NORMA, V. BELLINI – TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, MERCOLEDÌ 20 MAGGIO 2015





Come fu per la Butterfly nel 2013 si ripete la collaborazione con l’Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, questa volta per l’allestimento della Norma di Bellini affidato interamente all’artista afroamericana Kara Walker. La regista al suo debutto in questo ambito cura anche i costumi e la scenografia che richiamano direttamente alle sue origini, spostando le vicende in terra africana e ad un XIX secolo dagli echi conradiani in cui si fondono colonialismo, politica e i rapporti tra razze. Norma è un’opera di amore/odio e sacrificio, di fede e tradimento: fede salda verso i propri voti ma al contempo desiderio di esserne prosciolti. Questo capolavoro offre due rivali in bilico tra la propria coscienza ed il proprio cuore, amiche/nemiche colte dalla stessa passione ma comunque sconfitte dal destino. Tuttavia cotanto fuoco che arde in queste pulsioni non arriva allo spettatore in questa produzione, nonostante le intenzioni della regista. Riconosciamo lo stile dell'artista dai disegni stilizzati naturalistici, dalle maschere della tradizione africana che si fondono e diventano paesaggio, dagli effetti luminosi in chiaro scuro. Ma tutto questo impianto non sembra seguire un chiaro filo conduttore dello spettacolo, poiché ad una innegabile bellezza visiva corrisponde un appiattimento in termini di drammaturgia che in più punti manca totalmente ed i cantanti sono quasi imprigionati in un corpo in cui sentimenti e pulsioni vengono totalmente negate. Probabilmente con qualche spunto in più e relative modifiche lo spettacolo potrebbe offrire maggior coinvolgimento e quindi aderenza al libretto.


I costumi sono ispirati ai luoghi scenici anche se non tutti ci sembrano coerenti al contesto. La compagnia di canto ha cercato così di offrire, pur con i limiti di cui sopra, i propri personaggi con quanto ciascun interprete ha del suo bagaglio di esperienza, tanto vocale quanto attoriale.

Chi ha forse maggiormente sofferto le limitazioni registiche è un fantastico Gregory Kunde il cui smalto è sempre lucido ed impeccabile: gli anni passano ma la sua voce offre sempre il colore suadente cui ci ha abituati, è fluida, stabile, gli acuti ci sono tutti ed anche se non può muoversi più di tanto in scena basta uno sguardo, una inflessione particolare della parola o qualche piccola variazione che il personaggio si sviluppa con vigore e grande energia.

L’interpretazione che invece Carmela Remigio ha di Norma è molto personale. La sua sacerdotessa è raccolta nel suo dolore tanto quanto il suo canto risulta morbido ed elegiaco, distaccandosi da quello che ci si aspetterebbe solitamente: vigore e passionalità. Il soprano crea in tal modo momenti di emotività contenuta, che però si animano nelle scene dei duetti.

Intensa ed appassionata, quasi un alter ego di Norma stessa, la splendente Veronica Simeoni. Il suo ruolo non è affatto subalterno alla protagonista, con l’intensità del suo canto potente e disinvolto, l’interprete ama, sogna, spera e desidera fino alla fine l’amore impossibile di chi è destinato a votarsi al sacrificio.

Molto ben cantato il ruolo di Oroveso interpretato dalla bella voce tenebrosa di  Dmitry Beloselskiy, come pure è interessante la voce del Flavio di Emanuele Giannino; corretta la Clotilde di Anna Bordignon che ci ha un po’ ricordato col suo fare la simpatica Mami di via col Vento.
Ben preparato come sempre il coro di Claudio Marino Moretti.

Sul podio alla testa dell’orchestra del teatro La Fenice il maestro  Gaetano d’Espinosa ci è parso voler aggiungere musicalmente ciò che in scena probabilmente si esigeva: un tocco di vitalità, una carica emotiva che queste note e queste vicende richiamano. Forse leggermente eccessivo per esempio negli interventi corali, ma la sua lettura delle partitura è dinamica, oseremmo dire fresca, come a cogliere gli intenti mancati della regia. Forse gli si potrebbe chiedere una maggiore profondità di accenti nei momenti maggiormente drammatici.

Successo pieno per tutti con punte di gradimento per Kunde e Simeoni.

Maria Teresa Giovagnoli   

LA PRODUZIONE

direttore                      Gaetano d’Espinosa
regia, scene
e costumi                    Kara Walker
maestro del coro       Claudio Marino Moretti

GLI INTERPRETI

Pollione                      Gregory Kunde
Oroveso                     Dmitry Beloselskiy
Norma                       Carmela Remigio
 Adalgisa                    Veronica Simeoni
Clotilde                      Anna Bordignon

Flavio                         Emanuele Giannino


Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
progetto speciale della 56 Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia




Foto Michele Crosera

MACBETH, G. VERDI - TEATRO PETRUZZELLI DI BARI , Martedì 19 Maggio 2015

  • Recensioni
  • 1433 Visite



Bella ripresa di Macbeth al Petruzzelli di Bari che incornicia Luca Salsi come uno dei più grandi interpreti verdiani in circolazione.

Collaudata ed affascinante, pur senza grandi punte di novità o di clamore, la regia di Giancarlo Cobelli, qui ripresa da Lydia Biondi. L’ambiente è piuttosto asettico pur senza stravolgimenti né temporali né geografici. 
Belle le luci e il disegno di apparizioni e colori che ha trovato  Giuseppe Ruggiero; scarne le scene e belli i costumi di Carlo Diappi 

Dal punto di vista musicale le cose sono andate più che bene tranne che per la mancanza di una protagonista femminile. 
Luca Salsi nel ruolo di Macbeth è semplicemente perfetto. E’ uno di quei rarissimi esempi di puro e semplice “canto all’italiana”. Oggi rarissimo se non quasi unico. Ha una voce imponente, timbrata, sempre a fuoco in ogni passaggio. Lega i suoni con maestria e dosa il fiato in maniera mirabile. La voce si espande e si ritrae a suo piacere, fa del canto spianato un velluto divino e di quello declamato un sottile sibilo maligno. E’ un interprete di razza e dona il torvo ed il puerile e mutevole stato di Macbeth alla perfezione. E’ impossibile chiedere di più ad un artista. Somma interpretazione e grande scuola di canto! 

Ottimi i due tenori, con Salvatore Cordella impegnato nel ruolo di Macduff dove ha ben svolto il compito della sua aria. Massimiliano Chiarolla dona la sua voce timbrata e voluminosa all’eroe Malcom e viene fuori dalle parti di insieme in modo impeccabile.

Ugo Guagliardo canta il ruolo di Banco. E’ un interessante artista dotato di una voce che, pur non torrenziale, è ben emessa ed appoggiata. La sua aria ed il duetto iniziale sono cantati in modo molto corretto e ben interpretati.

Tutti gli altri svolgono al meglio il loro compito: la buona Dama di Margherita Rotondi, l’ottimo Medico e Araldo di Antonio Di Matteo, le buone apparizioni di Ivana D’Auria, Martina Pepe e Gianluca Tumino, quest’ultimo impegnato egregiamente anche nei piccoli ruoli del Domestico e del Sicario.

Unica nota davvero dolente era la Lady di Daria Masiero. Voce piccola e chioccia al centro, priva di proiezione sull’acuto e vuota nei gravi. Le agilità di forza malandate ed emesse in gola, le agilità più schiettamente belcantiste completamente glissate e spoggiate. Fatica a tenere in piedi il ruolo e lì dove cerca di arginare e forzare lo strumento che ha di natura trova dei suoni striduli e privi del giusto sostegno. L’interprete è poi alquanto manierata e priva di quella seduzione ferina e demoniaca che il personaggio richiede.

La direzione d’orchestra di Fabrizio Maria Carminati  è stata molto attenta al palcoscenico ed a creare le giuste atmosfere ed i giusti equilibri. Nulla ha potuto neanche lui con il poco volume della protagonista che spesso risultava coperta quando non proprio sovrastata dall’orchestra che pure ha suonato assai bene.
Ottimo il Coro della Fondazione Petruzzelli con una particolare menzione alla sezione delle donne impegnate nelle scene delle streghe eseguite in maniera ottimale.

Al temine applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo per Salsi.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                            Fabrizio Maria Carminati
Regia                                 Giancarlo Cobelli (ripresa da Lydia Biondi)
Scene
e Costumi                           Carlo Diappi (ripresi da Valentina Dellavia)
Luci                                    Giuseppe Ruggiero
Assistente alla Regia        Pia Bitonto
Maestro del Coro              Franco Sebastiani

GLI INTERPRETI

Macbeth                              Luca Salsi
Banco                                  Ugo Guagliardo
Lady Macbeth                    Daria Masiero
Macduff                               Salvatore Cordella
Malcom                               Massimiliano Chiarolla
Dama                                   Margherita Rotondi
Medico/Araldo                    Antonio Di Matteo
Domestico/Sicario/Prima Apparizione
                                             Gianluca Tumino
Seconda Apparizione          Martina Pepe
Terza Apparizione               Ivana D’Auria

ORCHESTRA e CORO della Fondazione Teatro Petruzzelli di Bari








Foto Teatro Petruzzelli Bari


DIE ZAUBERFLÖTE, W. A. MOZART – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, SABATO 16 MAGGIO 2015






Con lo straordinario Flauto Magico di Mozart il Teatro Comunale di Bologna prosegue la sua stagione d’opera con una nuova produzione in collaborazione con il gruppo di ricerca Fanny & Alexander che qui esordisce nella regia operistica. Omaggiando il regista Ingmar Bergman sia per il  nome scelto dal team che per questo spettacolo, ci viene proposto un accostamento tra la sublime opera di Mozart ed il complesso tessuto psicologico del celebre film che vedeva nel 1982 i due piccoli Fanny ed Alexander guardare il mondo come fosse contenuto nel loro teatrino di marionette ed i personaggi come delle pedine da muovere a proprio piacimento. 

