VEC MAKROPULOS, LEOS JANACECK - PRIMA MONDIALE DELLA REVISIONE CRITICA DELLA PARTITURA A CURA DI ANNETTE THEIN, JONAS HAJEK E TOMAS HANUS, EDIZIONI BARENREITER PRAHA - BAYERISCHE STAATSOPER, Sabato 1 novembre 2014




“E' brutto esser vecchi.

Lei però è sempre bella.

Sappia, i pazzi hanno vita lunga, io vivrò a lungo certo! E finché l' uomo si innamora.”

Per la prima volta sul palcoscenico della Bayreische Staatsoper in lingua originale e con la partitura revisionata in base alle tre stesure (1923 1925) dell'eterno insoddisfatto Janaceck ad opera di Annette Thein, Jonas Hajek e Tomas Hanus, il capolavoro del compositore moravo è stato finalmente reso all'ascolto del pubblico nella sua versione più completa e più fedele alle intenzioni dell'autore, chiarendo numerosi errori che le precedenti edizioni avevano creato nella strumentazione, nella ritmica e nella struttura armonica.

Opera complessa e immensa che fonde con superba maestria gli ingredienti del thriller macabro, del giallo sociologico, del poliziesco fantastico, del racconto alchemico in una trama ingarbugliatamente pluristratificata in un lavoro teatrale di durata tutto sommato limitata (1ora e 50 di musica), Vec Makropulos è figlio diretto del clima magico che si respirava a Praga in quegli anni con i lavori di Kafka e di Karel  Capek.

Maestro indiscusso del canto di conversazione dove la scansione drammatica è rapidissima, nella sua penultima opera Janacek raggiunge l'apice della fusione completa parolamusica: gli scambi di battute sono fulminei,come ovviamente lo sono gli elementi musicali, brevi, lucidi e scolpiti in una partitura costituita in gran parte di temi brevissimi dove la musica ruota costantemente su se stessa.

E interprete indiscusso di questa rappresentazione a Monaco è stata senza ombra di dubbio la musica e il suo interprete principale, il direttore d'orchestra Tomas Hanus, il quale coinvolgendo una orchestra come quella della Bayerische Staatsorchester in stato di grazia è riuscito a far risaltare tutta l'originalità della partitura contribuendo a renderla tesa e interessante. La scarica nervosa e lo scarno e nervosissimo tessuto orchestrale che Hanus è riuscito a comunicare,  si è perfettamente sposato con un' orchestra di ampio colore espressionistico, risaltata da una pulizia timbrica esemplare e metronomicamente perfetta.
Finalmente Hanus ci ha restituito i bellissimi passaggi della viola d'amore solitamente tagliati, scritti in partitura, che sottolineano il carattere magico e fantastico di questa scrittura.

Con la scelta di rappresentare l'opera senza intervalli, il regista Arpad Schilling, coadiuvato nella drammaturgia da Miron Hakenbeck, si pone in perfetta simbiosi con la direzione tesissima di Hanus. Il dramma scorre senza interruzioni, ma si perde via via per strada in un vuoto di idee alquanto imbarazzante per un lavoro talmente esplosivo come questo.
L'impianto scenico di Marton Hag è fisso ma girevole nel lati per ogni atto, una montagna di sedie per il primo, un palcoscenico vuoto per il secondo, una gelida stanza d'albergo per il terzo.
Schilling nel suo lavoro esalta esclusivamente l'aspetto erotico della protagonista, grazie anche ad un'interprete come Nadja Michael dal fisico mozzafiato, strizzando più volte l'occhio alla Sharon Stone di Basic Instincts, soprattutto nel secondo atto dove la famosa scena dell'accavallamento di gambe con vista delle nudità è ripetuto più volte.
E poi un via via di palpamenti, amplessi, coiti interrotti e quant'altro fino alla scena finale dello svelamento della vera identità della protagonista, declamato da una seminuda Michael (sì abbiamo capito, è bellissima ed ha un fisico spettacolare) mentre si fa frustare con contorno di coristi (che in realtà dovrebbero stare in buca con l'orchestra..) voyer che se ormai non scandalizzano più nessuno, disturbano sicuramente un pochino.
Ovviamente in tutto questo festival dell'ormone, il lato magico, fantastico e onirico della storia viene smarrito, con conseguente focalizzazione sull'aspetto esclusivamente carnale della donna immortale e dei suoi spasimanti sovraeccitati.

Nadja Michael  è una Emilia Marty spettacolare vocalmente, che unisce la voce calda e brunita del suo essere stata un mezzosoprano ad un perfetto canto di conversazione anche se non si capisce bene in quale lingua canti. Le difficilissime “parole cantate” di Janaceck scorrono comunque bene e la voce è perfetta nelle due ore ininterrotte, arrivando al climax finale in una ideale catarsi musicale.

Pavel Cernoch é un Albert Gregor bellissimo anche lui fisicamente e vocalmente dal timbro seducente. Specialista nel teatro di Janacek, Cernoch è un tenore che non si risparmia nell'economia vocale con risultati ottimali. La sua ostica e acutissima parte gli calza come un guanto perfetto.

Suo rivale sulla scena, lo Jaroslav Prus di John Lundgren ha voce possente anche se molto nasale ma si adatta perfettamente al suo ruolo.
Gustav Belacek è stato un Dr Kolenaty perfettamente a suo agio, complice la madrelingua ceca, nell' ispida parte del petulante avvocato, aderendo alla perfezione alle intenzioni del compositore.

Kevin Konners(Vitek) e Dean Power (Janek) sono stati un po' sottotono, probabilmente tutti concentrati ad assecondare le richieste registiche piuttosto che concentrarsi sul canto.

Interessante il cameo del veterano Reiner Goldberg (sommo cantante wagneriano tra i più acclamati del secolo scorso) nei panni del conte Hauk-Sendorf, qui interpretato come un povero scemo che perde la testa per la starlette di turno.

Completavano il cast con corretta partecipazione Tara Erraught (Krista), Peter Lobert (un tecnico), Heike Grotzinger (una donna delle pulizie), Rachel Wilson (la cameriera di Emilia).

Corretta la breve partecipazione della sezione maschile del Chor der Bayerischen Staatsoper diretto da Soren Eckhoff.

Successo  per tutta la compagnia musicale con applausi di cortesia e qualche dissenso per i responsabili della messa in scena da parte del pubblico.

Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                                Tomáš Hanus
Regia                                     Árpád Schilling
Scene e costumi                     Márton Ágh
Luci                                       Tamás Bányai
Drammaturgia                      Miron Hakenbeck
Maestro del coro                  Sören Eckhoff

GLI INTERPRETI

Emilia Marty                         Nadja Michael
Albert Gregor                       Pavel Černoch
Vítek                                      Kevin Conners
Krista                                    Tara Erraught
Jaroslav Prus                        John Lundgren
Janek                                     Dean Power
Dr. Kolenatý                         Gustav Beláček
Ein Theatermaschinist         Peter Lobert
Eine Aufräumefrau               Heike Grötzinger
Hauk-Šendorf                       Reiner Goldberg
Kammerzofe Emilias            Rachael Wilson





Foto Bayerische Staatsoper

LA PORTA DELLA LEGGE, SALVATORE SCIARRINO – TEATRO MALIBRAN DI VENEZIA, giovedì 30 ottobre 2014



prima rappresentazione italiana
quasi un monologo circolare di Salvatore Sciarrino
da un racconto di Kafka : Vor dem Gesetz

Un palcoscenico completamente vuoto, uno sfondo buio che lascia nel chiarore solo la sagoma rettangolare di una porta che si allarga fino a comprendere tutto lo sfondo, per poi restringersi ancora intorno ai protagonisti. Ecco l’impianto posto in essere da Jürgen Lier entro cui si muove la regia di Johannes Weigand , per il lavoro di Salvatore Sciarrino che per la prima volta approda in Italia ed al Teatro Malibran di Venezia. A quanto pare la nostra umanità è composta da anonimi attori da cui sono presi ad esempio l’Uomo 1 e l’ Uomo 2, costretti a vivere in un mondo imperscrutabile ove anche l’ovvio viene contraddetto.

Entrambi vogliono attraversare la porta della legge, della giustizia, ma il guardiano glielo impedisce senza fornire alcuna spiegazione, nonostante le numerose richieste e suppliche. E l’assurdo arriva alla fine, quando l’usciere confessa ad ognuno dei due, ormai vecchi ed in fin di vita, che la porta era destinata proprio a loro. Nella novella di Kafka questa criptica trama ha una spiegazione legata all’intero romanzo da cui è tratta, il Processo, mentre presa singolarmente da Sciarrino ‘La porta della legge’ lascia parecchio spazio all’immaginazione di chi osserva e riflette. Forse la giustizia esiste, ma c’è chi impedisce che questa segua il suo corso, oppure la nostra vita è circondata da contraddizioni in termini che portano a conseguenti paradossi (come l’essere respinti ingiustamente proprio davanti alla porta della giustizia), oppure questa apertura è il simbolo di tante opportunità che vengono offerte dalla vita, ma qualcuno posto sul nostro cammino ci impedisce di coglierle, e magari quel qualcuno è il nostro alter ego che ha paura di varcare la soglia della felicità.

La definizione ‘monologo circolare’ ci fa immediatamente pensare ad una narrazione, se così possiamo definirla in questo caso, che ritorna su se stessa, ripercorrendo il suo iter. Il destino del primo personaggio viene difatti seguito da un altro suo simile, pur con caratteristiche fisiche e vocali diverse, e chiaramente l’autore vuole farci intendere che ad essi seguiranno tanti altri nella medesima situazione.
Il libretto dello stesso Sciarrino, che dovrebbe costituire il fulcro del pensiero dominante in tale lavoro, è in realtà molto scarno e costituito principalmente da poche frasi ripetute con fare ossessivo dai due uomini a turno: vorrei entrare, la porta della legge è sempre aperta, mi lasci entrare..  e dai noncuranti ora no, forse più tardi, ecc. del guardiano.

La musica è piuttosto frazionaria e di non facile decifrazione, poiché minimo appare il suo apporto alla rappresentazione. Più che un accompagnamento risulta in effetti come una sottolineatura delle frasi emesse in maniera ossessiva, lasciando quindi ampio spazio ai vuoti acustici rotti da improvvise riprese. L’orchestra si avvale anche di due pianoforti, una lastra metallica, perfino un tam-tam. Ma non sembra essere fondamentale in questa opera a nostro avviso. Non semplice quindi il compito del Maestro Tito Ceccherini , che segue pedissequamente la recitazione/canto dei tre protagonisti per far reagire prontamente l’orchestra. Il risultato riflette così la scia del libretto: l’insieme è giustamente scarno, ripetitivo,  quasi nebuloso.

Stesso dicasi per la resa degli interpreti: Ekkehard Abele interpreta il primo Uomo che chiede di varcare la porta con un’aria trasognata, incredula, ossessivamente inquisitoria. Il tono della voce è moderato, in linea con l’aria di sospensione che aleggia in scena, si muove con circospezione sul palco cercando di seguire la sagoma variabile della famigerata porta.

Al pari Roland Schneider appare forse più ingenuo pur nel medesimo copione, meno aggressivo, ma ugualmente tormentato, di chi lo precede e sfrutta il timbro della sua voce da controtenore per sottolineare l’inquietudine che prova, quasi come se non osasse esprimersi troppo forte per non disturbare il glaciale Usciere. Costui è impersonato da Michael Tews che deve fare pure i conti con certe torsioni del busto imposte dalla regia, che lo vuole povero nel verbo ma espressivo nel corpo.

