonialismo, politica e i rapporti tra razze. Norma è un’opera di amore/odio e sacrificio, di fede e tradimento: fede salda verso i propri voti ma al contempo desiderio di esserne prosciolti. Questo capolavoro offre due rivali in bilico tra la propria coscienza ed il proprio cuore, amiche/nemiche colte dalla stessa passione ma comunque sconfitte dal destino. Tuttavia cotanto fuoco che arde in queste pulsioni non arriva allo spettatore in questa produzione, nonostante le intenzioni della regista. Riconosciamo lo stile dell'artista dai disegni stilizzati naturalistici, dalle maschere della tradizione africana che si fondono e diventano paesaggio, dagli effetti luminosi in chiaro scuro. Ma tutto questo impianto non sembra seguire un chiaro filo conduttore dello spettacolo, poiché ad una innegabile bellezza visiva corrisponde un appiattimento in termini di drammaturgia che in più punti manca totalmente ed i cantanti sono quasi imprigionati in un corpo in cui sentimenti e pulsioni vengono totalmente negate. Probabilmente con qualche spunto in più e relative modifiche lo spettacolo potrebbe offrire maggior coinvolgimento e quindi aderenza al libretto.


I costumi sono ispirati ai luoghi scenici anche se non tutti ci sembrano coerenti al contesto. La compagnia di canto ha cercato così di offrire, pur con i limiti di cui sopra, i propri personaggi con quanto ciascun interprete ha del suo bagaglio di esperienza, tanto vocale quanto attoriale.

Chi ha forse maggiormente sofferto le limitazioni registiche è un fantastico Gregory Kunde il cui smalto è sempre lucido ed impeccabile: gli anni passano ma la sua voce offre sempre il colore suadente cui ci ha abituati, è fluida, stabile, gli acuti ci sono tutti ed anche se non può muoversi più di tanto in scena basta uno sguardo, una inflessione particolare della parola o qualche piccola variazione che il personaggio si sviluppa con vigore e grande energia.

L’interpretazione che invece Carmela Remigio ha di Norma è molto personale. La sua sacerdotessa è raccolta nel suo dolore tanto quanto il suo canto risulta morbido ed elegiaco, distaccandosi da quello che ci si aspetterebbe solitamente: vigore e passionalità. Il soprano crea in tal modo momenti di emotività contenuta, che però si animano nelle scene dei duetti.

Intensa ed appassionata, quasi un alter ego di Norma stessa, la splendente Veronica Simeoni. Il suo ruolo non è affatto subalterno alla protagonista, con l’intensità del suo canto potente e disinvolto, l’interprete ama, sogna, spera e desidera fino alla fine l’amore impossibile di chi è destinato a votarsi al sacrificio.

Molto ben cantato il ruolo di Oroveso interpretato dalla bella voce tenebrosa di  Dmitry Beloselskiy, come pure è interessante la voce del Flavio di Emanuele Giannino; corretta la Clotilde di Anna Bordignon che ci ha un po’ ricordato col suo fare la simpatica Mami di via col Vento.
Ben preparato come sempre il coro di Claudio Marino Moretti.

Sul podio alla testa dell’orchestra del teatro La Fenice il maestro  Gaetano d’Espinosa ci è parso voler aggiungere musicalmente ciò che in scena probabilmente si esigeva: un tocco di vitalità, una carica emotiva che queste note e queste vicende richiamano. Forse leggermente eccessivo per esempio negli interventi corali, ma la sua lettura delle partitura è dinamica, oseremmo dire fresca, come a cogliere gli intenti mancati della regia. Forse gli si potrebbe chiedere una maggiore profondità di accenti nei momenti maggiormente drammatici.

Successo pieno per tutti con punte di gradimento per Kunde e Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

direttore                      Gaetano d’Espinosa
regia, scene
e costumi                    Kara Walker
maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI INTERPRETI

Pollione                      Gregory Kunde
Oroveso                     Dmitry Beloselskiy
Norma                       Carmela Remigio
 Adalgisa                    Veronica Simeoni
Clotilde                      Anna Bordignon

Flavio                         Emanuele Giannino


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
progetto speciale della 56 Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia




Foto Michele Crosera

MACBETH, G. VERDI - TEATRO PETRUZZELLI DI BARI , Martedì 19 Maggio 2015




Bella ripresa di Macbeth al Petruzzelli di Bari che incornicia Luca Salsi come uno dei più grandi interpreti verdiani in circolazione.

Collaudata ed affascinante, pur senza grandi punte di novità o di clamore, la regia di Giancarlo Cobelli, qui ripresa da Lydia Biondi. L’ambiente è piuttosto asettico pur senza stravolgimenti né temporali né geografici. 
Belle le luci e il disegno di apparizioni e colori che ha trovato  Giuseppe Ruggiero; scarne le scene e belli i costumi di Carlo Diappi 

Dal punto di vista musicale le cose sono andate più che bene tranne che per la mancanza di una protagonista femminile. 
Luca Salsi nel ruolo di Macbeth è semplicemente perfetto. E’ uno di quei rarissimi esempi di puro e semplice “canto all’italiana”. Oggi rarissimo se non quasi unico. Ha una voce imponente, timbrata, sempre a fuoco in ogni passaggio. Lega i suoni con maestria e dosa il fiato in maniera mirabile. La voce si espande e si ritrae a suo piacere, fa del canto spianato un velluto divino e di quello declamato un sottile sibilo maligno. E’ un interprete di razza e dona il torvo ed il puerile e mutevole stato di Macbeth alla perfezione. E’ impossibile chiedere di più ad un artista. Somma interpretazione e grande scuola di canto! 

Ottimi i due tenori, con Salvatore Cordella impegnato nel ruolo di Macduff dove ha ben svolto il compito della sua aria. Massimiliano Chiarolla dona la sua voce timbrata e voluminosa all’eroe Malcom e viene fuori dalle parti di insieme in modo impeccabile.

Ugo Guagliardo canta il ruolo di Banco. E’ un interessante artista dotato di una voce che, pur non torrenziale, è ben emessa ed appoggiata. La sua aria ed il duetto iniziale sono cantati in modo molto corretto e ben interpretati.

Tutti gli altri svolgono al meglio il loro compito: la buona Dama di Margherita Rotondi, l’ottimo Medico e Araldo di Antonio Di Matteo, le buone apparizioni di Ivana D’Auria, Martina Pepe e Gianluca Tumino, quest’ultimo impegnato egregiamente anche nei piccoli ruoli del Domestico e del Sicario.