Questo parallelo ha cercato di esprimere Luigi De Angelis alla regia, coadiuvato per le scene e le luci da Nicola Fagnani e da Chiara Lagani  per la drammaturgia ed i costumi, ma a nostro avviso l'obiettivo non è stato raggiunto completamente.  Lo spettacolo si presentava molto atteso per l’annunciata messa in scena in 3D che presupponeva una certa dinamicità e plausibilmente un qualche coinvolgimento del pubblico. Ma in realtà l’apporto dei filmati ad opera del Zapruderfilmmakersgroupè stato tutto sommato minimo e neanche indispensabile. Così abbiamo indossato gli occhiali per osservare soltanto più da vicino i due fanciulli ed il loro giocattolo in foggia di teatro d’opera, il finto drago che spunta fuori per inseguire Tamino, il flauto in questione che pare volteggiare in platea e pochi altri elementi significativi. Infine un classico: il coro intorno alla platea qui vestito come le maschere del teatro, il che avrebbe dovuto simboleggiare l’interscambiabilità dei due mondi scenico/reale. Folta presenza di bimbi in scena, tutti piccoli ‘complici’ di Fanny ed Alexander, forse proiezioni degli stessi e del loro desiderio di far parte del mondo fantastico cui assistono. 
Il palcoscenico appare naturalmente vuoto; unico elemento pregnante è costituito dallo sfondo che tra diaframmi verdi, rossi e blu si apre per mostrare lo schermo video.  Le luci appositamente degli stessi colori riprendono gli effetti delle immagini 3D. Molto colorati e gradevoli i costumi di  Chiara Lagani  che interpretano nelle fogge e nei colori scelti gli elementi fiabeschi e naturistici dell’opera.

In questo contesto i protagonisti sono stati molto abili nell’interpretare i ruoli con davvero poco a disposizione. Dal punto di vista musicale infatti sono state tante e piacevoli le conferme.

Citiamo per primo lo straordinario Nicola Ulivieri come Papageno. Non solo ha cantato ottimamente mostrando di conservare il suo bel timbro ricco e duttile, ma si è rivelato il vero mattatore dello spettacolo, sia per il personaggio in se stesso, sia e soprattutto per la sua capacità di personalizzarlo, di interpretarlo e sentirlo davvero a tutto tondo, con il giusto mix di ironia, purezza e sbadataggine.
Aggraziata, dolce e leggiadra la Pamina di  Maria Grazia Schiavo. Perfetta per incarnare l’ideale della principessina indifesa ed innamorata che può mostrare le unghie con coraggio quando serve. Offre una voce acuta e delicata ma mai sovrastata dall’orchestra; fraseggia con espressività unendo alla giusta tecnica una interpretazione sentita e perfettamente calata nel ruolo.

Altrettanto positiva la serata per Tamino, alias Paolo Fanale, in azzurro con mantello come si conviene ad un principe. La sua voce vellutata e morbida qui è esaltata dalla giusta capacità di impersonare il giovane e coraggioso innamorato che sfida l’oscurità per la sua bella.

Un austero e molto intenso Sarastro è il basso Mika Kares. Anch’egli perfetto per il ruolo data l’imponente statura, con la sua voce profonda e cavernosa riesce ad imprimere autorevolezza e credibilità ad un ruolo particolarmente difficile che lo vede giustamente trionfare nel bene e nella luce al termine della vicenda.

Non del tutto convincente la Könegin der Nacht di Christina Poulitsi. La voce è possente e dotata di buono squillo ed affronta con successo le asperità dei famosissimi sovracuti. Ci sembra però mancare l’intensità drammatica e la doppiezza che il ruolo richiede, apparendo semplicemente una donna che gioca ad ottenere i suoi scopi principalmente con la sensualità.

Convincente invece il Monostatos di Gianluca Floris: simpatico, espressivo e per certi versi anche sensibile nel suo ruolo molto ben cantato, come pure Anna Corvino deliziosa e molto coinvolta come Papagena.

Funziona molto bene anche il trio delle dame costituito da Diletta Rizzo Marin, Diana Mian e Bettina Ranch.
Completano il folto cast i sacerdoti di  Simone Casolari, Cristiano Olivieri e Carlo Alberto Brunelli , il secondo uomo corazzato di Luca Gallo ed i piccoli fanciulli Marco Conti, Pietro Bolognini, Susanna Boninsegni cui forse la tanta emozione ha condizionato in taluni punti l’intonazione.

Il Maestro Michele Mariotti interpreta la partitura con la duttilità che le pertiene, attribuendo ora  la leggerezza dell’ingenuità infantile ora la drammaticità dell’oscurità, ora il trionfo della luce ai diversi momenti della narrazione. Sottolinea gli accenti dei cantanti, segue il palco costantemente e conferisce alle sezioni dell’orchestra una omogeneità che si traduce in ottima intesa generale.   
Bene il coro preparato come sempre da Andrea Faidutti.
Applausi smisurati per tutti i protagonisti e per i responsabili della regia al termine dello spettacolo che ha visto il pubblico festante e soddisfatto.
Maria Teresa Giovagnoli


la produzione

Direttore
Michele Mariotti
Regia
Luigi De Angelis
Scene e luci
Luigi De Angelis e Nicola Fagnani
Drammaturgia e costumi
Chiara Lagani
Aiuto regia
Gianni Marras e Giorgina Pilozzi
Assistente alla regia
Greta Benini
Assistente ai costumi
Paola Crespi
Video makers
ZAPRUDER  filmmakersgroup
Maestro del Coro
Andrea Faidutti

gli interpreti

Sarastro
Mika Kares
Tamino
Paolo Fanale
Sprecher/Oratore
Andrea Patucelli
Erster Priester/Primo sacerdote
Simone Casolari
Zweiter Priester/Secondo sacerdote
Cristiano Olivieri (anche Primo armigero)
Dritter Priester/Terzo sacerdote
Carlo Alberto Brunelli
Könegin der Nacht/La regina della notte
Christina Poulitsi 
Pamina
Maria Grazia Schiavo
Erste Dame/Prima Dama
Diletta Rizzo Marin
Zweite Dame/Seconda Dama
Diana Mian
Dritte Dame/Terza Dama
Bettina Ranch
Erster Knabe/Primo fanciullo
Marco Conti
Zweiter Knabe/Secondo fanciullo
Pietro Bolognini
Dritter Knabe/Terzo fanciullo
Susanna Boninsegni
Papagena
Anna Corvino
Papageno
Nicola Ulivieri
Monostatos
Gianluca Floris
Erster geharnischter Man/Primo uomo corazzato
Cristiano Olivieri
Zweiter geharnischter Man/Secondo uomo corazzato
Luca Gallo

 Nuovo allestimento del Teatro Comunale di Bologna in collaborazione
con Fanny & Alexander
Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna





Foto Rocco Casaluci 

FRESCHE NOTE - CD: VIVALDI SEASONS AND MID SEASONS, SONIG TCHAKERIAN E PIETRO TONOLO


E' uscito per l'etichetta Decca un interessante CD che vede protagonisti l'eccezionale violinista Sonig Tchakerian ed il grande sassofonista e compositore Pietro Tonolo con l'Orchestra di Padova e del Veneto nell'omaggio al celeberrimo Prete Rosso, con un lavoro che reinterpreta le sue intramontabili Quattro stagioni. 
Se già di per sé i concerti di Vivaldi possono considerarsi attuali ancora oggi, con il tocco di una rilettura quanto mai moderna e l'inserimento del sassofono è pressoché impossibile non restare affascinati dal risultato ottenuto. In questo progetto che risale al 2012 Tonolo introduce tra un concerto e l'altro degli Intermezzi  (le Mezze stagioni appunto) un po' alla maniera degli intermezzi che solevano alleggerire i drammi del Settecento. Così prendono vita Oziando, Prima Mezza; Tempesta, seconda Mezza; Nostalgia, Terza Mezza ed il conclusivo Fuori Stagione. Grazie al suono del sax e delle percussioni possiamo assaporare una sorta di contaminazione Jazz che fa da ponte tra ogni concerto, approfondendo ciò che si è appena ascoltato ed offrendo un' anteprima del passaggio successivo. Il Fuori Stagione è una summa dei temi trattati nell'intera composizione. Il Cd si presenta con l'inserimento nel libretto dei versi che accompagnavano le Stagioni illustrandole e ad essi seguono anche versi che affiancano e descrivono le Mezze introdotte in questo lavoro. Insomma un ascolto piacevole anche ben presentato in bilico tra passato e presente, tra classico e moderno, che consigliamo davvero con piacere.