Ci piace concludere raccontando l’istallazione video di Jakob Creutzburg che appare al termine: un’ infinità di uomini, sempre simili ed anonimi, continuano a ripetere le stesse poche parole, bloccati nelle loro porte che salgono e scendono all’infinito nella penombra del palco, finché la musica non cessa del tutto e si oscura la scena. Ed è buio totale.

Il pubblico non numeroso ha accolto con sufficiente calore lo spettacolo di questa recita.
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE


direttore          Tito Ceccherini
regia                Johannes Weigand
scene e costumi          Jürgen Lier
video               Jakob Creutzburg

GLI INTERPRETI

L’uomo I        Ekkehard Abele
L’uomo II       Roland Schneider
L’usciere         Michael Tews

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti
con sopratitoli in italiano

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice




Foto Michael Hoernschemeyer/Wuppertaler Buhnen

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – TEATRO COMUNALE G. VERDI DI PADOVA, 24 ottobre 2014.



Madama Butterfly è sicuramente una di quelle opere che va vissuta più intimamente che visivamente. Lo sanno bene tutti quei registi che hanno di recente privilegiato l’aspetto emozionale rispetto a quello  più squisitamente scenografico nei loro spettacoli. Quello ideato da Beni Montresor, nella ripresa di Paolo Giani in scena al Teatro Verdi di Padova, ci porta in un Giappone molto semplice e scarno, ma immediatamente riconoscibile. Ci troviamo di fronte ad una schematica casetta giapponese al centro della scena, con ai lati le pareti trasformate in specchi che allargano la prospettiva visiva, ed un suolo bianco dove le luci sono chiamate a giocare un ruolo importante, ma che a nostro avviso non sono state significative in questa occasione. Gli abiti e le acconciature sono piuttosto graziosi ed in classico stile orientale, che portano quasi naturalmente le protagoniste femminili ad un incedere che richiama i gesti e le movenze delle famose Geishe. Per il resto non vi è molto altro, se non lo spogliarsi ancor di più della scena per accennare l’interno della casa di Butterfly, che viene poi ‘occupata’ dalle vele della nave di Pinkerton al suo arrivo, subito ripiegate su se stesse nel prosieguo dell’azione. I fiori che la povera illusa prepara per accogliere l’amato sono dei semplici coriandoli bianchi calati a pioggia dall’alto, mentre un velo plana sul pavimento nell’istante in cui Butterfly si toglie la vita.

Riteniamo che per uno spettacolo così concepito, la parte musicale debba essere il fiore all’occhiello per valorizzare quanto pensato registicamente, ma purtroppo questa è mancata sotto diversi aspetti.
A cominciare dalla conduzione del Maestro Tiziano Severini, alla testa di una orchestra di Padova e del Veneto non in forma smagliante. Non abbiamo sentito infatti la miriade di colori che arricchisce la partitura di Puccini. I momenti concitati lasciavano troppo spazio al clamore e proponevano un suono a nostro avviso frammentato, mentre assenti sono stati gli slanci lirici della passione prima e la profondità del suono nel dolore. In generale ci è sembrata una semplice lettura della partitura.
Di conseguenza anche alcuni interpreti non hanno potuto brillare in tale circostanza.

Andrea Rost sembra una Cio-Cio-San davvero poco coinvolta. Se una certa innocenza è parsa emergere nel primo atto, non abbiamo percepito in seguito il dolore della donna ormai cresciuta e tuttavia aggrappata ad una vana speranza poi disillusa. Anche dal punto di vista vocale, il timbro del soprano è sì di bella pasta morbida, ma risulta piccola soprattutto nel confronto con l’orchestra. L’interprete inoltre sceglie una esecuzione asciutta anche nei momenti di massimo languore.

J-F. Pinkerton è un Luciano Ganci tutto slancio e sentimento, che dona molto di se stesso alla resa del personaggio. Il tenore ha sicuramente una voce importante, ma sembra aver subito certi tempi distesi dell’orchestra e un appiattimento generale, che potrebbero averlo condizionato nell’emissione in taluni passaggi.
Colpisce davvero la particolarissima voce di Daniela Innamorati. Con il suo timbro caldo color dell’ebano interpreta una compassionevole ed attenta Suzuky, di certo elegante e compita, che difatti il pubblico ha molto applaudito al termine dello spettacolo.  

Giorgio Caoduro va premiato per l’impegno nell’essere andato in scena nonostante un infortunio ad un piede, con il suo Sharpless piuttosto austero ma compassato al momento opportuno.

Convince il Goro di Max Rene' Cosotti per voce interessante dal timbro colorito, nonché per il suo calarsi nella parte con giusta partecipazione. Corretti il principe Yamadori di William Corrò, il Commissario imperiale di Francesco Milanese e l’impetuoso zio Bonzo di Abramo Rosalen, che pure ha dovuto fare i conti con il volume orchestrale.

Da risentire la Kate Pinkerton di Sabrina Vianello per poterne apprezzare meglio la voce, mentre segnaliamo nella folta schiera di parenti lo zio Yakusidé di Gianluca Zoccatelli, la zia, cugina e madre di Butterfly, rispettivamente Babusci Valentina, Baldin Simonetta e Benetti Silvana. Non si può che lodare il piccolo Sebastiano Corrò, impegnatissimo nel ruolo di Dolore, nel suo splendido mini kimono bianco.
Qualche piccola incertezza da registrare nell’esecuzione del coro diretto da Dino Zambello, dovuta probabilmente a quanto detto relativamente alla direzione musicale.
Il pubblico davvero numeroso che ha riempito la platea ed ogni ordine di palco, ha tributato applausi di gradimento discreto in generale.
Infine registriamo per dovere di cronaca la competenza e disponibilità dell’ufficio stampa che ha sopperito ad una spiacevole accoglienza da parte della biglietteria che non ci aspettavamo e che speriamo sia migliorata quanto prima per la serenità di chi si reca in questo gioiello di teatro per lavoro o svago.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro Concertatore
e Direttore D'orchestra      Tiziano Severini
Regia, Scene E Costumi       Beni Montresor ripresa di Paolo Giani


GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San                           Andrea Rost
Pinkerton                               Luciano Ganci
Sharpless                               Giorgio Caoduro
Suzuky                                  Daniela Innamorati
Zio Bonzo                              Abramo Rosalen
Goro                                      Max Rene' Cosotti
Il principe Yamadori            William Corrò
Il commissario imperiale      Francesco Milanese
Kate Pinkerton                     Sabrina Vianello
Zio Yakusidé                         Gianluca Zocatelli
Zia di Butterfly, cugina        Babusci Valentina, Baldin Simonetta, Benetti Silvana.
e madre
dolore                                    Sebastiano Corrò                             


Coro Città di Padova diretto dal M° Dino Zambello
Orchestra di Padova e del Veneto




Foto Giuliano Ghiraldini

LA FORZA DEL DESTINO, G. VERDI – FESTIVAL VERDI, TEATRO REGIO DI PARMA, DOMENICA 19 OTTOBRE 2014




La forza del destino è potente e non conosce ostacoli, si compie ineluttabilmente nel bene e nel male e non resta che arrendersi ad esso. Stefano Poda vede tutto buio nella sua concezione dell’opera verdiana, che secondo lui non ha bisogno di scene mastodontiche, palazzi principeschi o chiese con mille navate per stupire ed arrivare al cuore. Piuttosto buio è il palco pressoché vuoto, scuri sono i costumi (tranne il mantello rosso della baldanzosa Preziosilla), le luci sono soltanto lampi di chiarore che servono ad esaltare espressioni ed azioni, in una atmosfera nel complesso quasi sacrale. A nostro avviso qualche scelta non risulta del tutto comprensibile, come la palla gigantesca che Alvaro spinge qua e là mentre prega l'amata, oppure la spada scagliata dall'alto alla morte di Leonora, che giunge quasi a distogliere l'attenzione dal momento solenne. Ma se si escludono episodi come questi, possiamo comunque affermare che l’idea del regista sia complessivamente arrivata, creando in chi osserva un certo intimismo, un' idea di sospensione nell'attesa che il destino si compia.

Roberto Aronica  è parso piuttosto in forma nei panni di Don Alvaro: unisce al temperamento di uomo d’onore e d’amore un canto di vigore che ha offerto dei bei numeri, raggiungendo l’apice sia nell’aria per Leonora che nel duetto con Don Carlo.
Ottimo Luca Salsi nel ruolo del vendicativo fratello implacabile. Ancora una volta il colore della sua voce si mostra perfetto per un ruolo dinamico: brunito e profondo con fraseggio corretto unito ad interpretazione decisamente sentita.
Piuttosto raccolta invece Virginia Tola come Leonora. Il soprano ha privilegiato un canto contenuto ed emotivamente toccante, tralasciando forse l’aspetto più passionale di una donna comunque innamorata e dal temperamento forte.
Convincente  Michele Pertusi nel ruolo del Padre guardiano: dalla cava profonda del suo timbro risalta un vocione adattissimo al ruolo del religioso austero e saggio, come pure Roberto De Candia è un Fra Melitone dal bellissimo timbro baritonale, dalla dizione chiara ed efficace dal punto di vista recitativo.
A dir poco straordinaria Chiara Amarù come zingarella. Il mezzosoprano colpisce per la scioltezza con cui adopera il suo strumento, che non teme di arrivare anche molto in alto per la sua tessitura, in aggiunta ad una capacità di stare sul palco davvero prepotente e molto gradita al pubblico.
Davvero gradevole l’intervento di Andrea Giovannini come Mastro Trabuco, il cui mantello ‘ripieno’ di cianfrusaglie, unito ad un canto più che discreto, ha aiutato non poco il simpatico tenore a divertire e convincere nel suo ruolo.   
Molto bravo Simon Lim come marchese, stesso dicasi per la buona Raffaella Lupinacci come cameriera di Leonora. Completano il cast il chirurgo di Gianluca Monti e Daniele Cusari come Alcade.
Molto ben preparato da Salvo Sgrò il coro del Teatro Regio di Parma.

Alla testa dell’Orchestra Filarmonica Arturo Toscanini il Maestro Jader Bignamini. Con lui l’orchestra assume sonorità asciutte, non cade nella tentazione di appesantire i volumi nei momenti in cui ci si aspetterebbe l’esplosione, mantenendo sempre un suono nell’insieme coerente, che si fa  sofisticato nel lirismo più intimo.
Salvo qualche contestazione diretta al soprano Tola, la sala gremita di un pubblico molto attento ha decretato il successo dello spettacolo, che il teatro ha dedicato al compianto Carlo Bergonzi.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore e direttore                            Jader Bignamini
Regia, scene, costumi, coreografia e luci               Stefano Poda
Maestro del coro                                                      Salvo Sgrò
Maestro all’organo                                                  Simone Savina 

GLI INTERPRETI

Il marchese di Calatrava
Simon Lim
Donna Leonora, sua figlia
Virginia Tola
Don Carlo di Vargas, suo figlio
Luca Salsi
Don Alvaro
Roberto Aronica
Preziosilla, giovane zingara
Chiara Amarù
Il Padre guardiano
Michele Pertusi
Fra Melitone
Roberto De Candia
Curra, cameriera di Leonora
Raffaella Lupinacci
Mastro Trabuco, mulattiere, poi rivendugliolo
Andrea Giovannini
Un alcade
Daniele Cusari
Un chirurgo


Gianluca Monti




FILARMONICA ARTURO TOSCANINI
CORO DEL TEATRO REGIO DI PARMA

Allestimento del Teatro Regio di Parma
Spettacolo con sopratitoli in italiano e in inglese





Foto Roberto Ricci, Teatro Regio di Parma

DON GIOVANNI, W.A. MOZART - TOKYO NATIONAL THEATRE, 16 OTTOBRE 2014




….Il padron con prepotenza l'innocenza mi rubò...