Unica nota davvero dolente era la Lady di Daria Masiero. Voce piccola e chioccia al centro, priva di proiezione sull’acuto e vuota nei gravi. Le agilità di forza malandate ed emesse in gola, le agilità più schiettamente belcantiste completamente glissate e spoggiate. Fatica a tenere in piedi il ruolo e lì dove cerca di arginare e forzare lo strumento che ha di natura trova dei suoni striduli e privi del giusto sostegno. L’interprete è poi alquanto manierata e priva di quella seduzione ferina e demoniaca che il personaggio richiede.

La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati  è stata molto attenta al palcoscenico ed a creare le giuste atmosfere ed i giusti equilibri. Nulla ha potuto neanche lui con il poco volume della protagonista che spesso risultava coperta quando non proprio sovrastata dall’orchestra che pure ha suonato assai bene.
Ottimo il Coro della Fondazione Petruzzelli con una particolare menzione alla sezione delle donne impegnate nelle scene delle streghe eseguite in maniera ottimale.

Al temine applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo per Salsi.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                            Fabrizio Maria Carminati
Regia                                 Giancarlo Cobelli (ripresa da Lydia Biondi)
Scene
e Costumi                           Carlo Diappi (ripresi da Valentina Dellavia)
Luci                                    Giuseppe Ruggiero
Assistente alla Regia        Pia Bitonto
Maestro del Coro              Franco Sebastiani

GLI INTERPRETI

Macbeth                              Luca Salsi
Banco                                  Ugo Guagliardo
Lady Macbeth                    Daria Masiero
Macduff                               Salvatore Cordella
Malcom                               Massimiliano Chiarolla
Dama                                   Margherita Rotondi
Medico/Araldo                    Antonio Di Matteo
Domestico/Sicario/Prima Apparizione
                                             Gianluca Tumino
Seconda Apparizione          Martina Pepe
Terza Apparizione               Ivana D’Auria

ORCHESTRA e CORO della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari








Foto Teatro Petruzzelli Bari


DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, SABATO 16 MAGGIO 2015






Con lo straordinario Flauto Magico di Mozart il Teatro Comunale di Bologna prosegue la sua stagione d’opera con una nuova produzione in collaborazione con il gruppo di ricerca Fanny & Alexander che qui esordisce nella regia operistica. Omaggiando il regista Ingmar Bergman sia per il  nome scelto dal team che per questo spettacolo, ci viene proposto un accostamento tra la sublime opera di Mozart ed il complesso tessuto psicologico del celebre film che vedeva nel 1982 i due piccoli Fanny ed Alexander guardare il mondo come fosse contenuto nel loro teatrino di marionette ed i personaggi come delle pedine da muovere a proprio piacimento. 

Questo parallelo ha cercato di esprimere Luigi De Angelis alla regia, coadiuvato per le scene e le luci da Nicola Fagnani e da Chiara Lagani  per la drammaturgia ed i costumi, ma a nostro avviso l'obiettivo non è stato raggiunto completamente.  Lo spettacolo si presentava molto atteso per l’annunciata messa in scena in 3D che presupponeva una certa dinamicità e plausibilmente un qualche coinvolgimento del pubblico. Ma in realtà l’apporto dei filmati ad opera del Zapruderfilmmakersgroupè stato tutto sommato minimo e neanche indispensabile. Così abbiamo indossato gli occhiali per osservare soltanto più da vicino i due fanciulli ed il loro giocattolo in foggia di teatro d’opera, il finto drago che spunta fuori per inseguire Tamino, il flauto in questione che pare volteggiare in platea e pochi altri elementi significativi. Infine un classico: il coro intorno alla platea qui vestito come le maschere del teatro, il che avrebbe dovuto simboleggiare l’interscambiabilità dei due mondi scenico/reale. Folta presenza di bimbi in scena, tutti piccoli ‘complici’ di Fanny ed Alexander, forse proiezioni degli stessi e del loro desiderio di far parte del mondo fantastico cui assistono. 
Il palcoscenico appare naturalmente vuoto; unico elemento pregnante è costituito dallo sfondo che tra diaframmi verdi, rossi e blu si apre per mostrare lo schermo video.  Le luci appositamente degli stessi colori riprendono gli effetti delle immagini 3D. Molto colorati e gradevoli i costumi di  Chiara Lagani  che interpretano nelle fogge e nei colori scelti gli elementi fiabeschi e naturistici dell’opera.

In questo contesto i protagonisti sono stati molto abili nell’interpretare i ruoli con davvero poco a disposizione. Dal punto di vista musicale infatti sono state tante e piacevoli le conferme.

Citiamo per primo lo straordinario Nicola Ulivieri come Papageno. Non solo ha cantato ottimamente mostrando di conservare il suo bel timbro ricco e duttile, ma si è rivelato il vero mattatore dello spettacolo, sia per il personaggio in se stesso, sia e soprattutto per la sua capacità di personalizzarlo, di interpretarlo e sentirlo davvero a tutto tondo, con il giusto mix di ironia, purezza e sbadataggine.
Aggraziata, dolce e leggiadra la Pamina di  Maria Grazia Schiavo. Perfetta per incarnare l’ideale della principessina indifesa ed innamorata che può mostrare le unghie con coraggio quando serve. Offre una voce acuta e delicata ma mai sovrastata dall’orchestra; fraseggia con espressività unendo alla giusta tecnica una interpretazione sentita e perfettamente calata nel ruolo.

Altrettanto positiva la serata per Tamino, alias Paolo Fanale, in azzurro con mantello come si conviene ad un principe. La sua voce vellutata e morbida qui è esaltata dalla giusta capacità di impersonare il giovane e coraggioso innamorato che sfida l’oscurità per la sua bella.

Un austero e molto intenso Sarastro è il basso Mika Kares. Anch’egli perfetto per il ruolo data l’imponente statura, con la sua voce profonda e cavernosa riesce ad imprimere autorevolezza e credibilità ad un ruolo particolarmente difficile che lo vede giustamente trionfare nel bene e nella luce al termine della vicenda.

Non del tutto convincente la Könegin der Nacht di Christina Poulitsi. La voce è possente e dotata di buono squillo ed affronta con successo le asperità dei famosissimi sovracuti. Ci sembra però mancare l’intensità drammatica e la doppiezza che il ruolo richiede, apparendo semplicemente una donna che gioca ad ottenere i suoi scopi principalmente con la sensualità.

Convincente invece il Monostatos di Gianluca Floris: simpatico, espressivo e per certi versi anche sensibile nel suo ruolo molto ben cantato, come pure Anna Corvino deliziosa e molto coinvolta come Papagena.

Funziona molto bene anche il trio delle dame costituito da Diletta Rizzo Marin, Diana Mian e Bettina Ranch.
Completano il folto cast i sacerdoti di  Simone Casolari, Cristiano Olivieri e Carlo Alberto Brunelli , il secondo uomo corazzato di Luca Gallo ed i piccoli fanciulli Marco Conti, Pietro Bolognini, Susanna Boninsegni cui forse la tanta emozione ha condizionato in taluni punti l’intonazione.