Maria Teresa Giovagnoli


CICLO GEORGE ONSLOW , IL PRIMO ONSLOW – PALAZZETTO BRU ZANE, VENEZIA, martedì 5 maggio 2015

  • Recensioni
  • 1197 Visite

È sempre un piacere tornare al palazzetto Bru Zane di Venezia per assistere alle chicche musicali offerte dal Centre de Musique Romantique Française che ivi ha sede. Dal mese di aprile e fino a fine maggio infatti viene proposto un ciclo di concerti dedicati al compositore francese George Onslow, in cui nello specifico si vuole sottolineare il parallelismo tra le composizioni da camera del musicista di Clermont-Ferrand e quelle di L.V. Beethoven, tanto da intitolare il festival ‘George Onslow, un altro Beethoven?’. Specializzato in musiche per quartetti e quintetti d’archi, ebbe anche un bel successo nel diciannovesimo secolo, per poi venire ahi noi quasi dimenticato in epoca moderna, soprattutto nel nostro paese. Ma grazie a questa iniziativa possiamo ricoprire le sue opere più interessanti e conosciute di quei tempi ed apprezzare un musicista che non ha niente da invidiare a tanti più noti e blasonati e molto più spesso eseguiti. Incredibile la sua devozione per la musica da camera, ove maggiormente poté esprimere la sua vena creativa ed ottenere il successo meritato, pur componendo anche pochissime opere liriche che difatti non ebbero molto seguito. Colpiscono i cambi di ritmo e l’intreccio perfetto delle melodie, la naturalezza di come si passi dal modo maggiore al minore ed il senso di compostezza armonica in generale. Possiamo solo immaginare come potessero essere accolte dai buongustai francesi di inizio Ottocento e come fossero gradite queste melodie splendidamente orecchiabili, ma dalle partiture ben complesse per tecnica ed interpretazione. Un gusto davvero scoprire quanto di bello ha ancora da offrire la musica del passato, come e più di allora.
A rendere merito a due quartetti è stato il Quatuor Ruggieri, composto da Gilone Gaubert Jacques  e Charlotte Grattard al violino, Delphine Grimbert alla viola e Emmanuel Jacques al violoncello.
In programma il quartetto per archi in la maggiore n.3 ed il quartetto per archi in do minore n. 1  op.8, composti intorno al 1814. 
Delizioso il quartetto n.3 in la maggiore, eseguito per primo, e che ha fatto subito capire di che pasta è fatto il Quatuor Ruggieri. Il passaggio da ritmi sostenuti a ritmi leggermente più distesi, un senso di giovialità che permea l’intero componimento intriso anche di richiami popolari sono terreno fertile per l’esecuzione dei giovani musicisti: il suono degli strumenti d’epoca è molto affascinante anche se risulta insolitamente plastico rispetto alle sonorità a cui siamo abituati con gli strumenti odierni. Profondo è comunque l’impatto sonoro e molto buona l’intesa fra i quattro esecutori. Brilla particolarmente il Minuetto che passando per  l’Allegro anticipa il bellissimo Finale strappa applausi.
Ma tra i due componimenti è il n. 1 in do minore a colpire per l’incipit elegiaco grazie al particolare Largoche ci trasporta verso una sonorità sospesa e quasi irrisolta fino a che non sopraggiunge l’Allegro agitato che invece imprime forza e carattere al movimento. L’Adagio è un colpo da maestro, che conquista sin dalle prime note e fa attendere qualcosa di ancora più impressionante, che puntualmente arriva con il Minuettoed il lieto Finale che lascia tutti stupiti con il suo concludersi quasi all’improvviso.
Applausi convinti da parte di una platea folta attenta ed entusiasta.
Maria Teresa Giovagnoli
PROGRAMMA DEL CONCERTO
George ONSLOW
Quartetto per archi in la maggiore
op. 8  n. 3

Quartetto per archi in do minore
op. 8 n. 1

INTERPRETI:  QUATUOR RUGGIERI


LUISA MILLER, G. VERDI - TEATRO SAN CARLO DI NAPOLI , MARTEDÌ 5 MAGGIO 2015

  • Recensioni
  • 1357 Visite


Serata entusiasmante quella della prima di Luisa Miller al Teatro San Carlo di Napoli.

Il Massimo Partenopeo scommette in una nuova produzione di questo titolo non molto frequentato di Giuseppe Verdi e vince la sfida su quasi tutti i fronti.

Interessantissima La regia di Andrea De Rosa: è asciutta, meticolosa e fatta di piccoli gesti, sguardi e movimenti misurati e calibrati con le vicende musicali in cui si inseriscono. Luisa è una donna consapevole fin dall’inizio e si fa forza di questa sua grande capacità di autodeterminazione che la vede imporsi prima sulle paure del padre e poi sul precipitare degli eventi fino ad una lucidissima scena del veleno in cui sembra quasi essere al corrente dell’imminente fine e di ciò che il suo amato le sta somministrando. Il leit motiv di questa regia minimalista, ma non priva di suggestione e di grande bellezza, è dato dall’amore e dagli inganni che in questo libretto sono il perno della vicenda e che De Rosa ha voluto rileggere in chiave moderna come uno dei mali della nostra attuale società; un femminicidio annunciato, una tragedia inevitabile che prima di manifestarsi in tutta la sua crudezza lancia numerosi segnali.

Belle le luci di Vincent Longuemare, giustamente evocative e curate; bellissimi i costumi di Alessandro Lai che seguivano lo scorrere degli eventi in modo sempre appropriato e rispondevano perfettamente alla visione registica di questo affresco contemplativo.
Le scene firmate da Sergio Tramonti erano perfettamente in linea con le idee e l’impianto registico richiesti da De Rosa.

Anche sul versante musicale le cose sono andate decisamente al meglio.

Elena Mosuc nel ruolo di Luisa si trova perfettamente a proprio agio. La voce è morbida, sostenuta in maniera mirabile, innumerevoli sono i preziosismi vocali che regala con il suo canto a fior di labbro; la voce è limpida e penetrante ma capace di ombre e chiaroscuri notevolissimi nelle parti più drammatiche. Esce a testa alta della difficile scena solistica del secondo atto e regala commozione e grande scuola di canto nel primo e nel terzo.

Ottima l’antagonista Federica interpretata dal mezzosoprano georgiano Nino Surguladze; dona infatti la sua voce calda, pastosa, ben emessa e molto particolare nel colore ad un ruolo che è di solito marginale eppure riesce a rendere il personaggio con vivida lucidità e presenza

Ottimo anche il Rodolfo di Giorgio Berrugi, forte di una voce squillante e di bello smalto. Forse l’interprete difetta un pochino di personalità e, nel terzo atto, sembra più attento alla parte strettamente vocale che a quella interpretativa, ma esce a testa altissima dalla sua famosa romanza seguita da una cabaletta cantata in modo impeccabile.

Di rilievo il Miller di Vitaliy Bilyy che, forte di una voce ampia, scura e sicura in tutta la gamma, cerca accenti e colori per rendere il temibile ruolo verdiano in modo più che egregio.

Decisamente poco a fuoco il basso Istvan Kovacs nel ruolo di Walter; al di sopra delle possibilità di questo cantante che ha una pronuncia oscura e priva di qualsiasi capacità di articolare la parola cantata. La voce è logora al centro e sfibrata nell’acuto. Il grave poco sonoro e male appoggiato. Un vero peccato perché ha fatto scendere di parecchio il livello dello spettacolo.

Splendido, senza riserve, il basso Marco Spotti nel ruolo di Wurm. Voce imponente, timbratissima e piena, porta in scena un personaggio, di suo poco incline alle simpatie del pubblico, cantandolo in modo praticamente perfetto.

Buoni gli interventi di Michela Antenucci e Nino Mennella, rispettivamente Laura e un Contadino.

La direzione d’orchestra di Daniele Rustioni  ci ha notevolmente impressionato.
E’ stato capace di far suonare al meglio l’Orchestra del San Carlo e di dare alla recita un ritmo incalzante e infiammato. Il suono nei momenti drammatici era come un lampo nel cielo e assecondava il canto in maniera impeccabile. E’ stato una bellissima scoperta e speriamo che ritorni spesso al San Carlo dove, ultimamente, i grandi direttori latitano.

Al temine grandi applausi per tutti i protagonisti con note di trionfo personale per la Mosuc e Rustioni.

Rosy Simeone

LA PRODUZIONE

Direttore                   Daniele Rustioni
Regia                         Andrea De Rosa
Maestro del Coro      Marco Faelli
Scene                          Sergio Tramonti
Costumi                     Alessandro Lai
Luci                            Vincent Longuemare


GLI INTERPRETI

Il conte di Walter       Istvan Kovacs
Rodolfo                      Giorgio Berrugi
Federica                     Nino Surguladze
Wurm                         Marco Spotti
Miller                          Vitaliy Bilyy
Luisa                          Elena Mosuc
Laura                         Michela Antenucci
Un contadino             Nino Mennella

ORCHESTRA e CORO del Teatro San Carlo di Napoli



Foto Teatro San Carlo di Napoli

AIDA, G. VERDI – TEATRO DELL’OPERA DI ROMA, domenica 26 aprile 2015




Aida in versione “intimista” quella andata in scena al Teatro dell’Opera di Roma.
La regia del grande Micha Van Hoecke infatti è priva di orpelli, di “lustrini” e di ogni simbolo normalmente associabile alla maestosità di questo titolo. Difettano di grandiosità le scene di assieme che, nonostante il numero di persone in palcoscenico sia copioso, sembrano sempre spoglie e svuotate di quell’energia che ci si aspetterebbe.
I momenti intimistici invece sono risolti con gesti e movimenti molto misurati, quasi che i protagonisti si muovessero sempre in una “bolla” di acqua e che questo fiume Nilo non scorresse accanto a loro ma li tenesse imprigionati con le gambe nel pantano.
Belle le luci di Vinicio Cheli, unico elemento che creava un po’ di atmosfera; migliorabili i costumi di Carlo Savi che “imprigionavano” i protagonisti rendendo anche i loro movimenti troppo plastici e poco morbidi.


La parte musicale ha avuto alcune stelle ed alcune ombre.

Trionfatrice della serata è stata la magnifica Amneris di Anita Rachvelishvili.
La cantante georgiana ha tutte le frecce al suo arco per affrontare al meglio questo temibile ruolo.
Ha voce timbratissima, ampia, scura, estesa e capace di svettare al di sopra delle grandi masse corali del secondo atto. E’ un’Amneris volitiva e forte ma che sa trovare nel suo canto anche tutte le sfumature di un amore e di un animo infranti. Un canto morbido, pastoso e setoso al contempo. Una grande prova per lei e l’affermazione definitiva della sua grande maturità artistica.

Meno bene la protagonista. Csilla Boross infatti, come Aida, fatica in un ruolo in cui il registro acuto è molto sollecitato e il suo personale bagaglio tecnico le deficita la salita alle note estreme.
Se la cava come interprete ma resta fin troppo attenta ed accorta alla parte vocale in cui non brilla.

Molto bene il Radames di Fabio Sartori, da cui si ascolta il ruolo cantato in modo magnifico e interpretato in maniera egregia. Forse con un regista più attento avrebbe potuto dare anche maggiore risalto ad una parte “attoriale” un pochino più marcata.