“Chi son io tu non saprai”.
Lo afferma Don Giovanni mentre, scoperto il il suo notturno tentativo di possedere Donna Anna, viene inseguito dalla donna e dal padre di lei.
Don Giovanni reca la significativa  definizione di “dramma giocoso”  non “opera buffa”, quindi e neppure “opera seria” , ma un oscillare continuo tra elemento scherzoso e demoniaco in cui il protagonista centrale, Don Giovanni appunto, guida l'azione dall'inizio alla fine con coerente fedeltà alla propria ricerca del piacere anche contro la morale.
Don Giovanni è presente anche quando non c'è e gli altri sette personaggi dell'opera ruotano costantemente attorno alla sua figura, tutta istinto e passione.
La sua figura passa sulla scena come un turbine, sospinta dalla vitalità inesauribile dell'eros che scorre, affermandosi attraverso il suo mimetismo, la capacità di dissimulazione, l'adattamento a qualsiasi situazione vissuta nel presente, senza ricordi e senza presagi.
Con queste significative premesse il debutto dell'opera mozartiana al Nuovo Teatro Nazionale di Tokyo nell' allestimento di Grisha Asagaroff non poteva avere esito migliore.
Pur non discostandosi eccessivamente da un allestimento tradizionale, per quanto limitativo sia il termine, Asagaroff ci offre un Don Giovanni onirico, giocato tra le nebbie di Venezia e i boschi di betulla della Marca trevigiana di Da Ponte.
In questo contesto i personaggi sviluppano uno studiatissimo e sapiente teatro di regia ove anche il minimo dettaglio di una mano che rotea o di una spada che ferisce risultano talmente naturali e spontanei da emozionare istintivamente.
Coloratissimi e nel solco del settecento veneziano i costumi di Luigi Perego che è stato anche ideatore degli elementi scenici sapientemente esaltati dal lighting design di Martin Gebhard.

Nei panni di Don Giovanni abbiamo piacevolmente ritrovato Adrian Erod dopo il suo splendido Sixtus Beckmesser nei Meistersinger da noi ascoltati ad Amsterdam il giugno 2013. Voce duttilissima che sa piegarsi ai sottili giochi perversi della partitura Mozartiana con un mordente originalissimo mai sopra le righe, Erod tratteggia il suo Don Giovanni con voce molto chiara e ben proiettata, dal fraseggio perfetto sostenuto da una dizione encomiabile.

Suo degno compare il Leporello di Marco Vinco è un autentico fuoriclasse nel ruolo. Il cantante veronese, pur affaticato a volte da una partecipatissima ed intensa recitazione alla quale mai si è risparmiato, è stato esaltante per emissione sicura e controllata da un livello tecnico di alta levatura.
Della Donna Anna interpretata da Carmela Remigio si può dire tutto il bene possibile per una cantante ormai arrivata ad un livello di tale perfezione vocale pur alla sua giovane età con pochi paragoni nel teatro musicale odierno. Interprete di notevole presenza scenica, canta con una fluidità, un'eleganza e una rotondità di suono veramente splendidi uniti ad una dizione scolpita e ad un' accento che li valorizza superbamente.

Donna Elvira era Aga Mikolaj, dopo averla udita nel Ring scaligero come apprezzata interprete di Woglinde, debbo dire che lo sviluppo di questa giovane cantante polacca è notevole, la sua interpretazione tutta giocata sul perenne controllo dei fiati è alla ricerca continua di colori vocali non comuni. Molto applaudita la sua aria del secondo atto.

Ottimo Paolo Fanale nel ruolo di Don Ottavio. Il tenore palermitano conferma di volta in volta al nostro ascolto, una costante crescita artistica. La parte di Don Ottavio è una scrittura di notevole difficoltà che richiede un controllo perfetto della respirazione, pena il disastro assicurato. Fanale supera questo scoglio innanzitutto con un timbro bellissimo aiutato da una notevole abilità tecnica, da una tenuta vocale e da una forza di accento e incisività timbrica uniti a raffinatezza e capacità interpretativa.

Brillante, scanzonata senza strafare ma anche capace di risvolti malinconici la Zerlina di Washio Mai assieme al Masetto ingenuo e corretto di Machi Hidekazu.
Convincente la voce profondissima di Tsumaya Hidekazu come Commendatore.
Direzione tesa e stringente quella del veterano Ralf Weikert. Nelle sue mani la meticolosa e forse troppo precisa Tokyo Philarmonic Orchestra non si lascia andare alle idee musicali del suo direttore ospite, tutta tesa alla ricerca di una perfezione interpretativa quasi impossibile da raggiungere in Mozart.
Corretto e partecipe il New National Theatre Chorus diretto da Misawa Hirofumi.

Successo vivissimo per tutti con autentiche ovazioni da parte di un pubblico in delirio ed entusiasta come solo quello giapponese sa essere.


Pierluigi Guadagni

LA PRODUZIONE

Direttore                 Ralf Weikert
Regia         
             Grischa Asagaroff
Scene &
Costumei                    Luigi Perego
Luci               
         Martin Gebhardt

GLI INTERPRETI
Donna Anna             Carmela Remigio
Don Ottavio
             Paolo Fanale
Donna Elvira
            Aga Mikolaj
Masetto
                   Machi Hidekazu
Zerlina
                      Washio Mai

Coro          New National Theatre Chorus
Orchestra
 Tokyo Philharmonic Orchestra




Foto Tokyo National Theatre

GUILLAUME TELL, G. ROSSINI – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GIOVEDÌ 16 OTTOBRE 2014




‘Ex terra omnia’- tutto dalla terra, ossia tutto ciò che siamo e tutto ciò che ci circonda proviene dalla terra e ad essa appartiene per sua natura. Questo il perno intorno a cui ruota lo spettacolo concepito da Graham Vickper il Guillaume Tell di Gioachino Rossini che approda al Teatro Comunale di Bologna. Il sipario abbassato ci mostra un pugno chiuso bianco su sfondo rosso che qui diventa il simbolo di tutte le lotte contro gli usurpatori di ogni secolo e patria. È uno spettacolo di contrasti, di opposizioni: il bene vs il male, i sottomessi vs i dominatori, persino l’essenzialità delle scene vs la straordinaria ricchezza dei contenuti. Vick ha scelto di approfondire e sottolineare il rapporto quasi morboso che lega un popolo alla sua terra, che compare costantemente in scena, che sia sparsa sul palcoscenico, che sia rievocata nei ricordi infantili di Arnold con suo padre, o addirittura riversata dalle tasche logore degli svizzeri, serbata come nostalgico ricordo e soprattutto monito a non perdere la speranza. Gli austriaci sono visti come nobili annoiati che considerano il popolo sottomesso alla stregua di servitori o peggio di giullari di corte da trattare come animali addomesticati o marionette di cui muovere i fili invisibili. Ron Howell  lo sottolinea con intelligenza nelle forti coreografie dei ballabili che qui sono quanto mai essenziali allo sviluppo dei contenuti. E se già impressiona vedere i danzatori che simulano la violenza schiacciante del padrone, comprimendosi con forza nuca e corpo con delle scarpe da uomo, si resta quasi senza fiato al terzo atto, ove il ricevimento per il governatore è un susseguirsi di umiliazioni sempre maggiori, che raggiungono il naturale climax con Tell e la ben nota prova della mela.

Si tratta di un mondo artefatto e dunque ripreso da telecamere sotto enormi riflettori come in un film ove l’unica certezza è ancora la terra, la Natura che rivuole i suoi figli, richiamandoci al mito del buon selvaggio di Rousseau. Ed il figlio di Guillaume si appresta difatti a ritornare alle origini in una ascesa ideale, sulla scala rossa che lentamente si adagia al centro della scena, nel glorioso finale.
Davvero splendidi i costumi di Paul Brown, artefice anche delle scene bianche ed essenziali su cui possono spiccare per ricchezza ed ottima fattura.

Felicissima anche la scelta del cast, ove persino i ruoli di contorno hanno una individualità molto accentuata e nulla viene lasciato al caso nelle loro azioni.
Carlos Alvarez impersona il valente Guillaume Tell con slancio interpretativo e una voce ricca e dalla pasta morbida. L’interprete non mostra solo fiammante spirito battagliero, ma anche anima e cuore tanto nell’esecuzione canora che nel gesto in scena.

Straordinario l’Arnold di Michael Spyres. Il tenore risolve uno dei ruoli più difficili e aggiungeremmo anche estenuanti per il suo registro con una interpretazione brillante. Supera tutte le difficoltà della partitura con voce perfettamente controllata e senza sbavature, in tutta la gamma dell’ampio registro.  

La splendida Yolanda Auyanet è Mathilde, nobile di fatto ma anche di cuore, l’unico elemento positivo di tutta la sua stirpe, estranea alle violenze di cui la sua casta si macchia, impersonata con eleganza e compostezza dal soprano, grazie anche alla dolcezza ed alla musicalità della sua voce setosa, che incanta nell'attesa 'Sombre forêt'.  

La moglie dell’eroe svizzero è una fantastica Enkeleida Shkoza: coinvolgente, dal temperamento sanguigno e dalla voce imponente che unisce al canto energico e preciso una grande espressività.
Mariangela Sicilia è un Jemmy accorato e coraggioso, sapientemente interpretato con qualche guizzo adolescenziale.  

Furst è unSimon Orfila dal piglio giustamente focoso per il suo ruolo di congiurato, mai sopra le righe sia nella resa attoriale che vocale.
Quasi algido nella sua fredda crudeltà il governatore Gessler di Luca Tittoto. Utilizza la profondità del suo timbro in modo intelligente sì da accentuare con voce e azione ogni sfumatura del suo personaggio.

La voce di Simone Alberghini pare particolarmente a suo agio nel ruolo di Melcthal padre, potendo sfoggiare la sua venatura più peculiarmente scura. Molto d’effetto l’ormai celebre  morte violenta in scena sotto l’occhio compiaciuto di Rodolphe che ne fa appendere il cadavere.

Alessandro Luciano è sufficientemente crudele ed imperturbabile da suscitare sdegno con la sua interpretazione di un Rodolphe qui particolarmente temibile e degno arciere di Gessler.
Marco Filippo Romano si muove molto bene nel doppio ruolo di Leuthold e Chasseur, mentre Giorgio Misseri canta con buon gusto la sua canzone d’amore.

È d’obbligo spendere più di una parola per lo straordinario coro diretto da Andrea Faidutti. Ottimi l’equilibrio e l’impasto delle voci, gli attacchi sono precisi e tanta parte dello spettacolo si completa della forza scenica ed espressiva dei bravissimi coristi.
  
Maiuscola la direzione di Michele Mariotti che nella musica di Rossini trova terreno fertile per mostrare tutto il suo talento e sensibilità di musicista. Sin dall’ouverture l’orchestra offre una miriade di colori, una straordinaria morbidezza nel suono ed un ottimo equilibrio dei volumi, particolarmente bilanciati nei ballabili. Sempre presente il contatto con il palco e nei concitati gli accenti si fanno più decisi ma mai esasperati. Perfetta l’intesa tra i musicisti che nel gran finale cesellano nota dopo nota un crescendo che unisce al sentimento  forza e carattere.

Successo trionfale anche per questa replica, salutata da diverse chiamate alla ribalta, battimani a tempo e numerose grida di apprezzamento per tutti gli interpreti ed il direttore d’orchestra.