Il Maestro Michele Mariotti interpreta la partitura con la duttilità che le pertiene, attribuendo ora  la leggerezza dell’ingenuità infantile ora la drammaticità dell’oscurità, ora il trionfo della luce ai diversi momenti della narrazione. Sottolinea gli accenti dei cantanti, segue il palco costantemente e conferisce alle sezioni dell’orchestra una omogeneità che si traduce in ottima intesa generale.   
Bene il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti.
Applausi smisurati per tutti i protagonisti e per i responsabili della regia al termine dello spettacolo che ha visto il pubblico festante e soddisfatto.
Maria Teresa Giovagnoli


la produzione

Direttore
Michele Mariotti
Regia
Luigi De Angelis
Scene e luci
Luigi De Angelis e Nicola Fagnani
Drammaturgia e costumi
Chiara Lagani
Aiuto regia
Gianni Marras e Giorgina Pilozzi
Assistente alla regia
Greta Benini
Assistente ai costumi
Paola Crespi
Video makers
ZAPRUDER  filmmakersgroup
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

gli interpreti

Sarastro
Mika Kares
Tamino
Paolo Fanale
Sprecher/Oratore
Andrea Patucelli
Erster Priester/Primo sacerdote
Simone Casolari
Zweiter Priester/Secondo sacerdote
Cristiano Olivieri (anche Primo armigero)
Dritter Priester/Terzo sacerdote
Carlo Alberto Brunelli
Könegin der Nacht/La regina della notte
Christina Poulitsi 
Pamina
Maria Grazia Schiavo
Erste Dame/Prima Dama
Diletta Rizzo Marin
Zweite Dame/Seconda Dama
Diana Mian
Dritte Dame/Terza Dama
Bettina Ranch
Erster Knabe/Primo fanciullo
Marco Conti
Zweiter Knabe/Secondo fanciullo
Pietro Bolognini
Dritter Knabe/Terzo fanciullo
Susanna Boninsegni
Papagena
Anna Corvino
Papageno
Nicola Ulivieri
Monostatos
Gianluca Floris
Erster geharnischter Man/Primo uomo corazzato
Cristiano Olivieri
Zweiter geharnischter Man/Secondo uomo corazzato
Luca Gallo

 Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna in collaborazione
con Fanny & Alexander
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna





Foto Rocco Casaluci 

FRESCHE NOTE - CD: VIVALDI SEASONS AND MID SEASONS, SONIG TCHAKERIAN E PIETRO TONOLO


E' uscito per l'etichetta Decca un interessante CD che vede protagonisti l'eccezionale violinista Sonig Tchakerian ed il grande sassofonista e compositore Pietro Tonolo con l'Orchestra di Padova e del Veneto nell'omaggio al celeberrimo Prete Rosso, con un lavoro che reinterpreta le sue intramontabili Quattro stagioni. 
Se già di per sé i concerti di Vivaldi possono considerarsi attuali ancora oggi, con il tocco di una rilettura quanto mai moderna e l'inserimento del sassofono è pressoché impossibile non restare affascinati dal risultato ottenuto. In questo progetto che risale al 2012 Tonolo introduce tra un concerto e l'altro degli Intermezzi  (le Mezze stagioni appunto) un po' alla maniera degli intermezzi che solevano alleggerire i drammi del Settecento. Così prendono vita Oziando, Prima Mezza; Tempesta, seconda Mezza; Nostalgia, Terza Mezza ed il conclusivo Fuori Stagione. Grazie al suono del sax e delle percussioni possiamo assaporare una sorta di contaminazione Jazz che fa da ponte tra ogni concerto, approfondendo ciò che si è appena ascoltato ed offrendo un' anteprima del passaggio successivo. Il Fuori Stagione è una summa dei temi trattati nell'intera composizione. Il Cd si presenta con l'inserimento nel libretto dei versi che accompagnavano le Stagioni illustrandole e ad essi seguono anche versi che affiancano e descrivono le Mezze introdotte in questo lavoro. Insomma un ascolto piacevole anche ben presentato in bilico tra passato e presente, tra classico e moderno, che consigliamo davvero con piacere.

Maria Teresa Giovagnoli


CICLO GEORGE ONSLOW , IL PRIMO ONSLOW – PALAZZETTO BRU ZANE, VENEZIA, martedì 5 maggio 2015


È sempre un piacere tornare al palazzetto Bru Zane di Venezia per assistere alle chicche musicali offerte dal Centre de Musique Romantique Française che ivi ha sede. Dal mese di aprile e fino a fine maggio infatti viene proposto un ciclo di concerti dedicati al compositore francese George Onslow, in cui nello specifico si vuole sottolineare il parallelismo tra le composizioni da camera del musicista di Clermont-Ferrand e quelle di L.V. Beethoven, tanto da intitolare il festival ‘George Onslow, un altro Beethoven?’. Specializzato in musiche per quartetti e quintetti d’archi, ebbe anche un bel successo nel diciannovesimo secolo, per poi venire ahi noi quasi dimenticato in epoca moderna, soprattutto nel nostro paese. Ma grazie a questa iniziativa possiamo ricoprire le sue opere più interessanti e conosciute di quei tempi ed apprezzare un musicista che non ha niente da invidiare a tanti più noti e blasonati e molto più spesso eseguiti. Incredibile la sua devozione per la musica da camera, ove maggiormente poté esprimere la sua vena creativa ed ottenere il successo meritato, pur componendo anche pochissime opere liriche che difatti non ebbero molto seguito. Colpiscono i cambi di ritmo e l’intreccio perfetto delle melodie, la naturalezza di come si passi dal modo maggiore al minore ed il senso di compostezza armonica in generale. Possiamo solo immaginare come potessero essere accolte dai buongustai francesi di inizio Ottocento e come fossero gradite queste melodie splendidamente orecchiabili, ma dalle partiture ben complesse per tecnica ed interpretazione. Un gusto davvero scoprire quanto di bello ha ancora da offrire la musica del passato, come e più di allora.
A rendere merito a due quartetti è stato il Quatuor Ruggieri, composto da Gilone Gaubert Jacques  e Charlotte Grattard al violino, Delphine Grimbert alla viola e Emmanuel Jacques al violoncello.
In programma il quartetto per archi in la maggiore n.3 ed il quartetto per archi in do minore n. 1  op.8, composti intorno al 1814. 
Delizioso il quartetto n.3 in la maggiore, eseguito per primo, e che ha fatto subito capire di che pasta è fatto il Quatuor Ruggieri. Il passaggio da ritmi sostenuti a ritmi leggermente più distesi, un senso di giovialità che permea l’intero componimento intriso anche di richiami popolari sono terreno fertile per l’esecuzione dei giovani musicisti: il suono degli strumenti d’epoca è molto affascinante anche se risulta insolitamente plastico rispetto alle sonorità a cui siamo abituati con gli strumenti odierni. Profondo è comunque l’impatto sonoro e molto buona l’intesa fra i quattro esecutori. Brilla particolarmente il Minuetto che passando per  l’Allegro anticipa il bellissimo Finale strappa applausi.
Ma tra i due componimenti è il n. 1 in do minore a colpire per l’incipit elegiaco grazie al particolare Largoche ci trasporta verso una sonorità sospesa e quasi irrisolta fino a che non sopraggiunge l’Allegro agitato che invece imprime forza e carattere al movimento. L’Adagio è un colpo da maestro, che conquista sin dalle prime note e fa attendere qualcosa di ancora più impressionante, che puntualmente arriva con il Minuettoed il lieto Finale che lascia tutti stupiti con il suo concludersi quasi all’improvviso.
Applausi convinti da parte di una platea folta attenta ed entusiasta.
Maria Teresa Giovagnoli
PROGRAMMA DEL CONCERTO
George ONSLOW
Quartetto per archi in la maggiore
op. 8  n. 3