Splendido anche l’Amonasro di Giovanni Meoni che, con il suo canto nobile e sempre calibrato, rende non solo la parte eroica del suo ruolo ma anche quella più marcatamente regale e paterna.

Ottime le voci dei due bassi italiani; Luca Dall’Amico conferisce al Re la giusta e composta autorevolezza come pure Roberto Tagliavini infonde al Ramfis la ieraticità e la corretta ferocia del ruolo.

Molto bene a fuoco nei loro interventi il Messaggero di Antonello Ceron e la Sacerdotessa di Simge Buyukedes.

La direzione d’orchestra di Jader Bignamini lascia infine un giudizio piuttosto alterno.
Se le scene del primo atto fino a dopo il terzetto, del secondo atto fino alla grande scena del trionfo, l’intero terzo atto e il duetto finale dell’opera, lasciano molto favorevolmente impressionati per la ricerca dei colori, le sfumature, la ricchezza dell’accompagnamento ai cantanti e la padronanza di idee; tutto il resto dell’opera è molto deficitario. Si parla in particolare delle grandi scene di Assieme del Primo Atto (Nume custode vindice), l’intera Scena del Trionfo e il quarto atto (la scena del giudizio) dove sono innumerevoli le sfasature con il palcoscenico, moltissime sono le mende di alcune sezioni dell’Orchestra e il volume complessivo della buca sovrastava di molto il palcoscenico.

Al temine della recita applausi per tutti i protagonisti con punte di entusiasmo per Amneris e per Radames. Qualche piccolo ed isolato dissenso per la regia.


Rosy Simeone


LA PRODUZIONE


Direttore                      Jader Bignamini
Regia e Coreografia   Micha van Hoecke
Maestro del Coro       Roberto Gabbiani
Scene e costumi          Carlo Savi
Luci                             Vinicio Cheli


GLI INTERPRETI

Il Re                           Luca Dall'Amico
Amneris                     Anita Rachvelishvili
Aida                            Csilla Boross
Radames                    Fabio Sartori
Amonasro                  Giovanni Meoni
Ramfis                        Roberto Tagliavini
Un Messaggero          Antonello Ceron
Una Sacerdotessa      SimgeBüyükedes


ORCHESTRA, CORO E CORPO DI BALLO DEL TEATRO DELL’OPERA




Foto Teatro dell'Opera di Roma

coinduroi

INTERVISTA A CHRISTIAN FRATTIMA , DIRETTORE MUSICALE DI COIN DU ROI

Siamo molto lieti di far conoscere ai nostri amici una meravigliosa associazione musicale sorta a Milano per valorizzare il repertorio operistico preromantico che generalmente è poco eseguito nel nostro paese. Incontriamo il suo direttore musicale Christian Frattima, che ci racconta un po’ di questa gradita sorpresa in un momento molto difficile per la cultura italiana che ha davvero bisogno di risorgere con persone piene di volontà, competenza e passione per la bella musica.

Continua a leggere

OTTAVO CONCERTO DELLA STAGIONE SINFONICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA, venerdì 24 aprile 2015.


La stagione sinfonica di Verona continua con un accostamento musicale per certi versi antitetico se si considera il periodo di vita in cui i due compositori in questione concepirono i pezzi ascoltati. Pensando al Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Brahms ci viene in mente che fu completato da un ancora giovane artista che non aveva raggiunto la piena maturazione musicale e dunque una sua personale firma; per contro la maestosa Sinfonia n. 5 op 64 mi minore  di Cajkovskij è l'opera di un uomo maturo  a cui restano solo cinque anni di una vita piena di sofferenze interiori e che sta maturando i temi e gli stati d'animo della celeberrima Patetica. Tuttavia fu proprio nella città di Brahms che questo capolavoro ottenne il suo primo successo e proprio quell'ambiente musicale stava tanto a cuore al compositore russo. 


L’orchestra dell’Arena di Verona conferma di entrare particolarmente in sintonia con il repertorio sinfonico e c'è da dire che in questo caso riesce a raggiungere una profondità e plasticità di suono che ci trova molto coinvolti. Il primo pezzo vede come protagonista il pianista Davide Cabassi, anche se come è noto  in questo Concerto lo strumento a tasti non è esattamente la prima donna assoluta. La melodia del piano si fonde perfettamente con l’orchestra quasi come se ne fosse suo elemento costitutivo e, fatto salvo alcuni pregnanti momenti del Maestoso, o del Rondò del terzo movimento, si pone soprattutto come ingrediente per cogliere nell’insieme le sfumature dei diversi temi che si intrecciano. Vi è una certa intemperanza giovanile e come tale l’interpreta Davide Cabassi, che trasmette tutto il suo impeto sui tasti dello strumento, dando soprattutto un carattere di forza e passione alla sua esecuzione. Si esalta nei concitati, si commuove e partecipa anche nel sentire l’operato orchestrale e lascia il pubblico in delirio sul finale. Il maestro Francesco Ommassini sceglie tempi staccati sì da non cadere in facili languori. Nessun bis concesso al termine per Cobassi nonostante le numerose chiamate alla ribalta.

Con Cajkovski siamo all’opposto. La gioventù è lontana e ci avviciniamo al nihilismo della successiva ‘sesta’,  pur con dei distinguo. Difatti dopo l’inizio cupo in cui i tempi sono distesi e pervade quasi un senso di incertezza, la melodia si apre nel secondo movimento con un Andante di luminosa dolcezza che sembra quasi elevare l’animo fino alle vette del sublime, ma con un respiro più lieve, quasi a suggerire ancora una speranza terrena. Nel terzo movimento infatti, l’orchestra brilla a suon di valzer, in cui la leggerezza è il valore aggiunto che si irrobustisce via via fino al crescendo del Finale, dirompente e trascinante: giusta conclusione di un percorso per così dire in crescendo. E così l’orchestra della Fondazione Arena trasporta il suo pubblico, attraverso le varie sensazioni che il Maestro Francesco Ommassini coglie ora con tempi più larghi e quasi abbracciando l’intera orchestra, ora con giusto brio e dinamicità, senza perdere di vista l’idea complessiva della composizione. Ottima ci è parsa la coesione tra i vari settori.

Successo pieno da parte di un teatro quasi esaurito con pubblico attento e soddisfatto che ha accolto favorevolmente sia Cobassi che il Maestro Ommassini.

Maria Teresa Giovagnoli

PROGRAMMA

Concerto per pianoforte n. 1 op. 15 in re minore di Johannes Brahms
Sinfonia n. 5 op 64 mi minore di Pëtr Il’ic Cajkovski

Direttore Francesco Ommassini
Pianoforte Davide Cabassi




Foto Ennevi

LA CENERENTOLA, G. ROSSINI – TEATRO SOCIALE DI ROVIGO, DOMENICA 19 APRILE 2015




Conclusione della stagione d’opera al Sociale di Rovigo con la Cenerentola di Rossini, nella versione coloratissima e dalle atmosfere leggere e ricca di siparietti tragicomici ideati dal regista Francesco Esposito, che cura anche i vistosi costumi color pastello. Se i vari personaggi sono lo specchio delle varie classi sociali, in questo allestimento vengono esasperati fin quasi alla caricatura, fermo restando una fragilità di fondo di ognuno di essi, artefici o distruttori del proprio destino. Don Magnifico è qui un voglioso uomo di mezza età che sogna ancora di saziare i suoi appetiti erotici; il servo Dandini nell' impersonare il principe di Salerno è invece agghindato da sultano con tanto di sudditi al seguito e scorta di sicurezza, armata di radioline ed auricolari; il filosofo Alidoro ci ricorda un circense che porta palloncini e dispensa saggezza ed il principe stesso si presenta in scena fotografando a destra e a manca con la sua fotocamera professionale, fingendosi una specie di fotografo di corte.  Tra essi le due sorellastre sono più svampite che mai e la povera Angelina è l’unica dotata di raziocinio in mezzo ad una autentica gabbia di matti.

Su una scena fissa ovoidale a scalini, opera di Mauro Tinti, che cambia aspetto a seconda delle luci curate da Alessandro Canali, vengono allestiti i vari ambienti con semplici aggiunte o drappi colorati, oppure elementi sullo sfondo. La festa del principe viene illuminata con le ben note sfere da discoteca calate dal soffitto, ed il palco viene prolungato anche intorno alla buca per permettere all’azione di proseguire anche oltre il piccolo palco del Sociale. Non mancano elementi di eccentricità come una croce contornata da lampadine, simbolo della presunta morte della povera Cenerentola in mano a Don Magnifico, oppure una scopa altrettanto circondata di luci ad uso della protagonista. Qua e là il direttore d’orchestra interagisce con i protagonisti che sfruttano le proprie voci anche per crearne sfumature quasi da parodia. In definitiva uno spettacolo molto brioso, allegro, che scorre via tra le immancabili risate del pubblico formato anche da tanti bambini.

Debutto più che positivo nel ruolo centrale per Marina De Liso, che gioca in casa e porta con sé un autentico trionfo. Ottime le agilità, ben studiato il personaggio della povera bistrattata dagli stessi famigliari, bella e ricca la pasta vocale, un autentico trionfo per lei.
Non alla sua altezza il tenore Filippo Adami nei panni di Don Ramiro che pur mostrando un colore interessante ed una buona dote nel recitare ci sembra soffrire l’acuto in taluni punti e mancare per incisività esecutiva.

Autentico mattatore Domenico Colaianni che scherza col suo personaggio di Don Magnifico sì da conquistare sempre la scena, coadiuvato da corretta esecuzione e bel timbro di basso ampio e ricco.
Enrico Maria Marabelli è un Dandini disinvolto, scherzoso e coinvolgente che offre bella prova sia attoriale che vocale.