Maria Teresa Giovagnoli  



LA  PRODUZIONE

Direttore


Michele Mariotti
Regia
Graham Vick
Scene e costumi
Paul Brown
Progetto luci
Giuseppe di Iorio
Luci riprese da
Fiamma Baldiserri e Marco Alba
Coreografie
Ron Howell
Regia ripresa da
Lorenzo Nencini
Assistente coreografo
Virginia Spallarossa
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

GLI INTERPRETI

Guillaume Tell
Carlos Alvarez
Arnold Melcthal
Michael Spyres
Walter Furst
Simon Orfila
Melcthal, padre di Arnold
Simone Alberghini
Jemmy
Mariangela Sicilia
Gessler
Luca Tittoto
Rodolphe, capo degli arcieri di Gessler
Alessandro Luciano
Roudi, pescatore
Giorgio Misseri
Leuthold, pastore/ Un Chasseur
Marco Filippo Romano
Mathilde
Yolanda Auyanet
Hedwige
Enkeleida Shkoza


Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Allestimento Rossini Opera Festival in coproduzione
con il Teatro Regio Torino





Foto: gentile concessione del Teatro Comunale di Bologna

VERONA LIRICA APRE LA NUOVA STAGIONE DI CONCERTI CON L’ORCHESTRA E IL CORO DELL’ARENA


L’Associazione Verona Lirica è giunta alla sua quarta stagione concertistica e si pone come una delle realtà più riuscite del panorama musicale cittadino di questi ultimi anni, grazie anche alla stretta collaborazione con la Fondazione Arena di Verona, il cui direttore artistico Paolo Gavazzeni ha voluto essere presente insieme a Giuseppe Tuppini, presidente  dell’associazione lirica, per salutare il pubblico di abbonati e sottolineare la vicinanza amichevole delle due istituzioni. Difatti molti degli interpreti che hanno calcato le scene del prestigioso Festival estivo, nonché della stagione invernale al Filarmonico, sono poi tornati sul palco anche per entusiasmare il pubblico degli abbonati di Verona Lirica.  

Fa veramente molto piacere vedere come il Teatro fosse particolarmente pieno per questo concerto inaugurale, probabilmente anche per il forte richiamo dato dalla presenza eccezionale del coro diretto da Andrea Cristofolini e dell’orchestra della Fondazione Arena, guidata da Giorgio Croci.
Musiche di Rossini, Leoncavallo, Mascagni, Bizet, Verdi e Puccini hanno arricchito un programma fitto e carico di energia.
Cinque gli artisti impegnati ad eseguire le arie più amate di sempre dalle opere di questi grandi compositori: Virginia Tola, Sanja Anastasia, Dario di Vietri, Franco Vassallo, Giorgio Giuseppini.

Impegnata in questi giorni al Teatro Regio di Parma con La forza del destino di Verdi, il soprano Virginia Tola ha cantato da quest’opera,  insieme a Giorgio Giuseppini ed il coro, la scena tra Leonora ed il Padre guardiano, che si conclude con ‘La vergine degli angeli’; un momento molto intenso che ha coinvolto emotivamente sia gli interpreti che il pubblico in sala. Inoltre, direttamente dalla stagione appena conclusa del Festival in Arena 2014, da Un ballo in maschera, insieme a Franco Vassallo, la scena tra Renato ed Amelia del terzo atto, con la celebre ‘Morrò, ma prima in grazia’. Il baritono ha anche eseguito il prologo di Pagliacci di Leoncavallo, a nostro avviso con giusta enfasi declamatoria

Il mezzosoprano Sanja Anastasia ha uno strumento molto imponente che supera tranquillamente coro ed orchestra ed ha eseguito con grazia l’Habanera dalla Carmen di Bizet, altro recente successo dell’estate in Arena, nonché la meravigliosa e travolgente ‘Inneggiamo, il Signor non è morto’ con il fondamentale apporto del coro, da Cavalleria Rusticana di Mascagni, con l’introduzione dell’orchestra.

Giorgio Giuseppini  ha eseguito uno straordinario racconto di Ferrando insieme al coro, da il Trovatore di Verdi. È profonda la sua voce, dal volume importante e l’interprete è deciso e convincente.
Infine il tenore Dario di Vietri con i suoi acuti ha conquistato il pubblico con le sempre graditissime ‘E lucevan le stelle’ dalla Tosca e ‘Nessun dorma’ dalla Turandot di Puccini.

Il coro della Fondazione Arena ha voluto commuovere i presenti con ‘Patria oppressa’ da Macbeth e ‘Va pensiero’ dal Nabucco di Verdi.
Avendo una orchestra a disposizione sarebbe stato un delitto non ascoltare anche dei pezzi sinfonici, ecco quindi il meraviglioso intermezzo di Manon Lescaut di Puccini, eseguito con particolare vigore ed intensità, la verdiana sinfonia di Stiffelio, con brio e tanta energia, e la splendida ouverture da L’Assedio di Corinto di Rossini.

Grande conclusione con tutti gli interpreti per il trionfante finale dell’atto secondo di Aida.
Successo pieno e caloroso per tutti, una bella partenza per Verona Lirica.

Maria Teresa Giovagnoli






DON GIOVANNI, W. A. MOZART – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, sabato 11 ottobre 2014



Il fortunatissimo allestimento del Don Giovanni di Mozart creato dall’equipe Michieletto/Fantin/Teti, vincitore del premio Abbiati e numerosi Opera Awards  nel 2011, ritorna al Teatro La Fenice di Venezia per questo finale di stagione 2013-14, riscuotendo ancora il successo che a nostro avviso merita, registrando il tutto esaurito al botteghino alla prima, e c’è da immaginare che sarà così anche per le repliche successive.
Lo sviluppo della vicenda avviene totalmente in ambienti domestici, con l’ormai celebre impianto scenico rotante che crea angoli diversi, sfogliandosi quasi come le pagine di un libro infinito. Funge a seconda del caso da dimora dei diversi personaggi e vi si allestisce anche una specie di camera ardente con la bara del Commendatore al centro nel secondo atto. Le pareti ricoperte di parati dai toni chiari e qua e là consunte, sono dotate di sole porte e nessuna finestra, quasi come a sottolineare l’oppressione che covano in seno gli attori della vicenda, tutti tenuti a scacco dal protagonista impenitente.  

La principale attrattiva di questo spettacolo è difatti costituita proprio dalla profonda caratterizzazione dei personaggi principali. Don Giovanni è certamente il libertino che tutto vuole e non è mai sazio di quel che ottiene, ma è anche un uomo inappagato alla perenne ricerca di nuove emozioni, di nuove avventure amorose, magari simbolo di una insoddisfazione più profonda. Egli sente distanti tutti coloro che lo circondano e non fa che deriderli e quasi come in preda a schizofrenia, alterna momenti di scherzo ad attimi di violenza, lanciando ad esempio una bottiglia di vino sulla parete, sbattendo con forza le porte, strattonando e sbeffeggiando continuamente il povero servo e le stesse donnette che lo circondano. Ma poi quando la coscienza bussa letteralmente alla sua porta nelle vesti del Commendatore, ecco avvampare il timore sul volto del dissoluto, ma solo per un attimo. Il pentimento non arriva affatto ed anzi, come uno spirito che guarda dall’alto in basso gli sciocchi  mortali sulla terra, continua ad aggirarsi in mezzo a loro fino all’ultima nota, sempre deridendoli, restando in realtà impunito.

E ben si cala in questo ruolo Alessio Arduini. Se ne apprezzano particolarmente le doti attoriali: fa suo ogni centimetro del palcoscenico, è animato da autentica passione, tanto nel recitato quanto nel canto di vigore. Pur non possedendo una voce volumetrica, il timbro caldo e sinuoso completa e sottolinea di fatto il suo agire in scena.

Straordinario il Leporello tartagliante di Alex Esposito. Usa sapientemente la sua voce forte e di spessore, piegandola a tutti i dettami del ruolo. Il povero servo è anche un po’ sciocco e in qualche modo spera di racimolare qualche donzella tra una ammucchiata e l’altra (come nell’orgia del secondo atto con ubriacatura collettiva in luogo del classico banchetto). Diventa quasi il vero protagonista tanto è disinvolto in scena e lascia il pubblico senza fiato ad ogni suo intervento, soprattutto nei recitativi.

Le tre donne con cui deve vedersela il ‘Don’ sono l’archetipo di tre tipologie femminili. Donna Anna è la futura sposa fedele e timorata di Dio, inerte di fronte alla brutalità del suo assalitore, ed anche quando chiede vendetta e giustizia per l’assassinio del padre, risulta sempre nobile e mai eccessiva nel suo agire. Così Jessica Pratt sottolinea questi aspetti offrendo una interpretazione diremmo intimistica e quasi trasognata, che si riflette anche nell’emissione vocale che appare controllata ed in funzione del limbo psicologico in cui si trova, come fosse assoggettata al dominatore libertino.

Dall’altra parte c’è la furia della donna usata, tradita, abbandonata, che cerca giustizia per il suo cuore infranto. Qui Donna Elvira è dinamica, volitiva, che spiazza Don Giovanni in tutti i modi che le riesce di mettere in pratica. Maria Pia Piscitelli ha difatti il suo bel daffare nel percuotere ripetutamente il fedifrago, nel rincorrerlo sul palco, nel cantare le sue arie di corsa, come in preda ad una folle disperazione. Il soprano dalla voce calda dona tutta se stessa a questo personaggio, pur sembrando un po’ a corto di fiato in taluni passaggi.

Infine la tipica ‘gatta morta’ Zerlina: una prorompente Caterina di Tonno, donnina furba e dalla carne debole che si lascia tentare più volte dal protagonista, ma come ogni furbetta che si rispetti, riesce sempre a riportare a sé il povero Masetto, con le mossette giuste ed il fare da finta santarellina. La voce acuta e pastosa e le doti interpretative sostengono il soprano nel ruolo.

Il caro Don Ottavio è un accorato Juan Francisco Gatell. Il suo fraseggio è morbido e consente di gustare letteralmente tutti i suoi interventi, in particolar modo le sue celebri arie ‘Dalla sua pace’ e ‘Il mio tesoro’. Talvolta è parso quasi esser cullato dall’orchestra, che gli cuciva un guanto musicale perfetto e carezzevole.

A chiudere il cast, buona la prova di William Corrò come Masetto, forse il personaggio rimasto un po’ più in sordina rispetto all’irruenza degli altri, ed infine Attila Jun come il giustiziere delle coscienze, il Commendatore.
Sottolineano l’ambientazione in stile classico i bei costumi di Carla Teti.
Il coro è come sempre ben preparato dalle sapienti mani di  Claudio Marino Moretti.

L’orchestra della Fenice, sotto la guida dell’esperto Stefano Montanariviaggia spedita sui binari della partitura mozartiana. In simbiosi con l’incalzante azione scenica, si fa vivace e dinamica, nonché duttile e ricca di accenti atti a sottolineare i singoli momenti scenici. Come è giusto che sia sempre, sa essere particolarmente sensibile al canto degli interpreti, facendone risaltare le singole peculiarità.
Come detto, con una sala pienissima il pubblico soddisfatto e plaudente ha lasciato il teatro dopo diversi minuti di applausi generosi per tutti.