Quartetto per archi in do minore
op. 8 n. 1

INTERPRETI:  QUATUOR RUGGIERI


LUISA MILLER, G. VERDI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI , MARTEDÌ 5 MAGGIO 2015



Serata entusiasmante quella della prima di Luisa Miller al Teatro San Carlo di Napoli.

Il Massimo Partenopeo scommette in una nuova produzione di questo titolo non molto frequentato di Giuseppe Verdi e vince la sfida su quasi tutti i fronti.

Interessantissima La regia di Andrea De Rosa: è asciutta, meticolosa e fatta di piccoli gesti, sguardi e movimenti misurati e calibrati con le vicende musicali in cui si inseriscono. Luisa è una donna consapevole fin dall’inizio e si fa forza di questa sua grande capacità di autodeterminazione che la vede imporsi prima sulle paure del padre e poi sul precipitare degli eventi fino ad una lucidissima scena del veleno in cui sembra quasi essere al corrente dell’imminente fine e di ciò che il suo amato le sta somministrando. Il leit motiv di questa regia minimalista, ma non priva di suggestione e di grande bellezza, è dato dall’amore e dagli inganni che in questo libretto sono il perno della vicenda e che De Rosa ha voluto rileggere in chiave moderna come uno dei mali della nostra attuale società; un femminicidio annunciato, una tragedia inevitabile che prima di manifestarsi in tutta la sua crudezza lancia numerosi segnali.

Belle le luci di Vincent Longuemare, giustamente evocative e curate; bellissimi i costumi di Alessandro Lai che seguivano lo scorrere degli eventi in modo sempre appropriato e rispondevano perfettamente alla visione registica di questo affresco contemplativo.
Le scene firmate da Sergio Tramonti erano perfettamente in linea con le idee e l’impianto registico richiesti da De Rosa.

Anche sul versante musicale le cose sono andate decisamente al meglio.

Elena Mosuc nel ruolo di Luisa si trova perfettamente a proprio agio. La voce è morbida, sostenuta in maniera mirabile, innumerevoli sono i preziosismi vocali che regala con il suo canto a fior di labbro; la voce è limpida e penetrante ma capace di ombre e chiaroscuri notevolissimi nelle parti più drammatiche. Esce a testa alta della difficile scena solistica del secondo atto e regala commozione e grande scuola di canto nel primo e nel terzo.

Ottima l’antagonista Federica interpretata dal mezzosoprano georgiano Nino Surguladze; dona infatti la sua voce calda, pastosa, ben emessa e molto particolare nel colore ad un ruolo che è di solito marginale eppure riesce a rendere il personaggio con vivida lucidità e presenza

Ottimo anche il Rodolfo di Giorgio Berrugi, forte di una voce squillante e di bello smalto. Forse l’interprete difetta un pochino di personalità e, nel terzo atto, sembra più attento alla parte strettamente vocale che a quella interpretativa, ma esce a testa altissima dalla sua famosa romanza seguita da una cabaletta cantata in modo impeccabile.

Di rilievo il Miller di Vitaliy Bilyy che, forte di una voce ampia, scura e sicura in tutta la gamma, cerca accenti e colori per rendere il temibile ruolo verdiano in modo più che egregio.

Decisamente poco a fuoco il basso Istvan Kovacs nel ruolo di Walter; al di sopra delle possibilità di questo cantante che ha una pronuncia oscura e priva di qualsiasi capacità di articolare la parola cantata. La voce è logora al centro e sfibrata nell’acuto. Il grave poco sonoro e male appoggiato. Un vero peccato perché ha fatto scendere di parecchio il livello dello spettacolo.

Splendido, senza riserve, il basso Marco Spotti nel ruolo di Wurm. Voce imponente, timbratissima e piena, porta in scena un personaggio, di suo poco incline alle simpatie del pubblico, cantandolo in modo praticamente perfetto.

Buoni gli interventi di Michela Antenucci e Nino Mennella, rispettivamente Laura e un Contadino.

La direzione d’orchestra di Daniele Rustioni  ci ha notevolmente impressionato.
E’ stato capace di far suonare al meglio l’Orchestra del San Carlo e di dare alla recita un ritmo incalzante e infiammato. Il suono nei momenti drammatici era come un lampo nel cielo e assecondava il canto in maniera impeccabile. E’ stato una bellissima scoperta e speriamo che ritorni spesso al San Carlo dove, ultimamente, i grandi direttori latitano.

Al temine grandi applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo personale per la Mosuc e Rustioni.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Daniele Rustioni
Regia                         Andrea De Rosa
Maestro del Coro      Marco Faelli
Scene                          Sergio Tramonti
Costumi                     Alessandro Lai
Luci                            Vincent Longuemare


GLI INTERPRETI

Il conte di Walter       Istvan Kovacs
Rodolfo                      Giorgio Berrugi
Federica                     Nino Surguladze
Wurm                         Marco Spotti
Miller                          Vitaliy Bilyy
Luisa                          Elena Mosuc
Laura                         Michela Antenucci
Un contadino             Nino Mennella

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli



Foto Teatro San Carlo di Napoli

AIDA, G. VERDI – TEATRO DELL’OPERA DI ROMA, domenica 26 aprile 2015




Aida in versione “intimista” quella andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma.
La regia del grande Micha Van Hoecke infatti è priva di orpelli, di “lustrini” e di ogni simbolo normalmente associabile alla maestosità di questo titolo. Difettano di grandiosità le scene di assieme che, nonostante il numero di persone in palcoscenico sia copioso, sembrano sempre spoglie e svuotate di quell’energia che ci si aspetterebbe.
I momenti intimistici invece sono risolti con gesti e movimenti molto misurati, quasi che i protagonisti si muovessero sempre in una “bolla” di acqua e che questo fiume Nilo non scorresse accanto a loro ma li tenesse imprigionati con le gambe nel pantano.
Belle le luci di Vinicio Cheli, unico elemento che creava un po’ di atmosfera; migliorabili i costumi di Carlo Savi che “imprigionavano” i protagonisti rendendo anche i loro movimenti troppo plastici e poco morbidi.