Rocco Cavalluzzi  offre una gran bella voce ricca e profonda che fa onore al suo ruolo di Alidoro. Tra le sorellastre un buon successo per Linda Campanella  dalla voce chiara e pastosa che conferma anche la sua verve interpretativa raggiungendo il suo climax nell’aria finale. Paola Pittaluga sembra leggermente disomogenea nell’affrontare la scrittura vocale del suo ruolo, ma porta a casa una prova complessivamente positiva soprattutto per interpretazione.

Giovanni Di Stefano è stato impegnato alla guida di una buona Orchestra Sinfonica di Sanremo e molto disponibile nel collaborare con le varie situazioni pensate in ‘combutta’ con i protagonisti; mancava forse quel quid che rende le partiture si Rossini uniche e magistrali, ricche di sfaccettature e di continue piccole magie. Ben preparato il coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona dal maestro Gianluca Ascheri.
Pubblico festante e soddisfatto ha lasciato il teatro solo dopo diverse chiamate alla ribalta di tutti i protagonisti, con ovazioni per la protagonista De Liso.
   
Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Maestro concertatore
e direttore d’orchestra         Giovanni Di Stefano
Regia e costumi                     Francesco Esposito
Scene                                      Mauro Tinti
Light design                          Alessandro Canali



GLI INTERPRETI

Don Ramiro                          Filippo Adami
Dandini                                  Enrico Maria Marabelli
Don Magnifico                      Domenico Colaianni
Angelina, detta Cenerentola Marina De Liso
Alidoro                                  Rocco Cavalluzzi
Clorinda                                Linda Campanella
Tisbe                                      Paola Pittaluga

Orchestra Sinfonica di Sanremo
Coro Lirico “Pietro Mascagni” di Savona
maestro del coro Gianluca Ascheri
Coproduzione Teatro Sociale di Rovigo e Teatro dell’Opera Giocosa O.N.L.U.S di Savona




Foto Luigi Cerati

JENUFA, L. JANÁČEK – TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, VENERDI’ 17 APRILE 2015






“La cadenza melodica della lingua parlata, è il riflesso dell'intera vita.” L. Janacek

Compositore tra i massimi del teatro musicale e strumentale del '900,  apprezzatissimo all'estero dove i suoi titoli sono stabilmente in repertorio, in Italia Janacek è un illustrissimo sconosciuto al grande pubblico, in gran parte a causa di sterili scelte artistiche da parte dei nostri teatri che mirano esclusivamente ai grandi titoli di repertorio, lobotomizzando il  pubblico in un girone di sterile ripetitività che porta alla noia e alla disaffezione.

Plauso immenso quindi al Teatro Comunale di Bologna che oltre ad aver coprodotto questo spettacolo con la Monnaie di Bruxelles, lo ripropone senza indugio in casa propria con un cast ancora più superlativo rispetto alle  recite belghe.

Storia slava nella cornice della vita in villaggio, Jenufa ha in parte fortissime analogie con il verismo musicale italiano, compensato dalla profonda ammirazione che il compositore moravo aveva per le opera di  Mascagni e Leoncavallo.

Ma se una storia di gelosia e coltello si consuma in Cavalleria e Pagliacci, in Jenufa l'autore non si ferma nella facilità delle passioni e dell'azione, ma ne scruta con sicurezza i più nascosti risvolti dei suoi personaggi, distaccandosene quando serve, in uno scenario di profondissimo pessimismo cristiano, seguendoli da vicino senza mai perdere comunque una visione d'assieme.


Pur nella sua unità stilistica, dove musicalmente colpisce la precisione del discorso nel suo complesso, (l'uso degli ostinati è emblematico: insistenti, incalzanti, fissi e l'uso dello xilofono che con la sua nota ribattuta collega tra loro le scene del primo atto ne è il più chiaro esempio)  l'opera è ricca di contrasti che spaziano dalle sonorità rudi e amare alla più sublime dolcezza.

L'idea registica di Alvis Hermanis si sposa perfettamente con la musicalità di Janacek.

Il regista lettone coglie perfettamente i tratti psicopatici di un 'opera dove il morbo dell'apprensione e il senso dell'attesa hanno qualcosa di ossessivo,  trasportandoli, nel primo e terzo atto nelle pose plastiche e continuamente ossessive dei personaggi e delle danzatrici che fanno da contraltare alla vicenda (coreografie di Alla Sigalova), mentre nel secondo atto, ma con sfumature estremamente sottili, le fa catapultare in una squallida quotidianità fatta di miserie e solitudine di fronte alle crudeltà della vita.

E il divario è profondo e netto della scelta registica tra il primo, il terzo atto e il secondo atto.

Se nel primo e nel terzo atto Hermanis esalta un folklorismo di maniera quasi esotico enfatizzato dall'utilizzo di tradizionali e spettacolari costumi moravi ( di Anna Watkins)  e dalle proiezioni dei quadri del moravo Alfons Mucha (curati da Ineta Sipunova), il secondo atto ruota attorno all'ossessività di Kostelnicka per il peccato e l'espiazione di una colpa che porterà all'infanticidio.

Kostelnicka è il personaggio che a nostro parere ha attratto più di altri lo scrupolo e l'interesse di Hermanis, trasformandola in una donna dal nervosismo crescente, dove la sagrestana del paesello si trasforma in una virago teutonica, in una walkiria, in una ossessa spiritata, confezionando uno sdoppiamento di personalità degno della più alta cinematografia.

E sugli allori quindi va senza dubbio l'interpretazione straordinaria di Angeles Blanca Gulìn, artista eccezionale che ha saputo stupirci facendo risaltare, complice una musicalità raffinatissima unita ad una voce d'acciaio e a una dote attoriale convincente, le ossessività di una Kostelnicka malata di fanatismo religioso e legata alle più mere convenzioni sociali.

Andrea Dankovà è una Jenufa dal canto elegiaco modellato sull'uso perfetto della parola che sa compensare le asperità e le durezze della voce nel settore alto del rigo con un fraseggio esemplare unito ad una perfetta aderenza al dettato registico.

Esemplare nel canto lo Steva di Ales Briscein,  cantante perfetto in questo repertorio per precisione e cura nell'utilizzo della parola ceca cantata unito ad un controllo vocale superlativo.

Cosi come Brenden Gunnell nel ruolo di Laca, che se dalla sua non ha la padronanza del madrelingua ceco, ha saputo tratteggiare con passione e la giusta dose di gigioneria il fratello ricco della famiglia.

Complimenti agli tutti gli altri artisti del cast (Gabriella Sborgi, Burya – Leigh-Ann AllenKarolka, Maurizio Leoni, Starek- Luca Gallo, Rychtar- Monica Minarelli, Rychtarka- Arianna Rinaldi, Pastuchyna- Roberta Pozzer, Barena- Sandra Pastrana, Jano- Grazia Paolella, Tekta) che hanno saputo affrontare le asperità del dettato cantato ceco di Janacek con professionalità e preparazione ammirevoli.

Juraj Valcuha, debuttante nella direzione di questa partitura, ha dimostrato di conoscerne a fondo i più infinitesimi particolari riuscendo a risaltarne il ritmo, l'accento, il salti armonici e il peso fonico di una scrittura straordinaria, complice un'orchestra del teatro comunale concentratissima e in splendida forma.

Molto bene per preparazione e duttilità vocale il coro del Teatro Comunale di Bologna diretto da Andrea Faidutti.

Successo vivissimo per tutti, con ovazioni per Blancas, Gulin e Valcuha.

Pierluigi Guadagni


LA PRODUZIONE

Direttore
Juraj Valčuha
Regia e scene
Alvis Hermanis
Maestro del Coro
Andrea Faidutti
Costumi
Anna Watkins
Luci
Gleb Filshtinsky
Coreografie
Alla Sigalova
Drammaturgia
Christian Longchamp
Video
Ineta Sipunova
Assistente alla regia
Marielle Kahn


GLI INTERPRETI

Jenůfa

Andrea Dankova

Laca Klemeň
Brenden Gunnel

Števa Buryja
Ales Briscein
Kostelnička Buryjovka
Angeles Blancas Gulin
Starenka Buryjovka
Gabriella Sborgi
Stárek, il mugnaio
Maurizio Leoni
Rychtar, il sindaco
Luca Gallo
Rychtářka
Monica Minarelli
Karolka
Leigh-Ann Allen
Pastuchyňa
Arianna Rinaldi
Barena, cameriera nel mulino
Roberta Pozzer
Jano, pastore
Sandra Pastrana
Tetka, zia
Grazia Paolella
Danzatrici

Angela Sanchez Gonzales, Lea Bechu, Delphine Simons, Fanny Vandersande, Hanne Schillemans, Janet Novas, Lisa Van Den Broeck,  Manuela Schneider, Martina Orlandi, Viola Vicini, Diletta Della Martira, Novella Della Martira, Marta Tabacco, Mariangela Massarelli, Veronica Gambini, Martina Platania



Allestimento del Teatro Comunale di Bologna in coproduzione con Théâtre de La Monnaie / De Munt Bruxelles

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna


Foto Rocco Casaluci




IL BARBIERE DI SIVIGLIA , G. ROSSINI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, MARTEDI’ 14 APRILE 2015

  • Recensioni
  • 1286 Visite






La serata dedicata agli studenti è sembrata quanto mai azzeccata per assistere a questa nuova produzione de Il Barbiere di Siviglia al Teatro Filarmonico di Verona. Abbiamo avuto il piacere di vedere un teatro gremito fin quasi a scoppiare di abbonati e ragazzi festanti che hanno mostrato di gradire il capolavoro di Rossini, certo per la sua natura di opera straordinaria e ricca di spunti, ma anche e soprattutto in virtù dell’allestimento nato dalla felice collaborazione del regista Pier Francesco Maestrini col disegnatore Joshua Held.