Maria Teresa Giovagnoli  


LA PRODUZIONE

Direttore                      Stefano Montanari
Regia                           Damiano Michieletto
Scene                           Paolo Fantin
Costumi                       Carla Teti
light designer              Fabio Barettin

GLI INTERPRETI

Don Giovanni            Alessio Arduini
Donna Anna              Jessica Pratt
Don Ottavio               Juan Francisco Gatell
Leporello                   Alex Esposito
Donna Elvira             Maria Pia Piscitelli
Commendatore          Attila Jun
Zerlina                        Caterina di Tonno
Masetto                     William Corrò

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese

allestimento Fondazione Teatro La Fenice





FOTO MICHELE CROSERA

DO RE MI… PRESENTO. INTERVISTA A CLAUDIO SGURA

Oggi incontriamo un altro Artista straordinario per carattere e qualità artistiche, una di quelle persone che fa davvero piacere conoscere e con cui non si smetterebbe mai di parlare, tanto ha da raccontare e condividere con chi gli sta di fronte. Claudio Sgura, baritono di classe e talento, che ha al suo attivo i più importanti teatri al mondo, quali il Teatro Alla Scala di Milano, il Teatro Municipale di Piacenza, Macerata, l'Astana Opera, il Verdi di Trieste, il Regio di Parma, la Norske Opera di Oslo, l'Opera di Vienna, la Royal Opera House di Londra, l'Opera di Zurigo, di Parigi, di Roma e San Carlo di Napoli, e la lista è davvero ancora lunghissima anche oltre Oceano. Nonostante sia nel pieno delle rappresentazioni di Tosca al Teatro Lirico di Cagliari, ha trovato il tempo per rispondere alle nostre domande con franchezza e gentilezza squisita.

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LA SONNAMBULA, V. BELLINI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, venerdì 3 ottobre 2014


(Dal balletto-pantomima La somnambule ou L'arrivée d'un nouveau seigneur*
di E. Scribe e P. Aumer) 

Con il primo titolo operistico in programmazione al Teatro Mario del Monaco la città di Treviso offre al suo pubblico una produzione quanto mai garbata e dal sapore nostalgico de La Sonnambula di Bellini. Si è scelto difatti di riprodurre proprio l’allestimento che andò in scena  per la prima assoluta dell’opera, nel lontano 6 marzo 1831 al teatro Carcano di Milano, basandosi sui bozzetti dello scenografo,  pittore, nonché affermato architetto Alessandro Sanquirico.
Ecco che il palco del gioiello trevigiano si arricchisce dei monti svizzeri sullo sfondo, con la locanda dell’ostessa Lisa al lato ed il bosco che completa il paesaggio. Viene riprodotto anche l’interno della locanda, sempre dal bozzetto originale, con le pareti addobbate di quadri e qualche arredo, per la stanza del conte in cui irrompe la villanella Amina che avanza sonnambula. Il gusto vagamente naif delle scene dispone favorevolmente l’ascoltatore sin dal principio che viene immerso in una atmosfera quasi fiabesca.

Il regista Alessandro Londei ha inserito i protagonisti in questa ambientazione bucolica lasciando anche uno spazio all’ipotesi che il conte Rodolfo potesse essere il vero padre della dolce Amina, come all’inizio aveva previsto il librettista Romani, con una specie di flash back in cui rivediamo il nobiluomo anni addietro che presenta una contadina a suo padre. Inoltre ha inserito tre figure di villici/servitori che contribuiscono a creare lievità alla narrazione, con piccoli siparietti sparsi lungo la rappresentazione, a suscitare ilarità. Il coro presente quanto mai in quest’opera è posto intorno agli interpreti come a sottolineare l’abbraccio fisico e morale dei contadini ai personaggi di cui condividono gioie e malintesi. Bellissimi i costumi  che evocano gli ambienti pastorali della Sartoria Teatrale Arrigo Srl di Milano.

Importanti debutti nel cast vocale che ha visto anche la partecipazione dei vincitori dell’ultima edizione del concorso Toti dal Monte.
Al suo debutto come Amina Rosanna Savoia pone l’accento sul carattere elegiaco del suo ruolo, dandone però anche una percezione di carattere: tanto eterea nel suo incedere dormendo, quanto forte e sicura della sua virtù nell’affrontare il giudizio degli altri. A sostegno di tale interpretazione anche la sua voce sa essere sognante e ricca di tutte le agilità e i balzi in acuto che il ruolo richiede, tanto piena, di corpo e volume nei momenti di veglia e consapevolezza.  

Azzeccata la scelta dell’altrettanto debuttante nel ruolo Jesus Leon come Elvino.  Il tenore supera le asperità della scrittura musicale grazie ad uno strumento sottilmente acuto che gli consente anche di sfogare nell’ottava più alta. Pertanto, il suo personaggio si offre con molto cuore e determinazione e giusto slancio lirico quando occorre.

Forse un po’ troppo giovane per affrontare il ruolo del conte risulta il Rodolfo di Andreas Gies, proveniente dal concorso Toti dal Monte. Certo l’incedere col bastone, l’abbigliamento ed il trucco possono aiutare, ma manca la profondità della voce e l’autorevolezza del personaggio che torna nostalgico nelle terre ove aveva vissuto anni addietro. Dal canto suo però il giovane cantante ha una voce dal bel colore che sicuramente si farà apprezzare in altri ruoli.

Buona l’interpretazione di Daniela Cappiello, l’altra vincitrice del concorso internazionale trevigiano, nel ruolo di Lisa. L’interprete è dotata di buona vena attoriale, si muove bene e disinvoltamente sulla scena e si fa apprezzare particolarmente nella sua aria ‘De' lieti auguri’.

Teresa è interpretata da una corretta Chiara Brunello, mentre completano il cast Paolo Bergo, un Alessio dal vocione prepotente, ed il notaro,  Marco Gaspari.
Il coro è ben preparato da Giuliano Fracasso, si mostra compartecipe degli eventi e gli si perdona qualche leggera imprecisione ritmica.

L’orchestra diretta dal Maestro Francesco Ommassini sembra molto a suo agio con la partitura, offre un suono compatto e dona la giusta attenzione ai cantanti seguiti passo passo. Nonostante la non grandissima sala del teatro, il suono non risulta eccessivo e si mostra particolarmente gradevole lungo tutta la rappresentazione.
Ci spiace che il teatro non registrasse il tutto esaurito e che il pubblico non fosse particolarmente partecipe, ma ha comunque omaggiato tutti gli interpreti con calore al termine della rappresentazione.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

Direttore                    Francesco Ommassini
regia                           Alessandro Londei
scene                          Alessandro Sanquirico (rproduzione dell’allestimento del 1831)

GLI  INTERPRETI

Il conte Rodolfo        Andreas Gies*
Teresa                        Chiara Brunello
Amina                        Rosanna Savoia
Elvino                        Jesus Leon
Lisa                            Daniela Cappiello*
Alessio                       Paolo Bergo
Un notaro                  Marco Gaspari

*Vincitori del XLIV Concorso Internazionale per Cantanti “Toti Dal Monte”


Orchestra Regionale Filarmonia Veneta

Coro Lirico Amadeus
direttore Giuliano Fracasso

Coproduzione con Fondazione Teatro Comunale di Ferrara e Umanesimo Latino SpA



                                            Un bozzetto della rappresentazione del 1831

LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI – BERGAMO MUSICA FESTIVAL, TEATRO DONIZETTI, domenica 28 settembre 2014






Anche quest’anno il Bergamo Musica Festival presenta al suo pubblico progetti interessanti come il portare in scena opere raramente eseguite e lo scegliere per l’inaugurazione l’edizione critica di uno dei drammi più intensi ed appassionati del compositore bergamasco, la Lucia di Lammermoor. Dunque la tonalità delle arie è stata riportata a quella originale, che era più acuta rispetto a quella che si sente eseguire tradizionalmente, ed anche l’organico orchestrale prevede l’utilizzo di strumenti diversi quali i corni naturali, i tromboni a pistoni e per questa speciale occasione è stato ripristinato anche l’armonico a bicchieri, ‘suonato’ dalle sapienti mani di Gianfranco Grisi, che torna dopo il Festival del 2006 a suonare il particolarissimo e delicato strumento per questa ‘Lucia’.


Lo spettacolo pensato da Francesco Bellotto coglie il lato più oscuro della tragedia sia dal punto di vista narrativo che psicologico. L’ambiente bellicoso, la lotta tra famiglie rivali, l’amore come sfondo e causa di dolore, sono temi eterni e pertanto il regista ha voluto anche sottolinearlo con la scelta dei costumi realizzati da Alfredo Corno, attribuendo ad ogni personaggio un’epoca diversa, ma forgiandoli di tal fattura che nell’insieme il risultato risulta comunque omogeneo. Belle al colpo d’occhio le scene di Angelo Sala, anch’esse in funzione del pensiero di Bellotto: neve che scende inesorabile sui protagonisti a sottolineare la freddezza nell’agire, si pensi alla nonchalance con cui Enrico Ashton pretende di maritare sua sorella Lucia col nobile Arturo, ma anche il conseguente gelo che agghiaccia il cuore della fanciulla e le blocca il cervello sì da indurla all’omicidio post nuziale. Inoltre vi è una alternanza di elementi architettonici e paesaggistici classici con pezzi  moderni semidistrutti. Dunque di guerra e sangue è intriso lo spettacolo che scolpisce della sua tragedia anche l’agire ed il canto dei singoli personaggi.

Lucia è la giovanissima Bianca Tognocchi. Il soprano incarna quell’ideale di fanciulla indifesa che intende il regista; la sua interpretazione sottolinea il candore del personaggio muovendosi sulla scena sin dall’inizio con giusto fare sognante e delicata nelle movenze. Il timbro della voce acuta e sottile si presta alle note ancor più impervie di questa edizione. Inoltre per lei anche l’emozione di eseguire la cadenza della pazzia appositamente scritta dal Maestro Sebastiano Rolli su materiali originali, senza alcun accompagnamento strumentale e dunque niente affatto semplice.

Non convince  Raffaele Abete nei panni di Edgardo di Ravenswood. Probabilmente a causa dell’emozione mostra sin dall’inizio una certa difficoltà a tenere la scena con conseguenti problemi anche nella resa vocale che è parsa non sempre precisa, a tratti forzata e talvolta fuori tempo.

Convincente invece il Lord Enrico Ashton di Christian Senn per presenza scenica, timbro corposo ed accattivante e capace di offrire un bel fraseggio nel canto. Altrettanto dicasi per Gabriele Sagona come Raimondo di Bidebent: intenso interprete dalla voce scura e ombrosa ma in fondo dall’animo compassionevole.
Non particolarmente brillante Francesco Cortinovis come Normanno, mentre discreta è parsa Elisa Maffi nel piccolo ruolo di Alisa. Infine Riccardo Gatto offre un Lord Arturo di cuore e impegno.
Il coro diretto da Fabio Tartari  si rende molto partecipe del dramma e ci piace registrare anche i bellissimi costumi con cui sono abbigliati.

L’orchestra del Bergamo Musica Festival si arricchisce come detto di strumenti non usuali e guadagna un suono molto ricco, ampio e profondo che scandaglia minuziosamente le specifiche della partitura, nella lettura di Roberto Tolomelli.
Successo pieno e convinto da parte di un pubblico numeroso e soddisfatto.
Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Roberto Tolomelli
e Direttore d’orchestra       
Regia                                     Francesco Bellotto
Assistente alla regia              Luigi Barilone
Scene                                     Angelo Sala
Costumi                                 Alfredo Corno
Luci                                       Claudio Schmid

GLI INTERPRETI

Lucia                                      Bianca Tognocchi
Lord Enrico Ashton -            Christian Senn
Sir Edgardo
di Ravenswood                      Raffaele Abete
Lord Arturo Bucklaw            Riccardo Gatto
Raimondo Bidebent              Gabriele Sagona
Alisa                                         Elisa Maffi
Normanno                              Francesco Cortinovis


Orchestra e coro del Bergamo Musica Festival
Direttore del coro Fabio Tartari








Foto Bergamo Musica Festival / PHOTO STUDIOU.V


IL BARBIERE DI SIVIGLIA, G. ROSSINI – TEATRO COMUNALE G.VERDI DI PADOVA, venerdì 26 settembre 2014




Con il Barbiere di Siviglia al Teatro Comunale G. Verdi di Padova si inaugura la stagione lirica duemilaquattordici, con un titolo dunque dal fortissimo richiamo di pubblico, che sarà seguito da altri due altrettanto forti: Mabama Butterfly e La Vedova Allegra, che chiuderà anche l’anno solare.
Questa nuovissima produzione nata con una collaborazione tra il teatro patavino ed il Bassano Opera Festival, ha visto impegnato come regista Francesco Esposito e l’impianto scenico di Tommaso Lagattolla, assistito da Emanuele Sinisi
Siamo consapevoli del fatto che il capolavoro di Rossini sia stato messo in scena migliaia di volte e che si cerchi sempre di trovare delle nuove chiavi di lettura  per non cadere nell’ovvio o nel ‘già visto’, ma quello andato in scena ieri sera a Padova non ci è sembrato affatto il Barbiere di Siviglia.