La parte musicale ha avuto alcune stelle ed alcune ombre.

Trionfatrice della serata è stata la magnifica Amneris di Anita Rachvelishvili.
La cantante georgiana ha tutte le frecce al suo arco per affrontare al meglio questo temibile ruolo.
Ha voce timbratissima, ampia, scura, estesa e capace di svettare al di sopra delle grandi masse corali del secondo atto. E’ un’Amneris volitiva e forte ma che sa trovare nel suo canto anche tutte le sfumature di un amore e di un animo infranti. Un canto morbido, pastoso e setoso al contempo. Una grande prova per lei e l’affermazione definitiva della sua grande maturità artistica.

Meno bene la protagonista. Csilla Boross infatti, come Aida, fatica in un ruolo in cui il registro acuto è molto sollecitato e il suo personale bagaglio tecnico le deficita la salita alle note estreme.
Se la cava come interprete ma resta fin troppo attenta ed accorta alla parte vocale in cui non brilla.

Molto bene il Radames di Fabio Sartori, da cui si ascolta il ruolo cantato in modo magnifico e interpretato in maniera egregia. Forse con un regista più attento avrebbe potuto dare anche maggiore risalto ad una parte “attoriale” un pochino più marcata.

Splendido anche l’Amonasro di Giovanni Meoni che, con il suo canto nobile e sempre calibrato, rende non solo la parte eroica del suo ruolo ma anche quella più marcatamente regale e paterna.

Ottime le voci dei due bassi italiani; Luca Dall’Amico conferisce al Re la giusta e composta autorevolezza come pure Roberto Tagliavini infonde al Ramfis la ieraticità e la corretta ferocia del ruolo.

Molto bene a fuoco nei loro interventi il Messaggero di Antonello Ceron e la Sacerdotessa di Simge Buyukedes.

La direzione d’orchestra di Jader Bignamini lascia infine un giudizio piuttosto alterno.
Se le scene del primo atto fino a dopo il terzetto, del secondo atto fino alla grande scena del trionfo, l’intero terzo atto e il duetto finale dell’opera, lasciano molto favorevolmente impressionati per la ricerca dei colori, le sfumature, la ricchezza dell’accompagnamento ai cantanti e la padronanza di idee; tutto il resto dell’opera è molto deficitario. Si parla in particolare delle grandi scene di Assieme del Primo Atto (Nume custode vindice), l’intera Scena del Trionfo e il quarto atto (la scena del giudizio) dove sono innumerevoli le sfasature con il palcoscenico, moltissime sono le mende di alcune sezioni dell’Orchestra e il volume complessivo della buca sovrastava di molto il palcoscenico.

Al temine della recita applausi per tutti i protagonisti con punte di entusiasmo per Amneris e per Radames. Qualche piccolo ed isolato dissenso per la regia.


Rosy Simeone


LA PRODUZIONE


Direttore                      Jader Bignamini
Regia e Coreografia   Micha van Hoecke
Maestro del Coro       Roberto Gabbiani
Scene e costumi          Carlo Savi
Luci                             Vinicio Cheli


GLI INTERPRETI

Il Re                           Luca Dall'Amico
Amneris                     Anita Rachvelishvili
Aida                            Csilla Boross
Radames                    Fabio Sartori
Amonasro                  Giovanni Meoni
Ramfis                        Roberto Tagliavini
Un Messaggero          Antonello Ceron
Una Sacerdotessa      SimgeBüyükedes


ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA




Foto Teatro dell'Opera di Roma

coinduroi

INTERVISTA A CHRISTIAN FRATTIMA , DIRETTORE MUSICALE DI COIN DU ROI

Siamo molto lieti di far conoscere ai nostri amici una meravigliosa associazione musicale sorta a Milano per valorizzare il repertorio operistico preromantico che generalmente è poco eseguito nel nostro paese. Incontriamo il suo direttore musicale Christian Frattima, che ci racconta un po’ di questa gradita sorpresa in un momento molto difficile per la cultura italiana che ha davvero bisogno di risorgere con persone piene di volontà, competenza e passione per la bella musica.

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OTTAVO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 24 aprile 2015.


La stagione sinfonica di Verona continua con un accostamento musicale per certi versi antitetico se si considera il periodo di vita in cui i due compositori in questione concepirono i pezzi ascoltati. Pensando al Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Brahms ci viene in mente che fu completato da un ancora giovane artista che non aveva raggiunto la piena maturazione musicale e dunque una sua personale firma; per contro la maestosa Sinfonia n. 5 op 64 mi minore  di Cajkovskij è l'opera di un uomo maturo  a cui restano solo cinque anni di una vita piena di sofferenze interiori e che sta maturando i temi e gli stati d'animo della celeberrima Patetica. Tuttavia fu proprio nella città di Brahms che questo capolavoro ottenne il suo primo successo e proprio quell'ambiente musicale stava tanto a cuore al compositore russo. 


L’orchestra dell’Arena di Verona conferma di entrare particolarmente in sintonia con il repertorio sinfonico e c'è da dire che in questo caso riesce a raggiungere una profondità e plasticità di suono che ci trova molto coinvolti. Il primo pezzo vede come protagonista il pianista Davide Cabassi, anche se come è noto  in questo Concerto lo strumento a tasti non è esattamente la prima donna assoluta. La melodia del piano si fonde perfettamente con l’orchestra quasi come se ne fosse suo elemento costitutivo e, fatto salvo alcuni pregnanti momenti del Maestoso, o del Rondò del terzo movimento, si pone soprattutto come ingrediente per cogliere nell’insieme le sfumature dei diversi temi che si intrecciano. Vi è una certa intemperanza giovanile e come tale l’interpreta Davide Cabassi, che trasmette tutto il suo impeto sui tasti dello strumento, dando soprattutto un carattere di forza e passione alla sua esecuzione. Si esalta nei concitati, si commuove e partecipa anche nel sentire l’operato orchestrale e lascia il pubblico in delirio sul finale. Il maestro Francesco Ommassini sceglie tempi staccati sì da non cadere in facili languori. Nessun bis concesso al termine per Cobassi nonostante le numerose chiamate alla ribalta.