Se è vero che si è visto di tutto e di più per questo ed altri capolavori, di sicuro ciò che è stato proposto dalla coppia creativa è qualcosa di fresco e veramente fruibile da un pubblico vastissimo, ricalcando e rimaneggiando completamente quanto già ottimamente realizzato dal regista nel 2010 in Sudamerica e con grandissimo successo. Perché allora non pensare che sia Rossini stesso in versione Cartoonia a dare in mano la partitura fresca di penna al direttore d’orchestra che interagisce con lui sul palco? E perché non concepire che tutti i personaggi ricordino nel volto e nelle ‘misure’ il grande compositore, mescolandosi di continuo alle loro controfigure disegnate, che vivono ed interagiscono con la realtà del palco? La vicenda è presentata con tanto di sigla d’apertura con personaggi ed interpreti proprio come in un cartone animato, che scorre sullo schermo e si fa interattivo grazie ai trucchi scenici ed alla regia dinamica, che spinge gli interpreti a vere e proprie gag e siparietti talvolta davvero impensabili, con tanto di rumori fuori campo e scritte onomatopeiche degni dei migliori cartoni animati della storia. Ebbene tutto questo ha offerto lo spettacolo a cui abbiamo assistito, che nel filmato non si fa mancare neanche citazioni cinematografiche e addirittura caricature illustri come quelle di Luciano Pavarotti e Giovanni Allevi, ad esempio.

I costumi riproducono naturalmente quelli coloratissimi del disegno animato con vistosi parrucconi e tutti i protagonisti sono ‘allargati’ con enormi cuscini, rendendo lo spettacolo ancora più simpatico e divertente.

La compagnia di canto è stata accompagnata da una orchestra areniana in grande forma, grazie soprattutto all’ottima mano di  Stefano Montanari, davvero esperto ed a suo agio in questo tipo di repertorio, che ha saputo creare un suono multi sfaccettato, col giusto mix di brio ed intensità elegiaca laddove richiesto, con occhio attento al palco e molto abile nel non farsi distrarre dai rumori imposti dai continui sketch che talvolta rischiavano di sovrastare il suono degli strumenti.

Con tale guida anche i protagonisti hanno dato tutti il meglio di sé nel canto e davvero molto ancora come interpretazione, tenendo conto anche delle difficoltà dovute ai costumi molto ingombranti che certo non facilitano l’azione. Bravo innanzitutto il protagonista Figaro, Sundet Baigozhin che si è mostrato un leone sul palcoscenico: pronto, spiritoso, sagace, coadiuvato da una bella voce interessante sia per colore che per volume; davvero una bella sorpresa.

Così la Rosina di Silvia Beltrami è stata al gioco, si è calata nel ruolo perfettamente con spirito e simpatia. Le agilità sono fantastiche ed il colore della voce scuro si addice molto ad un personaggio schietto e volitivo; pare soffrire un po’ nell’acuto, ma la sua resta una serata molto positiva.
Il Conte è stato un Edgardo Rocha dalla voce di bella pasta morbida e musicale. Il volume non è di quelli prepotenti che sovrastano la pur attentissima orchestra e le agilità non sono impeccabili, ma il suo canto è espressivo e armonico ed è dotato anch’egli di buone doti attoriali.

Ci ha bene abituati Omar Montanari ad interpretazioni davvero centrate per voce e presenza scenica, così il suo Bartolo è risultato vincente anche questa volta.
Ben si è disimpegnato anche Marco Vinco nel ruolo quanto mai strampalato di un Basilio maleodorante bardato con vistosi occhiali, abito e cappello neri, al cui passaggio le piante si seccano, i quadri cascano e gli animali soffocano.
Salvatore Grigoli e Irene Favro sono gli spigliati e discreti Fiorello/Ufficiale e Berta. Ottimo il coro dell'Arena di Verona.

Pubblico molto ‘effervescente’ e divertito ha tributato moltissimi applausi indistintamente a tutti i protagonisti per una serata di successo pienissimo.

Maria Teresa Giovagnoli


LA PRODUZIONE

Direttore d'Orchestra          Stefano Montanari
Regia                                     Pier Francesco Maestrini
Scenografia animata
e Costumi                              Pier Francesco Maestrini e Joshua Held

GLI  INTERPRETI

Il Conte d'Almaviva             Edgardo Rocha
Bartolo                                  Omar Montanari
Rosina                                   Silvia Beltrami
Figaro                                    Sundet Baigozhin
Basilio                                    Marco Vinco
Fiorello/Un Ufficiale             Salvatore Grigoli
Berta                                      Irene Favro


Orchestra, Coro e Tecnici dell'Arena di Verona
Direttore Allestimenti scenici Giuseppe De Filippi Venezia
Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona in coproduzione con il Teatro Operbalet di Maribor.













Foto Ennevi per gentile concessione Fondazione Arena di Verona

francesco_lanzillotta

DO RE MI... PRESENTO - INTERVISTA A FRANCESCO LANZILLOTTA

Il giovane direttore d'orchestra che abbiamo il piacere di conoscere questa volta è davvero un musicista raffinato e molto particolare, il cui curriculum artistico spazia in diversi campi e sta riscuotendo forti consensi nei prestigiosi teatri che lo ospitano: stiamo parlando di Francesco Lanzillotta. Ricordiamo solo alcuni dei numerosissimi templi della musica in cui ha già lavorato, come il Teatro La Fenice di Venezia, il Teatro San Carlo di Napoli, il Teatro Verdi di Trieste, il Teatro Filarmonico di Verona ed il Teatro Lirico di Cagliari.. Ha lavorato inoltre con l’ Orchestra Sinfonica Nazionale della RAI di Torino, l' Orchestra della Svizzera Italiana, l' Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano, l' Orchestra Haydn di Bolzano, la Filarmonica Toscanini di Parma, l' Orchestra Regionale Toscana, l' Orchestra del Teatro Filarmonico di Verona, la Gyeonggi Philharmonic Orchestra di Suwon (Korea) e la Sofia Philharmonic Orchestra. Attualmente è direttore principale delll’Orchestra Filarmonica Toscanini. Abbiamo scambiato alcune battute sulla sua vita professionale, le sue preferenze artistiche ed abbiamo scoperto un ragazzo molto schietto, spontaneo e disponibilissimo a rispondere con serenità e tanta simpatia a tutte le nostre domande.

Continua a leggere

CONCERTO DI VERONA LIRICA- TEATRO FILARMONICO DI VERONA, 11 aprile 2015



Si è conclusa la stagione concertista del circolo Verona Lirica con questo settimo concerto che ha visto protagonisti sul palco del Teatro Filarmonico di Verona il soprano Francesca Dotto, il tenore Piero Pretti, il basso Antonio Di Matteo, accompagnati dal pianista Pietro Salvaggio e l'ensemble I Fiati di Verona.

Dopo i consueti saluti di rito ai soci e agli illustri ospiti presenti in teatro, tra i quali piace ricordare Cecilia Gasdia, Bruno de Simone, Francesco Ellero D'Artegna e Francesco Ernani, introdotti con la consueta simpatia e professionalità da Davide Da Como, ecco che l'ensemble I Fiati di Verona apre il concerto con l'impegnativa trascrizione della sinfonia de La Forza del Destino di Giuseppe Verdi, eseguita con impeccabile professionalità e capacità da questo gruppo costituito interamente da professori provenienti dalle file dell'orchestra areniana. La capacità nel far risaltare le massicce sonorità orchestrali, e le delicatissime parti solistiche, pur ridotte ai soli suoni del flauto, clarinetto, fagotto, oboe, corno e un contrabbasso, hanno reso l'esecuzione veramente di alto livello. Nel corso del concerto, il gruppo di strumentisti si produrrà in altre trascrizioni per insieme di fiati della sinfonia dal Signor Bruschino di G. Rossini e la sinfonia da Nabucco di G. Verdi, sempre con una maestria e professionalità impeccabili.

Al giovane basso Antonio di Matteo spetta il compito di aprire la parte solistica con l'esecuzione dell'aria “Vi ravviso o luoghi ameni” dalla Sonnambula di V.Bellini, a cui farà seguito nel corso del pomeriggio l'interpretazione di “Isis und Osiris” da “Die Zauberfloete” di W.A.Mozart e “Il lacerato spirito” dal Simon Boccanegra di G.Verdi.
Interprete ancora acerbo per quel che riguarda interpretazione e fraseggio, Antonio di Matteo mostra però una notevole dote vocale per sonorità e per gamma armonica che siamo certi saprà coltivare e raffinare nel corso degli anni.

Alla giovanissima soprano Francesca Dotto, ormai non più una promessa ma già certezza del nuovo panorama lirico, spetta il compito di unica voce femminile del pomeriggio musicale, che sa regalare al pubblico momenti di partecipe coinvolgimento con l'interpretazione di “Mi chiamano Mimi” da Bohème di G.Puccini, “Chi il bel sogno di Doretta” da la Rondine di G.Puccini e infine in coppia con Piero Pretti il duetto “Un di felice” da la Traviata di G.Verdi.
Dalla bella vocalità di soprano lirico di coloratura, Francesca Dotto si cimenta anche in ruoli più schiettamente lirici come quelli di Puccini, evidenziando una notevole dimensione vocale e perfetto controllo dei fiati e dell'emissione sonora, soprattutto nella non facile aria da “La Rondine”.

Il tenore Piero Pretti ha voce meravigliosa di lirico vero, e ha saputo regalare al pubblico veronese autentiche perle per raffinatezza di fraseggio e cura interpretativa  come “Tombe degli avi miei” da Lucia di Lammermoor di G.Donizzetti, “Quando le sere al placido” da Luisa Miller di G.Verdi, “Ah si ben mio” da Il Trovatore di G. Verdi e come detto in coppia con Francesca Dotto il duetto “Un di felice” da Traviata di G. Verdi. Piero Pretti ha un gusto nel porgere il canto veramente encomiabile, unito ad un notevole volume sonoro e una naturale capacità interpretativa che lo rendono uno dei tenori italiani della sua generazione più richiesti.