Come spesso accade, l’ambientazione è spostata secoli in avanti ed anche i luoghi non sono quelli concepiti dal librettista. Questo in genere può offrire anche piacevoli sorprese, ma in questo caso siamo dispiaciuti nel costatare quanto l’intera vicenda sia stata completamente stravolta, piegando eventi e dialoghi ad una costante forzatura nel cercare di far comunque quadrare il racconto generale. Ci troviamo in Italia e precisamente negli studi televisivi della RAI degli anni settanta, come sottolineano gli innumerevoli ritagli di giornale precisamente datati che scorrono sullo schermo in background, ove a un certo punto compare anche un articolo che inneggia alla diva protagonista. Non mancano le immagini degli artisti che hanno popolato la televisione  pubblica di quegli anni, come Bongiorno, Mina, Raffaella Carrà, le gemelle Kessler, e così via.
Il nostro barbiere è uno dei tanti collaboratori dell’equipe televisiva, della quale ci viene in pratica illustrata la vita quotidiana nei vari ambienti ben riprodotti, tra provini, registrazioni, spot pubblicitari (il ‘povero’ conte d’ Almaviva indossa una enorme parrucca riccia per pubblicizzare una lacca..) e gli immancabili balletti che oggi come allora completano gli spettacoli.

Il grande protagonista  non sembra tanto essere il furbo Figaro, che tutti cercano nella versione originale per le sue doti di troubleshooter, ma il grande produttore televisivo Bartolo, il quale chiama gli artisti, organizza le sue trasmissioni e ad un certo punto ci regala persino una telefonata al presentatore Pippo Baudo al quale comunica che per la serata inaugurale del suo show sarà presente la grande Franca Valeri.. Naturalmente per rendere minimamente plausibile tutto ciò sono state effettuate modifiche al libretto, aggiungendo dialoghi utili agli eventi qui creati, ed abbiamo udito anche la sigla televisiva degli anni d’oro Rai eseguita al forte-piano da Roberto Loreggian. Inoltre, all'apertura abbiamo potuto ammirare il vecchio logo Rai che introduceva le trasmissioni del giorno e la pausa tra gli atti ci ha riportato sul megaschermo l’ originale intervallo in bianco e nero con le docili pecorelle che affollavano il video…

La storia d’amore tra Il conte/Lindoro e Rosina all’inizio è solo un copione che la Diva capricciosa sta imparando e di cui ricorda a fatica le battute, prontamente redarguita dall’inflessibile produttore Bartolo. In tale clima la meravigliosa serenata alla chitarra di Lindoro è in un primo momento sostituita dall’incipit di ‘Smoke on the water’ dei Deep Purple, poi fortunatamente eseguita regolarmente. Ad un certo punto sarebbe stato davvero difficile ricondurre la narrazione al finale prestabilito, sicché ritroviamo i due ‘divi’ innamorati persi anche nella vita reale che la fanno in barba al produttore smanioso di sposare la sua artista preferita, grazie all’aiuto di Figaro come sappiamo.
Infine, per tutta la rappresentazione siamo stati accompagnati da una figura misteriosa in abito settecentesco che, seduto alla sua seggiola fuori scena accanto ad un televisore acceso sul pavimento, oppure agendo silente in scena, rappresenterebbe il compositore intento a prendere appunti e a fare da supervisore/regista a tutto ciò che accade. Francamente non vediamo lo scopo di tale aggiunta.

In tutto questo la straordinaria partitura del Maestro pesarese è parsa quasi mortificata, costretta a piegarsi accompagnando moti ed eventi che non le appartenevano. Difatti i dolci languori e le trovate geniali sono stati sostituiti dai capricci e dalle trame che si ordiscono da sempre negli ambienti televisivi.

Certamente si riconosce fantasia e coraggio nel mettere in scena uno spettacolo così diverso dal solito, e non siamo nuovi a trasposizioni nel futuro dei più grandi capolavori del passato. Probabilmente però tante idee e spunti qui presentati potevano essere gestiti in maniera diversa per una maggiore coerenza d'insieme.
Doppiamente bravo il cast dei protagonisti che è riuscito a  cogliere comunque lo spirito dei nuovi personaggi e ad adattarlo all’interpretazione vocale.

Rosina è una  femme fatale, dalla personalità forte e capricciosa, che cerca di sfondare nel mondo dello spettacolo e si tiene in forma praticando esercizi alla sbarra insieme al corpo di ballo ingaggiato dalla produzione televisiva. Bravissima Laura Polverelli ad intendere il carattere della diva e far suo il personaggio con grinta e personalità. La sua voce sicura ed agile ci regala ‘Una voce poco fa’ frizzante e precisa, così come risulta essere ogni volta che appare in scena.

Matteo Macchioni impersona Il Conte d’Almaviva. La sua è una voce leggera che a tratti subisce l’orchestra, ma ha carattere, personalità e intonazione dalla sua parte che lo fanno brillare nel ruolo del conte-showman.

Fantastico il Barbiere interpretato da Nicola Alaimo. Nonostante il suo ruolo sia stato un po’ mortificato da questa messa in scena, la sua forza interpretativa, il suo porsi sulla scena e la sua voce enorme ne hanno consacrato una interpretazione maiuscola.

Grande mattatore della serata il Don Bartolo di  Paolo Bordogna. La scena è completamente sotto il suo dominio, il produttore televisivo è qui degnamente impersonato grazie a doti attoriali perfette per come è stato concepito il personaggio, che può contare su una voce bruna che si apre anche verso l’acuto e che offre corpo e volume.

Bene anche il Don Basilio di Riccardo Zanellato che si inserisce con buono spirito nell’affiatato cast ed esegue con successo la sua aria della calunnia.

Ottima la Berta di una spumeggiante Giovanna Donadini, che in questo spettacolo cerca di imitare le ‘mosse’ delle grandi dive, sognando anche di interpretare un film muto, puntualmente ragalatoci dal regista, con tanto di sottotitoli come si usava a suo tempo. Infine Fiorello è un corretto e spigliato Donato di Gioia.

Ombre sulla direzione orchestrale di Gianluca Marciano'. Se questa rappresentazione doveva essere sostenuta da un accompagnamento ancor più brioso e spumeggiante del solito, l’orchestra ci è sembrata spenta e fiacca, quasi impotente di fronte all’incalzare degli eventi.
Il coro è stato diretto da Dino Zambello.
Con la sala piena per questa inaugurazione, il pubblico ha premiato principalmente gli interpreti, che hanno raccolto il meritato successo.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore d’orchestra           Gianluca Marciano'
Regia                                     Francesco Esposito
Scene                                     Tommaso Lagattolla
Assistente alla Scenografia   Emanuele Sinisi
coreografie                             Gabriella Furlani Malvezzi

GLI INTERPRETI

Il Conte d'Almaviva              Matteo Macchioni
Don Bartolo                           Paolo Bordogna
Rosina                                    Laura Polverelli
Figaro                                    Nicola Alaimo
Don Basilio                            Riccardo Zanellato
Fiorello                                  Donato di Gioia
Berta                                      Giovanna Donadini

Coro città di Padova diretto da Dino Zambello
Orchestra di Padova e del Veneto
Corpo di ballo: Padova Danza (Flavio Papini, Niccolò Nanti, Enrico Vignato, Maria Cusinato, Giulia Hornbostel, Silvia Bertoli)

coproduzione tra i Teatri di Padova e Bassano







Foto Giuliano Ghiraldini 

L’INGANNO FELICE , G. ROSSINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 18 settembre 2014



All’apertura del sipario del massimo teatro veneziano probabilmente ieri sera a molti è balzato in mente il centenario della Prima Guerra Mondiale, che ricorre quest’anno e che viene commemorato in più modi nel nostro paese, così come in Europa. Difatti lo spettacolo ripreso dalla Fondazione Teatro La Fenice datato 2012 de L’inganno felice di Rossini, allora proposto al Malibran, ci porta proprio ai desolanti scenari di quel terribile conflitto che fu la Grande Guerra del 1914-18.
Così il regista Bepi Morassi ha evidentemente ritenuto che fosse possibile trasportare le vicende pensate per uno sperduto distretto minerario previsto dal libretto, ove comunque erano presenti militari al servizio del duca Bertrando, verso una specie di campo militare in rovina ove il suddetto duca è invece una autorità militare. La scena immutabile, teatro delle vicende poetate da Giuseppe Maria Foppa, così come i costumi, sono realizzati dai bravissimi allievi dell’Accademia di Belle Arti di Venezia.
 
Al di là  che questo spettacolo possa piacere o meno resta il fatto che questa cosiddetta ‘farsa’ presenta in sé anche elementi non specificatamente burleschi. Non mancano per esempio momenti di profonda malinconia, si pensi alla nostalgia di casa ed allo struggimento di Isabella per il duca che l’ha creduta infedele; o elementi che sfiorano la tragedia, come l’abbandono della stessa in mare in balia del destino su ordine del malvagio Ormondo, le cui lascive profferte amorose erano state respinte dalla stessa duchessa; oppure largo spazio ai sentimentalismi, con il buon Tarabotto che accudisce senza riserve la donna sopravvissuta spacciandola come nipote. Potrebbe dunque non dispiacere la vena tra il serio ed il malinconico di cui il regista ha reso pregna questa messa in scena, non priva comunque di qualche trovata che alleggerisce l’atmosfera in più punti, cosa che consente dunque di non tradire il  libretto. Ovviamente ci pensa poi la musica di Rossini ad aggiungere quel tocco di leggerezza e vivacità per questo atto unico che vede naturalmente trionfare il bene e l'amore, con tanto di improbo in gattabuia.

Ad accompagnare i protagonisti il direttore Stefano Montanari, si conferma come uno dei più brillanti specialisti del genere. Col suo ‘tocco’ l’orchestra si fa delicata, segue ed amplifica le sensazioni sceniche con gusto ed efficacia interpretativa.

Una buona  Marina Bucciarelli è la sfortunata Isabella. Lieve ed eterea come la sua voce si disimpegna lodevolmente nel suo personaggio dalle svariate peripezie.
Brilla nel ruolo di Tarabotto l’impeccabile Omar Montanari  che si mostra ancora una volta a suo agio nell’interpretare ruoli ove oltre a doti canore occorrono spiccate capacità recitative, sottolineate anche dalla voce importante e colorita.
Il duca Bertrando è  Giorgio Misseri. Anch’egli uso a questo tipo di repertorio, interpreta un duca in bilico tra l’innamorato dubbioso ma nostalgico e l’austero uomo di potere, cercando di sfruttare al meglio le qualità della sua voce leggera e melodica.
I due filibustieri Ormondo e Batone sono rispettivamente Marco Filippo Romano e Filippo Fontana. Come tutto il gruppo maschile l’interpretazione è convincente ed il colore delle voci dei due manigoldi risulta misuratamente  adeguato ai ruoli proposti.