Con Cajkovski siamo all’opposto. La gioventù è lontana e ci avviciniamo al nihilismo della successiva ‘sesta’,  pur con dei distinguo. Difatti dopo l’inizio cupo in cui i tempi sono distesi e pervade quasi un senso di incertezza, la melodia si apre nel secondo movimento con un Andante di luminosa dolcezza che sembra quasi elevare l’animo fino alle vette del sublime, ma con un respiro più lieve, quasi a suggerire ancora una speranza terrena. Nel terzo movimento infatti, l’orchestra brilla a suon di valzer, in cui la leggerezza è il valore aggiunto che si irrobustisce via via fino al crescendo del Finale, dirompente e trascinante: giusta conclusione di un percorso per così dire in crescendo. E così l’orchestra della Fondazione Arena trasporta il suo pubblico, attraverso le varie sensazioni che il Maestro Francesco Ommassini coglie ora con tempi più larghi e quasi abbracciando l’intera orchestra, ora con giusto brio e dinamicità, senza perdere di vista l’idea complessiva della composizione. Ottima ci è parsa la coesione tra i vari settori.

Successo pieno da parte di un teatro quasi esaurito con pubblico attento e soddisfatto che ha accolto favorevolmente sia Cobassi che il Maestro Ommassini.

Maria Teresa Giovagnoli

PROGRAMMA

Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Johannes Brahms
Sinfonia n. 5 op 64 mi minore di Pëtr Il’ic Cajkovski

Direttore Francesco Ommassini
Pianoforte Davide Cabassi




Foto Ennevi

LA CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO SOCIALE DI ROVIGO, DOMENICA 19 APRILE 2015




Conclusione della stagione d’opera al Sociale di Rovigo con la Cenerentola di Rossini, nella versione coloratissima e dalle atmosfere leggere e ricca di siparietti tragicomici ideati dal regista Francesco Esposito, che cura anche i vistosi costumi color pastello. Se i vari personaggi sono lo specchio delle varie classi sociali, in questo allestimento vengono esasperati fin quasi alla caricatura, fermo restando una fragilità di fondo di ognuno di essi, artefici o distruttori del proprio destino. Don Magnifico è qui un voglioso uomo di mezza età che sogna ancora di saziare i suoi appetiti erotici; il servo Dandini nell' impersonare il principe di Salerno è invece agghindato da sultano con tanto di sudditi al seguito e scorta di sicurezza, armata di radioline ed auricolari; il filosofo Alidoro ci ricorda un circense che porta palloncini e dispensa saggezza ed il principe stesso si presenta in scena fotografando a destra e a manca con la sua fotocamera professionale, fingendosi una specie di fotografo di corte.  Tra essi le due sorellastre sono più svampite che mai e la povera Angelina è l’unica dotata di raziocinio in mezzo ad una autentica gabbia di matti.

Su una scena fissa ovoidale a scalini, opera di Mauro Tinti, che cambia aspetto a seconda delle luci curate da Alessandro Canali, vengono allestiti i vari ambienti con semplici aggiunte o drappi colorati, oppure elementi sullo sfondo. La festa del principe viene illuminata con le ben note sfere da discoteca calate dal soffitto, ed il palco viene prolungato anche intorno alla buca per permettere all’azione di proseguire anche oltre il piccolo palco del Sociale. Non mancano elementi di eccentricità come una croce contornata da lampadine, simbolo della presunta morte della povera Cenerentola in mano a Don Magnifico, oppure una scopa altrettanto circondata di luci ad uso della protagonista. Qua e là il direttore d’orchestra interagisce con i protagonisti che sfruttano le proprie voci anche per crearne sfumature quasi da parodia. In definitiva uno spettacolo molto brioso, allegro, che scorre via tra le immancabili risate del pubblico formato anche da tanti bambini.

Debutto più che positivo nel ruolo centrale per Marina De Liso, che gioca in casa e porta con sé un autentico trionfo. Ottime le agilità, ben studiato il personaggio della povera bistrattata dagli stessi famigliari, bella e ricca la pasta vocale, un autentico trionfo per lei.
Non alla sua altezza il tenore Filippo Adami nei panni di Don Ramiro che pur mostrando un colore interessante ed una buona dote nel recitare ci sembra soffrire l’acuto in taluni punti e mancare per incisività esecutiva.

Autentico mattatore Domenico Colaianni che scherza col suo personaggio di Don Magnifico sì da conquistare sempre la scena, coadiuvato da corretta esecuzione e bel timbro di basso ampio e ricco.
Enrico Maria Marabelli è un Dandini disinvolto, scherzoso e coinvolgente che offre bella prova sia attoriale che vocale.

Rocco Cavalluzzi  offre una gran bella voce ricca e profonda che fa onore al suo ruolo di Alidoro. Tra le sorellastre un buon successo per Linda Campanella  dalla voce chiara e pastosa che conferma anche la sua verve interpretativa raggiungendo il suo climax nell’aria finale. Paola Pittaluga sembra leggermente disomogenea nell’affrontare la scrittura vocale del suo ruolo, ma porta a casa una prova complessivamente positiva soprattutto per interpretazione.

Giovanni Di Stefano è stato impegnato alla guida di una buona Orchestra Sinfonica di Sanremo e molto disponibile nel collaborare con le varie situazioni pensate in ‘combutta’ con i protagonisti; mancava forse quel quid che rende le partiture si Rossini uniche e magistrali, ricche di sfaccettature e di continue piccole magie. Ben preparato il coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona dal maestro Gianluca Ascheri.
Pubblico festante e soddisfatto ha lasciato il teatro solo dopo diverse chiamate alla ribalta di tutti i protagonisti, con ovazioni per la protagonista De Liso.
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore d’orchestra         Giovanni Di Stefano
Regia e costumi                     Francesco Esposito
Scene                                      Mauro Tinti
Light design                          Alessandro Canali



GLI INTERPRETI

Don Ramiro                          Filippo Adami
Dandini                                  Enrico Maria Marabelli
Don Magnifico                      Domenico Colaianni
Angelina, detta Cenerentola Marina De Liso
Alidoro                                  Rocco Cavalluzzi
Clorinda                                Linda Campanella
Tisbe                                      Paola Pittaluga

Orchestra Sinfonica di Sanremo
Coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona
maestro del coro Gianluca Ascheri
Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo e Teatro dell’Opera Giocosa O.N.L.U.S di Savona




Foto Luigi Cerati

JENUFA, L. JANÁČEK – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, VENERDI’ 17 APRILE 2015






“La cadenza melodica della lingua parlata, è il riflesso dell'intera vita.” L. Janacek

Compositore tra i massimi del teatro musicale e strumentale del '900,  apprezzatissimo all'estero dove i suoi titoli sono stabilmente in repertorio, in Italia Janacek è un illustrissimo sconosciuto al grande pubblico, in gran parte a causa di sterili scelte artistiche da parte dei nostri teatri che mirano esclusivamente ai grandi titoli di repertorio, lobotomizzando il  pubblico in un girone di sterile ripetitività che porta alla noia e alla disaffezione.