Pubblico entusiasta e partecipe, ha tributato agli artisti tutti e agli organizzatori ai quali si unisce il nostro più vivo e sentito plauso per sapere promuovere ed organizzare concerti di belcanto di un buon livello qualitativo in una realtà artistica sempre più desolante, ovazioni sincere con la promessa di rivederci in autunno per una nuova sfida organizzativa e di qualità.


Pierluigi Guadagni

FRESCHE NOTE – LIBRI: BORIS GODUNOV, A TEATRO CON LO ZAR – VITTORIO MASCHERPA






Giusto perché ogni tanto ci piace uscire dalle ‘solite’ frequentazioni e proporre qualcosa di meno consueto, vi consigliamo oggi un completo ed accattivante approfondimento di Vittorio Mascherpaconcernente il capolavoro di Modest Petrovič Musorgskij che fino a qualche tempo fa riscuoteva notevole successo ed era spesso presente nei cartelloni operistici: l’imponente ‘Boris Godunov’. L’autore di questo saggio non ha certo bisogno di presentazioni, tanta è la sua esperienza in campo operistico e tanto sono sempre puntuali ed approfonditi i suoi lavori.

Frutto di una cinquantennale ed oltre frequentazione teatrale, di ricerche ed approfondimenti sull’origine, sul tema e sul fondamentale assetto musicale dell’opera, l’autore scandaglia il ‘Boris’ punto per punto, dalla sua composizione fino alle più recenti esecuzioni.

Innanzitutto ci viene presentato il protagonista, appunto Borís Godunòv, calandolo nel quadro storico in cui si svolgono le torbide vicende di successione risalenti a cavallo tra il sedicesimo e diciassettesimo secolo, in una Russia di intrighi di corte e guerre. Leggiamo dei problemi insiti nella gestione di un impero grandioso, l’ostilità crescente nei confronti del sovrano da parte del popolo insoddisfatto, l’invasione da parte della Polonia, l’ascesa al trono di una serie di falsi eredi legittimi, le cui sorti furono tragiche nonostante gli intrighi della bella Maryna Mniszech. Diverse sono state le trattazioni letterarie e storiche dei fatti, prontamente presentate dall’autore, che dunque passa alla presentazione della tragedia scritta da Puškin che ispirò Musorgskij.

La complicata genesi dell’opera che generò diverse versioni, aggiunte e rimaneggiamenti nella trama, è introdotta con il cosiddetto Ur-Boris, la prima versione ricavata da Puškin, sinteticamente riassunta nei suoi sette quadri, che ci ricorda Mascherpa fu rifiutata dalla commissione del Teatro Mariinskij a cui era stata sottoposta. Quindi la seconda versione ‘ripulita’ del 1871/2, sempre analizzata al dettaglio nel presentare le differenze con la prima, la revisione del 1874 per canto e piano, nonché l’edizione curata da Nikolaj Rimskij-Korsakov circa vent’anno dopo.

Interessante il capitolo in cui viene presentato un certo parallelismo con Bizet e Verdi dal punto di vista melodico.
Segue una puntuale sezione in cui l’autore presenta la sua esperienza di ascoltatore del Boris diretto da geniali direttori quali Gavazzeni, Karajan, Abbado, Gergiev, Barenboim. Viene colta l’interpretazione di questi grandi maestri, in relazione alle versioni rappresentate ed alla regia proposta, oltre che analizzata a fondo la concezione dell’opera stessa secondo i vari direttori.
Conseguente viene la scelta di esporre i vari tagli effettuati nel corso degli anni a seconda di chi presentava il Boris, anche questi spiegati dal punto di vista della messa in scena e soprattutto per le scelte esecutive musicali.

Infine, una carrellata dei teatri che più recentemente hanno rappresentato l’opera con le peculiarità delle diverse messe in scena e un occhio di riguardo alle produzioni italiane di Trieste, Milano, Roma, Venezia, Torino, nonché alle produzioni berlinesi e moscovite.  

Non vogliamo togliervi il gusto di leggere tutto d’un fiato questo scorrevolissimo saggio aggiungendo altri dettagli, consigliandolo se vi interessa la storia dei grandi popoli, la storia della musica e la storia dei grandi teatri d’opera.


Maria Teresa Giovagnoli

INTERVISTA A ROSANNA SAVOIA


Dopo il successo al debutto a Treviso, Rosanna Savoia torna con la Sonnambula al Teatro Comunale di Ferrara nel ruolo di Amina.  L'abbiamo incontrata al termine della recita in camerino ancora con il costume di scena, ancora Amina...

di Pierluigi Guadagni







C. W. GLUCK, ALCESTE – GRAN TEATRO LA FENICE DI VENEZIA, VENERDI’ 20 MARZO 2015





Nel segno del più squisito classicismo la prima rappresentazione veneziana firmata dal regista Pier Luigi Pizzi dell’Alceste di Gluck, proposto nella versione in italiano della prima assoluta viennese, per omaggiare i trecento anni dalla nascita del compositore. Tutto è misurato e quasi sembra aleggiare un velo candido a coprire e proteggere l’intero spettacolo che si propone così intimo e delicato sotto ogni punto di vista. Il bianco delle elegantissime scene, il candore dei costumi leggiadri dall’effetto quasi marmoreo, le movenze appena accennate, se non addirittura statuarie dei protagonisti, la compitezza del coro che non compie mai un gesto di troppo: tutto nella percezione del regista conferisce una misurata sacralità di chiaro rimando alle vicende esposte. Il senso di morte che aleggia sin dall’inizio e di sospensione sulle sorti dei protagonisti, nonché il vibrante sentimento motore del mondo che lega così profondamente i sovrani della Tessaglia, fino ad impietosire gli dei, sono qui esposti in modo funzionale rendendo giustizia sia al libretto che alla musica del compositore. Le luci di Vincenzo Raponi aiutano a sottolineare quanto espresso nello spettacolo.

Così anche musicalmente il direttore Guillaume Tourniaire ha posto in essere una cornice musicale in cui gli interpreti hanno potuto esprimersi senza mai essere prevaricati, ma anzi conferendo leggerezza ed allo stesso tempo una giusta dinamicità all’esecuzione della sempre in forma orchestra feniciana.

In tale ambiente musicale si è mossa al meglio  Carmela Remigio che ha proposto una aggraziata ma accorata Alceste. Dotata di particolare eleganza sia nel gesto che nell’esecuzione canora, il regista l’ha voluta porre spesso ‘in posa’ come ad immortalare la sua figura nell’eternità scolpita delle note vicende. Il nero di cui si poi copre la veste mortale contrasta e sottolinea la soavità del canto che brilla in acuto divenendo giustamente oscuro nel dolore espresso dalle note più gravi, risolte dal soprano con la consueta professionalità.

Non esattamente all’altezza della partner Marlin Miller che affronta il difficile ruolo di Admeto con qualche difficoltà esecutiva percepita in taluni punti, ma non esitando a dare anima e cuore al suo personaggio che farebbe qualunque cosa per salvare la sua regina dagli inferi.

Bella prova di Zuzana Marková come Ismene:  la sua musicalità unita ad interpretazione e bella voce le fanno centrare il personaggio della confidente sensibile e compartecipe. Così pure un corretto Giorgio Misseri si disimpegna con un buon Evandro dalla  voce leggera ma dal bel timbro.

Non particolarmente impressionante per noi il Gran Sacerdote, nonché Apollo stesso di Vincenzo Nizzardo che comunque mostra una certa vena interpretativa. Buono il Banditore/Oracolo di Armando Gabba, particolarmente incisivo proprio nel secondo ruolo, giustamente austero e distaccato con la voce fuori campo.

I piccoli Ludovico Furlani ed Anita Teodoro sono i figli della coppia reale, mentre completano positivamente il cast gli ottimi Alessandra Giudici, Eleonora Marzaro, Ciro Passilongo, Antonio Casagrande nelle vesti di cittadini, damigelle di Alceste e del nume infernale.

Veramente positiva la prova dell’ottimo coro preparato da Claudio Marino Moretti, qui grande protagonista, pur se non facilitato dell’impianto come detto statuario della regia, riuscendo ad imprimere forza e dolore o esaltazione ai vari interventi con precisione ed ottimo impasto vocale.

Un buon successo per tutti i protagonisti, per un teatro non pienissimo di pubblico che comunque in generale ha mostrato di apprezzare la serata. Per quanto ci riguarda ci piace sottolineare il nostro apprezzamento verso i Teatri come La Fenice di Venezia che, allargando gli orizzonti anche verso produzioni non consuete, alternano giustamente queste serate diremmo di nicchia a quelle con titoli più popolari per accontentare i gusti di tutti.

Maria Teresa Giovagnoli

versione Vienna 1767

LA PRODUZIONE

direttore                       Guillaume Tourniaire 
regia, scene e costumi  Pier Luigi Pizzi
light disigner              Vincenzo Raponi

GLI INTERPRETI

Admeto                      Marlin Miller
Alceste                       Carmela Remigio
Eumelo                       Ludovico Furlani*               
Aspasia                       Anita Teodoro*                       
Evandro                      Giorgio Misseri
Ismene                        Zuzana Marková
Un banditore
 / Oracolo                    Armando Gabba
Gran sacerdote
 d’Apollo / Apollo      Vincenzo Nizzardo
Cittadini, damigelle di Alceste,
un nume infernale       Alessandra Giudici, Eleonora Marzaro, 
                                 Ciro Passilongo, Antonio Casagrande

Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
maestro del Coro Claudio Marino Moretti

* Piccoli Cantori Veneziani
maestro del Coro Diana D’Alessio


nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice
nel tricentenario della nascita di Christoph Willibald Gluck (1714)
in coproduzione con la Fondazione Teatro del Maggio Musicale Fiorentino







Foto Michele Crosera

Intervista a Ildikó Komlósi


In questi giorni il mezzosoprano ungherese sta ottenendo un grande successo con Cavalleria Rusticana al Teatro Filarmonico di Verona e la incontriamo per quattro chiacchiere amichevoli tra una recita e l'altra.