Con piacevole sorpresa il Teatro la Fenice ha registrato il tutto esaurito ed il pubblico ha manifestato vivo entusiasmo per tutti gli interpreti, sottolineato da copiosi applausi lungo tutta la rappresentazione e naturalmente al termine.

Maria Teresa Giovagnoli 


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore           Stefano Montanari
e direttore
Regia                                     Bepi Morassi
Scene, costumi e luci             Accademia di Belle Arti di Venezia

GLI INTERPRETI

Bertrando                             Giorgio Misseri
Isabella                                  Marina Bucciarelli
Ormondo                               Marco Filippo Romano
Batone                                   Filippo Fontana
Tarabotto                              Omar Montanari


Orchestra del Teatro La Fenice

con sopratitoli in italiano e inglese

produzione Atelier Malibran



Foto Michele Crosera

GALA LIRICO: LUCIA DI LAMMERMOOR, G. DONIZETTI – TEATRO COMUNALE MARIO DEL MONACO DI TREVISO, sabato 13 settembre 2014.


All’interno di un fine settimana ricco di iniziative culturali di sicuro interesse per la città di Treviso si è inserito l’evento forse più atteso dal pubblico e fortemente voluto dal direttore artistico Giuseppe Aiello che, grazie anche al sostegno della Regione Veneto, è riuscito a portare sul palcoscenico del Teatro Mario del Monaco l’opera forse più rappresentativa del genio e della sensibilità di Gaetano Donizetti: Lucia di Lammermoor. In un periodo storico disastroso per la cultura italiana e per la gestione di certi luoghi simbolo dell’arte e della bellezza, è davvero importante dare un segnale positivo e dimostrare che con professionalità ed efficienza si possono porre in essere eventi di questo genere. L’opera è stata eseguita in forma di concerto, introdotta dal saluto del direttore artistico Aiello e poi dalla giornalista e musicologa Elena Filini, che ne ha brevemente anticipato i contenuti anche sotto il profilo psicologico ed introspettivo.

Ad interpretare il ruolo di Lucia abbiamo ritrovato l’artista che si pone tra le più esperte del momento e che ormai naviga questo ruolo con una disinvoltura davvero disarmante: il soprano Jessica Pratt. A nostro avviso ancor più che di consueto, probabilmente data l’aria di ‘festa’ che aleggiava nella serata, l’interprete ha dato sfoggio di ciò che la sua voce è in grado di proporre. Il suo canto stupisce per l’ampia estensione vocale, la ricchezza timbrica e la chiarezza nel fraseggio.
La scena della pazzia le è valsa una autentica ovazione con applausi prolungati e festanti.    

Il suo amore contrastato è stato l’Edgardo di Alessandro Scotto di Luzio. Ci ha regalato un personaggio vigoroso ed appassionato, carico di ardore vibrante sia nel cuore che nella voce.

Sul palcoscenico ha conquistato la scena con piglio sicuro ed impassibile il Lord Ashton di Claudio Sgura, personalità prorompente che si estrinseca anche tramite un timbro vocale importante e brunito dall’ottimo volume. 
Raimondo Bidebent è stato Dario Russo, un educatore accorato e partecipe degli eventi di cui abbiamo ancora apprezzato il particolare colore della voce. Felice sorpresa è stata la brava Deborah Humble come Alisa, mentre lo sfortunato ed indesiderato sposo è stato Riccardo Gatto, alias Lord Arturo. Completa la ‘squadra’ in campo Carlos E Bárcenas come capo degli armigeri di Ravenswood.

Ci piace sottolineare che ciascuno dei personaggi è stato reso con massimo impegno ed efficacia scenica, il che non è sempre sottinteso quando un’opera di questa portata viene eseguita in forma di concerto. Probabilmente lo si deve grazie anche al supporto di una valida cornice musicale che ha visto la sua realizzazione da parte dell’Orchestra Regionale Filarmonia Veneta diretta da Giampaolo Bisanti. Al suo debutto col titolo donizettiano, ma non nuovo al compositore bergamasco, il Maestro milanese ha sciolto le corde che compongono la partitura con una particolare attenzione ai dettagli. Se in questo capolavoro l’orchestra è quanto mai protagonista descrittiva delle circostanze narrate,  in tal caso ha acquisito anche un tocco particolarmente elegante tanto nella concitazione quanto nel più intenso lirismo. 

A completare l’esecuzione l’apporto del Coro Lirico Amadeus  che sin dall’inizio della sua attività ha in repertorio questo celeberrimo dramma.

Successo calorosissimo da parte di un pubblico vivamente entusiasta e commosso.
MTG 


IL TROVATORE, GIUSEPPE VERDI - TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, giovedì 11 settembre 2014




Ritorna al Teatro La Fenice di Venezia il Trovatore nell’allestimento coprodotto nel 2010 con il Teatro Regio di Parma che fu presentato in laguna nel dicembre 2011.  Lo spettacolo concepito da Lorenzo Mariani ci presenta una atmosfera molto lugubre in generale, ove un alone di inquietudine fosca serpeggia nei singoli personaggi, che però li priva di quelle molteplici sfaccettature psicologiche di cui questa opera dalla trama crudele è pregna. Dal punto di vista prettamente visivo, inoltre, neanche le scene di William Orlandi, che firma anche i costumi, possono essere definite particolarmente memorabili. Attualmente ci si trova spesso davanti a messe in scena piuttosto essenziali, ove però con semplici elementi, effetti luminosi o proiezioni, egualmente si crea quella particolare atmosfera che consente sia agli interpreti che al pubblico di immergersi nel dramma, talvolta anche con risultati sorprendenti. Non è questo il caso. Ciò che si presenta ai nostri occhi non sembra giovare particolarmente alla rappresentazione:  uno splendido cavallo bianco (finto) in scena con sfondo buio, la luna rossa o pallida a seconda del caso, sempre circondata da oscurità ed incombente sui personaggi, o pochissimi altri elementi presenti sulla scena pressoché desolante, sempre in semi oscurità, nonostante qualche studiato effetto di luce ad opera di Christian Pinaud, sono davvero troppo poco per un’opera incredibilmente ricca di contenuti, azione, sentimenti e soprattutto dramma.


Il cast chiamato all’appello per questo amatissimo capolavoro verdiano è sulla carta di prim’ordine, ma non è mancata qualche perplessità, soprattutto dal punto di vista interpretativo.  
La dolce Leonora è impersonata da Carmen Giannattasio. Il soprano sembra aver sofferto della regia fin troppo limitante, che offre poco scavo nei caratteri dei personaggi, portandola ad una interpretazione più di forza che di sentimento, priva di quei meravigliosi filati o mezze voci, quasi sospiranti, che ci si aspetta in più punti dal suo personaggio. Anche la meravigliosa ‘D’amor sull’ali rosee’ è sembrata poco più di un esercizio accademico.

Manrico è un prorompente Gregory Kunde. Interessante registrare il suo debutto nel ruolo; il tenore ha ancora una volta mostrato di volere e potere rischiare personaggi nuovi, possedendo tutte le carte in regola per donarsi e donare in scena ciò che ci si aspetta: generosità, interpretazione e grinta senza risparmiarsi, sia vocalmente, che fisicamente.

Il Conte di Luna di Artur Rucìnski stavolta non ci ha convinto del tutto. Il baritono ci ha abituati in passato ad esecuzioni coerenti dal punto di vista vocale ed attoriale, ma in questo caso è parso leggermente sopra le righe, con atteggiamenti un po’ forzati, probabilmente anch’egli portato ad aggiungere ‘del suo’ a quanto non proposto dalla regia.

La gitana Azucena è Veronica Simeoni. Sono indubbie le sue qualità interpretative, la voce sicura e agile, ma non possiamo definirla una Azucena per antonomasia. Il suo timbro particolarissimo non andrebbe forzato ad un carattere che non possiede e di ciò ne risente anche il personaggio, per quanto il mezzosoprano sia di solito bravissima come attrice.

Si disimpegna discretamente come Ferrando Roberto Tagliavini. Nei ruoli di contorno registriamo Lucia Raicevich, buona Ines;  Ruiz, ossia Dionigi D’Ostuni; un vecchio zingaro, Salvatore Giacalone; infine un messo,  Bo Schunnesson .

Qualche ombra anche sulla direzione del Maestro Daniele Rustioni. La sua fama di giovane talentuoso lo precedeva e dopo gli ottimi risultati ottenuti precedentemente nello stesso teatro ci aveva fatto attendere una interpretazione più curata ed approfondita della partitura verdiana. Quel che ci è giunta è però una esecuzione piuttosto generica e ‘voluminosa’, priva di quell’attenzione ai dettagli, alla caratterizzazione di ogni sequenza, dandoci quasi l’impressione che prioritario fosse condurre a termine l’opera.
Il coro preparato da Marino Moretti ha invece risposto al meglio nonostante la cornice non fosse delle migliori.
Successo da parte del pubblico che ha salutato tutti i protagonisti, ma soprattutto Kunde, con autentiche ovazioni.    

MTG


LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore                  Daniele Rustioni
Regia                          Lorenzo Mariani
Scene e costumi
         William Orlandi
Light designer
           Christian Pinaud


GLI  INTERPRETI

Il conte di luna          Artur Rucìnski
Leonora                     Carmen Giannattasio
Azucena                     Veronica Simeoni 
Manrico                     Gregory Kunde 
Ferrando
                   Roberto Tagliavini
Ines
                            Lucia Raicevich
Ruiz                           Dionigi D’Ostuni
Un vecchio zingaro
   Salvatore Giacalone
Un messo
                   Bo Schunnesson

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

con sopratitoli in italiano e in inglese
allestimento Fondazione Teatro La Fenice 







Foto Michele Crosera

INTERVISTA A VITTORIO GRIGOLO

Il giovane tenore Vittorio Grigolo, che vanta già innumerevoli successi nei più grandi teatri d'opera di tutto il mondo ed è impegnato in questi giorni all'Arena di Verona con 'Roméo et Juliette' di Gounod, nel ruolo dello sfortunato innamorato, ci ha dedicato con grande simpatia qualche momento di una sua giornata tra una recita e l'altra, per parlare di sé e della sua carriera, regalandoci anche una gradita sorpresa nel finale. Buona visione! 

MTG
                                         Prima parte

                                      https://www.youtube.com/watch?v=SqBR9WYpR-8



                                         Seconda parte



                                         Terza parte

 

                                          https://www.youtube.com/watch?v=hzucgKBzoWo

INTERVISTA AD ANDREA BATTISTONI


Oggi abbiamo il piacere di incontrare un giovane direttore d’orchestra che ha velocemente conquistato le platee dei più importanti teatri del mondo. A soli ventisette anni il veronese Andrea Battistoni  è una presenza stabile al Festival dell’Arena di Verona ed ha già diretto in quasi tutti i maggiori teatri d’Italia (a soli ventiquattro anni il debutto alla Scala), in prestigiosi teatri d’Europa ed anche in Giappone e Cina. Il Maestro ci ha raggiunti all’Hotel Europa nel centro della sua città, in una brevissima pausa dai suoi innumerevoli impegni e ci ha fatto scoprire tante cose di sé e del suo lavoro, confermando di essere una persona cordiale, generosa e davvero simpatica. Buona visione allora!
 