Plauso immenso quindi al Teatro Comunale di Bologna che oltre ad aver coprodotto questo spettacolo con la Monnaie di Bruxelles, lo ripropone senza indugio in casa propria con un cast ancora più superlativo rispetto alle  recite belghe.

Storia slava nella cornice della vita in villaggio, Jenufa ha in parte fortissime analogie con il verismo musicale italiano, compensato dalla profonda ammirazione che il compositore moravo aveva per le opera di  Mascagni e Leoncavallo.

Ma se una storia di gelosia e coltello si consuma in Cavalleria e Pagliacci, in Jenufa l'autore non si ferma nella facilità delle passioni e dell'azione, ma ne scruta con sicurezza i più nascosti risvolti dei suoi personaggi, distaccandosene quando serve, in uno scenario di profondissimo pessimismo cristiano, seguendoli da vicino senza mai perdere comunque una visione d'assieme.


Pur nella sua unità stilistica, dove musicalmente colpisce la precisione del discorso nel suo complesso, (l'uso degli ostinati è emblematico: insistenti, incalzanti, fissi e l'uso dello xilofono che con la sua nota ribattuta collega tra loro le scene del primo atto ne è il più chiaro esempio)  l'opera è ricca di contrasti che spaziano dalle sonorità rudi e amare alla più sublime dolcezza.

L'idea registica di Alvis Hermanis si sposa perfettamente con la musicalità di Janacek.

Il regista lettone coglie perfettamente i tratti psicopatici di un 'opera dove il morbo dell'apprensione e il senso dell'attesa hanno qualcosa di ossessivo,  trasportandoli, nel primo e terzo atto nelle pose plastiche e continuamente ossessive dei personaggi e delle danzatrici che fanno da contraltare alla vicenda (coreografie di Alla Sigalova), mentre nel secondo atto, ma con sfumature estremamente sottili, le fa catapultare in una squallida quotidianità fatta di miserie e solitudine di fronte alle crudeltà della vita.

E il divario è profondo e netto della scelta registica tra il primo, il terzo atto e il secondo atto.

Se nel primo e nel terzo atto Hermanis esalta un folklorismo di maniera quasi esotico enfatizzato dall'utilizzo di tradizionali e spettacolari costumi moravi ( di Anna Watkins)  e dalle proiezioni dei quadri del moravo Alfons Mucha (curati da Ineta Sipunova), il secondo atto ruota attorno all'ossessività di Kostelnicka per il peccato e l'espiazione di una colpa che porterà all'infanticidio.

Kostelnicka è il personaggio che a nostro parere ha attratto più di altri lo scrupolo e l'interesse di Hermanis, trasformandola in una donna dal nervosismo crescente, dove la sagrestana del paesello si trasforma in una virago teutonica, in una walkiria, in una ossessa spiritata, confezionando uno sdoppiamento di personalità degno della più alta cinematografia.

E sugli allori quindi va senza dubbio l'interpretazione straordinaria di Angeles Blanca Gulìn, artista eccezionale che ha saputo stupirci facendo risaltare, complice una musicalità raffinatissima unita ad una voce d'acciaio e a una dote attoriale convincente, le ossessività di una Kostelnicka malata di fanatismo religioso e legata alle più mere convenzioni sociali.

Andrea Dankovà è una Jenufa dal canto elegiaco modellato sull'uso perfetto della parola che sa compensare le asperità e le durezze della voce nel settore alto del rigo con un fraseggio esemplare unito ad una perfetta aderenza al dettato registico.

Esemplare nel canto lo Steva di Ales Briscein,  cantante perfetto in questo repertorio per precisione e cura nell'utilizzo della parola ceca cantata unito ad un controllo vocale superlativo.

Cosi come Brenden Gunnell nel ruolo di Laca, che se dalla sua non ha la padronanza del madrelingua ceco, ha saputo tratteggiare con passione e la giusta dose di gigioneria il fratello ricco della famiglia.

Complimenti agli tutti gli altri artisti del cast (Gabriella Sborgi, Burya – Leigh-Ann AllenKarolka, Maurizio Leoni, Starek- Luca Gallo, Rychtar- Monica Minarelli, Rychtarka- Arianna Rinaldi, Pastuchyna- Roberta Pozzer, Barena- Sandra Pastrana, Jano- Grazia Paolella, Tekta) che hanno saputo affrontare le asperità del dettato cantato ceco di Janacek con professionalità e preparazione ammirevoli.

Juraj Valcuha, debuttante nella direzione di questa partitura, ha dimostrato di conoscerne a fondo i più infinitesimi particolari riuscendo a risaltarne il ritmo, l'accento, il salti armonici e il peso fonico di una scrittura straordinaria, complice un'orchestra del teatro comunale concentratissima e in splendida forma.

Molto bene per preparazione e duttilità vocale il coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Andrea Faidutti.

Successo vivissimo per tutti, con ovazioni per Blancas, Gulin e Valcuha.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore
Juraj Valčuha
Regia e scene
Alvis Hermanis
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Costumi
Anna Watkins
Luci
Gleb Filshtinsky
Coreografie
Alla Sigalova
Drammaturgia
Christian Longchamp
Video
Ineta Sipunova
Assistente alla regia
Marielle Kahn


GLI INTERPRETI

Jenůfa

Andrea Dankova

Laca Klemeň
Brenden Gunnel

Števa Buryja
Ales Briscein
Kostelnička Buryjovka
Angeles Blancas Gulin
Starenka Buryjovka
Gabriella Sborgi
Stárek, il mugnaio
Maurizio Leoni
Rychtar, il sindaco
Luca Gallo
Rychtářka
Monica Minarelli
Karolka
Leigh-Ann Allen
Pastuchyňa
Arianna Rinaldi
Barena, cameriera nel mulino
Roberta Pozzer
Jano, pastore
Sandra Pastrana
Tetka, zia
Grazia Paolella
Danzatrici

Angela Sanchez Gonzales, Lea Bechu, Delphine Simons, Fanny Vandersande, Hanne Schillemans, Janet Novas, Lisa Van Den Broeck,  Manuela Schneider, Martina Orlandi, Viola Vicini, Diletta Della Martira, Novella Della Martira, Marta Tabacco, Mariangela Massarelli, Veronica Gambini, Martina Platania



Allestimento del Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con Théâtre de La Monnaie / De Munt Bruxelles

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna


Foto Rocco Casaluci




IL BARBIERE DI SIVIGLIA , G. ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MARTEDI’ 14 APRILE 2015







La serata dedicata agli studenti è sembrata quanto mai azzeccata per assistere a questa nuova produzione de Il Barbiere di Siviglia al Teatro Filarmonico di Verona. Abbiamo avuto il piacere di vedere un teatro gremito fin quasi a scoppiare di abbonati e ragazzi festanti che hanno mostrato di gradire il capolavoro di Rossini, certo per la sua natura di opera straordinaria e ricca di spunti, ma anche e soprattutto in virtù dell’allestimento nato dalla felice collaborazione del regista Pier Francesco Maestrini col disegnatore Joshua Held.

Se è vero che si è visto di tutto e di più per questo ed altri capolavori, di sicuro ciò che è stato proposto dalla coppia creativa è qualcosa di fresco e veramente fruibile da un pubblico vastissimo, ricalcando e rimaneggiando completamente quanto già ottimamente realizzato dal regista nel 2010 in Sudamerica e con grandissimo successo. Perché allora non pensare che sia Rossini stesso in versione Cartoonia a dare in mano la partitura fresca di penna al direttore d’orchestra che interagisce con lui sul palco? E perché non concepire che tutti i personaggi ricordino nel volto e nelle ‘misure’ il grande compositore, mescolandosi di continuo alle loro controfigure disegnate, che vivono ed interagiscono con la realtà del palco? La vicenda è presentata con tanto di sigla d’apertura con personaggi ed interpreti proprio come in un cartone animato, che scorre sullo schermo e si fa interattivo grazie ai trucchi scenici ed alla regia dinamica, che spinge gli interpreti a vere e proprie gag e siparietti talvolta davvero impensabili, con tanto di rumori fuori campo e scritte onomatopeiche degni dei migliori cartoni animati della storia. Ebbene tutto questo ha offerto lo spettacolo a cui abbiamo assistito, che nel filmato non si fa mancare neanche citazioni cinematografiche e addirittura caricature illustri come quelle di Luciano Pavarotti e Giovanni Allevi, ad esempio.

I costumi riproducono naturalmente quelli coloratissimi del disegno animato con vistosi parrucconi e tutti i protagonisti sono ‘allargati’ con enormi cuscini, rendendo lo spettacolo ancora più simpatico e divertente.

La compagnia di canto è stata accompagnata da una orchestra areniana in grande forma, grazie soprattutto all’ottima mano di  Stefano Montanari, davvero esperto ed a suo agio in questo tipo di repertorio, che ha saputo creare un suono multi sfaccettato, col giusto mix di brio ed intensità elegiaca laddove richiesto, con occhio attento al palco e molto abile nel non farsi distrarre dai rumori imposti dai continui sketch che talvolta rischiavano di sovrastare il suono degli strumenti.

Con tale guida anche i protagonisti hanno dato tutti il meglio di sé nel canto e davvero molto ancora come interpretazione, tenendo conto anche delle difficoltà dovute ai costumi molto ingombranti che certo non facilitano l’azione. Bravo innanzitutto il protagonista Figaro, Sundet Baigozhin che si è mostrato un leone sul palcoscenico: pronto, spiritoso, sagace, coadiuvato da una bella voce interessante sia per colore che per volume; davvero una bella sorpresa.

Così la Rosina di Silvia Beltrami è stata al gioco, si è calata nel ruolo perfettamente con spirito e simpatia. Le agilità sono fantastiche ed il colore della voce scuro si addice molto ad un personaggio schietto e volitivo; pare soffrire un po’ nell’acuto, ma la sua resta una serata molto positiva.
Il Conte è stato un Edgardo Rocha dalla voce di bella pasta morbida e musicale. Il volume non è di quelli prepotenti che sovrastano la pur attentissima orchestra e le agilità non sono impeccabili, ma il suo canto è espressivo e armonico ed è dotato anch’egli di buone doti attoriali.

Ci ha bene abituati Omar Montanari ad interpretazioni davvero centrate per voce e presenza scenica, così il suo Bartolo è risultato vincente anche questa volta.
Ben si è disimpegnato anche Marco Vinco nel ruolo quanto mai strampalato di un Basilio maleodorante bardato con vistosi occhiali, abito e cappello neri, al cui passaggio le piante si seccano, i quadri cascano e gli animali soffocano.
Salvatore Grigoli e Irene Favro sono gli spigliati e discreti Fiorello/Ufficiale e Berta. Ottimo il coro dell'Arena di Verona.

Pubblico molto ‘effervescente’ e divertito ha tributato moltissimi applausi indistintamente a tutti i protagonisti per una serata di successo pienissimo.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra          Stefano Montanari
Regia                                     Pier Francesco Maestrini
Scenografia animata
e Costumi                              Pier Francesco Maestrini e Joshua Held

GLI  INTERPRETI

Il Conte d'Almaviva             Edgardo Rocha
Bartolo                                  Omar Montanari
Rosina                                   Silvia Beltrami
Figaro                                    Sundet Baigozhin
Basilio                                    Marco Vinco
Fiorello/Un Ufficiale             Salvatore Grigoli
Berta                                      Irene Favro


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
Direttore Allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Teatro Operbalet di Maribor.













Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

francesco_lanzillotta

DO RE MI... PRESENTO - INTERVISTA A FRANCESCO LANZILLOTTA

Il giovane direttore d'orchestra che abbiamo il piacere di conoscere questa volta è davvero un musicista raffinato e molto particolare, il cui curriculum artistico spazia in diversi campi e sta riscuotendo forti consensi nei prestigiosi teatri che lo ospitano: stiamo parlando di Francesco Lanzillotta. Ricordiamo solo alcuni dei numerosissimi templi della musica in cui ha già lavorato, come il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro San Carlo di Napoli, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Filarmonico di Verona ed il Teatro Lirico di Cagliari.. Ha lavorato inoltre con l’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, l' Orchestra della Svizzera Italiana, l' Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, l' Orchestra Haydn di Bolzano, la Filarmonica Toscanini di Parma, l' Orchestra Regionale Toscana, l' Orchestra del Teatro Filarmonico di Verona, la Gyeonggi Philharmonic Orchestra di Suwon (Korea) e la Sofia Philharmonic Orchestra. Attualmente è direttore principale delll’Orchestra Filarmonica Toscanini. Abbiamo scambiato alcune battute sulla sua vita professionale, le sue preferenze artistiche ed abbiamo scoperto un ragazzo molto schietto, spontaneo e disponibilissimo a rispondere con serenità e tanta simpatia a tutte le nostre domande.

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