Pierluigi Guadagni








EL AMOR BRUJO, BALLETTO SU MUSICHE DI DE FALLA - CAVALLERIA RUSTICANA, MASCAGNI – TEATRO FILARMONICO DI VERONA, domenica 8 marzo 2015





L’amore ‘stregone’, pazzo, passionale, che lotta e si scontra con gli ostacoli che la vita gli pone davanti è la chiave di lettura per comprendere l’insolito accoppiamento che il regista e coreografo Renato Zanellaha trovato per il breve balletto El amor brujo, che si basa su una leggenda popolare spagnola di spiriti e l’opera Cavalleria Rusticana, che invece rappresenta uno dei massimi esempi di verismo con i suoi contenuti di assoluto realismo e dolore ambientati in Sicilia. Eppure il regista e coreografo della Fondazione Arena ha trovato un escamotage per mettere in scena il dittico che ha debuttato ieri al Teatro Filarmonico di Verona. Naturalmente la presenza di una passionale storia d’amore in entrambe le vicende permette di collegarle direttamente e poi il balletto cambia completamente contenuto, diventando solo l’antefatto delle vicende successive. Dunque niente streghe, maledizioni o antri misteriosi per L’Amore stregone: la protagonista  Candelas lascia il posto alla stessa Lola che ritroviamo in Cavalleria, la quale incontra il suo Turiddu mentre un gruppo di danzatori itineranti prova dei passi in Sicilia tra le rovine di un tempio greco in un paesaggio lunare, che poi si trasforma velocemente negli altri ambienti necessari con soltanto specifiche aggiunte.  Risultano così delicatamente funzionali le scene di Leila Fteitache cura anche i costumi molto belli sia dei ballerini che dei cantanti.

Le varie sezioni del lavoro di De Falla secondo il regista si adattano facilmente anche al contenuto qui concepito come premessa alla successiva Cavalleria: un senso di mistero unito anche alla sensualità e conturbanza delle diverse melodie dalle contaminazioni arabe, che cambiano continuamente ritmo ed atmosfera, si pensi per esempio alla Danza del terrore o alla Danza rituale del fuoco rispetto alla melodia de I sortilegi, stupiscono e catturano lo spettatore, portandoci direttamente alla magia che sembra stregare insistentemente Turiddu a Lola, nonostante la vita li abbia separati per via della guerra ed assegnati a nuovi compagni.  Clarissa Leonardiè Lola stessa che qui si unisce al gruppo di gitani per cantare le sue canzoni, in verità a parer nostro molto più a suo agio in Cavalleria dal punto di vista espressivo.

Applauditissimi i primi ballerini Antonio Russo, Evghenij Kurtsev e Teresa Strisciulli.

Gioco facile per il Maestro Jader Bignaminitrarre il meglio dall’orchestra dell’Arena di Verona, trascinando con precisione e grande senso ritmico l’intera compagine musicale, che si trova a suo agio con l’imprevedibilità delle note in questa partitura.

Il capolavoro di Mascagni inizia senza soluzione di continuità rispetto al balletto con dei cambi di luce studiati ad effetto da  Paolo Mazzon.
Il cast vocale ha visto brillare soprattutto la stella di Ildiko Komlosi, che oltre ad essere una incredibile cantante in questo caso ha dimostrato di possedere una sensibilità emozionale impressionante: la sua Santuzza è una donna vera, sensuale e passionale, che ama fino all’ossessione il suo uomo, ben sapendo che il suo cuore appartiene ad un’altra arrivata molto prima di lei. Meraviglioso il timbro vocale, il canto in voce in ogni situazione, una cantante completa che mostra ogni volta tutta la sua grande esperienza. Per lei un autentico trionfo.

Il Turiddu Yusif Eyvazovci ha piacevolmente colpito per interpretazione, presenza scenica e tenuta vocale. Se anche il suo timbro può sembrare non particolarmente uniforme, ci sono corpo e volume in abbondanza, con anche una certa attenzione a variarne l’emissione a seconda del caso.
Molto bene anche Sebastian Catana, Alfio,per autorevolezza, bel timbro corposo e possente, molto adatto al ruolo del marito geloso e vendicativo.

Clarissa Leonardiha come detto figurato molto più in questa parte per esecuzione e presenza scenica grazie ad una voce molto piacevole da ascoltare.
Accorata e molto coinvolta la mamma Lucia di Milena Josipovic.
Il coro areniano diretto da Vito Lombardi a nostro avviso è stato poco partecipe stavolta e non precisissimo in certi attacchi, forse complice la postazione piuttosto fissa in scena che non facilita certo un maggior coinvolgimento.

Ancor più in Cavalleria Rusticana, Jader Bignaminiha mostrato carattere e squisita sensibilità musicale. Si è percepita una energia ed un profondo legame con la partitura, che attraverso l’orchestra in taluni punti ha spinto davvero alla commozione, come naturalmente nel meraviglioso intermezzo che non lascia scampo agli animi sensibili.

Applausi sentiti e commossi per tutti, con ovazioni per Komlosi, Eyvazov e Bignamini. Un bel successo che ci piace sottolineare con la conferma che questo settore ha davvero ancora tanto da offrire alla nostra cultura, che ne ha bisogno più che mai in questo periodo.

Maria Teresa Giovagnoli

LA PRODUZIONE

Direttore
Jader Bignamini
Regia e coreografia
Renato Zanella
Primo ballerino/a
Antonio Russo
Primo ballerino/a
Evghenij Kurtsev
Primo ballerino/a
Teresa Strisciulli
Scene e costumi
Leila Fteita
Luci
Paolo Mazzon


GLI  INTERPRETI
Santuzza - C.R.
Ildiko Komlosi
Turiddu - C.R.
Yusif Eyvazov
Alfio - C.R.
Sebastian Catana
Lola - C.R.
Clarissa Leonardi
Lucia - C.R.
Milena Josipovic

ORCHESTRA , CORO E CORPO DI BALLO DELL’ARENA DI VERONA

Direttore corpo di ballo: Renato Zanella

Nuovo allestimento della Fondazione Arena di Verona

  






Foto Ennevi per gentile concessione della Fondazione Arena di Verona

CONCERTO DI VERONA LIRICA AL TEATRO FILARMONICO DI VERONA - DOMENICA 1 MARZO 2015



Una delle cose più soddisfacenti che possono capitare quando ci si reca ad una manifestazione musicale è constatare come spesso impegno organizzativo, bella musica ed atmosfera amichevole si coniughino perfettamente insieme per un risultato di grande valore. Non è la prima volta che sottolineiamo questo aspetto riguardo all’Associazione Verona Lirica, ma ogni volta il calore di chi svolge il proprio lavoro con passione è talmente tangibile che inevitabilmente coinvolge gli interpreti e chi ascolta.

Così il concerto di ieri, ove come di consueto si sono ascoltati successi senza tempo del repertorio operistico internazionale, ha registrato un altro bel traguardo per l'associazione lirica. Stelle del pomeriggio le indiscusse prime donne internazionali Amarilli Nizza ed Ildiko Komlosi, che hanno interpretato alcuni dei loro cavalli di battaglia regalando momenti di altissima scuola canora.

Che Amarilli Nizza sapesse emozionare non vi erano dubbi alcuni, e con l’aria ‘Addio, mio dolce amore!’ da Edgar di Puccini ha sottolineato ancora una volta quanto una voce solida come quella dell’interprete, unita a consolidata tecnica ed espressività singolari, nonché cura delle sfumature, portino a performance di altissimo livello, degne dei teatri in cui onora il nostro Paese. Il duetto con la rivale Amneris di Aida dimostra inoltre come forza e potenza possano poi sfociare in dolci suoni delicati e carichi di preghiera, mentre passione e sensualità sono i tratti tipici che emergono nel duetto con Cavaradossi da Tosca; ancora morbidezza, amore e coraggio si fondono nella meravigliosa ‘La mamma morta’ da Andrea Chénier di Giordano. Intenso il duetto con Il conte di Luna dal verdiano Trovatore.

Straordinaria anche Ildiko Komlosi sia per presenza scenica che per impressionante volume vocale il cui timbro risulta omogeneo in tutta la gamma e si tinge di tinte bronzee e profonde nella zona grave, esaltata da una tecnica acquisita in anni di esperienza. Quasi da lacrime ‘Mon coeur s’ouvre à ta voix’, di Saint Saens, cantato sempre sulla parola, calibrando ed adattando il suono con squisita immedesimazione; precisa la sua Principessa di Bouillon da Adriana Lecouvreur, immancabile pezzo di Cilea; ancora pathos e grinta nel finale di Carmen di Bizet col collega tenore, così come nel suddetto duetto da Aida.

A far da loro cavalieri il baritono Elia Fabbian ed il tenore Dario Di Vietri, ora amanti ora nemici mortali nei succitati duetti, con alcuni pezzi solistici naturalmente. Fabbian ha proposto arie dall’Otello e da La forza del destino di Verdi, nonché dall’Andrea Chénier. Nel concitato duetto dal Trovatore infine abbiamo potuto apprezzare particolarmente la buona pasta vocale e l’interpretazione.
Di Vietri invece ha offerto arie da Cavalleria Rusticana di Mascagni in preparazione in questi giorni proprio al Filarmonico, si è ‘scontrato’ per così dire con il mezzosoprano come detto in Carmen, ed ha esaudito i desideri di molti fra il pubblico con l’immortale ‘Nessun dorma’ di Puccini. Pur lasciando margini di miglioramento nei passaggi cruciali del suo registro vocale, il tenore si mostra proiettato in acuto con bel colore ed una verve interpretativa che colpisce l’auditorio.

Come sempre al pianoforte il Maestro Patrizia Quarta segue ed accompagna gli artisti con la consueta sensibilità.

Applausi davvero generosi per tutti ed ancora tanta soddisfazione per gli organizzatori che vanno lodati per quanto offrono con continuità alla città di Verona ed agli amanti della bellezza in musica.

Maria Teresa Giovagnoli