 

MTG

Intervista completa

 

                                         




 

 



ROMÉO ET JULIETTE, CHARLES GOUNOD – ARENA DI VERONA, sabato 23 agosto 2014






Con l’ultimo titolo in cartellone si avvia alla conclusione anche la stagione 2014 dell’Arena di Verona, bagnata sfortunatamente dai temporali che hanno irrotto in più di una occasione nel bel mezzo delle rappresentazioni. Per fortuna alla prima di Roméo et Juliette di Gounod, tutto è andato liscio ed abbiamo potuto godere del sempre gradevole spettacolo offerto dalla regia di Francesco Micheli, con le scene di Edoardo Sanchi. Torniamo ogni anno volentieri a rivedere questa produzione che mischia il sapore antico degli arcinoti eventi con l’ormai celebre allestimento, diremmo futuristico, ricco di coloratissimi materiali metallici, ove l’uso di impalcature e scale mobili consente agli interpreti di muoversi in scena quasi con prodezze atletiche, indossando i sorprendenti costumi di Silvia Aymoninodal sapore vagamente rinascimentale, ma completati da accessori del tutto avveniristici, per certi versi quasi ‘spaziali’. Ogni anno si ripete il volo delle colombe dalla struttura che funge da balcone di Giulietta a suggello dell’amore appena dichiarato, esplode l’ardente fuoco dallo pseudo automezzo alato che entra in scena con Stéphano e rivivono tutte quelle piccole stranezze che rendono unico questo spettacolo, già confermato anche per la prossima stagione.  

Qualche perplessità è giunta dal punto di vista musicale.  

Probabilmente il poco tempo a disposizione per le prove unitamente alla pioggia dei giorni precedenti non hanno consentito uno scavo della partitura tale da ottenere il meglio dall’ orchestra che in altre occasioni ha brillantemente figurato. Così la direzione di Jean-Luc Tingaudè stata per certi versi contraddittoria: da un lato il Maestro ha mostrato un piglio deciso e teso a tenere alta la tensione narrativa, ma ciò si è spesso tradotto in ritmi fin troppo serrati, anche dove ci saremmo aspettati maggiore distensione per sottolineare il lirismo del momento; in altri casi invece il suono è sembrato non decollare risultando piuttosto piatto.
 
Non sembra averne sofferto il mattatore della serata: il tenore Vittorio Grigolo, dotato di voce di bel colore, acuta e sicura in tutta la gamma del suo registro. La sua interpretazione di Roméo spicca rispetto a tutti gli interpreti principali, si muove sul palco con consapevolezza, fa sua la scenografia sfruttando a pieno i suggerimenti registici ed ogni atteggiamento è in funzione della parola. Grande entusiasmo ha suscitato l’uscita di scena correndo con la partner in braccio e non mano nella mano, come solitamente previsto da questa regia, che preannuncia per i due giovani il compimento del loro amore finalmente nell'aldilà .

La Juliette di Lana Kosmostra sicurezza e freschezza interpretativa ed ottimo feeling col partner, pur non arrivando a toccare il cuore con la fiamma della passione amorosa che dovrebbe arderle dentro. Bella è la voce che segue una linearità di canto omogenea, che conquista ma non sempre spicca, per esempio quando impegnata nei duetti d’amore col partner Roméo.  

Cristian Riccida’ voce al personaggio di Tybalt, certo impegnato nella parte ed offrendo una voce delicatamente slanciata in acuto, ma un po’ leggerina per il grande anfiteatro veronese.

Di cuore l’interpretazione di Michael  Bachtadze nei panni di Mercutio, come anche quella di Dario Giorgelènei panni di Grégorio. 

Annalisa Stroppaè uno Stèphano spigliato che con buona tempra interpreta la sua aria della Tortorella, ma la voce particolarmente corposa e scura dell’interprete non ci sembra molto adatta ad un giovane paggio. 

Elena Serraha dato onore al piccolo ruolo della nutrice Gertrude. Il conte  Pârisè Nicolo' Ceriani, mentre il sempre bravo Carlo Bosiè Benvolio. A chiudere il cast registriamo le figure austere del Duca di Verona Deyan Vatchkov, Frère Laurent, Giorgio Giuseppini, ed Enrico Marruccicome Capulet, parso non nella sua forma migliore.

Il coro dell’Arena è preparato con attenzione da Armando Tasso, mentre lo spettacolo è arricchito dalla presenza del corpo di ballo diretto da Renato Zanella.

Al termine, applausi convinti per tutti i protagonisti con ovazioni quasi da stadio per la coppia Grigolo, Kos.

MTG

LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Jean-Luc Tingaud
Regia
Francesco Micheli
Scene
Edoardo Sanchi
Lighting designer
Paolo Mazzon
Costumi
Silvia Aymonino
Coreografia
Nikos  Lagousakos
Direttore del coro
Armando Tasso


GLI INTERPRETI
Juliette
Lana Kos
Stèphano
Annalisa Stroppa
Gertrude
Elena Serra
Roméo
Vittorio Grigolo
Tybalt
Cristian Ricci
Benvolio
Carlo Bosi
Mercutio
Michael  Bachtadze
Pâris
Nicolo' Ceriani
Grégorio
Dario Giorgelè
Capulet
Enrico Marrucci
Frère Laurent
Giorgio Giuseppini
Le duc de Vérone
Deyan Vatchkov

ORCHESTRA, CORPO DI BALLO , CORO E TECNICI DELLA FONDAZIONE ARENA DI VERONA
Direttore del corpo di ballo Renato Zanella, Direttore allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia.










Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

INTERVISTA AD ANITA RACHVELISHVILI


Inauguriamo una nuova sezione di interviste, in video, con il mezzosoprano che è diventato in pochissimo tempo la Carmen di riferimento per tutti i maggiori teatri del mondo ed è amata moltissimo dal pubblico, per il modo incredibile in cui da’ vita a questo e ad altri personaggi e per la sua voce potente e dal timbro molto sensuale. Ha debuttato in questo ruolo al Teatro alla Scala divenendo subito una delle artiste più ricercate. Stiamo parlando di Anita Rachvelishvili, splendida georgiana che mostra di possedere cuore e passione italiani! La incontriamo tra una recita e l’altra di Aida all’Arena di Verona, in cui interpreta una straordinaria Amneris, dedicandoci qualche minuto del suo preziosissimo tempo, con tanta cordialità e disponibilità. 
 
 
          Prima parte
    https://www.youtube.com/watch?v=38f3WaciDr0

 


                
         Seconda parte
                                         
MTG



 

MADAMA BUTTERFLY, G. PUCCINI – ARENA DI VERONA, venerdì 15 agosto 2014





Nella sera di Ferragosto di questa estate parecchio capricciosa dal punto di vista meteorologico, a centodieci anni dal suo debutto al Teatro alla Scala di Milano, nonché a novanta anni dalla morte di Giacomo Puccini, come molti teatri quest’anno, anche la Fondazione Arena di Verona ha voluto celebrare una delle opere più rappresentate del compositore toscano, Madama Butterfly, riprendendo l’allestimento di Franco Zeffirelliche tanto successo ha riscosso nelle passate edizioni in cui è stato proposto, datato anno 2004 e ripreso fin’ora per quattro volte. Come sempre le ricche scenografie generano sorpresa e stupore, lasciano spesso il pubblico a bocca aperta per eleganza, cura pedissequa del dettaglio scenico e per l’incredibile efficacia in funzione degli eventi. Sembra che la città di Nagasaki sia quasi incastonata nelle pietre millenarie dell’anfiteatro, con la foresta di bambù raffigurata sui pannelli nel fondo ad incantare lo sguardo dello spettatore che colga anche gli effetti luminescenti creati sulle gradinate che si scorgono alle spalle. Un senso di nostalgia ci pervade grazie alle luci soffuse in scena, laddove per incanto appare la casetta di Cio-Cio-San, deliziosa e ricca di ogni più piccolo dettaglio: il tetto con  pali e travi in legno, le porte scorrevoli, la mobilia tipica fatta di pochi ma funzionali elementi, come la trapunta srotolata sul pavimento, tavolini e  lampade, e lo splendido giardino con piccoli cespugli di fiori. Ancora una volta il valore aggiunto all’allestimento zeffirelliano è costituito dagli splendidi costumi tradizionali di Emi Wada.


In tanta meraviglia è parso però che in questa ripresa mancasse qualcosa dal punto di vista interpretativo in generale. Non abbiamo colto il senso di drammaticità che caratterizza da sempre questa tragedia, quel pathos e crescente dolore che ci si aspetterebbe da parte dei protagonisti .

Oksana Dykacome Cio-Cio-Sanè corretta dal punto di vista esecutivo, il colore della sua voce è pastoso e morbido, ma non trasmette la dolce ingenuità da giovinetta, né il dolore di donna ripudiata ed oltretutto abbandonata dal suo amore grande. A nostro avviso potrebbe raggiungere risultati decisamente più ragguardevoli con una interpretazione più accorata e più coinvolta.

Pinkerton è Roberto Aronica. Il suo strumento è di bel colore come ha ben mostrato in più occasioni, ma in questo caso sembra eccedere nell’enfasi interpretativa, il che lo porta a caricare anche troppo il personaggio, che pur sarebbe nelle sue corde, evidenziando qualche difficoltà in acuto, come per esempio nel duetto d’amore al termine del primo atto.

Più coerente nel suo ruolo Veronica Simeonicome fedele Suzuki. La sua bella voce importante unita anche ad una interpretazione piuttosto sentita le hanno consentito di ben figurare sia dal punto di vista vocale che attoriale. Gabriele Vivianicome Sharpless ha una voce piuttosto brunita che gli consente di eseguire con discreto piglio il ruolo del severo ma compassionevole console americano.
Nei ruoli di contorno figurano anche Francesco Pittari come Goro e lo zio Bonzo di Paolo Battaglia, dalla voce particolarmente calda.
Completano il folto cast Alice Marini, alias la signora Pinkerton, il Principe Yamadori, Federico Longhi, il Commissario Imperiale, Nicolo' Ceriani, L'Ufficiale del Registro, Victor Garcia Sierra, la madre di Cio-Cio-San, Chiara Fracasso, e la cugina di Cio-Cio-San, Elena Borin.

Il Maestro Marco Armiliatoha dato una impostazione diremmo intimistica alla sua direzione, cercando  un approfondimento lirico nei momenti di maggiore pathos. Dalla dolce e raffinata illusione iniziale, l’orchestra si arricchisce e acquista maggiore corpo man mano che il dramma prende vita.
Il coro dell’Arena diretto come sempre da Armando Tassoin questa opera, in particolar modo, arriva al cuore del pubblico con il celebre canto a bocca chiusa dell’ atto secondo.
Delizioso il piccolo interprete di Dolore, che ha intenerito il pubblico con i suoi  interventi.
Al termine della serata, il pubblico ahi noi non numerosissimo ha dimostrato di apprezzare lo spettacolo e tutti i suoi protagonisti.

MTG


LA PRODUZIONE

Direttore d'orchestra
Marco Armiliato
Regia e scene
Franco Zeffirelli
Costumi
Emi Wada
Maestro del coro
Armando Tasso
Direttore corpo di ballo
Renato Zanella
Direttore allestimenti scenici
Giuseppe De Filippi Venezia
Movimenti coreografici
Maria Grazia Garofoli

GLI INTERPRETI

Cio-Cio-San
Oksana Dyka
Suzuki
Veronica Simeoni
Kate Pinkerton
Alice Marini
F. B. Pinkerton
Roberto Aronica
Sharpless
Gabriele Viviani
Goro
Francesco Pittari
Il Principe Yamadori
Federico Longhi
Lo zio Bonzo
Paolo Battaglia
Il Commissario Imperiale
Nicolo' Ceriani
L'Ufficiale del Registro
Victor Garcia Sierra
Madre di Cio-Cio-San
Chiara Fracasso
Cugina di Cio-Cio-San
Elena Borin


ORCHESTRA, CORO, CORPO DI BALLO E TECNICI DELL'ARENA DI VERONA









Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona